Tre domande a Giancarlo Rinaldi: la Riforma protestante e i Padri della chiesa

  1. Prof. Rinaldi, quest’anno ricorre il 500° anniversario della Riforma protestante; dal suo punto di vista di studioso del cristianesimo antico, ci può dire quale è stato il rapporto della Riforma, e dei Riformatori, con la patristica?

 

Per rendersi conto della presenza presso i riformatori dell’eredità della patristica basterebbe pensare alle radici agostiniane della riscoperta della grazia da parte di Lutero; si valutino pure le numerose citazioni di testi della letteratura cristiana antica nelle opere dei riformatori. Quante volte, nel corso della controversia con i cattolici, oltre a pagine della Bibbia veniva invocato l’argumentum patristicum cioè il parere esegetico di quegli antichi cristiani atto a dirimere la vertenza. Anche un riformatore di generazioni successive come John Wesley era innamorato della letteratura patristica nella quale ravvisava una rielaborazione rispettosa della tradizione neotestamentaria. Tutto ciò fino all’età di Costantino nel corso della quale, a motivo di un mutato rapporto tra le comunità e il potere, si avviò un processo di secolarizzazione che segnò, nella realtà dei fatti, un voltare alle spalle non solo all’insegnamento evangelico, ma anche a quello dei maestri cristiani dei primi tre secoli.

 

2. Ritiene che ci sia ancora spazio per la lezione che proviene dallo studio dei Padri della chiesa, nel mondo di oggi, sia per i cristiani, sia per chi cristiano non si professa?

Decisamente sì. Quanto ai cristiani che basano la propria fede sulle Scritture va ricordato che queste ci sono pervenute grazie all’opera di studio, trascrizione, conservazione di scrittori di età patristica. Senza questi anelli intermedi non avremmo tra le nostre mani la Bibbia così come oggi possiamo apprezzarla. Si pensi anche alla maniera d’intendere le Scritture. L’esegesi biblica è l’anima dell’antica letteratura cristiana. Il nostro modo d’intendere la Bibbia, letteralista allegorista tipologico che sia, deriva, con le opportune modificazioni, dal lavoro degli antichi. Possiamo dire che senza memoria del passato non avremmo piena consapevolezza del presente e neanche una chiara prospettiva per quanto riguarda il futuro.

Un pensiero sull’ecumenismo: direi che la forma più corretta di ecumenismo per un cristiano evangelico sia il ritorno alle radici ‘patristiche’, cioè lo studio e la valorizzazione dei testi degli antichi cristiani. Nella marcia in questa direzione può trovarsi il profumo dell’unità, piuttosto che in celebrazioni verticistiche e ingessate.

Anche per chi prescinde completamente da una scelta di fede lo studio del mondo degli antichi cristiani e della loro produzione letteraria è indispensabile affinché una Cultura possa pienamente definirsi tale. La storia romana non è altro, nella sua fase d’età imperiale, che la vicenda della conversione della cultura antica dalla paideia classica a quella cristiana. Ci piaccia o meno, è un dato di fatto che la storia dell’esegesi del libro di Daniele è alla basa della riflessione su fede e potere politico (poi diremo: su chiesa e impero) dall’età dei Maccabei (II sec. aC) fino all’alto medioevo.

Non è neanche il caso di parlare di arti figurative. Queste, per lunghissimo tratto, dall’età severiana al Rinascimento si nutrono di motivi tratti non solo dal Nuovo Testamento ma anche dalla letteratura agiografica e dalla memoria storiografica degli antichi cristiani. La teologia degli antichi cristiani è affidata al simbolismo dell’arte, tanto pittorica quanto nelle sculture del sarcofago antico.

Noi protestanti italiani abbiamo una congenita diffidenza nei riguardi della patristica che facciamo coincidere, sbagliando e di molto, con l’insegnamento tradizionale della Chiesa Cattolico Romana. Così, per reazione al cattolicesimo, ci manteniamo lontani dallo studio di quella meravigliosa primavera cristiana e dai suoi frutti succosi. Nei primi decenni dell’evangelizzazione dell’Italia dopo l’Unità vi furono numerosi convertiti dalle fila del cattolicesimo, ex sacerdoti o ex monaci, che avevano una profonda conoscenza della letteratura patristica e della storia del cristianesimo antico. La utilizzavano, con dovizia di citazioni testuali, proprio per dimostrare la fondatezza della loro esperienza e delle loro scelte esegetiche. Tutto ciò poi gradualmente si perse e, tranne rarissime eccezioni, si sviluppò la persuasione del tutto errata di potersi collegare direttamente alla Bibbia ignorando quei secoli che da questa ci separano: la luciferina tentazione dell’uomo di chiamarsi fuori dalla propria storia e di credersi un assoluto giudicante. Oggi in Italia nella formazione del corpo pastorale (tanto in chiese ‘storiche’ quanto ‘evangeliche’), la riflessione sui secoli che si frappongono tra la stesura del Nuovo Testamento e la Riforma è assente oppure affidata alla buona volontà di chi vuol provvedervi da solo. Eppure la nostra esegesi moderna non nasce dal niente ma, naturalmente, s’innesta in quella del passato, anche quando non ne siamo consapevoli; e lo stesso dicasi delle grandi questioni teologiche.

Altra osservazione: spesso nelle comunità crediamo di dover affrontare problemi peculiari solo dei nostri giorni. Sbagliato! La quasi totalità delle controversie, dei problemi, delle situazioni che dobbiamo affrontare sono solo la riproposizione di situazioni e dottrine antiche. Una conoscenza della storia del cristianesimo dei primi secoli ci aiuterebbe a inquadrare più serenamente questi elementi di turbamento e di far tesoro della lezione offertaci dagli antichi che dovettero porre rimedi.

