Tre domande su Karl Marx

  1. Il 2018 è, tra i tanti anniversari, il bicentenario della nascita di Karl Marx,  uno dei pensatori che più hanno influenzato il mondo contemporaneo. Cosa possiamo dire a proposito del suo pensiero?

 

Karl Marx è stato uno dei pochi filosofi che ha oltrepassato il semplice dibattito filosofico di tipo teorico. Può essere considerato insieme a Nietzsche e Freud uno dei plasmatori del pensiero occidentale del XX secolo. Ha iniziato come uno studioso di filosofia “classico” (la sua tesi era sulla filosofia antica), ma già nella sua giovinezza ha cercato di applicare il suo pensiero a problemi di tipo pratico, pur rimanendo essenzialmente un teorico. Dopo i primi anni in cui si è formato il suo materialismo ed il suo pensiero politico radicale, l’inizio della sua permanenza parigina lo fece incontrare con il pensiero dei primi socialisti. Da rigoroso studioso qual era ritenne che il socialismo che, all’epoca, giustamente cercava di affrontare il problema della ingiustizia sociale derivante dalla prima  industrializzazione, non aveva avuto un approccio scientifico. Per questo motivo si mise a studiare i primi economisti e svilupperà un pensiero che dava una chiara chiave di lettura della sua epoca e proponeva anche un ipotesi di miglioramento. Già nel confronto con la filosofia tedesca a lui contemporanea aveva affermato di voler “cambiare il mondo, piuttosto che semplicemente intepretarlo” e, in effetti, a partire dal 1848, l’anno della pubblicazione del Manifesto, si applicò a cercare delle soluzioni allo sfruttamento che derivava, in tutto il mondo, dal lavoro di fabbrica della prima età industriale. Per lui la storia è sempre stata una storia di lotta di classe. Ecco perché propose che la lotta, nel XIX secolo, avvenisse tra le due classi sociali emergenti: la borghesia che era riuscita in Europa a conquistare il potere economico e politico ed il proletariato che, invece, era sfruttato nelle fabbriche. La sua analisi dello sfruttamento capitalistico è sicuramente efficace ed è assolutamente ben documentata. La sua cripticità, soprattutto nella fase finale della sua opera (non porterà mai a termine il Capitale) e nei suoi manoscritti pubblicati postumi, ha fatto sì che siano state proposte diverse interpretazioni del suo pensiero, che derivano più dal background culturale degli interpreti che da una lettura autentica e spassionata dei suoi scritti. Ecco perché rimane uno dei filosofi ancora oggi più letti e criticati o ammirati ed alcuni dei maggiori pensatori odierni (Zizek e Antonio Negri in primis) affermano di rifarsi al suo pensiero.

 

  1. In che misura Marx ha influenzato la nostra cultura? Parafrasando Benedetto Croce, cosa è morto e cosa è vivo di Marx?

 

Benedetto Croce già agli inizi del XX secolo riteneva che la filosofia di Marx fosse inattuale, perché alcune delle condizioni che l’avevano fatta nascere erano profondamente mutate e perché era troppo collegata ad una concezione materialista della vita dell’uomo. In realtà proprio mentre Croce scriveva queste pagine, il marxismo conobbe il suo più grande esperimento di applicazione che fu la Rivoluzione Russa. Sicuramente Marx ha fortemente influenzato la cultura europea anche per il semplice fatto che per più sessant’anni una parte dell’Europa, a partire dalla Russia, pensava di attuare il suo programma per una nuova umanità. Sappiamo come il tentativo sia stato disastroso e come in realtà si sia fermato alla formulazione di uno stato totalitario e oppressivo piuttosto che ad uno società senza classi e senza Stato come ipotizzato nel Manifesto. Il pensiero di Marx ha influenzato grandemente anche l’Occidente europeo, sia da un punto di vista pratico che teorico. Il Ventesimo secolo ha visto nell’Europa Occidentale il fiorire di partiti di stampo socialista che in parte si rifacevano a Marx e che, almeno sino agli anni Ottanta del secolo scorso, hanno dato un apporto fondamentale al benessere della società ed ad una distribuzione più equa delle ricchezze. Dal punto di vista teorico, soprattutto in Italia, buona parte della cultura dopo la Resistenza e nella prima Repubblica si è rifatta a Marx ed ha cercato di influenzare la società ed anche la lettura dell’arte, della storia, delle manifestazioni culturali in genere in chiave marxista. Pertanto non possiamo dire che Marx sia “morto”. Ancora oggi la sua critica alla società capitalista può essere ampiamente usata come mezzo di analisi dello sfruttamento sociale, soprattutto quando andiamo al di là del concetto di Nazione e guardiamo al mondo globalizzato dove le ineguaglianze sociali sono ancora molto forti.

 

 

  1. Cosa si può dire da un punto di vista evangelico della filosofia marxiana? Il suo ateismo compromette la possibilità di aderire ad alcune delle sue idee? O ci sono possibili punti di incontro?

Insieme a Nietzsche e Freud, come sosteneva Ricoeur, la filosofia di Marx ha portato alla cosiddetta “filosofia del sospetto”, l’idea che, al di là della semplice analisi di superficie, i rapporti umani vanno letti con maggiore profondità. In questo il pensiero marxiano va apprezzato e Marx va letto con attenzione, soprattutto in quelle pagine dove descrive come avviene lo sfruttamento sociale, come una minoranza della popolazione viva a scapito della grande maggioranza. La Bibbia ci insegna che la giustizia è un valore che va difeso e che i deboli e coloro che sono sfruttati vanno protetti. In questo la filosofia marxiana può essere un ausilio per vedere dove si possono riscontrare le ingiustizie. Il pensiero di Marx rimane però distante su altri versanti: l’ateismo pronunciato, il messianismo intramondano e l’idea di una lotta non pacifica. Per Marx Dio non esiste e la religione, pur essendo di sollievo al popolo, può diventare la sua droga quando assopisce l’idea di migliorare la società e impedisce alle classi subordinate di lottare anche in maniera violenta. Pertanto essere religiosi è apparentemente in contrasto con il suo pensiero. Marx spera in un mondo migliore avendo fiducia nelle risorse umane, sperando che questo diventi una specie di Paradiso per tutti. Per questo (e probabilmente qua il suo ebraismo di origine ha avuto qualche influenza) possiamo parlare di una sorta di messianismo in cui il proletariato diventa il Messia che attua il sogno di un mondo migliore. L’altro aspetto contraddittorio è sicuramente quello della lotta anche violenta. La volontà di pace e di armonia all’interno dell’umanità è in contrasto con una lotta di classe che sfoci in atti violenti come talvolta è successo. Allo stesso tempo, riteniamo che il pensiero di Marx rimanga una critica dell’economia dominante ed un’analisi della società e delle sue ingiustizie che va ascoltata con grande attenzione anche dai credenti che sperano nel ritorno di Cristo, ma che vogliono anche una società equa qui sulla terra.

(Valerio Bernardi)

 

 

 

 

 

 

 

Tre domande a Saverio Bisceglia su Alfie Evans

La vicenda del piccolo Alfie e la battaglia intrapresa dai suoi genitori contro il sistema sanitario inglese, ci riporta alle questioni di fine vita. Cosa pensi di questo caso?

Occorre dire anzitutto che Alfie soffriva di una malattia degenerativa del cervello che lo portava ad avere un’epilessia resistente ai farmaci. Ce ne sono diverse di queste malattie di solito di origine genetica, piuttosto rare, che portano in tempi più o meno precoci alla degenerazione dei neuroni e quindi alla morte prematura. Alfie ha iniziato da subito, nei primi mesi, a manifestare i sintomi della malattia e ha avuto necessità di sostegno delle funzioni vitali, con una progressiva e pressocchè totale dipendenza dalla tecnologia medica.

Il progresso scientifico in campo medico è sicuramente alla base delle questioni etiche che nascono nei momenti di fine vita. Se non avessimo apparecchiature e farmaci in grado di vicariare e stimolare completamente le funzioni vitali, non staremmo qui a parlare di Alfie come di tanti altri casi. Però quante vite sono state salvate grazie al progresso della medicina? Quindi occorre accettare il fatto che casi come quello di Alfie in determinate malattie ci saranno sempre, alcuni verranno alla ribalta della stampa altri passeranno silenziosi con la discrezione dovuta a genitori che sopportano il peso più grande.

 

Considerando le condizioni gravi di Alfie, perchè i genitori hanno voluto combattere questa battaglia?

