Presentazioni libri

Il ritorno dell’epica (Lunedì Letterario)

Il ritorno dell’epica. Guardando i supereroi oggi.

 

Giovanbattista Vico raccontava qualche secolo fa che i popoli all’inizio della loro storia e e agli albori della loro civiltà hanno bisogno dei poemi epici, per raccontare in maniera semplice quelli che sono i conflitti umani. Nel XX secolo scrittori come Tolkien e Lewis hanno affermato in due diversi scritti che l’umanità ha bisogno di storia e narrazioni che servono per sviluppare il proprio senso di giustizia e speranza. In un mondo che sembra aver dimenticato quali sono le sue grandi narrazioni (mi riferisco anche alla grande narrazione biblica) non stupisce che il linguaggio cinematografico e in particolare quello che proviene dai fumetti nati nella seconda metà del secolo scorso abbiano in qualche modo rimpiazzato le storie ed i poemi epici. In questa ottica possono essere visti tutti i film di supereroi di questo ultimo periodo ed anche l’ultimo che è ancora nelle sale Avengers: Infinity War.

Terzo film della serie dedicata ai supereroi Marvel ma collegato ad almeno un’altra quindicina di film che la Marvel Cinematic Universe  ha ideato facendo un lavoro sistematico di connessioni tra diversi film e diversi personaggi che non ha riscontri nella storia del cinema. Le moderne tecniche elettroniche hanno permesso negli ultimi anni di creare questi film ad alta spettacolarità e che non sempre presentano una trama banale, ma che possono portare anche a delle riflessioni di tipo filosofico-teologico, proprio perché, accanto all’azione vi è il conflitto individuale e collettivo che emerge in una perenne lotta contro il male e contro sé stessi e con il mondo circostante.

La trama dell’ultimo film della Marvel non è complessa: un cattivo di nome Thanos, decide di minacciare non semplicemente la Terra ma l’intero Universo cercando di impossessarsi di una serie di gemme del potere che, incastonate su un guanto e unite tutte insieme, portano ad una sorta di onnipotenza. Thanos, che pensa che la popolazione universale deve essere dimezzata per evitare la distruzione del cosmo, dopo la conquista delle gemme, lo potrà fare con un semplice schiocco di dita. E’ proprio il cattivo il personaggio più interessante: la sua malvagità e pazzia (quasi simile a quella di un personaggio di una tragedia shakespeariana), il suo delirio di onnipotenza, fanno dell’extraterrestre il più “umano” dei cattivi, in conflitto anche con sé stesso, ma disposto a tutto pur di conseguire il potere, persino di sacrificare la propria figlia. Il delirio di onnipotenza è la sua malattia, l’idea di poter fare del bene non rendendosi conto del male che fa, allude anche alla mentalità totalitaria presente nella mente umana e che ha dominato il XX secolo ed anche il XXI ed anche a quell’orgoglio che è presente sin dalla storia di Adamo ed Eva (“sarete come dei”).

Ad opporsi al cattivo (ovviamente coadiuvato da servi malvagi) una serie di supereroi, quasi la summa di tutti coloro che sono comparsi sino ad ora nei film del MCU. Iron Man, Thor, Vedova Nera, Capitan America e tutti gli altri, uniti anche ai Guardiani della Galassia, cercano di combattere la fine quasi apocalittica preannunciata da Thanos e dai suoi malvagi servitori. Il tentativo è assolutamente eroico, ma non è detto che porterà ad una sicura vittoria. Le scene di battaglia, in diversi luoghi sia della terra che al di fuori della terra sono impressionanti e non si può dire che i creatori di effetti speciali si siano risparmiati. Il dialogare è piuttosto semplice e, da parte degli eroi, sembra essere fatto solo di battute, quasi a voler smorzare la tensione del momento. Il finale, come sempre accade in questi film è ad effetto e merita di essere visto sino all’ultimo momento, visto che crea il collegamento con i futuri film della serie.

Cosa rimane dopo due ore e mezza di film? Sicuramente un momento di pausa nella propria vita, qualcuno potrebbe pensare anche un momento di “distrazione” dai problemi concreti (in fin dei conti anche i poemi epici e le storie fantasy del XX secolo sono state tacciate di fuga dalla realtà), ma anche un qualcosa su cui riflettere. Intanto il film, benché non sia un capolavoro, fa pensare ai prodigi che la tecnica umana ha raggiunto. Gli effetti sono così realistici che uno penserebbe che Wakanda, l’immaginario Eldorado africano dove abita la Pantera Nera, sia un luogo vero, che New York sia realmente devastata per la seconda volta (era già successo nel primo film degli Avengers), che esistano mondi e astronavi così lontane e così vicine.

Allo stesso tempo sorgono anche delle altre domande: come mai gli esseri umani riescono a descrivere meglio il male, perché il personaggio malvagio, come spesso accade anche nelle grande opere letterarie, è descritto meglio dei “buoni” che appaiono in confronto persone semplici che non riescono a fare discorsi seri? Un altro interrogativo che sorgono da questi film è la mancanza della presenza del divino, a meno che non sia rappresentato dagli stessi esseri umani dotati di superpoteri.

In effetti film come questi vanno letti anche come brani epici, ma nell’epica (ed anche nella tragedia greca) nel momento di maggiore crisi, l’intervento del divino poteva assicurare un esito diverso che, qui, invece, sembra essere affidato solo alle capacità umane, alle virtù dell’eroe.

Film come Avengers fanno riflettere su questo: nonostante la sceneggiatura sia pienamente post-moderna (anche se i buoni ed i cattivi sono ben distinti), la presenza di forze soprannaturali non è prevista. Le stesse gemme del potere sono delle forze immanenti che possono essere dominate da un essere vivente, basta trovare la giusta tecnica (il guanto fabbricato dagli stessi nani che lavoravano per Asgard, la patria di Thor). Ovviamente non vanno sottovalutati gli aspetti positivi del film come quello della speranza, quello dell’idea che ci siano valori come la giustizia e la salvaguardia dell’umanità che vanno tutelati. L’universo dei supereroi è tutto questo e il film può diventare un buon punto di discussione con persone che hanno perso la speranza, spiegando loro che la Speranza esiste ancora. Il film è da vedere e la violenza, nonostante le lunghe battaglie, è piuttosto contenuta.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

Il Lutero di Barth (Lunedì Letterario)

K. Barth, La Riforma protestante, a cura di F. Ferrario, Claudiana, Torino, 2018

Il 1933 era il 450° anniversario della nascita di Lutero e corrispondeva anche all’anno in cui Adolf Hitler saliva al potere, regolarmente votato dal popolo tedesco. Il più affermato teologo di lingua tedesca dell’epoca, Karl Barth, insegnava negli atenei della Germania e si trova di fronte ad una reinterpretazione, da parte dei nazisti e dei cristiano-tedeschi, della Riforma protestante e della figura di Lutero in chiave fortemente nazionalistica. Lutero era visto come un eroe germanico di stirpe ariana, capace di rendere grande la Nazione e iniziare la Riforma vista come un fenomeno propriamente germanico ed portatrice di un cristianesimo di stampo prettamente ariano. Barth in quei mesi maturerà la sua fiera opposizione sia al regime nazista che alla variante ariana e nazista del protestantesimo tedesco.