 

  1. Come riassumerebbe, da storico e da credente, la stagione della patristica?

Bisognerebbe distinguere stagioni diverse nella produzione letteraria degli antichi cristiani. In ogni caso la ‘patristica’ (che comunque è vocabolo che ha un sapore piuttosto confessionale) viene solitamente a comprendere tutto quanto scritto nei primi otto secoli.

Noi oggi preferiamo parlare di letteratura cristiana antica piuttosto che di patristica poiché quest’ultimo termine sembra implicare una scelta di tipo confessionale che ha distinto alcuni testi in autorevoli in quanto ortodossi e altri deprecabili in quanto eretici. Ora nella storia delle chiese antiche il processo di separazione dell’eresia dall’ortodossia fu il frutto di una riflessione lunga, elaborata e sofferta. Si pensi a importantissimi autori che non sono entrato nel novero di quelli che noi potremmo definire “padri” della chiesa. Autori di altissimo profilo come Origene, tra i greci, e Tertulliano, tra i latini.

Sarebbe possibile anche introdurre una distinzione diacronica, cioè attenta allo sviluppo attraverso gli anni tanto del pensiero cristiano quanto della vita concreta delle comunità. Così scopriamo che la letteratura cristiana precostantiniana (i primi tre secoli) ha un suo carattere, prevalentemente apologetico e di chiarificazione di alcuni temi dottrinali, mentre quella postcostantiniana è prevalentemente interessata alla riflessione sui grandi temi teologici dibattuti ai concili (Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia, etc.). Molto diverso, inoltre, è l’atteggiamento verso il potere: lealista ma eroico nella prima età, cortigiano e intollerante nella seconda. Nella letteratura cristiana antica della chiesa secolarizzata postcostantiniana è l’esperienza monastica che richiama alla purezza dei costumi e orienta verso la perfezione cristiana.

Farei osservare che nella letteratura cristiana dei primi secoli non troviamo manuali di teologia sistematica bensì un’infinità di testi di esegesi biblica, come commentari continuativi, omelie, domande e risposte, e così via. Proprio così: per gli antichi cristiani la teologia coincideva con l’esegesi biblica! E questo è un primo grande insegnamento che dovremmo fare proprio.

Mi consentirete un ricordo personale. Nei primi tempi dopo la mia conversione alla fede cristiana evangelica, quando mi trovavo ad affrontare questioni esegetiche che il solo ricorso alla Scrittura non sembrava dirimere adeguatamente, ricorrevo spesso alla consultazione dei testi patristici e, con mia meraviglia, rilevavo come le posizioni di quegli antichi cristiani convalidassero non gli insegnamenti della Chiesa di Roma bensì quelli che avevo fatto propri a sèguito della mia conversione.

 

Giancarlo Rinaldi ha insegnato Storia del Cristianesimo presso l’Università degli Studi di Napoli
L’Orientale. Si è interessato in particolare al rapporto tra cristianesimo e paganesimo con particolare
attenzione alla percezione del secondo nei confronti della diffusione della fede cristiana.

Giancarlo Rinaldi su FBBlog personale

 

Tre domande a Massimo Rubboli: Riforma protestante e Riforma radicale

1. Il 500° anniversario della Riforma protestante sta per essere archiviato. Se tu dovessi fare un bilancio di tutto ciò che hai visto o di cui hai sentito parlare, cosa penseresti del modo in cui la Riforma è stata ricordata, soprattutto in Italia?

Ora che il tempo delle celebrazioni si avvicina alla fine, penso che sia lecito avventurarsi in un primo tentativo di bilancio, al quale necessariamente dovrà seguire una riflessione più approfondita su questa stagione nella quale alla rievocazione celebrativa si sono affiancatati anche seri tentativi di revisione storica dei vari aspetti della Riforma, come quello – oggetto di un lungo ma sempre vivo dibattito storiografico – sul contributo di Lutero e del luteranesimo successivo alla formazione dello Stato moderno.

Il compito di ricordare al mondo quali fossero il significato e l’eredità della Riforma era stato assunto con largo anticipo dalla Federazione mondiale luterana tramite il Comitato nazionale della Chiesa luterana tedesca o EKD (Evangelische Kirche in Deutschland) che, avvalendosi di cospicue risorse messe a disposizione dal Ministero per la cultura del governo federale (Bundesregierung für Kultur und Medien) e da alcuni Länder, ha finanziato numerosi progetti culturali e il restauro di siti importanti al tempo della Riforma, in particolare a Wittenberg e a Eisenach.

La potente macchina organizzativa ha dato impulso anche a operazioni commerciali secondo le più moderne tecniche di marketing e merchandising. Queste tecniche esigono che tutto ruoti intorno ad un elemento centrale che, in questo caso, non poteva essere che l’ex monaco agostiniano. Si è così assistito ad un proliferare di prodotti enogastronomici e gadgets di ogni tipo (peluche, cioccolatini, giochi, t-shirts, ecc.), tra i quali ha riscosso enorme successo il “Luther Playmobil”, un pupazzetto alto sette centimetri che rappresenta il riformatore con una Bibbia aperta in mano, come nell’austero monumento (una statua di bronzo alta 3 metri e mezzo su una base di granito) collocato a fianco della Marienkirche di Berlino nel 1983, in occasione del V centenario della nascita di Lutero.

In Italia, nel novembre 2016 è stato istituito con decreto ministeriale, su proposta della Fondazione per le Scienze Religiose “Giovanni XXIII” di Bologna, il Comitato Nazionale per la ricorrenza del quinto centenario della Riforma Protestante (1517-2017), presieduto dal prof. Marcello Verga e sotto la responsabilità scientifica del prof. Massimo Firpo, “con il compito istituzionale di promuovere, preparare e attuare le manifestazioni atte a celebrare la ricorrenza” tramite «pubblicazioni, incontri pubblici in Italia e all’estero, giornate di studio ed una rassegna cinematografica», allo scopo «di offrire un contributo scientifico e pluridisciplinare finalizzato a raccontare al mondo contemporaneo la personalità e la figura di Lutero, la sua riforma, il suo percorso nella storia, nella dottrina, nelle istituzioni, nella politica, nell’arte e nella società» (Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali, MiBACT, http://www.librari.beniculturali.it/opencms/opencms/it/comitati/comitati/comitato_0009.html).