Credo che la vita sia molto di più di quello che pensiamo o osserviamo. Quando parliamo della vita di una persona possiamo avere solo dei punti di vista, per esempio quello medico, quello psicologico o anche quello religioso o filosofico. Ma la vita è molto di più. Io sono un credente è nella Bibbia la vita è descritta come qualcosa che non ha solo a che fare con una somma perfetta di processi biologici e di condizioni vitali, ma ha la sua origine nel creatore di tutte le cose. Siamo in un certo senso fatti, anche se in modo non ben definibile, di materia di Dio. Nel nostro corpo avvengono processi e percezioni vitali che hanno a che fare con l’eternità, nessuno ha percezione della propria morte o se la rappresenta come un evento naturale. E’ un aspetto meraviglioso e tanto trascurato della vita che solo chi attraversa questi momenti percepisce. La vita diventa improvvisamente talmente preziosa nonostante tutto che non riesci a vedere altro che questo.  Tanto più questo accade ai genitori che quella vita l’hanno generata. Pretendere che loro abbiano un punto di vista medico sulla situazione del proprio bambino è semplicemente impossibile. Perciò con il loro atteggiamente hanno voluto dire aspettiamo ancora un po, non siamo ancora pronti alla perdita del nostro bambino e se proprio deve morire permetteteci di portarlo a casa.

 

Sappiamo come sono andate le cose, la sentenza del giudice e la ventilazione che è stata staccata dai medici contro il parere dei genitori. Quali riflessioni possiamo fare?

E’ troppo facile essere dalla parte dei genitori. Occorre riflettere sul fatto che tutti gli attori in campo compresi i genitori hanno dovuto affrontare decisioni di fronte alle quali nessuno può esprimere certezze. Personalmente credo che nelle decisioni di fine vita occorre essere alleati e non contendenti, come è accaduto, ciascuno deve conservare il proprio ruolo, senza pretendere di sapere cosa è meglio o cosa e giusto fare. Non è possibile standardizzare i comportamenti dei genitori, nello stesso modo con cui i medici standardizzano un protocollo di fine vita, perciò occorre un dialogo che non può passare da atti formali e giuridici. Non si è mai preparati a dire addio a una persona che amiamo e questo è un fatto oggettivo, non un’opinione. Credo tuttavia che non sia corretto vedere un’operazione di eutanasia nel comportamento dei medici inglesi, ma una presa d’atto che proseguire il sostegno vitale ad Alfie aveva perso ogni significato. Questa decisione andava secondo me concordata nei modi e nei tempi con i genitori attraverso un percorso di accettazione nel quale Alfie avrebbe mostrato senza ombra di dubbio che la sua vita aveva lasciato il posto ad una pseudo vita mantenuta meccanicamente. Un giorno un uomo di fede difronte alla morte tragica dei propri figli ha detto: “Il Signore ha dato il Signore ha tolto, benedetto il nome del Signore”. Come ho detto la vita è molto più della sua apparente tragicità e noi ne siamo affidatari  temporanei

 

Saverio Bisceglia, un tempo membro del gruppo GBU di Roma, è oggi Medico di Medicina Generale e Coordinatore del Servizio di Continuità assistenziale del 9° Municipio di Roma; è Presidente dell’A-NCL, Associazione Nazionale Ceroidolipofuscinosi-Neuronali; è Responsabile di una Chiesa Evangelica del quartiere prenestino di Roma.

Tre domande a Andy Hamilton

#mai una gioia?

Questa intervista è stata rilasciata da Andy a margine del Convegno Nazionale Studentesco GBU (FESTA) che si è tenuto a Firenze (Poggio Ubertini) nei giorni 27, 28, 29, 30 Aprile (vedi qui)

 

  1. Il titolo del tuo intervento alla Festa è: “Mai una gioia”; potresti dare qualche spiegazione di questo titolo?

#maiunagioia… è questo l’hashtag del momento. L’hashtag è frequentemente usato sui social media (ma non solo) per sancire con una buona dose di ironia e con un pizzico di amarezza tutti quegli aneddoti, incidenti di percorso e piccole delusioni della vita quotidiana. Perdere l’autobus per un secondo, dimenticare l’ombrello in una giornata piovosa, svegliarsi la mattina ed accorgersi che il caffè è finito o correre sfrenatamente per non fare tardi all’esame per poi rendersi conto che l’esame avrà luogo il giorno successivo, sono tutte occasioni degne di essere etichettate con questo hashtag. Se da un lato quest’etichetta rappresenta un modo leggero e ironico di affrontare la vita, dall’altro lato denota un profondo malessere dovuto alla mancanza di una gioia duratura che non sia legata agli eventi e alle circostanze della vita. Questo hashtag non manifesta necessariamente l’assenza totale di gioia quanto l’assenza di un certo tipo di gioia, cioè una gioia solida che vada oltre un’emozione effimera o una sensazione sfuggente che in un attimo può volar via.

 

  1. Viviamo in un’epoca che ha esasperato il concetto di divertimento, in cui le persone sembrano in preda a una febbre edonistica. Che cosa distingue la gioia cristiana da altre forme di godimento?

Ciò che contraddistingue la gioia cristiana è che non è basata sulle circostanze contingenti della vita ma è qualcosa di più profondo che può essere vissuto indipendentemente dalle circostanze. La febbre edonistica è caratterizzata dal tentativo di massimizzare il piacere e di minimizzare il dolore. La gioia, in quest’ottica, richiede che tutte le circostanze della propria vita siano allineate favorevolmente. La maggior parte di noi però sa che questo allineamento è pura utopia e che anche quando le circostanze sembrano allinearsi nel modo giusto questo rimane qualcosa di altamente vulnerabile che in un attimo può crollare. Questa realtà si traduce in due strade ben distinte ma entrambe queste strade si rivelano essere dei vicoli ciechi. C’è chi sceglie la strada del disperato tentativo di controllare tutte le circostanze della vita ma nel fare questo imbocca una strada caratterizzata da una frustrazione costante dato che questo è un obiettivo irraggiungibile. C’è invece chi preferisce evadere e sfuggire alla realtà abbassando le proprie aspettative e quindi imboccare la strada di accontentarsi di brevi momenti di felicità che possono anche essere intensi ed esuberanti ma che mascherano una vita frivola ed apatica.

Esiste però una terza strada che porta alla vera gioia. Questa è la strada che il Salmista Davide ha sperimentato e di cui parla nel Salmo 16:11: “ci sono gioie a sazietà in tua presenza; alla tua destra vi son delizie in eterno”. Questa è una gioia nettamente diversa dal concetto riduttivo di gioia che viene perseguita da tanti. La gioia di cui testimonia il Salmista non è una gioia superficiale ma profonda. Non è una gioia instabile ma costante.  Non è una gioia soggetta alle circostanze della vita ma è radicata in Colui a cui tutte le circostanze della vita sono soggette. Questa gioia non si trova nell’assenza di circostanze dolorose ma nel vivere la propria vita nella presenza del Signore. La gioia cristiana quindi tutt’altro che essere restrittiva o limitativa, come spesso viene intesa (e forse anche vissuta), è invece una gioia che supera di gran lunga qualsiasi altra forma di godimento o divertimento che la società propone. CS Lewis, che ha scritto tanto riguardo alla gioia cristiana, ha riassunto le sue scoperte in questo modo. “Se consideriamo le sfrontate promesse di retribuzione e la portata sbalorditiva delle promesse che troviamo nel Vangelo, sembrerebbe che il Nostro Signore non trovi i nostri desideri eccessivi, semmai troppo deboli. Siamo creaturine timorose; tergiversiamo con alcol, sesso e ambizione quando quello che ci viene offerto è la gioia infinita; come un bambino ignorante che preferisce continuare a giocare con il fango nel suo vicolo perché incapace di immaginare il significato della vacanza al mare che gli viene offerta. Ci accontentiamo troppo facilmente” (CS Lewis, L’onere della Gloria).

 

  1. A volte la vita ci fa fare esperienza di sofferenze e difficoltà, eppure i cristiani sostengono che anche il quel momento sperimentano la gioia, che cosa significa tutto ciò?

Significa che è possibile sperimentare una gioia profonda anche quando il cuore soffre. Nelle ultime ore che i discepoli hanno passato con Gesù sicuramente il loro cuore stava soffrendo (Gv 13-17). Il loro cuore soffriva perché Gesù annuncia il tradimento di Giuda, annuncia che Pietro l’avrebbe rinnegato, annuncia che tutti i discepoli l’avrebbero abbandonato e annuncia che verranno odiati e perseguitati. I discepoli erano turbati. In questo contesto Gesù afferma: “Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Gv 15:11). Come può Gesù fare un’affermazione del genere? Come si può sperimentare gioia nel mezzo di sofferenze e difficoltà? Gesù svela, facendo l’uso della metafora della vite e dei tralci (Gv 15:1-11), che questa gioia completa può essere solo sperimentata in virtù di un profondo legame con Lui (Gv 15:1-11). Anzi questa gioia è una conseguenza, o un frutto, di questo legame. Laddove questo legame è rafforzato la gioia accresce. Conseguentemente le circostanze avverse che teoricamente dovrebbero ridurre la gioia paradossalmente, in virtù del fatto che spesso la sofferenza intensifica il legame del cristiano con il Signore, rinsaldano e fortificano questa gioia profonda. L’apostolo Paolo ribadisce questa realtà: “Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi” (Fl 4:4). Paolo ha scritto quest’epistola dalla prigione con la possibilità concreta di andare incontro al martirio (Fl 2:17). Nonostante queste innegabili difficoltà incita i cristiani a seguire il suo esempio e a rallegrarsi sempre. Come si può avere gioia sempre? Il segreto dell’apostolo Paolo, che corrisponde con quanto Gesù aveva detto ai suoi discepoli, risiede nell’identificare nel Signore la fonte della gioia. Quindi per i cristiani non si tratta semplicemente di avere gioia in ogni circostanza ma di sperimentare gioia nel Signore in ogni circostanza incluse le difficoltà e le sofferenze.