Gli scritti presenti nel volumetto Karl Barth, La Riforma protestante pubblicato da qualche mese da Claudiana, vanno letti in questo contesto storico che è ricostruito con dovizia di particolari da Fulvio Ferrario che nella sua introduzione narra le vicende storico-teologiche da cui sono originati gli scritti, tre assolutamente inediti per l’Italia e l’altro già tradotto nel volume che qualche anno fa mise insieme gli scritti che Barth aveva stampato in Esistenza teologica oggi!, una serie di pamphlet che si opponevano all’anti-cristianità del regime nazista e dei suoi seguaci.

Gli scritti inediti sono quelli dedicati a Lutero ed al resoconto della conferenza che qui è pubblicata con il titolo La Riforma è una decisione. I due scritti su Lutero sono un testo giornalistico redatto in occasione dell’anniversario in cui l’A. Ricostruisce la grandezza del personaggio, la sua asistematicità, il suo essere soprattutto un uomo di fede e non un esponente culturale, un anti-religioso (secondo l’idea Barthiana per cui l’annuncio di Cristo è un’anti-religione). Barth entra in chiara polemica con l’immagine eroica e di grande tedesco ariano che si stava ricostruendo nell’anniversario per ricordare che il riformatore di Wittenberg era soprattutto un Evangelista, nel senso di un annunciatore della Parola divina e che aveva compreso la grandezza del messaggio biblico. Un annunciatore del Vangelo, per il teologo svizzero, era quanto di più contrario ci potesse essere ad un nazionalista tedesco della prima metà del ventesimo secolo. Lo scritto, divulgativo e preparato per un giornale non entra in profondità sul pensiero di Lutero, ma dimostra la distanza che vi è tra l’interpretazione barthiana della Riforma e quella che era maggioritaria all’epoca.

Il secondo scritto su Lutero si intitola Il sapere di Lutero. Il termine sapere italiano traduce il termine Wissenschaft, che significa anche scienza. In queste dense pagine Barth descrive un Lutero che, travagliato e angosciato dal suo stato di essere umano, esce vincitore perché ha scoperto la salvezza per grazia data da Dio all’uomo: egli rinnega il sapere umano a favore di una conoscenza tutta centrata sulla Rivelazione speciale, rinnegando qualsiasi naturalità (anche qui si può leggere nelle righe la polemica con la teologia naturale dell’epoca che fungeva da giustificazione per il nazismo). L’articolo si chiude con la versione del de profundis di Lutero che rielabora il Salmo 130 in canto e che mostra come l’angoscia umana si possa trasformare in speranza, dando un tono quasi profetico allo scritto di Barth che continuava, in un periodo buio, proprio come Lutero, a mantenere la speranza che deriva dalla salvezza per grazia.

Lo scritto più interessante è quello che Ferrario ha deciso di collocare al centro di questo libro ed è la conferenza che Barth tenne a Berlino nel 1933 e che in italiano è tradotta con il titolo (che rispetta quello tedesco) Riforma come decisione. La conferenza, di cui si pubblica anche un resoconto  che è stato ripreso dai documenti dello studio di Busch su Barth, ebbe, nonostante le difficoltà ed il rischio di essere interrotta o censurata, una vasta eco e fu poi pubblicata nella nuova rivista Esistenza teologica oggi!. Lo scritto è centrato sul termine decisione. La Riforma èvista come un percorso consapevole che ha rinnovato le mentalità e che ha dato un apporto unico al pensiero dell’Occidente. Per Barth quattro sono le linee portanti del pensiero riformato: Sacra Scrittura, dottrina del peccato originale, salvezza per grazia ed elezione. Questi linee di pensiero hanno innestato un movimento irreversibile, dove si sentono le voci degli Apostoli e dove non si può tornare indietro snaturando il cristianesimo con un altro Vangelo. Ecco perché l’A. Riteneva il movimento dei cristiano-tedeschi eretico, proprio perché si atteneva a decisioni di tipo umano piuttosto che alla rivelazione divina, unica detentrice della verità del Vangelo. Questo è il principale motivo per cui questo scritto mantiene negli anni ancora il suo fascino ed in esso il teologo svizzero non teme di usare la parola Resistenza. Il Protestantesimo autentico deve resistere di fronte ai soprusi che si vogliono fare del Vangelo.

Ferrario si chiede quanto sia ancora attuale un pensiero simile ai nostri giorni. Benché concordiamo pienamente con lui che il ritratto di Lutero fatto da Barth rischia, a sua volta, di essere troppo enfatico e non teologicamente corretto, dobbiamo ammettere che i suoi scritti mantengono una forza che ancora oggi va ammirata, soprattutto per il coraggio mostrato in una situazione difficile. La sua visione della Riforma protestante sicuramente risente delle circostanze ed anche del clima culturale (termini come decisione, angoscia umana, naturalità sono sicuramente influenzati dall’ambiente della cultura tedesca dell’epoca), ma rimangono degli scritti affascinanti ed anche di testimonianza. Pertanto il nostro consiglio è di immergersi nella lettura di questi scritti minori (ma non per questo meno significativi) di uno dei più grandi pensatori cristiani del XX secolo, imperfetto anche nel suo credere e nella sua vita, ma sicuramente meritevole di essere letto, meditato e ricordato per il coraggio delle sue scelte politiche, dettate non da mero interesse, ma dalla fedeltà a quello che riteneva fosse il Vangelo. (Valerio Bernardi – DIRS GBU)

La tolleranza prima della tolleranza (Lunedì Letterario)

La sanguinaria dottrina della persecuzione per causa di coscienza (1644), Roger Williams; a cura di M. Rubboli, post. di Mario Micheletti, tr. di Sergio Ferlito, Edizioni GBU, 2017, 392 p., 15.00 €

 

L’avvento del protestantesimo ha portato, da un punto di vista religioso, il pluralismo della scelta individuale all’interno del mondo occidentale. Questo pluralismo non è stato accettato con serenità e gli stessi Riformatori (ci riferiamo alla triade classica) un po’ per paura, un po’ per doversi forzatamente scendere a patti con il potere politico, sono stati intolleranti contro coloro che la pensavano diversamente. Tutto questo è stato vero soprattutto per l’Europa, dove le chiese protestanti (anche nelle loro formule cittadine come quella di Calvino) diventarono chiese nazionali e si schierarono con il Principe dominante all’epoca, dando vita quel fenomeno, divenuto prevalente nel XVII secolo che è denominato oggi dagli storici confessionalismo (ovvero il riconoscersi come Chiesa e come individuo in un Credo formulato da un gruppo di teologi).

La situazione, però, iniziò a cambiare proprio a partire dal XVII secolo e soprattutto a cavallo di tre eventi storici molto importanti: la Rivoluzione inglese che, attraverso un calvinismo militante, applicò il diritto alla ribellione al monarca, la Guerra dei Trent’anni, ultimo conflitto religioso europeo che portò ad una certa libertà religiosa sul continente, ma anche all’inizio di una secolarizzazione e di una certa indifferenza nei confronti della questione religiosa e, infine, la nascita della prime colonie in Nord America da parte degli inglesi. Queste ultime, nate sulla scia della fuga anche di tipo religioso, nacquero sotto una prevalenza protestante, ma che vide nel congregazionalismo la sua forma ecclesiale principale, e nel calvinismo la teologia culturalmente prevalente (almeno nella prima fase di espansione ed anche nel cosiddetto primo Risveglio).