Il Comitato ha erogato finanziamenti per convegni e mostre, come quelle su “La biblioteca di Piero Guicciardini e la Riforma protestante” (3 maggio – 30 giugno 2017), organizzata dalla Biblioteca nazionale centrale di Firenze, e su “Lutero, la Riforma, l’Italia” (31 ottobre – 30 novembre 2017), allestita presso la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.

Per quanto riguarda il protestantesimo storico italiano, la chiesa valdese ha seguito l’orientamento della chiesa luterana, concentrando l’attenzione su Lutero e sulla Riforma magisteriale.

2. Il tuo contributo alle celebrazioni è stato, tra l’altro, l’allestimento di una mostra dedicata alla Riforma radicale. Cosa puoi dirci in merito, sia di questa espressione della Riforma e del suo impatto sulla storia del protestantesimo e del mondo moderno e sia nei termini della considerazione che essa gode?

Il V centenario dell’affissione delle tesi (un evento quasi certamente mai avvenuto) mi è sembrata un’occasione per ripensare la storia e il contributo della Riforma radicale dalla quale, nonostante la violenta opposizione dei riformatori ‘ufficiali’ e della chiesa cattolica, sono derivati forti impulsi all’affermazione delle più rilevanti conquiste della civiltà europea: la tolleranza, la libertà religiosa e di coscienza, la laicità delle istituzioni pubbliche, i diritti dell’uomo.

Purtroppo, nonostante l’opera di Ugo Gastaldi (Storia dell’anabattismo, 2 voll., 1972 – 1981 Torino) è ancora prevalente un’immagine distorta della Riforma radicale, derivata da due correnti storiografiche.

La prima ha origine negli scritti polemici contro gli anabattisti dei principali riformatori. La rappresentazione che influì maggiormente sulla diffusione di un’immagine negativa degli anabattisti nel mondo protestante si trova negli scritti di Heinrich Bullinger (1504 – 1575), successore di Zwingli alla guida della Riforma a Zurigo e ”architetto” della chiesa riformata; Bullinger faceva appello alle autorità secolari affinché liberassero la Confederazione da questa eresia usando ogni mezzo, anche le esecuzioni pubbliche. Bullinger raccolse i suoi scritti precedenti contro gli anabattisti nel volume L’origine, crescita e sette degli anabattisti (Der Wiedertäufferen Ursprung, Fürgang, Sekten, Zurigo 1560), nel quale collegò la “piaga anabattista” al tradimento e alla sedizione, tracciando una linea di derivazione diretta dell’anabattismo dalla guerra dei contadini e dal “regno anabattista” di Münster. Gli scritti dei riformatori e dei polemisti cattolici hanno esercitato per secoli un’enorme influenza sul giudizio negativo nei confronti della Riforma radicale e, in particolare, degli anabattisti che ha iniziato ad essere seriamente riesaminato soltanto dalle ricerche su fonti archivistiche di fine Ottocento

La seconda risale a uno dei teorici del comunismo, Friedrich Engels (1820-95), che nel suo famoso libro sulla guerra dei contadini in Germania del 1524-25, scritto dopo il fallimento delle rivoluzioni europee del 1848, esaltò la “magnifica figura di Thomas Müntzer” (1489-1525), primo “martire della rivoluzione comunista”, contrapponendolo a Lutero, che “aveva tradito il movimento popolare” diventando un “servo dei principi” (Fürstenknecht) e un “macellaio dei contadini” (Bauernschlächter). L’interpretazione di Engels era stata fortemente influenzata dallo storico hegeliano Wilhelm Zimmermann, che per primo presentò Müntzer come una figura rivoluzionaria in uno studio approfondito della guerra dei contadini (Der grosse deutsche Bauernkrieg, Stuttgart 1841-43). Quest’immagine di Müntzer fu ripresa da studiosi marxisti come August Bebel (1840-1913), Franz Mehring (1846-1919) e Karl Kautsky (1854-1918) che riabilitarono la figura di Müntzer come eroico oppositore dei poteri feudali a difesa dei contadini. Il filosofo marxista Ernst Bloch (1885-77) dedicò a Müntzer un’opera importante (Thomas Müntzer als Theologe der Revolution, Kurt Wolff, München 1921, tr. it. Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Milano 1980), nella quale sosteneva che la sua teologia congiungeva nella ‟volontà spirituale di rivoluzione” il piano dell’azione politica al rovesciamento di quei valori terreni che puntavano al consolidamento della religione di Lutero con il nuovo ordine dello stato dei prìncipi. Müntzer diventava così espressione di una figura simbolica essenziale della storia: la ribellione dell’uomo all’autorità. Questa linea storiografica, fortemente ideologica, arrivò anche in Italia con la pubblicazione di una raccolta di scritti politici di Müntzer, a cura di Emidio Campi (Torino 1972), che fu oggetto di studio in un campo estivo del centro ecumenico di Agape.