C’è anche un secondo aspetto che permette ai cristiani di sperimentare gioia nella sofferenza. L’apostolo Paolo dice, in un’altra epistola, di essere convinto che “le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo” (Ro 8:17). Questa è una convinzione assoluta di Paolo basata sul Vangelo. Apprezziamo il peso di queste parole quando ricordiamo che in quanto a sofferenza Paolo aveva un Curriculum impressionante (2 Co 11:23-28). Paolo conosceva il dolore e l’agonia della sofferenza. Questo rende questa sua affermazione ancora più eclatante in quanto sostiene che la durata e l’intensità della sofferenza in questo mondo non è neanche paragonabile, cioè non offre neanche un metro di misura adeguato, alla gloria futura. Questa convinzione, che ogni sofferenza avrà la sua data di scadenza, permette al cristiano di vivere il presente con gioia e guardare al futuro con speranza.

Andy Hamilton è impegnato presso l’Istituto Biblico Evangelico Italiano di Roma (IBEI) dove coordina la Scuola a Distanza e insegna Soteriologia, Teologia Elementi Introduttivi, Escatologia e Panorama dell’Antico Testamento.

 

Tre domande a Giancarlo Rinaldi su Bibbia e archeologia

  1. Lo studio dell’archeologia può aiutarci a comprendere la Bibbia?

Risposta: Bisogna prioritariamente definire cosa intendiamo per “archeologia”. Il termine è di derivazione greca e sta a significare “studio delle antichità”. Dunque la disciplina che noi comunemente chiamiamo Archeologia Biblica consiste nello studio del contesto nel quale vanno collocate le narrazioni dei libri biblici e la loro composizione. Questo studio si avvale sia di fonti letterarie (opere storiche dell’antichità), sia di fonti documentarie (scavi archeologici, iscrizioni, papiri, monete, etc.). Bisogna fare un’altra premessa: se crediamo che la Bibbia sia parola di Dio dobbiamo però necessariamente ammettere che questa è calata perfettamente nella dimensione umana, e l’uomo vive nella sua storia. La fede d’Israele e, poi, quella cristiana sono incarnate nella storia e possono essere comprese, prima ancòra che professate, soltanto prestando attenzione all’aspetto umano, storico, direi ‘materiale’ nel quale hanno preso e prendono corpo. Poste queste premesse possiamo affermare che l’archeologia è indispensabile per comprendere appieno il mondo e il messaggio della Bibbia. La Bibbia non è un astratto libro di preghiere, è la rappresentazione di una vicenda che ha come protagonisti Dio e un popolo in ascolto, tale rappresentazione la cogliamo nel contesto della storia del vicino oriente antico o della prima età imperiale romana.

 

  1. Le conferme che l’archeologia può dare alla storicità del racconto biblico possono essere utilizzate come prova della sua ispirazione? Decide l’archeologia cosa credere o non credere della Bibbia?

Risposta: Nel mondo evangelico è molto diffusa la convinzione che l’archeologia debba fornire prove alla storicità dei racconti biblici e che queste debbano essere fatte valere per convincerci che la Bibbia è ispirata da Dio e, ancòra di conseguenza, noi dobbiamo riconoscerla come parola di Dio. Questa serie di argomentazioni ci consegnano un ragionamento molto fragile. Iniziamo dall’ultimo punto: che la Bibbia ci trasmetta la voce di Dio non dovrà e non potrà essere provato dalla pala dell’archeologo, si tratta di una persuasione interiore di ordine spirituale ben più profonda delle schede d’archivio di rinvenimento dei reperti. La ricostruzione storico archeologica del contesto della Bibbia ci aiuta a comprenderla ma non è da sola efficace a persuaderci della sua natura ispirata. D’altro canto se dovessimo riconoscere il carattere ispirato di ogni narrazione antica che si sia dimostrata attendibile al vaglio della ricerca storico archeologica potremmo definire ispirate da io molte pagine di storici come Tucidide, Tacito, Svetonio, ma così non è. Dunque non è l’archeologia a modellare il nostro credo, pur se da essa apprendiamo una meravigliosa lezione di metodo da spendere anche ai fini spirituali. Mi spiego. Quando noi leggiamo la Bibbia siamo spontaneamente portati a interpretarla alla luce di nostre precomprensioni che sono il frutto di una secolare sedimentazione archeologica. In altre parole siamo portati a proiettare in quelle antiche Scritture le nostre tradizioni confessionali. Ma così non deve essere: per comprendere un testo, un qualsiasi testo, è il prima che spiega il poi e non viceversa. Molte difficoltà di comprensione della Bibbia stanno nella nostra lontananza dall’epoca e dalla cultura in cui essa venne scritta. Lo studio delle antichità ci aiuta a recuperare il punto di osservazione degli originari destinatari di quegli scritti. In fine non dobbiamo mai dimenticare che la Bibbia fu composta per uno scopo specifico: comunicare salvezza ai peccatori e santificazione ai credenti; è in questo straordinario messaggio che noi ascoltiamo la voce di Dio, anche se essa è avvolta (talvolta fusa e confusa) da una scorza di parole, orditi grammaticali e sintattici, usi e costumi degli uomini dell’antichtà. Questo concetto è espresso molto chiaramente in 2 Timoteo 3,16 laddove, parlando dell’ispirazione scritturistica la si mette in relazione all’insegnamento che conduce alla fede e alla giustificazione al cospetto di Dio. “La Bibbia non è scritta per descriverci come sono fatti i cieli, ma per condurci al cielo”, come il buon Galileo Galilei, a quanto si riferisce, soleva ripetere.

 

  1. Quali sono i periodi della storia biblica per i quali i reperti archeologici sono più abbondanti e significativi? Quali, invece, i periodi per i quali si ha difficoltà a rinvenire reperti che rimandino ai racconti biblici?

Risposta: Diciamo sùbito che per l’età del Nuovo Testamento disponiamo di una maggior dovizia di documenti e d’informazioni. I ventisette libri che compongono il suo racconto coprono il periodo della dinastia imperiale Giulio Claudia, da Augusto a Nerone. Libri come gli Atti degli Apostoli, ad esempio, sono una descrizione vivissima della vita nel Mediterraneo di allora, una vera miniera di notizie per l’archeologo! Ma anche in un testo tutto simboli, allegorie e velami come l’Apocalisse di Giovanni possiamo ravvisare riferimenti all’età degli imperatori Flavi e posso dire che il veggente di Patmos nel descrivere eventi del futuro ha adoperato colori e modelli dell’età sua che, come sembra, è quella di Domiziano. Certo ameremmo sapere qualcosa in più per quanto riguarda altri periodi, come il soggiorno in Egitto e l’età della dominazione persiana, ma non possiamo dire che luci dalla ricerca archeologica non ve ne siano. Persino la cosiddetta “preistoria biblica”, cioè la narrazione dei primi capitoli del Genesi, acquisisce più profondo significato se la si confronta con le tradizioni del Vicino Oriente Antico; da questo confronto, infatti, emergono elementi di affinità ma anche di originalità della narrazione biblica che ci aiutano a meglio intendere quei generi letterari attraverso i quali Dio trasmise il Suo messaggio.

 

Vedi il calendario dei seminari presso la Sala di Lettura GBU: Comprendere la Bibbia … grazie all’archeologia

Giancarlo Rinaldi ha insegnato Storia del Cristianesimo presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Si è interessato in particolare al rapporto tra cristianesimo e paganesimo con particolare attenzione alla percezione del secondo nei confronti della diffusione della fede cristiana.

Blog personale

 

Tre domande a Massimo Rubboli su Billy Graham

(Massimo Rubboli, già docente di Storia dell’America del Nord all’Università di Genova)

1. Che cosa ha rappresentato Billy Graham per il mondo evangelico?

 

Credo che si possa distinguere l’influenza che Billy Graham ha esercitato nell’ambito del mondo evangelico americano dal suo ruolo nell’evangelicalism a livello globale.