E’ proprio all’interno delle colonie americane in quel “quarto protestantesimo” un po’ dimenticato nelle celebrazioni del cinquecentenario che inizia un dibattito sul rapporto tra stato, credo religioso e coscienza individuale che, secondo molti oggi, ha dato vita alla moderna democrazia, vista con una certa ammirazione dagli europei due secoli dopo (si pensi ad Alexis de Tocqueville).

Massimo Rubboli descrive bene questo clima nell’introduzione al libro La sanguinaria dottrina della persecuzione per causa di coscienza, pubblicato lo scorso anni dalle edizioni GBU, di Roger Williams, pastore congregazionalista inglese che, a causa della sua dissidenza nei confronti dei Puritani del Massachusetts, fu costretto a collocarsi in un altro spazio dell’America settentrionale e a fondare la cittadina di Providence che diventerà la capitale del Rhode Island, la prima colonia del Nord America dove si sarà effettivamente liberi di professare la propria religione. La polemica che Williams porterà avanti si inserisce in questo complesso quadro storico ed inizia con una lunga risposta a John Cotton, pastore calvinista che riteneva che la Chiesa avesse tutto il diritto di perseguitare e bandire gli eretici non solo dalla comunità ma anche dalla società civile, sulla base del modello calvinista che si era anche diffuso a Ginevra, dove il potere del Concistoro spesso si era sovrapposto (o giustapposto) a quello del Consiglio Comunale, facendo coincidere talvolta potere religioso e potere secolare.

Williams risponde a Cotton, immaginando un dialogo (tipico modello di scrittura dell’epoca, non dimentichiamoci che anche il Pellegrinaggio del Cristiano è scritto nella stessa maniera) tra Verità e Pace che, come si può vedere ad un’attenta lettura del saggio, vanno d’accordo al contrario di quanto si potesse credere in un’epoca di forte conflitto. Le argomentazioni portate avanti da Williams, poi, partono sempre dal dato scritturale e, al contrario, di quanto avverrà con il modello di tolleranza di John Locke (posteriore solo di qualche anno), hanno un fondamento biblico e religioso e non accettando il detto di Grozio etsi deus non daretur (come se Dio non ci fosse). L’originalità del testo è proprio in questo: il far scaturire dalla lettura degli stessi passi riportati da Cotton (parabola della zizzanie, Romani, apocalisse ed altri) il credere che il Cristianesimo, il nuovo patto che vuole la salvezza dell’umanità non può imporsi con la forza, ma solo con la persuasione della Verità.

Lo scritto di Williams può apparire ripetitivo, non di facile lettura, ma porta avanti un insegnamento che permetterà di avere un atteggiamento di tolleranza anche nei confronti del paganesimo, evitando, quindi, le conversioni forzate dei nativi americani e ipotizzando che potessero vivere pacificamente con i bianchi provenienti dal suolo inglese. La lettura del Nuovo Testamento e del famoso passo di Romani 13, collegato ad altri passi, fa ribadire al pastore di Providence, l’idea che lo Stato e la Chiesa siano entità assolutamente indipendenti tra loro e che non si può pensare di imporre allo Stato un magistrato che sia per forza cristiano o di pensare che debba esistere su questa terra uno Stato propriamente cristiano. Questo non significa per Williams che i credenti non debbano agire per avere delle leggi che possano essere moralmente ineccepibili, ma, allo stesso tempo, si devono ricordare che queste non possono essere determinate dalla Chiesa, ma solo dall’individuo credente che si impegna nella sfera pubblica. Per l’A. l’autonomia del credente deve essere tale da far sì che anche istituzioni come quelle universitarie non debbano essere frequentate perché rischiano di influenzare la vera fede.

Il testo presentato in italiano è chiuso da una postfazione di Micheletti che, riprendendo il discorso di Rubboli (che colloca storicamente lo scritto all’interno dell’indipendentismo protestante), mostra come il discorso di Williams si inserisca all’interno del dibattito filosofico politico dell’epoca e come abbia risentito delle influenze del pensiero anabattista e battista. Non manca anche un confronto con il modello di Locke che sarà di qualche anno successivo e che per certi versi è simile ed allo stesso tempo dissimile da quello di Williams.

L’avere a disposizione questo scritto in italiano è importante e chiunque si occupi di pensiero politico moderno dovrebbe averne una copia anche per meglio comprendere le radici della democrazia americana, che hanno solide fondamenta all’interno del protestantesimo non convenzionale. Il testo è importante anche per far riflettere i credenti a proposito del rapporto fede/politica ancora oggi discusso e serve a riscoprire un classico del pensiero cristiano che, negli ultimi anni, è stato profondamente rivalutato sia nel campo laico (si veda quello che dice Martha Nussbaum nei suoi scritti sulla tolleranza dove parla di un “paradigma” Williams) sia in quello religioso (Miroslav Volf elogia Williams come modello da seguire nel suo A Public Faith e lo riprende anche nell’ultimo suo libro Flourishing).

(Valerio Bernardi – Dirs Gbu)

 

Per info sul libro vedi qui

 

 

 

 

Entropia genetica (Lunedì Letterario)

Lunedì 23 Aprile 2018

 

J.C. Sanford, Entropia Genetica, AISO, 2017, tit. or. Genetic Entropy, FMS, USA, 2014, 4th edition

Provando a digitare su un motore di ricerca J C Sanford, uno dei risultati è la pagina di un forum: Why is someone so smart like John C Sanford who invented the Gene Gun a creationist? A quanto pare essere svegli, furbi e anche creazionisti non si può.

Sanford è uno scienziato creazionista scomodo. Intanto è uno scienziato con credenziali decisamente alte e un lungo e ricco profilo scientifico: professore alla Cornell University per oltre 25 anni, tra i maggiori esperti mondiali di ingegneria genetica, inventore della tecnica e del dispositivo della biolistica, noto come Gene Gun, grazie al quale è diventato possibile inserire Dna estraneo dentro una cellula, e co-inventore della tecnica della resistenza derivata da patogeni e del processo di immunizzazione genetica. In pratica tutta l’ingegneria genetica deve a lui buona parte delle proprie enormi conquiste tecnologiche degli ultimi 30 anni.

John Sanford è uno scienziato scomodo anche perché nella prima parte della sua carriera è stato ateo ed evoluzionista.

Ma poi, egli afferma, approfondendo gli studi sui processi genetici, si è trovato di fronte alla sfida di mettere in discussione gli assiomi fondamentali del darwinismo per cui, lungo un percorso di svariati anni, si è trovato a passare da ateo a teista evoluzionista e poi a cristiano convinto dalle proprie ricerche che le basi delle teorie derivate da Darwin siano fondate sul nulla dal punto di vista sperimentale.

Perché, egli dice, abbiamo davanti due cose, quando parliamo di scienza, la scienza sperimentale e la scienza storica. Facciamo scienza sperimentale quando eseguiamo un esperimento che poi sia ripetibile in altri laboratori e il risultato sia confutabile, verificabile, falsificabile.

Quando invece, a partire da un fatto, da una realtà presente e sotto i nostri occhi, procediamo per inferenze e ipotesi, ricostruendo il passato, descrivendo eventi e processi che non possiamo riprodurre né più osservare, allora facciamo scienza storica. E facendo quella, se siamo troppo concentrati sulle nostre ipotesi e credenze, a forza di procedere per deduzioni, il rischio che dalla historical science finiamo nella science fiction è alto.