3. Secondo te, come storico e come credente, che cosa è stata la Riforma?

Come storico, vedo nella Riforma protestante un evento di carattere principalmente religioso, il cui successo imprevisto è da ricondurre anche a fattori politici, economici e culturali. La Riforma, nel lungo periodo, provocò la frammentazione della cristianità europea e innescò un processo di nazionalizzazione della religione che portò alla formazione di chiese nazionali protestanti, che svolsero una funzione importante nella costruzione delle identità nazionali di paesi come l’Inghilterra, la Scozia, i Paesi Bassi e la Svezia, perché l’appartenenza a una comunità religiosa nazionale rafforzò il senso di appartenenza a una comunità politica. La grande importanza attribuita alla lettura personale della Scrittura portò non solo alla pubblicazione di edizioni critiche nelle lingue originali, che sostituirono la Vulgata per le traduzioni nelle lingue nazionali (mentre la diffusione della Bibbia in volgare fu proibita con la costituzione Dominici gregis custodiae del 24 marzo 1564), ma fu anche di stimolo alla diffusione dell’istruzione primaria. Infatti, il livello di analfabetismo diminuì sensibilmente laddove prevalse la Riforma e rimase alto nei paesi che restarono cattolici, come l’Italia e la Spagna. La Riforma non solo modificò profondamente il modo di intendere e vivere l’esperienza religiosa, ma contribuì in modo determinante alla trasformazione della vita sociale, politica ed economica. Desacralizzando l’istituzione ecclesiastica e il ruolo del clero e valorizzando l’impegno nel mondo secolare, la Riforma portò ad una ridefinizione sia dei rapporti tra la sfera spirituale e quella temporale sia del ruolo delle chiese nella società. I cambiamenti nell’ambito religioso favorirono anche il processo di desacralizzazione del potere politico nel mondo protestante

Come credente, mi sembrano importanti – oltre all’affermazione dei capisaldi dottrinali (Sola Gratia, Sola Fide, Solus Christus, Sola Scriptura) – l’accentuazione della centralità della Scrittura, considerata l’unica autorità dottrinale normativa al di sopra di ogni autorità terrena, e l’affermazione del sacerdozio universale dei credenti, che privarono l’istituzione ecclesiastica di gran parte del suo potere e responsabilizzarono l’individuo ponendolo di fronte a Dio senza la mediazione del clero.


Il prof. Massino Rubboli ha insegnato per molti anni Storia dell’America del Nord presso le Università di Firenze e Genova, oltre a tenere corsi di Storia del Cristianesimo e delle chiese cristiane.

Nel XII Convegno Nazionale GBU (7-10 dicembre  2017) terrà una conferenza dal titolo La Riforma radicale, nell’ambito del percorso di approfondimento “Tutto è iniziato in una università – Wittenberg 1517 / Montesilvano 2017″

Per Edizioni GBU dirige la collana Orizzonti del pensiero cristiano, nella quale è imminente la pubblicazione del famoso libro di Roger Williams (1603-1683) dedicato alla persecuzione: La sanguinaria dottrina della persecuzione per causa di coscienza (1644)

Il “tono” del vangelo

Abbiamo una chiamata a essere ambasciatori di Dio nel mondo. Ora siamo stranieri e rappresentiamo un regno e un sistema di valori differenti. Abbiamo anche un messaggio: questo mondo non ha l’ultima parola sulla vita. In un certo senso il nostro messaggio è soprattutto una supplica e la supplica è: «Siate riconciliati con Dio». Egli si cura di voi; separati da lui non state traendo il massimo dalla vostra vita. Quanto potreste avere e sperimentare di più! Quello che si ha qui è per lo più il tono di un invito a riflettere. Paolo inchioda spesso i propri interlocutori alla loro responsabilità, ma nel farlo mantiene sempre il tono dell’appello a essere riconciliati con Dio.

È il tono che osserviamo anche nel toccante passo di Atti 17:16–32. Paolo si trova ad Atene. Il testo ci dice che è adirato per tutti gli idoli che vi osserva. Se vogliamo avere un’idea di come si sentisse Paolo per questo tipo di rifiuto di Dio ci basta leggere i versetti d’apertura di Romani 1:18–231. Tuttavia quando si rivolse agli Ateniesi lo fece in modo rispettoso, pur sfidandoli a cambiare il loro modo di concepire Dio. Li invitò a riflettere sulla loro responsabilità davanti a Dio. Non fu lui a porre fine al discorso poiché quando arrivò alla risurrezione la discussione si spense. Nondimeno il passo mostra Paolo che predica come un ambasciatore, latore di un richiamo a un modo nuovo di pensare a Dio. Chiama al ravvedimento anche mentre cerca la fede:

«Mentre Paolo li aspettava ad Atene, ….. lo spirito gli s’inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: “Che cosa dice questo ciarlatano?” E altri: “Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere”, perché annunciava Gesù e la risurrezione. Presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: “Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose”. Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità. E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: “Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto.

“Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che
sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito
dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: ‘Poiché siamo anche sua discendenza’. Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti”.
Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta”».

Vedete il rispetto accordato da Paolo a una ricerca spirituale male indirizzata? La riconobbe e cercò d’impegnare coloro che vi si dedicavano ponendosi al livello del loro desiderio di conoscere e di cercare Dio. Anche se questo cammino era al momento male indirizzato, Paolo corresse la rotta, orientandoli verso quello che Dio stava facendo in Gesù. Li supplicò di essere riconciliati con il Dio vivente, incominciando nel frattempo a mettere in chiaro che erano responsabili verso di lui.

In parte Paolo potè farlo perché nel mondo antico c’era rispetto per il divino. Nessuno metteva in discussione che ci fosse qualche divinità al mondo, cosa questa che oggi non è sempre così scontata. Ci sono alcuni che pensano di poter scendere a patti con Dio e con quello che egli deve loro. Oppure hanno un’idea di Dio che lo considera più come un nonno facilmente manipolabile che come il Signore sovrano. Nondimeno il punto è che dobbiamo presentare il vangelo con un tono invitante, anche quando sfidiamo le persone a rimettere in discussione il loro modo di concepire Dio. Non dobbiamo fare un accordo con i nostri interlocutori o fare pressione su di essi; il nostro compito è quello di presentare il messaggio di speranza. I risultati sono nelle mani di coloro che ci ascoltano e del Dio che può operare per cambiare i cuori delle persone.