Se si considerano le sue radici, che affondano nel fondamentalismo battista del Sud degli Stati Uniti, molto conservatore sia sul piano biblico-teologico sia nel campo politico, va notato che Graham arrivò gradualmente a posizioni più moderate, che gli alienarono le simpatie dei fondamentalisti più radicali, come Bob Jones (fondatore della Bob Jones University) e John R. Rice (fondatore della rivista “The Sword of the Lord”). Pur essendo contrario alla discriminazione razziale, evitò di schierarsi con Martin Luther King e di partecipare a iniziative contro la segregazione. Per capire la sua posizione bisogna ricordare che si basava su un dispensazionalismo premillenarista che portava a privilegiare la salvezza delle anime e l’attesa del ritorno di <cristo rispetto all’impegno per la giustizia sociale.

A partire dagli anni Sessanta, Graham e la sua organizzazione hanno svolto un ruolo di primaria importanza nel portare i protestanti teologicamente conservatori di tutto il mondo a unirsi e lavorare insieme su progetti condivisi, in particolare sull’evangelizzazione. Penso al Congresso di Berlino del 1966 (World Congress on Evangelism) e ai Congressi di Losanna (1974 a Losanna, 1989 a Manila, 2010 a Città del Capo), che sono state tappe fondamentali nella storia del movimento evangelical.

 

2. Billy Graham ha avuto anche un ruolo politico?

 

È indubbio che, nonostante la sua volontà di non farsi coinvolgere in questioni e attività politiche, la sua vicinanza alla Casa Bianca, da Eisenhower a Barack Obama (con Trump non ci sono stati contatti perché era ormai troppo vecchio e malato), ha avuto degli effetti politici.

Ciò che ha più nociuto al suo tentativo di restare equidistante dalle posizioni politiche è stato il suo sostegno incondizionato a Richard Nixon, come candidato alla presidenza ancor prima che come presidente. Nelle biografie di Graham si trovano pochissimi riferimenti al suo coinvolgimento a favore della guerra in Vietnam, come emerse dalle registrazioni che portarono alle dimissioni di Nixon. Quei nastri rivelarono che l’evangelista, mosso dal suo ardente anticomunismo, era stato un attivo promotore della guerra fino dalla sconfitta della Francia, appoggiata dagli Stati Uniti, nella battaglia finale di Dien Bien Phu nel maggio 1954. Su richiesta dell’amministrazione Johnson, compì due viaggi in Vietnam a sostegno delle truppe e poi, nel 1969, inviò a Nixon un rapporto, intitolato “Piano missionario confidenziale per porre fine alla guerra del Vietnam”, che invitava il presidente a utilizzare massicci bombardamenti sul Vietnam del Nord se fossero falliti i colloqui di Parigi.

 

3. La sua morte è stata accolta con critiche ed elogi. È possibile una valutazione equilibrata?

 

Non credo che sia possibile valutare serenamente la vita e l’opera di questo straordinario evangelista, che ha contributo alla conversione di un numero incalcolabile di persone, a pochi giorni dalla sua morte. Molto dipende dalla posizione di chi esprime un giudizio e da quale aspetto si prende in esame.

Se lo si vede come uomo, va sottolineato che in sessant’anni di attività pubblica non è mai stato sfiorato da scandali o sospetti di comportamenti immorali o disonesti, cosa eccezionale se confrontata con gli scandali a sfondo sessuale o economico che hanno riguardato famosi telepredicatori che sono apparsi sulla scena dopo di lui.

Se lo consideriamo sotto il profilo della sua missione prioritaria, annunciare l’Evangelo, nessuno è mai riuscito a predicare a centinaia di milioni di persone come ha fatto lui.

Inoltre, non va dimenticato che esistono motivi per ritenere che le sue posizioni degli ultimi anni siano state manipolate dal figlio Franklin, noto per le sue posizioni ultraconservatrici e per i suoi attacchi agli omosessuali. Ad esempio, nella nuova edizione del 2010 di un libro scritto nel 1992 [Storm Warning], nel quale  Graham aveva affermato che il problema del riscaldamento globale andava affrontato riducendo l’inquinamento, non compare più la minaccia del riscaldamento globale. Molti ritengono anche che Franklin sia l’autore dell’ultimo libro pubblicato col nome del padre [A che punto sono, tra cielo, eternità e la nostra vita dopo la morte, 2015], perché Billy Graham, malato di Parkinson, da oltre vent’anni non riusciva a leggere e scrivere.

 

(Massimo Rubboli, già docente di Storia dell’America del Nord all’Università di Genova)

 

Vedi anche:

Tre domande a Valerio Bernardi su razze, etnie e culture

  1. Qualche giorno fa tutte le associazioni di antropologi italiani (sia fisici che culturali) hanno pubblicato un breve documento intitolato Razza e dintorni (consultabile a http://pikaia.eu/razza-e-dintorni-la-voce-unita-degli-antropologi-italiani/), in cui ribadiscono, in maniera sintetica qual è lo stato dell’arte sulla questione della razza e delle differenze etniche e culturali in antropologia. Cosa puoi dirci di questo documento da esperto del settore?

 

Al contrario di quello che pensa la opinio communis il concetto di razza è stato, almeno a partire dagli anni 1960 del secolo scorso, superato dalle scoperte della genetica. Oggi sappiamo che, a livello di DNA, le differenze sono molto minori tra quelle che una volta erano considerate le razze, rispetto a quelle che ci possono essere tra singoli individui. Un “bianco” potrebbe avere più caratteristiche genetiche in comune con un “nero” rispetto al suo vicino bianco. Questa “scoperta” di tipo scientifico non ha risolto la questione delle differenze culturali. Il documento infatti spiega che gli antropologi si occupano proprio di queste differenze culturali e ammettono che queste esistono, pur partendo da livelli iniziali dell’individuo che sono uguali. L’antropologia culturale riconosce che gli “strumenti” che l’uomo ha a disposizione per formare il proprio bagaglio culturale è identico (lo ribadiva alla fine degli anni 1950 Claude Lévi-Strauss nel Pensiero selvaggio), ma la società in cui si vive porta a differenze che vanno riconosciute. Nelle società si formano, anche per rassicurare il proprio essere umani, sensi di appartenenza che possono diventare veicolo anche di discriminazione da ciò che ritengo sia i l mio patrimonio rispetto a quello che ritengo sia quello degli altri, che vengono vissuti come “estranei”. La “discriminazione”, pertanto, non è un fatto razziale, bensì culturale, formatasi per ragioni storiche e sociali. Qualsiasi tentativo di difesa della razza, come quelli avvenuti nel secolo scorso, non ha fondamento scientifico. Esiste però, soprattutto in persone nate e cresciute in ambienti diversi, una forte differenziazione culturale e sociale che è quella che poi porta a vedere lo straniero che vive nelle nostre città come un estraneo, un diverso,  una persona da cui ci sentiamo minacciati. Gli antropologi portano all’attenzione del lettore un’altra questione: il fatto che le culture, benché possano essere diverse, non possono essere considerate “pure”; in quanto anche da un punto di vista culturale noi siamo frutto di  una perenne contaminazione che deriva dal fatto che scambi e migrazioni sono costanti nella storia dell’homo sapiens, a iniziare dall’era delle glaciazioni.

 

  1. Il 2018 è un anno di celebrazioni che hanno a che fare con il razzismo e con i problemi che tale atteggiamento ha causato alla società occidentale, in quanto ricordiamo sia gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia che i cinquant’anni dall’assassinio di Martin Luther King jr. Ritieni che il razzismo sia un problema superato per la nostra società oggi?