Ad esempio, per tornare a quella pagina del forum che ha deciso che non si possa essere creazionisti e anche intelligenti, tra le diverse critiche dei vari utenti esperti, si trova quella di chi inveisce contro la cecità dei creazionisti, perché l’evoluzione è sotto i nostri occhi: li vedi un chihuahua e un alano? quella è evoluzione.

Come se mai ci sia stato da qualche parte un creazionista che abbia negato il fatto evidente che tutte le diverse razze di canidi siano il risultato di processi di adattamento a condizioni e ambienti diversi di quello che è stato un antenato canide comune. Ma poi, procedere ancora indietro, dal canide al roditore, al rettile, all’animale acquatico, al vegetale, al protozoo, all’organismo unicellulare è tutt’altro percorso e ben diversamente evidente.

Genetic Entropy, pubblicato per la prima volta nel 2005, è il risultato di lunghi anni di ricerche nel campo della genetica e della bioinformatica. La tesi fondamentale, che Sanford espone per tutta l’opera attraverso grafici, statistiche, argomentazioni teoriche, esempi pratici è che il corredo genetico di un organismo, con il passare del tempo e delle generazioni, è soggetto ad un processo di graduale e inesorabile degenerazione dovuta all’accumularsi continuo di mutazioni le quali sono tutte negative, al massimo neutrali o quasi-neutrali. La percentuale di mutazioni che abbiano effetti positivi è talmente bassa da essere trascurabile.

La legge dell’entropia, dell’inesorabile tendenza al caos e al disfacimento, agisce sul genoma, questo dimostra ogni tipo di ricerche ed esperimenti. E dunque, a livello sperimentale, su base genetica, non si trova traccia alcuna dell’assioma primario dell’evoluzionismo, che, cioè, mutazioni casuali e selezione naturale producano aumento di informazioni genetiche e dunque aumento della complessità della vita.

Ogni tipo di esperimenti, al contrario, mostra ampiamente una costante e inarrestabile perdita di informazioni genetiche. Non c’è alcuna evidenza di qualcosa che possa lontanamente dirsi creativo nel processo di selezione naturale. Quello che al più si osserva è il meccanismo di conservazione di cui la vita appare dotato, che permette la neutralizzazione delle mutazioni più dannose e dunque tutto quello che si può dire è che la vita, a livello genetico, risulta strutturata per conservarsi e rallentare il più possibile il processo degenerativo.

Attraverso i diversi capitoli l’A. affronta e demolisce gli assunti fondamentali del dogma evoluzionista e neodarwiniano. Nelle 6 appendici poste dopo i capitoli si confronta direttamente con molte delle possibili obiezioni alle sue ricerche e in fondo esprime chiaramente il fondamento cristiano del suo lavoro.

Nell’ultima appendice affronta la questione della risposta del mondo accademico a questo suo lavoro. Nonostante la richiesta di revisione critica da parte di altri scienziati, l’A. lamenta un sostanziale silenzio.

Ed è certo una cosa notevole, considerando il calibro dell’autore, con più di 70 pubblicazioni scientifiche e diversi brevetti, di certo avrebbe meritato perlomeno una puntuale ed argomentata confutazione, magari anche una stroncatura.

Genetic Entropy è edito da FMS, una organizzazione fondata dallo stesso Sanford e soltanto adesso, nel 2017, ad opera di AISO, Associazione Italiana Studi sulle Origini, abbiamo un’edizione italiana con immutata veste grafica rispetto all’edizione originale.

Praticamente impossibile trovare commenti critici equilibrati: da un lato gli evoluzionisti attaccano duramente il suo lavoro mettendo in dubbio la sua stessa etica e la buona fede, delegittimando e deridendone le tesi (anzi, per la verità, praticamente tutto ciò che si trova di critico è di questo tenore, sono pochissime le puntuali e argomentate confutazioni); dall’altro versante coloro che hanno convinzioni creazioniste, salutano Genetic Entropy come una tra le più potenti e lampanti demolizioni del dogma neodarwinista, l’opera più illuminante.

Così ci troviamo in questo nostro tempo, le argomentazioni di coloro che si dichiarano sostenitori di un punto di vista scientifico, razionale, sono della stessa natura di quelle di seguaci, estremisti, fedeli, cariche, cioè, di personalismi, di emotività, di espressioni ricorrenti e stereotipate, degne di una qualsiasi corrente religiosa.

Per di più gli ambiti di indagine di tanta scienza sperimentale sono diventati talmente distanti dalla possibile percezione del sentire comune (ad esempio la genetica e il suo mondo di dimensioni infinitesimali) da essere di fatto accessibili ad una cerchia ristrettissima di persone, come sacerdoti o profeti in contatto con il trascendente, le quali affermazioni, contrariamente a quello che dovrebbe essere la scienza, possono soltanto essere accolte o rigettate con un gesto, che non può essere chiamato altrimenti che fede.

Daniele Mangiola | 23.04.2018

Dirs Gbu

Riforma senza futuro? (Lunedì Letterario)

Lunedì 12 Marzo 2018

Riflettendo sulla Riforma IV

 

Un dibattito aperto e che si è ravvivato durante le celebrazioni del Cinquecentenario della Riforma è quello riguardante l’attualità del protestantesimo. Già qualche anno fa Mark Noll, sociologo e teologo evangelico, si chiedeva se i tempi non avessero portato ad un superamento delle istanze del pensiero riformato. Questo dibattito ha avuto qualche eco in Italia e, nel corso del 2017, Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica della Facoltà Teologica Valdese, ha raccolto la sfida, pubblicando, per i tipi della Claudiana, un testo dal titolo, Il Futuro della Riforma.

Il testo inizia con un’analisi della situazione religiosa dell’Europa (direi) oggi preceduta da un’invocazione (“Nella Tua bontà, dacci un avvenire”) che non nasconde la crisi del mondo protestante europeo, in particolare quello delle chiese “storiche” e di Stato, dove è chiuso tra la tenaglia della “areligiosità” e della postsecolarità, in cui si cercano spiritualità che sono alternative a quelle proposte dal cristianesimo. Ferrario passa in esame i dati del problema ed anche le conclusioni filosofiche che, nella modellizzazione proposta, sono rappresentate dal pensiero di Habermas (che ha suggerito, in alcune delle sue opere più tarde, alle religioni a continuare a diffondere la propria significatività in un mondo plurale) e di Bauman, la cui idea di società liquida si rispecchia anche in un bisogno di religiosità liquida, una religiosità “fai da te” che permea soprattutto le società più secolarizzate. Non manca la discussione sul concetto di secolarizzazione e su come essa sia stata determinata dal protestantesimo. Sulla scia della lezione bonhoefferiana, l’A. Vede nel “mondo adulto” un’occasione per un rinnovamento della predicazione del Vangelo.

Proprio partendo da quest’idea il secondo capitolo delinea un modello di pastorale protestante che sarebbe il mezzo con cui dovrebbe sussistere il protestantesimo nel nostro mondo. Ferrario vede nella Parola e nella Chiesa i due poli di questo progetto. La Parola ha una rivalutazione di tipo liturgico ed è usata nel protestantesimo con varie funzioni da quella della predicazione, a quella dell’istruzione, a quella della cura pastorale e della pietà personale. Queste quattro dimensioni della Parola sono fondamentali per il protestantesimo. La Chiesa, nel modello protestante, potrebbe sembrare il lato debole, ma una rivalutazione dei ministeri e il fondamento che viene dato al valore della comunità ecclesiale, fa sì che l’appartenenza ecclesiastica divenga una peculiarità delle chiese evangeliche.