Questo tema del tono è davvero importante. Spesso è qui che la chiesa viene meno. O edulcora tanto il vangelo da far dimenticare il bisogno (e la risultante gratitudine derivante dal soddisfacimento di quel bisogno) oppure punta il dito contro le persone, cercando di farle entrare nel regno in preda alla vergogna. Nessuno di questi due approcci è quello qui mostrato da Paolo. Rispettate quanti sono spiritualmente alla ricerca. Invitateli a essere riconciliati con Dio e a percepire il bisogno che hanno di ciò che egli ha fatto. Poi lasciate serenamente gli effetti di quella conversazione nelle mani di coloro che sono invitati e del Dio che per vostro tramite fa l’invito. Ricordate: al vangelo si accompagna la potenza che in quanto parola di Dio gli è propria. La sua speranza può penetrare nel cuore in modi che a noi non sarebbero mai accessibili, in quanto lo Spirito di Dio continua a operare nel seme che attecchisce tramite la condivisione di quel positivo messaggio.

(Darrell L. Bock, Alla riscoperta del vero vangelo perduto, Edizioni GBU, 2017)

 

Darrell Bock sarà il relatore del XII Convegno Nazionale GBU (7-10 dicembre 2017)

Il messaggio di Gesù Cristo in una cultura complessa

Darrell Bock su Riforma e società contemporanea

 

Prof. Bock,

il titolo del ciclo di conferenze che terrà al prossimo XII Convegno Nazionale GBU è: “Il messaggio di Gesù Cristo in una cultura complessa“;

quest’anno ricorre anche il 500° anniversario della Riforma protestante. Vede qualche parallelismo tra la complessità che caratterizzava la società del XVI secolo e la complessità che caratterizza il tempo presente?

 

No, c’è una differenza importante tra le due società, quale che possa essere l’idea che abbiamo di “complessità”. Si tratta di questo: la rete di convinzioni ebraico–cristiane che avvolgeva l’Europa della Riforma ora non c’è più. Questo ha implicazioni profonde per la chiesa e per quello che questa deve fare quando deve comunicare il suo messaggio.

La testimonianza che rendiamo a Gesù Cristo può beneficiare di una rilettura importante della Riforma, oppure i cambiamenti sociali e culturali ci suggeriscono di andare oltre la Riforma?

Decisamente la seconda ipotesi. C’è sicuramente un certo beneficio nel confrontarsi con tutto ciò che è venuto dalla Riforma ma il modo in cui spieghiamo il contenuto cambia completamente. Invece di argomentare sostenendo che ciò che è vero lo è in quanto è contenuto nella Scrittura, dobbiamo oggi argomentare sostenendo che la verità si trova nella Bibbia proprio perché è vera; si tratta di un orientamento e un compito completamente diverso.

(D. Bock)

Chi è Darrell L. Bock?

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Giorgio Ammirabile

Conversando con Giorgio Ammirabile

Giorgio Ammirabile guiderà la lode del XII Convegno Nazionale GBU (7-10 dicembre 2017)

Domande

1. Giorgio ti siamo riconoscenti per aver accettato il nostro invito per guidare la lode al Convegno; grazie anche perché lo farai con musicisti studenti o laureati del GBU.
Oggi il servizio del “guidare la lode” è stato sostanziato ed è venuta fuori una figura ben precisa che gli americani chiamano “worship leader”; cosa pensi di questo slittamento di significati?

2. Da anni sei diventato un punto di riferimento per la musica e la canzone cristiana nel mondo evangelico; a che punto credi si trovi la musica cristiana? Intendo sia nei termini della sua esecuzione e performances e, in particolare, nei termini della composizione musicale e di testi?

3. Quest’anno corre il 500° anniversario della Riforma protestante; sappiamo che darai il tuo contributo anche in questo ambito del Convegno che presenta tutto un filone di relazioni e di celebrazione. Puoi dirci qualcosa in merito sul rapporto tra Riforma e canto, dal tuo punto di vista di musicista?

 

 

 

 

Risposte

 

1. Ritengo che la figura del “worship leader” non sia certo un invenzione moderna. Cantanti e musicisti erano stati istiuiti per l’amministrazione del culto fin dai tempi del primo tempio.

“Guidare la lode” è un’espressione che in alucni ambienti evangelici continua a destare sospetto; la frase più comune è “lo Spirito Santo è colui che guida la lode”. Sebbene sia pienamente daccordo con il principio che in una chiesa viva sia proprio lo Spirito Santo a guidare la lode, mi chiedo se a qualcuno di noi piacerebbe assistere ad un concerto per orchestra senza un direttore che sappia coordinare (e appunto “guidare”) le voci degli strumenti per costruire l’ensamble armonico e suggestivo che noi tutti ci aspettiamo di sentire. E’ vero che la cultura moderna sempre a caccia di punti di riferimento, tende ad elevare persone artisticamente talentuose ad icone ed esempi da seguire; ma direi che una chiesa guidata appunto dallo Spirito di Dio sa essere equilibrata anche in questo, dando ad ognuno il ruolo ed il valore che ha.

Resta comunque il fatto che una persona dotata di spiccate capacità artistiche e sensibilità spirituale può guidare un’intera comunità di cristiani  a lodare Dio con bellezza e profonda commozione e sono convinto che tutti noi abbiamo sperimentato uno di questi momenti.

 

2. Domanda complessa. Dipende da quale punto di riferimento partiamo per analizzare la status della musica cristiana in Italia oggi. I modi e le forme della comunicazione artistica moderna si evolvono a gran velocità e nello sforzo continuo di essere innovatori, le proposte artistiche sono diventate articolate avvalendosi di tutta la tecnologia a disposizione. Mettendo quindi a confronto le nostre proposte artistiche non possiamo che riconoscere di essere piuttosto indietro.