 

Ritengo che nel mondo occidentale, anche a causa dei processi innescati dalla globalizzazione (un maggiore movimento di persone provenienti dai paesi poveri e da culture differenti), dopo un momento di “pausa” iniziato negli anni Settanta del secolo scorso, si sia tornati, soprattutto a partire dagli inizi del XXI secolo, ad avere atteggiamenti discriminatori che sfociano in comportamenti razzisti e nella “rivalutazione” della identità (nazionale, culturale e razziale). L’etnocentrismo (ritenere la propria etnia o cultura al centro e migliore di quelle degli altri) è un atteggiamento comune a qualsiasi cultura o nazione, che ha bisogno di potersi identificare in alcune certezze per creare una comunità coerente. Molto spesso le identità sono totalmente inventate (non a caso alcuni studiosi parlano di “imbroglio etnico”, si pensi all’idea che in Italia si è diffusa di una “cultura padana” o di un meridione come eldorado durante il periodo borbonico, idee assolutamente non fondate né da un punto di vista storico né sociale). La verità è che noi siamo il frutto di  un perenne “meticciato” che ha permesso la formazione della nostra cultura, anche in alcune maniere di vestire e persino in alcuni cibi, che non esisterebbero se non ci fosse stato il cosiddetto “scambio ecologico”. Si pensi alla pizza che è oggi considerata un cibo identitario per un italiano e che non esisterebbe senza i pomodori che provengono dall’America. In un anno come questo, fatto di commemorazioni che hanno a che fare con il razzismo (sia  italiano che estero) bisogna tornare ad avere un allarme alto nei confronti di qualsiasi forma discriminatoria che derivi o dalla paura dei migranti o da un rigurgito di antisemitismo di cui l’Europa non sembra essere esente. La ricerca di una propria identità e il voler escludere gli altri è un problema che difficilmente viene superato e su cui bisogna vigilare. L’antropologia ha un grande compito nel suo ruolo pubblico: convincere le persone che la differenza razziale sorge da pregiudizi e può portare a derive pericolose, come sono state quelle dell’Italia del 1938, quando furono promulgate leggi in cui si discriminava sulla base della presunta esistenza di una razza ariana e si dava di tutto questo motivazioni scientifiche (come quelle che apparvero nella rivista la Difesa della Razza) o dell’Apartheid in Sud Africa.

 

  1. Da un punto di vista teologico-biblico cosa possiamo dire a proposito di atteggiamenti razzisti o etnocentrici?

Il testo biblico, nonostante le discussioni che vi sono state nel XIX secolo negli USA e nel XX in Sud Africa soprattutto (ma non solo) da parte di alcune chiese riformate, è abbastanza chiaro: per Dio non vi sono distinzioni dal punto vista razziale e le uniche differenze possono essere causate dalla caduta dell’uomo nel peccato. Il racconto biblico della Creazione è chiaro: Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza e la differenziazione culturale che porta anche all’idolatria, è causa del peccato e dell’orgoglio umano, come è chiaro nel racconto di Babele, dove le diverse lingue (e culture) nascono a causa del peccato: prima di Babele avevamo una sola umanità, senza alcuna distinzione di razza, lingua o cultura. Dopo l’esclusivismo ebraico che, come etnia (anche qui si può parlare di stirpe e non di razza) ha avuto come suo scopo la venuta del Salvatore del mondo, il cristianesimo è pronto ad aprirsi al mondo ed ha una vocazione ecumenica in cui le culture, pur se rimangono tali, non contano nel piano di salvezza. Il messaggio del Vangelo pertanto è chiaramente antirazzista e antinazionalista, perché il mondo di quaggiù è un qualcosa di provvisorio e nella restaurazione del Creato non vi è posto per differenziazioni all’interno della specie umana. L’apostolo Paolo lo dice chiaramente ai Galati che la differenza etnica in Cristo non ha più ragion d’essere. Ecco perché il credente dovrebbe essere schierato (per dirla con l’antropologo Remotti) contro l’identità etnica e particolaristica e a favore di un’identità universale che coincida con il Vangelo.

 

Valerio Bernardi è docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari e presso l’UNiversità degli Studi della Basilicata. E’ membro del Comitato Editoriale di Edizioni GBU e del DiRS-GBU

Tre domande a Elena Ammirabile sull’impegno in politica

  1.   Elena potresti spiegarci brevemente qual è il tuo grado di coinvolgimento nella vita politica? Come sei giunta concepire la tua partecipazione a un’esperienza politica locale in qualità di cristiana evangelica?

A partire da maggio 2014, elezioni per cui mi ero candidata come consigliera comunale, grazie al buon numero di preferenze e credo anche all’impegno profuso per tutto il gruppo, mi è stato chiesto di ricoprire la carica di Assesore presso il Comune in cui abito.

L’avvicinamento alla politica attiva è arrivato nel 2013, appena laureata avevo tempo e voglia di capire cosa volesse dire partecipare alla vita politica locale, appena mi si presentò la possibilità di entrare nell’assemblea comunale del partito di cui avevo preso la tessera non mi sono tirata indietro e tutto è iniziato. Non sapendo cosa mi aspettasse non mi sono chiesta come sarebbe stato conciliare la mia fede con questo lavoro, è un percorso, come per tutti credo, quotidiano di confronto con i problemi e con i colleghi.

 

  1. Ritieni che anche l’impegno politico a livello locale debba in qualche modo farsi espressione di visioni politiche più ampie e non essere unicamente una risposta a esigenze di tipo amministrativo–burocratiche?

Della politica locale spesso si pensa che sia un mero “risolvere i problemi delle persone”, quelli di tutti i giorni, e che quindi non implichi scelte politiche. Non è così, affinché la scelta amministrativa sia efficacie e coerente è necessario avere un progetto e un metodo. Nel mio ruolo mi trovo a gestire le risorse della comunità e quindi devo valutare ogni giorno se ciò quello che sto facendo porta un progresso o meno per la comunità e se sto creando delle disparità di trattamento.

Essere cristiani cambia completamente la prospettiva dell’impegno politico perché il nostro obiettivo non sarà la fama o il potere e neanche solo il servizio ai cittadini, ma in tutto essere imitatori di Cristo, questa consapevolezza libera dal peso di dover emergere, dalla necessità di ricercare il consenso a tutti i costi, e questo rende anche più obiettivi rispetto alle singole questioni.

 

  1. Quale idea ti sei fatta relativamente al secolare tema del coinvolgimento dei cristiani nella vita politica, anche in considerazione dell’imminenza delle elezioni politiche italiane?

Se la Politica è vissuta come servizio, idea cara al mondo anglosassone, e a ricondurre l’interesse del singolo all’interesse generale allora non vedo chi meglio dei credenti potrebbe rispondere al bisogno di persone oneste, integre, senza doppi fini ed abituate alla vita di comunità,  in posizioni di responsabilità. Nella Bibbia troviamo molti esempi di uomini e donne in posizione chiave, non ultimo Daniele, come lui dobbiamo essere consapevoli che ci potremmo trovare un giorno ad andare contro tutti ma Dio ci darà la forza per essere di testimonianza anche in quel momento nel frattempo bisogna darsi da fare. Tornando alla mia esperienza, quando ho iniziato ad impegnarmi non immaginavo che l’esito sarebbe stato questo, ho lavorato senza risparmiarmi per il gruppo cercando di essere sempre positiva, non dando spazio alla maldicenza, un passo alla volta il Signore mi ha spianato la strada.

Lavorare per la comunità è anche una splendida occasione per conoscerne le necessità e poter aiutare la chiesa a individuare gli ambiti dove può intervenire, affinché si rompa quella diffidenza, spesso dovuta all’ignoranza, che circonda le nostre chiese, non adagiarci nell’attesa che le persone entrino in chiesa ma andare nei loro luoghi, come ci insegna Gesù.

 

  3b. Sempre da un punto di vista cristiano, cosa pensi del dibattito sul populismo?

Da un punto di vista cristiano io vorrei che ci fosse un dibattito sul populismo perché implicherebbe un nostro interesse per la sfera pubblica non solo quando vengono toccati temi etici. Molto è stato detto e scritto, quello che vedo quotidianamente è l’indisponibilità ad uscire da un punto di vista strettamente personale ed egoistico perché richiede impegno o fiducia, che la politica italiana ha dilapidato da tempo. Chi non ha la chiamata ad un impegno attivo dovrebbe almeno sforzarsi a non cedere al senso comune ed ad andare in profondità nelle questioni politiche perché, volenti o nolenti, ci riguardano.

E’ da poco passata la Giornata della Memoria, le testimonianze dirette di deportate che ho avuto modo di sentire mi hanno fatto pensare a Isaia 1:16-18, è Dio che parla ad Israele  “cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova!”, quando la rabbia e l’odio hanno al loro servizio la legge e lo Stato, la giustizia soccombe e i primi a farne le spese  sono gli ultimi che la Bibbia individua nell’orfano, nella vedova e nello straniero. Se queste parole ci interpellano ancora oggi dovremmo valutare con attenzione i programmi elettorali, le parole degli esponenti politici e anche, se ci sarà, l’occasione di un impegno diretto per non essere correi perché indifferenti come è successo durante le dittature nazifasciste.

 

Elena Ammirabile, 32 anni, laureata in Relazioni Internazionali. Studentessa del Gbu un tempo e attiva sostenitrice di questo ministero è Assessore presso il Comune di Montespertoli (FI).