Come da buona tradizione teologica continentale, la cristocentricità è vista come una delle costanti del pensiero protestante. Infatti il terzo capitolo è dedicato al Cristo della Riforma. L’A, dopo aver identificato in Cristo la stessa Rivelazione di Dio (riprendendo Barth) e spiegato cosa si intende con questo termine, riprende la theologia crucis di Lutero, mostrando come la testimonianza del Cristo che patisce e che soffre per la sua umanizzazione sia al centro del pensiero riformato anche nel XX secolo e Barth e Moltmann (ma anche Jungel) ne sono stati i più grandi interpreti.

Per essere ancora “attuale” il protestantesimo non si può presentare solo come teologia e pastorale, ma deve anche essere proposta etica per il mondo in cui viviamo. Ecco perché il quarto capitolo del volume è dedicato al tema della responsabilità del cristiano. Si riprende il concetto della responsabilità cristiana riprendendo il rapporto tra fede e ubbidienza come emerge nel testo di Lutero dedicato alla Libertà del cristiano e si pensa ad un modello di responsabilità personale ed anche di discepolato che vada al di là del proprio gruppo confessionale pur partendo da esso e che può dare una chiara testimonianza ecclesiale nel dibattito etico, dove Ferrario pensa che l’apertura al mondo sia una delle chiavi interpretative della voce del credente (o della voce della Chiesa, questo non è chiaro, in un testo in cui non si fa una chiara distinzione fra individuo e comunità).

Il libro si chiude con l’idea della “inattualità” della Riforma che andrebbe un po’ contro il pensiero di altri AA. (si veda quanto abbiamo scritto a proposito del testo di McGrath) che, invece, vedrebbe nella Riforma un pensiero attuale e non totalmente al di fuori dei tempi. Ferrario fa un elenco di “sfide” che il protestantesimo deve affrontare e che vanno da quella ecumenica, a quella del concetto di sacerdozio, ad una chiesa che deve riscoprire il ruolo del discepolato. Solo il paragrafo finale esce dalla prospettiva europea per accennare al “nuovo protestantesimo” (che in realtà è una variante dell’ala radicale) che è trionfante in alcune parti del mondo diverse da quelle europea, dove sicuramente una secolarizzazione avanzante e, perché no, un certo insuccesso di un messaggio poco radicale e sin troppo conformistico ha reso il protestantesimo “inattuale”:

Il volume merita di essere letto, ove si voglia conoscere la percezione di un protestantesimo in crisi come quello continentale e delle chiese storiche che, però, nel caso del modello proposto da Ferrario continua, pur dotato di un’adeguata capacità di analisi contestuale, a rimanere autoreferenziale, rischiando così di continuare ad essere marginale.

Il modello “vincente” di protestantesimo, a nostro parere, non è quello proposto da questo volume che, giustamente, finisce con il chiedersi se il protestantesimo sia inattuale. Risulta oggi dominante un mondo evangelico con una struttura ecclesiastica piuttosto agile (a noi sembra invece che la proposta del teologo valdese, forse da leggere in ambito ecumenico, sia quella di una sorta di irrigidimento della confessionalità e del ruolo dei ministeri e della Chiesa) e con un rapporto personale con il Vangelo (una parola che non appare molto spesso nel testo) che continua a dover essere predicato. Solo forse capovolgendo la prospettiva si può avere un protestantesimo vincente ed anche una prospettiva ecumenica meno agganciata a quanto avviene nella Curia Romana o nelle stanze ginevrine del Consiglio delle Chiese. Forse sarebbe valsa la pensa volgersi verso quest’altro aspetto per cercare una risposta che, va ammesso, si cerca nello studio proposto.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

Il cappellano reale (Lunedì Letterario)

Lunedì 26 Febbraio 2018

 

Il nostro sito ha pubblicato qualche giorno fa un estratto dal libro di McGrath recensito la scorsa settimana e meglio non si poteva celebrare il più grande evangelista americano del XX secolo: Billy Graham. La nostra rubrica letteraria, invece, si soffermerà questa settimana su una serie tra le più acclamate della televisione in streaming: The Crown trasmesso in esclusiva da Netflix anche in Italia e vincitore di diversi premi televisivi. Al contrario della variegata offerta centrata molto su fantasy, fiction e fantascienza, la serie inglese narra le vicende della famiglia Windsor, partendo dall’incoronazione di Elisabetta II sino giungere (almeno sino al momento) agli inizi degli anni 1960.

La ricostruzione storica della serie appare quanto meno sontuosa e molti (compresi il sottoscritto), dopo aver visto una puntata, vanno a controllare quanto siano storici gli avvenimenti. Alcuni hanno detto che si tratta di telefilm piuttosto lenti nel loro svolgimento (20 puntate di circa un’ora hanno coperto poco più di un decennio del regno più lungo della storia del Regno Unito), ma la sua accuratezza nei particolari, nella descrizione del cerimoniale, nello svolgimento lento della storia, ci pare essere la sua forza, tipica della buona tradizione delle serie di stampo britannico che, in questi aspetti, molto più che sul “taglio” fotografico e sulla sceneggiatura, superano per qualità quelle americane.

The Crown inizia con la giovanissima Elisabetta II proiettata, dall’inaspettata morte del padre, alla corona di Inghilterra. Tutti sapevano che sarebbe diventata la sovrana d’Inghilterra masi pensava che tutto ciò sarebbe accaduto molto più tardi. I protagonisti della prima serie sono la Regina e Winston Churchill che, dopo la pausa laburista di Atlee, riprese il potere nella seconda metà degli anni Cinquanta. Il Primo Ministro inglese, l’eroe che aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale, si trova a dover “rendere conto” e a guidare nelle maglie del protocollo la giovane sovrana. La serie dipinge un Churchill che, nonostante le età e gli acciacchi, dopo i dubbi, riesce ad apprezzare l’atteggiamento di un sovrana che, nella magistrale interpretazione di Claire Foy, entra sempre più nel suo ruolo ed agisce  molto più di quanto ci si aspetti.

Accanto all’ambientazione storica (che, a nostro parere, è il punto forte della sceneggiatura di Peter Morgan) non mancano le questioni familiari: il matrimonio con Filippo in tutta la sua problematicità, il rapporto con la Regina Madre determinante nei primi anni del Regno, il rapporto conflittuale con la sorella Margareth che può permettersi, proprio perché non riveste un ruolo istituzionale, di poter vivere una vita meno regolata e convenzionale. Elisabetta, però, dimostra la sua forza proprio nel rispettare le regole, nel capire quale sia il suo ruolo, nel valorizzare i suoi silenzi oltre che le sue parole. In un mondo come quello degli anni 1950 è chiaro che un personaggio come Filippo che, nella sceneggiatura del film, è sposato da Elisabetta per reale amore, si trovi in una situazione di subordinazione e di frustrazione per una persona che aveva aspirazioni (peraltro un po’ immaginarie) di poter diventare a sua volta sovrano della Grecia. La crisi di Filippo si approfondisce ancor di più nella seconda serie e, benché si possono apprezzare anche diverse delle caratteristiche dei principali personaggi, questi conflitti familiari talvolta rischiano di trasformare l’ottimo sceneggiato in una soap opera, anche se sono importanti per comprendere come anche gli esseri votati a importanti compiti vivono i problemi della quotidianità.