Se invece analiziamo il contenuto piuttosto che la forma dobbiamo considerare che la parola di Dio sussiste da secoli e la sua forza dinamica è immutata e capace di rivoluzionare vite e nazioni nonostante i grandi cambiamenti; inoltre se pensiamo al momento in cui ha rivoluzionato la nostra vita ricorderemo forse che è arrivata a noi con una semplicità disarmante: un libro, un opuscolo, una testimonianza magari proposta con impaccio e semplicità. Questa è la forza dinamica del vangelo che penetra il tempo e i cambiamenti capace di rivoluzionare l’essere intero di chi ascolta.

Credo anche che la comunicazione artistica deve contenere sia la bellezza, che la profondità che l’abilità di raggiungere la mente e le emozioni di chiunque ascolta. Ritengo quindi che gli artisti devono sforzarsi di fare arte che abbia in se queste caratteristiche avvalendosi di tutti mezzi che hanno a disposizione…non farlo sarebbe una sconfitta.

 

3. L’anno scorso ho tenuto una serie di studi presso la facoltà di teologia dell’università americana Sheperd proprio su questo tema. Molte volte Lutero aveva parlato dell’importanza di una riforma anche musicale nella chiesa e di come egli stesso ritenesse la lode un momento centrale nel culto. Riporto un estratto della mia relazione che apre una finestra sul pensiero di Lutero, pensiero che sposo appieno.

In una lettera datata 4 ottobre 1530 scrive: “credo fermamente e non ho vergogna di asserire che accanto alla teologia non c’è altra arte pari alla musica … il mio amore per essa abbonda. Essa mi ha spesso ristorato e liberato da grandi dolori”

E ancora afferma “la musica è un nobile dono di Dio accanto alla teologia” e ancora “l’esperienza prova che accanto alla parola di Dio soltanto la musica merita di essere indicata come la custode dei sentimenti del cuore umano”. Ed è per questo valore che Lutero da alla musica che spesso incoraggiava educatori e pastori a studiare musica per insegnarla ai bimbi. La preoccupazione principale di Lutero era di rendere la lode semplice e comprensibile alla gente comune. Riguardo i culti o incontri di lode afferma “è preferibile che i culti siano pianificati pensando ai giovani e a chi è nuovo nella chiesa.”

Le canzoni di Lutero consistevano in espressioni comuni, testi che chiunque potesse comprendere facilmente. I modelli per queste composizioni erano le ballate popolari di quei tempi, melodie prese in prestito dal repertorio popolare, la musica delle masse e persino qualche inno mariano. A Lutero non importava l’associazione o l’origine della canzone, piuttosto che fosse capace di comunicare la verità.

“Qualsiasi cosa possa prendere una nuova etichetta ed essere caricata della potenza del vangelo potrebbe anche essere utile a propagare il messaggio e farlo penetrare ancora più in profondità nei cuori degli uomini cosi che esso si espanda in tutta la nazione”. 

Lutero si meravigliava che nell’arte secolare ci fossero “così tante belle canzoni, mentre nell’ambito religioso ci fosse roba vecchia e senza vita” affermando il famoso detto “il diavolo non ha bisogno di tutta la buona musica per se stesso”, procedendo cosi a prendere tutte le melodie popolari del suo tempo unendo ad esso il messaggio della fede.

In una messa del 1526 affermava “per amore dei giovani dobbiamo leggere, cantare, predicare, scrivere e comporre versi e se fosse utile farei anche suonare le campane, tuonare gli organi e tutto ciò che possa emettere suoni”. Gli inni di Lutero si diffusero ovunque portati in giro da menestrelli itineranti. Memorizzati da giovani e vecchi in tutta la Germania queste canzoni pavimentarono la strada verso la Riforma.

 

Lutero

Riforma in Italia, Riforma italiana, Riforma mancata

Le tre espressioni fanno riferimento a tre modi di pensare o di esprimere la relazione tra la nostra nazione e il movimento religioso della Riforma protestante del XVI secolo.

I tre termini si ritrovano continuamente negli studi storiografici, cioè in quegli studi che vanno ad analizzare il modo in cui gli storici raccontano il rapporto tra gli stati italiani del 1500 e la diffusione delle idee, prima luterane e poi degli altri riformatori.

Qui non possiamo rendere conto né dei dettagli di questi studi né delle principali linee assunte (utile può essere la lettura di alcuni testi, alcuni classici e ben informati, come: L. Firpo, Riforma protestante ed eresie nell’Italia del Cinquecento, Laterza; S. Caponetto, La Riforma protestante nell’Italia del Cinquecento, Claudiana; altri più specifici ma anche di facile lettura, S. Biagetti, Il mito della “Riforma italiana” nella storiografia dal XVI al XIX secolo, Franco Angeli) solo per citarne alcuni.

Tuttavia compiamo solo un superficiale sondaggio in questa storiografia per rilevare che un vero pullulare di interessi per il rapporto tra stati italiani e Riforma del 1500 si ebbe nel 1800, vale a dire nel secolo in cui si radica effettivamente una presenza evangelica in Italia, grazie anche al Risorgimento.

Ci sono diverse ragioni che potrebbero spiegare il rinnovato interesse ottocentesco, non solo degli evangelici, per il XVI secolo: si potrebbe pensare per esempio alle speculazioni di quegli intellettuali italiani (Bertrando Spaventa su tutti) che, grazie a una precisa filosofia della storia vedevano nel Risorgimento italiano il chiudersi di un cerchio iniziato con il Rinascimento, movimento culturale che dall’Italia aveva dato lustro all’Europa e che ora tornava a fare del bene alla nostra nazione, proprio nella stagione del Risorgimento. In questo circolo naturalmente c’era anche la Riforma, letta come un anello imprescindibile del Rinascimento grazie all’appello umanistico del ritorno alle fonti – ad fontes.