Tre domande a Filippo Falcone su poesia e rivelazione

1. Che rapporto c’è fra poesia e rivelazione e qual è secondo te la funzione della poesia all’interno della rivelazione?

Volendo circoscrivere la forma poetica alla forma poetica letteraria nel contesto della rivelazione particolare, che i cristiani identificano nelle Scritture ebraiche e cristiane, colpisce in prima istanza la presenza stessa di poesia nel testo. Le Scritture non si limitano all’espressione referenziale di contenuti teologici o filosofici. In altre parole, gli scritti biblici non sono unicamente un insieme di enunciati di fede o proposizioni e discettazioni di natura argomentativa su Dio. La Bibbia si presenta, anzi tutto, come fine narrazione, una narrazione ricca di rapporti intertestuali che declina la teologia ― la conoscenza di Dio ― in modo spesso implicito nella Storia e nelle vicende autentiche dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con Dio (vd. Alter, The art of biblical narrative, 12-13). La sua natura letteraria viene da subito messa in evidenza. La narrazione biblica possiede qualità letteraria in ragione della sua forma, ma possiede altresì qualità letteraria perché rivela Dio nel contesto di un’esperienza umana che, pur nella sua specificità, mantiene un carattere universale. Scorrendo i testi narrativi, facciamo quindi una scoperta sorprendente. Già al loro interno troviamo incastonate gemme e pietre preziose, brevi intermezzi poetici. Questi si trasformano in estesi brani poetici nei profeti per prendere poi tutta la scena nel libro dei Salmi. L’insegnamento di Gesù e, in parte quello degli apostoli, è per immagini e possiede a sua volta qualità poetica. Se crediamo che le Scritture siano più che deposito dell’esperienza dell’uomo con Dio; se crediamo cioè che le Scritture siano rivelazione che scende dal cielo, parola che procede dalla bocca di Dio (cf. 2 Ti 3:16) e che si “incarna” nel tessuto umano, dobbiamo chiederci quale sia al suo interno la funzione delle varie forme letterarie di cui si compone. In altri termini, dovremmo domandarci a quale esigenza risponda l’inclusione dell’elemento letterario e, in particolare, di quello poetico nel testo biblico. La risposta credo venga dal testo stesso. La Bibbia sin dall’inizio ci rivela Dio come potenza creatrice, ma anche come immaginazione creativa, e ci rivela l’uomo come essere creato a sua immagine. L’uomo ne riflette cioè il carattere razionale ed emotivo, relazionale e creativo. Sarà quindi Dio ad assumere dell’uomo il carattere materiale nell’incarnazione. Rivelazione in Dio sottende volontà, desiderio di farsi conoscere all’uomo. Dio sceglie il linguaggio per farsi conoscere. Parlare all’uomo in termini puramente razionali e referenziali significherebbe fare appello alla sola mente dell’uomo, mentre Dio desidera che l’uomo lo conosca in senso relazionale. Egli prepara perciò nella Scrittura un terreno di incontro fra sé e l’uomo e lo fa rivolgendosi a tutto ciò che l’uomo è, alla componente razionale come a quella emotiva, alla componente immaginativa e creativa come ai sensi. Ciò avviene attraverso una cascata di forme letterarie al cui interno la forma poetica gioca un ruolo di primaria importanza. È proprio la poesia biblica, infatti, a realizzare quella che potremmo chiamare associazione di sensibilità. La poesia biblica nei modi più vari ci fa sentire ciò che vuole farci capire attraverso immagini tratte dall’esperienza umana comune e sensibile. La poesia biblica fa anche altro. Attraverso l’ordine delle parole e, in particolare, attraverso parallelismi, ripetizioni e inversioni, crea effetti di accumulo e intensificazione che contribuiscono ad accrescere il portato dinamico dei significati. La musica del testo poetico, l’elemento estetico e l’immagine sensibile, infine, parlano ai sensi dell’uomo (cf. Alter, The art of biblical poetry).

 

2. Potresti fare qualche esempio delle funzioni poetiche che hai descritto?

– Le lettere del Nuovo Testamento tendono a descrivere il rapporto di Dio con l’uomo in termini teologici, affermando, ad esempio, il carattere immutabile e incondizionato della grazia di Dio e della sua sovranità che si traducono, in relazione ai suoi figli, in salvezza, giustizia, fede, amore, speranza, protezione, cura, guida, gioia e pace. Tutto ciò si trasferisce nel salmista Davide in immagine poetica e in questo passaggio la forma ridefinisce il contenuto:

Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.
2 Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli,
mi guida lungo le acque calme.
3 Egli mi ristora l’anima,
mi conduce per sentieri di giustizia,
per amore del suo nome.
4 Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte,
io non temerei alcun male,
perché tu sei con me;
il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
5 Per me tu imbandisci la tavola,
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo;
la mia coppa trabocca.
6 Certo, beni e bontà m’accompagneranno
tutti i giorni della mia vita;
e io abiterò nella casa del SIGNORE
per lunghi giorni. (Salmo 23)

Ciò che le lettere spiegano chiedendo al lettore capacità di astrazione è qui illustrato da immagini di vita quotidiana che hanno una risonanza particolare nel contesto di una società agreste, ma che risultano efficaci ancora oggi. La grazia, la guida e la provvidenza che informano il rapporto fra l’uomo e Dio diventano il rapporto che intercorre fra la pecora e il suo pastore. Questi provvede a ogni suo bisogno e la conduce in luoghi ameni e lungo sentieri di giustizia, paesaggi dell’anima e immagini di una vita caratterizzata da pace e amore. A questa realtà, Davide subito contrappone la valle dell’ombra e della morte. Chi appartiene al Signore non è esente da prove, difficoltà, afflizioni, pericoli; ma in tutte queste cose Dio è con lui come il pastore attraverso la valle oscura con il suo gregge. Il Salmo si chiude con uno sguardo di gioia proteso all’eternità, speranza certa del salmista.

– Là dove il Nuovo Testamento parla dell’efficacia eterna dell’espiazione (Ebrei 10:14), una realtà spirituale, Davide dipinge davanti ai nostri occhi una distanza fisica:

Come è lontano l’oriente dall’occidente,
così ha egli allontanato da noi le nostre colpe. (Salmo 103:12)

– Infine, due esempi di parallelismo:

3 Poiché la tua bontà vale più della vita,
le mie labbra ti loderanno.
4 Così ti benedirò finché io viva,
e alzerò le mani invocando il tuo nome.
5 L’anima mia sarà saziata come di midollo e di grasso,
e la mia bocca ti loderà con labbra gioiose. (Salmo 63:3-5)

Il Salmo si apre con le parole “l’anima mia è assetata di te” (v. 1). La brama e il bisogno che il salmista ha di Dio sono come la brama e il bisogno di acqua dell’uomo che percorre una terra arida. Questa terra è correlativo oggettivo dell’anima inaridita del poeta. A quest’immagine fa eco un’altra potente immagine fisica all’inizio del versetto 5: “L’anima mia sarà saziata come di midollo e di grasso”. L’anima assetata si dichiara ora affamata e la comunione di Dio diventa cibo che sostenta e soddisfa. Un parallelismo lega poi i secondi versi dei versetti 3 e 5, dove “le mie labbra ti loderanno” è ripreso da “la mia bocca ti loderà…” e la lode ridefinita come frutto della gioia da “…con labbra gioiose”.

Purificami con issopo, e sarò puro;
lavami, e sarò più bianco della neve. (Salmo 51:7)

Osserviamo qui la disposizione parallela di elementi analoghi nel primo e nel secondo verso, dove “purificami” diventa “lavami” e “sarò puro” diventa “sarò più bianco della neve”. Qui il parallelismo non ha una mera funzione enfatica dettata da ripetizione, ma ha funzione di intensificazione. Il poeta vuole indicare che là dove il peccato è abbondato nella sua vita, la grazia sovrabbonderà (vd. Ro 5:20) e il salmista potrà tornare a gustare la gioia della sua salvezza.

 

3. La poesia può avere una funzione sacramentale?

Occorre capire in prima battuta cosa si intenda per sacramento. La questione sacramentale ruota attorno alla possibilità o meno di esperire l’immanenza di Dio nella realtà sensibile. In termini biblici, il sacramento è tale non perché è la realtà stessa, ma perché della realtà è segno. Il segno, il significante, non contiene il trascendente, ma lo addita e in questo senso vi partecipa in termini di significato (cf. Schwartz, Sacramental poetics, 6). Se parliamo di poesia biblica, essa, come d’altronde tutta la Scrittura, ha certamente una funzione sacramentale. Cristo, la Parola, si identifica con la sua parola, che è segno di Cristo. In un senso molto reale, avvicinarsi al testo biblico è avvicinarsi a Cristo. La Bibbia, parola di Dio, frammento di cielo sulla terra, realizza per l’uomo l’immanenza di Dio nel momento in cui diventa terreno di incontro fra l’uomo e Cristo, la Parola. La poesia biblica, dal canto suo, svolge una funzione essenziale in questo senso. Con i suoi suoni, i suoi rapporti di significante e significato e le sue immagini sensibili essa ci fa sentire, per così dire, Dio e ce lo fa conoscere al di là dei nostri processi meta-cognitivi.
Rimane da interrogarsi sulla funzione della poesia sacra non contenuta nelle Scritture. Quello che vale per la poesia biblica vale anche per la poesia sacra in genere? Sì, ma in termini di riflesso. Così come la predicazione scritturale informata dalla guida dello Spirito riflette il carattere di parola della Parola proprio della predicazione apostolica, la poesia sacra, laddove tessuto della parola e dello Spirito, può anch’essa diventare veicolo della realtà di Dio.