Un aspetto interessante che il creatore della serie non ha ignorato è il fatto che, tra i diversi ruoli che il sovrano britannico ricopre, vi è anche quello di Supreme Governor of the Church of England (Supremo Governatore della Chiesa d’Inghilterra): in tutta la serie non viene posto alcun dubbio sulla sincera fede di Elisabetta (più volte la si vede pregare) e sull’importanza che viene dato al ruolo che riveste nei compiti della regina. Elisabetta è una credente sincera che rimane affascinata (come è stato nella realtà) dal più grande predicatore della seconda metà del XX secolo. Una buona parte di una delle puntate della seconda serie è dedicato a questo incontro e sintetizza bene anche l’importanza di Graham nel mondo anglosassone. Elisabetta (nello sceneggiato, ma pare anche nella realtà), è diventata una grande ammiratrice del predicatore battista probabilmente perché vide in lui la trasmissione di un messaggio semplice ed immediato e, durante la prima campagna evangelistica in Gran Bretagna, lo inviterà anche a predicare nella cappella di Windsor, rimanendo in costante contatto con Graham durante tutta la sua vita e cogliendo qualsiasi occasione per incontrarlo ed ascoltarlo, esattamente come hanno fatto diversi presidenti americani.

Pur se con qualche riserva, quindi (talvolta si indugia troppo sui rapporti familiari in maniera un po’ esagerata) The Crown è una serie che merita di essere vista e da cui si può trarre ispirazione sia per una maggiore conoscenza della storia del secolo scorso, sia per comprendere il complesso protocollo reale e la sua importanza ancora oggi nel mondo britannico, sia  per apprezzare alcuni valori come quelli religiosi che sono ancora tenuti in conto dalla monarchia (o almeno da Elisabetta II). Forse sarebbe stato il caso talvolta di non esagerare il tono un po’ pessimista sulla visione del mondo (presente un po’ nella sceneggiatura, dove la Corona è vista metaforicamente come un grande peso), ma è una serie che può portare a profonde riflessioni, pur nella piacevolezza della visione televisiva.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

Vedi qui il trailer dell’episodio

La Riforma sovversiva (Lunedì Letterario)

Lunedì 19 febbraio 2018

Riflettendo sulla Riforma III

Nel panorama italiano mancavano da diverso tempo delle opere che abbracciassero sinteticamente il profilo storico e teologico della Riforma Protestante. In occasione del cinquecentenario la nostra casa editrice ha deciso di tradurre un testo di Alister McGrath che in italiano ha come titolo La Riforma protestante e le sue idee sovversive. Una storia dal XVI al XXI secolo. La scelta ha già ricevuto commenti molto positivi (si veda la recensione di Giancarlo Rinaldi su https://giancarlorinaldiblog.wordpress.com/2017/11/23/una-sovversione-conservatrice/), ma la nostra rassegna serve per evidenziare alcuni aspetti che non sono stati evidenziati nelle precedenti recensioni.

In primis l’A.: la scelta di McGrath e del suo testo ha una sua significatività. Il teologo britannico si era già distinto per opere importanti sulla storia del dogma nel protestantesimo (magistrale è il suo lavoro sulla giustificazione ed anche quella che ricostruisce i prodromi della Riforma Protestante) ed è un anglicano evangelico, appartenente a quella “terra di mezzo” tra protestantesimo e cattolicesimo che permette di avere uno sguardo critico e disincantato. L’altra caratteristica (quello di essere evangelico) fa sì che ci sia uan profonda conoscenza del mondo protestante di oggi e dei suoi sviluppi nei Paesi del Sud del mondo.

In secondo luogo, McGrath è un soprattutto un teologo più che uno storico ed il testo lo dimostra. Infatti, l’impianto sintetico, ma allo stesso tempo accattivante (il testo si legge d’un fiato grazia anche alla buona traduzione), si basa su una griglia interpretativa ben precisa: il protestantesimo è stata una “rivoluzione”, in quanto ha cambiato le vicende dell’Europa Occidentale prima e del mondo dopo in maniera ineluttabile, grazie alle sue idee. Esso ha sicuramente tenuto conto delle spinte della modernità, ma ha anche mantenuto alcuni aspetti della tradizione.

Il testo si presenta strutturato nelle sue seicento e più pagine in tre diverse sezioni.

La prima parte si delinea come un profilo storico che va dalle origini sino al XIX secolo. McGrath si sofferma prima sui prodromi della Riforma, dando spazio alla figura di Lutero e ribadendo che si tratta di un riformatore malgrado sè stesso, che non aveva idea originariamente della portata rivoluzionaria delle sue idee. Si continua con il capitolo in cui si parla dei molteplici aspetti del movimento sin dall’inizio, di quali alcuni erano alternativi a Lutero (in primo luogo l’anabattismo), di chi siano stati i suoi successori (soprattutto Calvino) e di come sia stata “originale” la riforma Inglese. Lo sguardo si fa più sintetico quando si parla di Protestantesimo del XVII e XVIII secolo in Europa e ritorna ad essere più ampio quando si dedica un intero capitolo al Protestantesimo negli Stati Uniti che diverrà quello veicolante nel XIX e XX secolo e che assumerà caratteristiche (quali quelle del congregazionalismo e dei continui risvegli) tipiche.

La sezione centrale del saggio è quella più strettamente culturale e teologica ed è dedicata a quelle che sono definite le idee sovversive ed alle influenze che il Protestantesimo ha avuto nel campo della cultura. Per McGrath oltre ai cinque Sola (che sono frutto di una ricostruzione e che differiscono sin troppo nelle chiavi di lettura) le due idee principali che accomunano (pur nelle differenze di interpretazione) tutto il mondo protestante: l’autorità della Bibbia (il sola scriptura) ed il principio del sacerdozio universale che ha avuto effetti dirompenti non solo a livello ecclesiastico, ma anche a livello sociale. Molti potrebbero osservare che si tratta di una griglia limitante, ma come afferma più volte l’A., cercare elementi comuni appare cosa ardua e, alla fine, questi sono quelli a cui tutti i gruppi evangelici si richiamano.

I capitoli più interessanti del testo, infatti, a nostro parere, sono quelli che si occupano dell’impatto culturale del protestantesimo. Per McGrath con l’avvento di questa nuova forma di cristianesimo, piuttosto variegata dal punto di vista denominazionale e di strutture della fede, la figura di Cristo interagisce in maniera interessante con i contesti sociali, con l’economia, con l’educazione (più aperta e meno elitaria) e persino con le differenze di genere. Arti e scienze poi sono fortemente influenzate dal pensiero protestante e il teologo irlandese mostra come anche i modelli di spiegazione biologica sono plasmati ancora oggi all’interno del pensiero protestante, compreso il darwinismo. Non mancano interessanti accenni anche alla letteratura ed al privilegiamento che il mondo evangelico ha dato alla creatività verbale, diventando la culla di un’invenzione quale il romanzo. Per questi motivi il protestantesimo è “sovversivo” non solo nel campo ecclesiale, dove l’individuo è al centro del rapporto di salvezza con il Cristo, ma anche con la cultura, dove il cristocentrismo (ben descritto nella prima parte di questa sottosezione) cambia anche il rapporto con la cultura.