Certo, va ricordato, almeno per i lettori evangelici, il monito dello storico fiorentino Giorgio Spini (Risorgimento e protestanti) che aveva messo in guardia dal leggere la presenza evangelica e protestante nella nostra nazione come una presenza che manifesta due picchi: durante il XVI secolo e poi, dopo la stagione della controriforma, nel 1800 grazie alle correnti del Risveglio.

Tuttavia, pur essendo sensibili alla precauzione di Spini, non si può tacere il fatto che con l’avvio dell’evangelismo ottocentesco aumenta l’interesse per la stagione cinquecentesca.

Simone Maghenzani, dell’Università di Cambridge (che terrà una relazione al Convegno Nazionale GBU di questo anno – 2017) ha cercato di rendere conto di questo interesse (Storiografia protestante e Riforma italiana del ‘500 nell’età del Risorgimento) costruendo quattro modelli, anche per mettere ordine nella varietà di modi e di intenti con i quali gli evangelici italiani dell’800 guardavano al XVI secolo.

Il modello morale, che fa capo all’esaltazione della figura di Girolamo Savonarola, dal quale derivava anche il titolo del giornale evangelico stampato a Londra negli anni 40–50 dell’800, L’Eco di Savonarola. In questo modello si guardava soprattutto al rigorismo morale del frate fiorentino e alla sua lotta contro i soprusi della chiesa di Roma come una sorta di apertura di una via alla Riforma, una via che fosse però indipendente dal predominio delle proposte straniere (così com’erano concepite) di un Lutero o di un Calvino.

Il modello che conservava la memoria della persecuzione degli evangelici d’Italia del cinquecento. Si trattava di un modello che faceva capo alla Rivista cristiana diretta da Emilio Comba e che in qualche modo si poneva sulla scia della letteratura dei martiri protestanti inaugurata da opere famose internazionalmente quali il Book of Martyrs di J. Foxe (1563).

Il modello che tentava l’inserimento stretto e sistematico della sfortunata vicenda italiana nel più ampio ecumene protestante europeo, come dimostrato tra l’altro da quella che sarà definita la “riforma dei profughi” con riferimento ai tanti italiani, che fuggiti dall’Italia, daranno il loro prezioso e originale contributo sia alle correnti ortodosse del protestantesimo europeo e mondiale sia a quelle eterodosse.

Infine Maghenzani cita il modello (nel suo elenco è il secondo) che tentava di rintracciare nella stagione del cinquecento un filone di riforma indipendente, sì legato al fenomeno europeo, ma non da esso dipendente. Piero Guicciardini e Teodorico Pietrocola Rossetti, nel mentre ammassavano testi della Riforma del ‘500 in quello che è poi divenuto il Fondo Guicciardini (già Libreria religiosa) della Biblioteca Nazionale di Firenze, distinguevano in quella vicenda e in quel materiale la presenza di una riforma indigena, italiana: «L’Italia nostra ebbe in ogni tempo de’ riformatori della Chiesa Romana e de’ cristiani secondo l’Evangelo» (p. 135).

La mappa costruita da Maghenzani è così ricca e impegnativa da poter dire che non è possibile, al di là della ricerca storica vera e propria, non è possibile, per le celebrazioni ma anche per la possibilità di attingere energie spirituali dalla stagione della Riforma del ‘500, prescindere da un confronto serrato e umile con il filtro ottocentesco. Lungi dall’oscurare la triste stagione della “riforma mancata” (cito qui l’evento storico) il filtro ottocentesco la illumina e la arricchisce delle potenzialità che quella stagione ha ancora per il presente e per il futuro della nostra nazione.

Per esempio quel filtro può farci comprendere perché è necessario distinguere e identificare i vantaggi, ma anche e soprattutto le debolezze, di una possibile «Riforma in Italia», un’operazione in cui sembra non ci possa essere un’autentica diffusione del vangelo senza il ricorso alle categorie elaborate dal confessionalismo (Schilling) soprattutto riformato del 500 (e del ‘600); il filtro dell’800, solo se sappiamo ascoltare le voci di un Mapei, di un Rossetti o di un Mazzarella, et al., ci suggerisce di elaborare una testimonianza che sia incarnata nelle peculiarità della nostra nazione, riconoscendo nel contempo che anche le espressioni più alte della Riforma segnano un debito culturale nei confronti della storia e dei contesti di nascita e di sviluppo.

Il filtro ottocentesco potrebbe quindi stimolarci anche a comprendere la peculiarità di una Riforma italiana che sappia anche miscelare, come di fatto è accaduto da almeno duecento anni, tra le varie anime della Riforma, valorizzando la ricchezza della Riforma radicale, per esempio, di contro alla compostezza e rigidità, ma anche ambiguità, della Riforma magisteriale.

In conclusione, avendo colto le sfumature che separano i due concetti della “Riforma in Italia” e della “Riforma italiana”, il filtro ottocentesco potrebbe anche aiutarci a comprendere che la

Riforma mancata, lungi dall’essere un qualcosa che è svanito per sempre o, peggio ancora, un qualcosa da realizzare emulando semplicisticamente ciò che storicamente non può ripetersi (non ci sarà mai un Lutero in Italia che affigga 95 tesi né un Calvino redivivus), può al contrario essere un’opportunità e un compito.

Nelle parole di Teodorico Pietrocola Rossetti, oggi incarnate dai tanti rivoli della predicazione evangelica ed evangelistica di qualsiasi denominazione, ma originariamente rivolte al filosofo hegeliano Raffaele Mariano:

«… mi accorgo che voi considerate il Cristianesimo come una riforma dello scibile e della società umana; ma il Vangelo non parla di codesta riforma, sibbene di quel rinnovamento interno dianzi accennato, e dopo ciò, tutto è possibile …».