 

Filippo Falcone è Dottore di ricerca in Letteratura inglese e si è specializzato presso la Oklahoma State University. E’ stato professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano; ha pubblicato una monografia sul concetto di libertà in John Milton e saggi sul poeta inglese; collabora con la Società Biblica di Ginevra e con le Edizioni GBU.

 

Tre domande a Valerio Bernardi su Netflix, Prime e la pop theology

  1. Uno dei fenomeni (soprattutto nel mondo giovanile) che negli ultimi anni si è diffuso è il seguire la televisione attraverso i programmi in streaming, offerti da apposite piattaforme (Netflix, Infinity, Prime Video, Hulu etc). Cosa può dire a proposito uno studioso dei fenomeni sociali? Si tratta di un fenomeno passeggero o di qualcosa da osservare con attenzione?

 La televisione in streaming che può essere facilmente veicolata attraverso i nuovi mezzi multimediali (smartphone, smart tv, tablet, computer) è uno dei maggiori cambiamenti avvenuto nell’uso di uno dei principali mass media inventati nel XX secolo. Non possiamo sapere che sviluppi potrà avere questo fenomeno ma siamo ben sicuri che, per il momento, si tratta di un trend crescente che aumenterà nel medio periodo. Dal punto di visto dell’utilizzo del mezzo, la tv in streaming porta ad  un grande cambiamento. Lo spettatore che, in questo caso, è soprattutto il singolo (una parte dei mezzi attraverso cui viene diffuso il segnale serve per singoli utenti e difficilmente si passa ad una visione collettiva), può decidere di scegliere come e quando vuole vedere la tv sulla base di quanto viene offerto. Lo streaming, quindi, permette di poter scegliere cosa vedere sulla base delle proprie preferenze, quando vedere e quanto vedere (dai pochi minuti ad ore intere). Dal punto di vista tecnologico si tratta sicuramente di un passo in avanti. Dal punto di vista sociale, benché il fenomeno non si stato studiato ancora con sistematicità,  mostra una duplice caratterizzazione: è la maniera di guardare la tv che gradualmente sta prendendo piede tra i più giovani ed è un ulteriore individualizzazione dell’utilizzo dei mass media, affiancabile, per certi versi, a quanto già avvenuto con l’utilizzo dei social. Nella maggiori piattaforme di streaming, infatti, ognuno ha il suo profilo ed il sito ti suggerisce o ti mette in primo piano le serie o i film che potrebbero piacerti sulla base delle tue scelte precedenti. Il rischio pertanto è quello di un ulteriore isolamento dell’individuo e di una maggiore esposizione del proprio io al mondo dei mass media senza avere le sufficienti difese per la formazione di una visione critica dei contenuti. Il vantaggio di tali piattaforme, invece, è nella scelta che si può fare, che permette a coloro che le usano di costruire un proprio percorso di visione. Possiamo dire, quindi che ci troviamo di fronte ad una tv sicuramente più interattiva, ma anche con un profilo più individualista ed isolazionista.

 

  1. Piattaforme come netflix mettono a disposizione diverse serie televisive, molto diffuse tra il popolo giovanile ma non solo. Come dobbiamo porci di fronte a queste serie? Possono portare a dei rischi per quello che veicolano?

 Una delle novità presenti sulle piattaforme streaming è la presenza di serie televisive di telefilm che non possono essere viste altrimenti e che sono di proprietà esclusiva della piattaforma, accanto ad altri prodotti che sono meno visti dagli utenti (netflix propone anche documentari e talkshow). Le proposte, per la maggior parte, sono, da un punto di vista cinematografico, di buona qualità e di diverso tipo, pertanto la valutazione è diversa a seconda di quello che si sceglie di vedere. Generalmente, però, la privatizzazione del servizio, ha portato anche ad una maggiore “radicalizzazione” dei contenuti, più liberi da censure sociali che invece continua a servire da morsa per le tv generaliste. Potremmo dire, ad un primo sguardo di ciò che è proposto, che, talvolta, le scene di violenza, di sesso, l’uso del linguaggio volgare sono più esplicite di quanto accade nelle serie della tv generalista. Allo stesso tempo, va detto che la possibilità di creare serie televisive di nicchia (dedicate ad un pubblico più limitato e meno generale) ha permesso anche un miglioramento ed un perfezionamento delle trame. La ottima narratività di alcune delle serie proposte, ancor più degli effetti speciali, risulta essere piuttosto alta. Non è un caso che in una manifestazione come quella dei Golden Globes molti dei serial tv premiati appartenessero alle piattaforme di streaming.

I valori veicolati da queste serie non sono differenti da quelli portati avanti dai prodotti tv della nostra epoca e riflettono un mondo secolarizzato anche se non mancano interessanti intrecci con i valori etici e religiosi. Il grosso spazio che viene dato ai racconti fantastici dimostra anche una certa volontà di evadere dalla vita quotidiana ma, come per tutte le fiction, la fantasia serve anche per costruire una riflessione sul presente senza aderire troppo alla realtà quotidiana.

Un consiglio che mi sento di dare ai genitori che hanno i propri figli adolescenti che si collegano a piattaforme di streaming è quello di imparare a conoscere le serie viste dai propri figli per poterne discutere eventualmente con loro e condividerne le impressioni senza porre censure preventive ma iniziando un dialogo che possa vagliare quanto è scelto e possa anche valutare cosa è visto.

 

  1. E’ possibile, a partire dalle buone strutture narrative di alcune delle serie, costruire una vera e propria “teologia pop” che possa dialogare con questi fenomeni di massa, ma anche, per certi versi, elitari? Esiste la possibilità di entrare in dialogo con i personaggi che oggi segnano la cosiddetta cultura pop?

Come per ogni fenomeno mediologico, anche le serie proposte da Netflix e dalle altre piattaforme possono essere oggetto di discussione e possono diventare anche oggetto di dialogo e riflessione. A titolo esemplificativo voglio prendere prendere in esame tre serie, tutte fruibili sulla piattaforma Netflix.

La prima è la acclamata serie The Crown che, nelle sue due stagioni, racconta dei primi anni del regno di Elisabetta II. A parte la sontuosa ricostruzione storica, chi avrà voglia di vederla, scoprirà una Regina donna di fede ed ammiratrice di Billy Graham, figura da cui rimane ammaliata. Il dialogo con la fede, pertanto, in una serie assolutamente secolare,  è visto come una cosa importante ed alcune frasi della sovrana che vuole essere considerata una semplice credente, meritano attenzione e profonda riflessione.

Tra le varie serie della Marvel sicuramente Daredevil, una delle serie meglio scritte tra quelle prodotte dalla compagnia di Stan Lee. L’avvocato cieco di Hell’s Kitchen è un fervente cattolico che spesso ritroviamo in Chiesa a dialogare con un sacerdote sulla divisione tra bene e male, sull’uso della violenza, su altre questioni etiche. La prima serie di Daredevil si interroga ripetutamente su questi interrogativi e potrebbe anch’essa essere fonte di discussione e origine di spunti per un dialogo teologico sul problema del male, della violenza, dell’ambiguità della coscienza umana.

Non si può non concludere la carrellata con Stranger Things, una sorta di cult  tra gli adolescenti di tutto il mondo. La serie, che si basa su interessante intreccio tra fantascienza, soprannaturale, horror e vintage, pur nelle sue discutibili trame, potrebbe far riflettere a lungo sugli stati della psiche umana, sullo straniamento dei pre-adolescenti, sui valori portati avanti da famiglie disfunzionali, sulla presenza del sovrannaturale nelle nostre vite.

La pop theology è sempre possibile, ma ovviamente, non vanno tralasciati gli aspetti negativi di alcune di queste serie che abbiamo già citato sopra. Come sempre si tratta di prepararci anche di fronte a questo fenomeno ad una visione critica che, però, ci permette un dialogo continuo con la cultura veicolata da questi prodotti. Molti vedono i prodotti mediologici come gli ispiratori delle nostre visioni del mondo e questo aspetto, anche da parte di persone che ritengono che la nostra visione del mondo deve essere fondata sui testi biblici, non va ignorata.