L’ultima parte del testo è dedicato al presente ed al futuro. Da una parte in due capitoli si parla di quelle che sono state le più importanti svolte del protestantesimo del XX secolo: la trasformazione delle chiese statunitensi con il loro conseguente allontanamento dalle denominazioni tradizionali e la nascita del pentecostalismo, il movimento protestante che è maggiormente in crescita. Per McGrath le prospettive sono di crescita del protestantesimo soprattutto nel Sud del Mondo. Pertanto oggi il Protestantesimo non è più un fenomeno di pertinenza occidentale ma ha nell’Africa subsahariana, nell’Asia (Corea del Sud e Filippine sono i due esempi) e nell’America Meridionale i nuovi poli di sviluppo che sono visti con attenzione e su cui si fanno giuste osservazioni.

Il libro è una ottima sintesi che mancava nel panorama italiano dove gli studi (fatta eccezione per la tradizione della Storia del Protestantesimo di Leonard) continuano ad avere una prospettiva eurocentrica e da riforma magisteriale. Tra i meriti del testo vi è quello di essere la prima vera storia globale del protestantesimo pubblicata in italiano. La prospettiva anglosassone (non presente negli altri lavori) enfatizza il ruolo degli Stati Uniti che sono diventati, a partire dal XVII secolo, la Nazione che ha maggiormente caratterizzato il protestantesimo mondiale e del pentecostalismo che, benché sia maggioritario anche in Italia tra gli evangelici, non viene quasi mai adeguatamente trattato negli studi sul protestantesimo in Italia. La griglia interpretativa usata poi da McGrath che sottolinea la portata rivoluzionaria dal punto di vista culturale, ma anche e soprattutto teologico del movimento, ci permette di avere un’immagine che non è totalmente agiografica ma che non nasconde le criticità, le cadute ed i punti deboli. Si tratta di un testo che va letto da parte di chiunque voglia conoscere meglio il Protestantesimo in tutte le sue dimensioni.

Valerio Bernardi – DIRS GBU

Doctor Martinus (Lunedì Letterario)

Lunedì 5 Febbraio 2018

S. Rostagno, Doctor Martinus. Studi sulla Riforma, Claudiana, 2015

Riflettendo sulla Riforma Protestante (I).

 

Il 2017 è stato un anno importante per gli evangelici perché in tutto il mondo si è celebrato (idealmente) il cinquecentenario della Riforma Protestante, ricordando, in particolar modo, l’affissione delle 95 tesi da parte di Martin Lutero, avvenuto il 31 ottobre 1517.

La riflessione sull’argomento ha portato alla pubblicazione, sin dall’anno precedente, di diversi libri e saggi dedicati all’argomento. Anche la nostra casa editrice è stata impegnata in questo e ne parleremo in questa rubrica nelle prossime occasioni. Data la mole di pubblicazioni, a mo’ di bilancio, abbiamo deciso di dare conto di alcune di questei (sia che esse siano stati tradotte in italiano o meno).

Risulta difficile scegliere tra quanto edito e risulterà ancor più difficile essere esaustivi. Abbiamo però deciso di partire da uno dei più interessanti studi teologici su Lutero, pubblicato già un paio di anni fa da Sergio Rostagno, docente emerito di teologia sistematica della Facoltà Teologica Valdese. Il suo testo si intitola Doctor Martinus. Studi sulla Riforma ed è stato pubblicato da Claudiana, primo in ordine cronologico tra i testi che la casa editrice valdese ha dedicato all’argomento, in occasione delle celebrazioni.

Più che una serie di studi sulla Riforma in generale, come dice il titolo principale, i saggi presenti nel volume sono dedicati alla speculazione teologica di Lutero, soprattutto negli anni che precedono la Dieta di Worms che, a detta anche di molti storici, sono essenziali per lo sviluppo del pensiero del riformatore di Wittenberg.

Il testo parte con un capitolo introduttivo in cui si sottolinea l’importanza di Lutero per l’Europa. Al contrario di quanto alcuni storici (ed anche teologi) affermano, Rostagno mette in evidenza che il pensiero di Lutero non può essere considerato divisivo dell’Europa, ma anzi fondante della stessa. Riprendendo alcune tesi sviluppatesi negli anni 1990 si afferma che il primato della coscienza, la richiesta della libertà individuale anticipano alcune delle caratteristiche che l’Europa avrà. Fa parte di queste peculiarità della teologia luterana anche la tensione che si crea tra frammento e sistema. Chi abbia avuto dimestichezza con gli scritti luterani e li abbia paragonati con l’ordine sistematico di Calvino avrà notato l’asistematicità del modo di scrivere che, però, proprio grazie a questa caratteristica riesce ad irrompere ed avere successo in tutta Europa, portando avanti delle tesi che hanno una loro sistematicità proprio nello sviluppo teologico e nel rapporto tra Dio e Uomo, visto in maniera diversa da quanto lo era stato sino ad allora.

Il secondo capitolo entra più nel cuore del testo e ricostruisce lo sviluppo del pensiero teologico di Lutero dal 1515 al 1520. Dopo aver ricostruito quello che era lo sfondo medievale in cui si mosse il pensiero di Lutero, viene ricordato come fondamentale sia stato il suo posto di docente di Sacra Scrittura a Wittenberg ed i suoi corsi sull’Epistola ai Romani di Paolo sui Salmi, che hanno avuto sempre un ruolo centrale nell’ermeneutica e nell’economia della salvezza sviluppata da Lutero.. Centrale è anche la sua polemica con la Scolastica e l’adesione, almeno in un primo tempo, alla Via Moderna, contro quella Antica, rappresentata in Europa dal Tomismo e dai Domenicani (che saranno anche l’Ordine che porterà avanti le Indulgenze). I paragrafi più interessanti sono gli ultimi tre dove Rostagno entra in dialogo con il pensiero teologico e filosofico del XX secolo per mostrare come la formazione di Lutero e lo sviluppo della sua teologia abbia influenzato il nostro essere nella nostra epoca ed abbia dato una nuova luce all’azione umana qui sulla terra: per l’A. i concetti di sintetico ed analitico sviluppati in Kant sono conseguenze della concezione della libertà sviluppata in Lutero.

E’ proprio a questa problematica ed all’accurata lettura della Libertà del Cristiano che sono dedicati i capitoli successivi. Dopo aver spiegato, all’inizio del terzo capitolo, la genesi dello scritto, la divisione del testo, in cui la prima parte, a parere dall’A., fonda il soggetto e la seconda parte è dedicata alla questione delle opere. Al centro delle speculazioni del terzo capitolo ci sono le prime righe dello scritto, le più importanti e discusse su cui si basa il rapporto tra fede e pratica. Il quarto capitolo è quello più teologico ed è dedicato a quelli che sono dichiarati i due lati della libertà: quello individuale che ha portato il soggetto a diventare il protagonista della modernità e quello che deriva dal Dono della grazia di Dio e che porta alla descrizione di una vera e propria fenomenologia della libertà, vista come una delle caratteristiche principali dell’esser protestante.

L’ultimo capitolo è quello che dà il titolo a tutto il testo e, scritto un anno e mezzo prima delle celebrazioni, si chiede quale sia la maniera giusta per celebrare il dottor Martino. Rostagno cerca di collegare il pensiero di Lutero alla modernità e di mostrare come abbia creato uno spazio alternativo rispetto all’egemonia della cultura cattolica e, anche, perché no, di quella laica e illuminista. La Riforma, come dice l’ultimo paragrafo del titolo, va avanti e deve essere portata avanti soprattutto per la sua nuova antropologia che ha rivoluzionato la visione dell’uomo moderno e contemporaneo.