 

(G.C. Di Gaetano)

XII Convegno Nazionale del GBU italiano

IL MESSAGGIO DI GESÙ CRISTO IN UNA CULTURA COMPLESSA
(Darrel L. Bock)

Plenaria 1. Prepararsi adeguatamente alla battaglia: ridefinire il conflitto culturale

Plenaria 2. Lezioni paoline per il confronto culturale

Plenaria 3. Come affrontare e condure un dialogo difficile

Plenaria 4. Il vangelo rintracciato nella promessa e nei sacramenti

Plenaria 5. Che cos’è il vangelo? Uno sguardo a Luca 3:16 e Romani 1:16-17

Plenaria 6. Perché l’amore è un imperativo?

Riforma 500.

Tutto è iniziato in una Università: Wittenberg 1517–Montesilvano 2017

La pluralità della Riforma, (M Rubboli, Università di Genova)

Giovanni Calvino: il riformatore profugo, (E. Fiume, Chiesa Valdese di Roma)

Dipanare la Riforma: con Lutero, oltre Lutero, (S. Maghenzani, Università di Cambridge)

Risvolti storici e artistici della Riforma nell’Inghilterra del ‘600, (F. Falcone, Dottore di Ricerca in Letteratura inglese)

Il progetto Bibbia Italiana della Riforma (BIR) nell’ambito delle traduzioni della Bibbia, (A. Pecchioli, Società Biblica Italiana, Edizioni GBU)

“Far brillare la luce in mezzo alle tenebre”: la collezione Guicciardini., (L. Venturi, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze)

La Riforma è superata / La Riforma non è superata, (GC Di Gaetano, Università di Chieti – V. Bernardi, Università della Basilicata)

Mostra sulla Riforma radicale (a cura di UCEBI)

Mostra della Bibbia (a cura di GBU)

Scarica programma completo delle relazioni del CN GBU 2017

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Partecipa a questo evento

  • Partecipazione completa (dal 7 al 10 dic.)
  • Partecipazione parziale 1 (dal 7 al 9 dic.)
  • Partecipazione parziale 2 (dall’8 al 10 dic.)
  • Partecipazione giornaliera

Anticipo

Le prenotazioni per la partecipazione al Convegno (intera, parziale 1, parziale 2) devono essere precedute dal pagamento di un anticipo (20 € per partecipante);
nella causale indicare: ANTICIPO CONVEGNO GBU 2017

Come pagare

I pagamenti possono essere effettuati con le seguenti modalità:

  • Bollettino postale: C/C 20322616 EDIZIONI GBU
  • Bonifico: IBAN POSTE – IT34Y0760115500000020322616
  • Bonifico: IBAN bancario MPS – IT68S0103015501000001000306

In caso di disdetta la quota sarà restituita con l’invio di un libro a scelta di pari valore.

Quote per partecipazione completa

per iscrizioni online fino al 15/10/2017

Intera: € 130 (sistemazione in camera doppia/tripla)
Studenti e ragazzi dai 12 anni in su: € 110 (stessa sistemazione)
Formula Famiglie: Coppia € 240 + € 80 per ogni bambino dai 4 agli 11 anni compiuti
Bambini 0-3 anni: GRATIS
Supplementi: € 15/notte per camera uso singolo

per iscrizioni online dal 16/10/2017

Intera: € 150,00 (sistemazione in camera doppia/tripla)
Studenti e ragazzi dai 12 anni in su: € 130,00 (stessa sistemazione)
Formula Famiglie: Coppia € 255 + € 85 per ogni bambino dai 4 agli 11 anni compiuti
Bambini 0-3 anni: GRATIS
Supplementi: € 15/notte per camera uso singolo

Quote per partecipazione parziale

Parziale 1: dalla cena di giovedì 7 al pranzo di sabato 9 dicembre
Parziale 2: Dalla cena di venerdì 8 al pranzo di domenica 10 dicembre

per iscrizioni online fino al 15/10/2017

Intera: € 95 (sistemazione in camera doppia/tripla)
Studenti e ragazzi dai 12 anni in su: € 80 (stessa sistemazione)
Formula Famiglie: Coppia € 180 + € 55 per ogni bambino dai 4 agli 11 anni compiuti
Bambini 0-3 anni: GRATIS
Supplementi: € 15/notte per camera uso singolo

per iscrizioni online dal 16/10/2017

Intera: € 105,00 (sistemazione in camera doppia/tripla)
Studenti e ragazzi dai 12 anni in su: € 90,00 (stessa sistemazione)
Formula Famiglie: Coppia € 190 + € 60 per ogni bambino dai 4 agli 11 anni compiuti
Bambini 0/3 anni: GRATIS
Supplementi: € 15/notte per camera uso singolo

Quota per partecipazione giornaliera

La partecipazione giornaliera al convegno GBU 2017 prevede una quota da sostenere come contributo all’organizzazione. Inoltre, sempre dietro prenotazione, col relativo costo, è possibile pranzare o cenare nella struttura ospitante.

PARTECIPAZIONE INTERA GIORNATA: € 10,00
PARTECIPAZIONE MEZZA GIORNATA: € 5,00

È esclusa per i bambini da 0 a 11 anni.
Per gli studenti dai 12 anni in su e’ necessario prenotarsi ma sarà applicato uno sconto del 20% in loco.

1 PASTO GIORNALIERO (PRANZO O CENA): € 15
2 PASTI GIORNALIERI (PRANZO E CENA): € 25

La prenotazione dei pasti è esclusa per i bambini da 0 a 3 anni.
Per i bambini da 4 a 11 anni è necessario prenotare i pasti ma sarà applicato uno sconto del 30% in loco.