Il testo si chiude con un’antologia di testi luterani alcuni dei quali tradotti per la prima volta in italiano, citati da Rostagno per potare avanti la sua tesi.

Il testo, molto interessante e profondo, non è di lettura facile ma ha il merito di proporre una lettura originale, almeno in Italia, della Libertà del Cristiano, che merita di essere esaminata con attenzione ed è, a nostro parere, uno dei migliori contributi teologici sulla questione da parte italiana. Rimane da discutere la parte concernente il futuro della Riforma, ancora molto collegato all’Europa ed alla terzietà del protestantesimo e la sottolineatura sulla questione delle coscienza e della libertà che, anche se portata avanti con una lettura attenta dei testi, ci pare che sia un topos sin troppo classico e forse abusato.

 

Valerio Bernardi (DiRS-GBU)

Le ore buie (Lunedì Letterario)

L’ora più buia (tit. or. Darkest Hour), regia di J. Wright, Working Title Films, distr. Universal Pictures, Regno Unito, 2017

Lunedì 29 gennaio 2018

(Valerio Bernardi)

Nella giornata della Memoria abbiamo pensato di riprendere nuovamente il Lunedì Letterario, la prima rubrica del DIRS-GBU, per cercare di proporre ai nostri lettori letture di libri, ma anche, perché no, di film e di serie, per adeguarsi un po’ anche al mondo che ci circonda, dove i messaggi “popolari” oggi non passano solamente attraverso la carta stampata (o letta su video), ma anche attraverso i cosiddetti mass media, che, pur nella loro criticità, quando si vuole, possono essere veicoli di cultura e di confronto con la fede cristiana.

Per questo motivo ho deciso di iniziare, parlando di un film che è nella sale in questi giorni e che è uno tra quelli che ha avuto alcune nominations per gli Oscar e dato già a Gary Oldman, l’attore protagonista assoluto, il Golden Globe. Si tratta dell’Ora più buia, film che descrive l’ascesa di Winston Churchill come Primo Ministro del Regno Unito, in una delle ore più critiche per quel Paese.

Il film propone una sorta di cronistoria romanzata (piuttosto attendibile da un punto di vista storico, e convincente per l’asciuttezza della trama) dell’insediamento di Churchill come Primo Ministro, e si conclude con il memorabile discorso tenuto durante l’Operazione Dinamo, che salvò gran parte dell’esercito britannico asserragliatosi a Dunquerque e circondato dalle forze Naziste. Diretto da Joe Wright, già diventato famoso con altri film (tra cui Espiazione ambientato nello stesso periodo), è centrato sulla magistrale interpretazione di Gary Oldman che interpreta Churchill. Il film non diventerà famoso per le sue mirabolanti scenografie e per la fotografia: come qualche critico ha fatto già notare, si tratta di un film per certi versi claustrofobico, in quanto molta parte delle scene si svolgono nel famoso rifugio anti-bombardamento in cui si riuniva il War Cabinet durante il secondo conflitto mondiale.

 

L’insediamento di quello che diventerà il più famoso politico britannico del XX secolo non fu facile: il suo stesso partito non lo desiderava e fu solo grazie alla volontà dell’opposizione (Labours e Whigs) che Churchill poté diventare Primo Ministro. I conservatori, che avevano la maggioranza in Parlamento, non gradivano Churchill perché conoscevano la sua intransigenza nei confronti della dittatura nazista con cui, a suo parere, non si poteva scendere a compromessi. Buona parte dei dialoghi iniziali dopo il suo insediamento riguardano infatti la possibilità (che in realtà la Gran Bretagna aveva sino ad allora tentato con Neville Chamberlain) di trattare una pace separata che mettesse il Commonwealth al riparo dall’aggressione fascista, lasciando l’Europa al suo destino. Nel film scopriamo un Churchill sicuramente aggressivo, piuttosto eccentrico, amante degli alcolici e del buon mangiare (tutti particolari che corrispondono a verità), ma che aveva ben chiara l’idea che bisognava vincere contro un nemico che rappresentava il Male e che non si doveva scendere ad alcun compromesso. La sceneggiatura e l’interpretazione cinematografica di Oldman non nascondono i momenti bui e le incertezze di un uomo dalle fondate convinzioni ma che, ad un certo punto, si rende conto di avere sulle spalle il destino del mondo. In questi tragici momenti Churchill deve prendere decisioni difficili, a volte tremende e tragiche, come quella di abbandonare la guarnigione di Le Havre per cercare di salvare l’esercito asserragliato a Dunquerque e tutto questo non viene fatto a cuor leggere, ma in preda a mille dubbi. I suoi memorabili discorsi alla Camera dei Comuni, le sue espressioni che sono diventate famose, sono ispirate dalla sua cultura letteraria che attinge dai classici latini a Shakespeare e che lo renderanno uno dei maggiori scrittori del XX secolo (portandolo, tra i pochi saggisti al Nobel per la Letteratura), nel film emergono dai suoi profondi dubbi e dalle notti passate insonni.

 

Il successo dell’operazione Dinamo che porterà al salvataggio di buona parte dell’esercito inglese, darà a Churchill nuovo vigore e permetterà alla Gran Bretagna di fronteggiare da sola per più di un anno la Germania ed i suoi alleati.

 

Il film porta a riconsiderare un grande avvenimento storico, un’ora sicuramente buia per il mondo e l’umanità e attribuisce ad un uomo in particolare il merito di aver superato questo momento difficile. Quest’uomo è, però, circondato da un popolo di valore che vuole essere con lui e vuole resistere, almeno nel film. Vi è un qualcosa di hegeliano nella figura di Churchill tracciata da Joe Wright: sembra di trovarsi davanti ad un individuo cosmico-storico, capace di leggere meglio di ogni altro quello che sta avvenendo, grazie anche alla sua ostinatezza e alla poca arrendevolezza. Allo stesso tempo, il ritratto di Churchill che ne viene fuori è quello di un uomo che, per nelle sue fragilità e nei suoi fallimenti (più volte nel film viene ricordato il disastro di Gallipoli nel primo conflitto mondiale che aveva in parte compromesso la sua vita politica), riesce a condurre una Nazione in difficoltà.

 

Da un punto di vista prettamente cristiano nel film si può notare la totale assenza del divino: tutto sembra essere nelle mani dell’uomo, anche se il protagonista potrebbe essere lì per un destino di tipo provvidenziale. Churchill stesso non ha nessuna crisi di tipo religioso; nel racconto domina soltanto la crisi del suo io. Ma, allo stesso tempo, la figura di Churchill si staglia come colui che ha ben chiaro che sta combattendo contro il Male assoluto, seguendo un principio superiore che potrà costare lacrime e sangue, ma che porterà alla fine alla vittoria. Una profonda speranza in cui credere anche nelle ore più buie, ecco il messaggio che si può evincere dalla visione del film. Per questo e per il fascino di una trama storica ben scritta il film vale la pena di essere visto.

(Valerio Bernardi)

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=owOKnpsc_WI      

 

Libri&Letture2016_Identità

Presenta Daniele Mangiola (DiRS GBU)

Certezze, 2016, Identità

Identità

di CERTEZZE Rivista di Edizioni GBU

Edizioni GBU

Formato: EPUB