 

 

 

 

Tre domande a Roberto Garaventa su Bibbia e violenza

Inizia con questo articolo il percorso di avvicinamento al XIII Convegno nazionale GBU (7–9 dicembre 2018) che avrà come tema proprio il tema della violenza: “Il Dio della Bibbia è un Dio violento?“.
Abbiamo posto queste domande al prof. Garaventa quale esponente informato e appassionato di una visione filosofica che si interroga continuamente su temi del genere (leggi qui il suo curriculum). La sua analisi, esterna alle convizioni che come GBU abbiamo sulla Bibbia e su Dio (Basi di fede) ci è utile, quale sfida lanciataci con gentilezza e rispetto, per comprendere la posta in gioco del dibattito sulla violenza ma anche per stimolarci affinché ci studiamo di comprendere in che modo la nostra fede nella Bibbia quale Parola ispirata di Dio debba prendere seriamente in carico le domande che ci vengono dai nostri contemporanei.

Ringraziamo dunque il prof. Garaventa per averci offerto questo straordinario spaccato e auspichiamo un dibattito aperto tra i lettori di questo post (anche tramite i commenti) e degli altri che verranno, in attesa di porci poi tutti quanti all’ascolto della Bibbia nel Convegno di dicembre.

Giacomo Carlo Di Gaetano (giacomocarlodigaetano@gbu.it)

 

 

  1.  Prof. Garaventa, la Bibbia contiene pagine in cui sono descritte e presentate diverse forme di violenza. Che cosa pensa di quelle pagine?

Il fatto che la Bibbia non solo descriva e presenti forme di violenza, ma sopratutto sia piena di morti ammazzati nel nome di Jahvé (come è noto, spesso è lo stesso Jahvé a condurre in battaglia il suo popolo e a ordinare lo sterminio dei nemici di Israele, mentre molte importanti figure della storia ebraica non hanno avuto scrupoli a spargere sangue umano in nome del “signore degli eserciti”), mostrando così un’arcaica tendenza alla violenza e alla crudeltà sia contro popoli stranieri seguaci di altre fedi, sia contro i membri del popolo d’Israele sostenitori di concezioni di fede e di norme di comportamento divergenti da quelle dominanti, dimostra a) che la Bibbia nel suo complesso non può essere addotta a sostegno del principio della sacralità e quindi della inviolabilità della vita, visto che in tali passi Dio non sembra affatto curarsi di ciò; b) che la guerra santa non è stata sempre e solo appannaggio della tradizione islamica; c) che è impossibile considerare la Bibbia (che per altro contiene molteplici e diverse immagini di Dio) quale unica istanza interpretativa di ciò che è bene o male, giusto o ingiusto, come invece sostengono, dal versante cattolico, la costituzione dogmatica Dei verbum sulla divina rivelazione del 1965 (per cui tutto quanto è contenuto ed è presente nelle Sacre Scritture è stato scritto “sotto l’ispirazione dello Spirito Santo” e ha “Dio come autore”; i testi biblici contengono “tutto ciò e solo ciò” che Dio voleva fosse scritto e insegnano “sicuramente, fedelmente e senza errore” la verità e quindi devono valere come sacri e canonici “nella loro totalità e con tutte le loro parti”) e, dal versante luterano-evangelico, la Formula di Concordia del 1580, per cui la Sacra Scrittura è l’unico criterio (“unico giudice, regola e istanza”) in base a cui giudicare la bontà o meno di tutte le dottrine (Allein die heilige Schrift bleibt der einige Richter, Regel und Richtschnur, nach welcher als dem einigen Probierstein sollen und müssen alle Lehren erkannt und geurteilt werden, ob sie gut oder bös, recht oder unrecht sein). C’è invece sempre bisogno di ermeneutica.

 

  1. Crede che la violenza sia insita nella natura di Dio così come è presentata nella Bibbia?

Ogni religione storico-positiva, nella misura in cui ritiene di fondarsi su una «rivelazione» divina indiscutibile e quindi rivendica per sé il possesso (esclusivo o inclusivo) della verità, si trova a dover fare i conti con altre religioni storiche che sollevano la stessa pretesa. Nasce così il problema di come una fede religiosa «assolutisticamente» intesa debba rapportarsi alle altre fedi religiose «assolutisticamente» intese: missione o dialogo? Ora, che la fede in un unico Dio (tratto che accomuna ebrei, cristiani e musulmani) abbia prodotto storicamente forme di «suprematismo zelotico e fanatico» (P. Sloterdijk), ovvero sia stata storicamente fonte d’intolleranza e di violenza inter-religiosa e intra-religiosa, è un dato storico difficilmente contestabile. È vero che la violenza è stata ed è presente anche nelle religioni non-monoteistiche (basti pensare alla centralità del sacrificio cruento in tutte le grandi tradizioni religiose dell’umanità). Tuttavia si può legittimamente sostenere, come ha fatto Jan Assmann, che la «distinzione» (operata per la prima volta da Mosè all’interno di un mondo fondamentalmente politeista, ma fatta propria anche da cristianesimo e islamismo) «tra vero e falso in religione», ovvero «tra il vero Dio e i falsi dèi, tra ortodossia ed eresia, tra scienza e ignoranza, tra fede e miscredenza», contenga in sé i germi di una «strutturale intolleranza» e sia quindi foriera di violenza religiosa. Infatti, ciò che adesso viene bollato come «falsità», «idolatria», non viene più considerato il frutto di mera ignoranza (errore involontario, semplice abbaglio), bensì, alla luce della rivelazione «assolutisticamente» intesa, viene visto come la conseguenza di un atto di voluta disubbidienza (miscredenza, caduta, peccato), se non addirittura di un rigetto da parte di Dio. Il che porta la comunità religiosa interessata ad assumere un atteggiamento intransigente e intollerante nei confronti di chi la pensa in modo diverso e, quindi, a respingere, escludere, cacciare, ostracizzare, se non addirittura a uccidere l’infedele, il miscredente, l’eretico. L’episodio del vitello d’oro (Gn 32) e le orge di violenza di Elia (1Re, 17-19) mostrano paradigmaticamente in che modo l’ebraismo, per difendere la retta dottrina e il retto comportamento e distinguersi rispetto al mondo religioso esterno, abbia proceduto alla discriminazione, all’espulsione e all’eliminazione dei dissidenti interni. E in effetti la violenza è stata spesso utilizzata con l’esplicita e consapevole intenzione di difendere le proprie verità di fede e di proteggere il proprio sistema di valori da qualsiasi avversario o nemico che vi si opponga o non vi si attenga o, semplicemente, professi altre verità e altri valori. Per conservare puro e intatto il proprio bagaglio religioso-culturale da ogni forma di contaminazione, le religioni rivelate hanno utilizzano anzitutto il disprezzo, la scomunica, la prescrizione e il bando, ma spesso (anzi fin troppo spesso) esse hanno fatto ricorso alla violenza armata (guerre missionarie, guerre sante, crociate), senza farsi alcuno scrupolo di utilizzare tutte le possibili varianti della crudeltà umana pur di eliminare e distruggere fisicamente il nemico (mago, strega, seduttore, eretico, miscredente). E alla violenza annientatrice hanno ripetutamente fatto ricorso non solo per difendere, ma anche per diffondere e imporre la propria fede quale unica verità e unica via di salvezza. Oggi la violenza contro i miscredenti, in nome e per la gloria di Dio, viene usata soprattutto dal fondamentalismo islamico, ma, se confrontiamo le motivazioni teologiche un tempo addotte per legittimare le crociate, possiamo notare molte affinità con quelle addotte oggigiorno in favore del jihad.

 

  1. Crede che il cristianesimo sia una religione violenta o che contenga in sé i germi della violenza, al punto tale da essere una religione pericolosa per la convivenza tra i popoli, ma anche per lo sviluppo dell’individuo?

Tutte le religioni (compresa quella cristiana) sono realtà ambigue e pericolose, nella misura in cui pretendono di disporre dell’unica, vera manifestazione di Dio. Inoltre, per quanto concerne il cristianesimo, ciò che è realmente decisivo e rilevante per la fede cristiana sembra essere non tanto il Gesù storico, quanto il Cristo testimoniato e annunciato dalla chiesa, che ha raccolto e selezionato le testimonianze su Gesù e ha fissato il canone dei testi sacri. La chiesa però è un’istanza terrena che pretende di avere l’autorità di imporre la giusta interpretazione e a cui i credenti devono ossequio ed obbedienza. Quindi ciò con cui abbiamo a che fare è in realtà soltanto un’istanza umana (spesso maschile), che pretende di parlare a nome di Dio. La parola della chiesa non è però la parola di Dio come tale, bensì soltanto la parola di un’istanza mondana che rivendica per sé il potere di parlare in nome di Dio. Se però già il kérygma è un’interpretazione umana, non è facile fissare un confine netto tra ciò che bisogna accettare per obbedienza e ciò che si può discutere criticamente. D’altra parte, ogni tentativo di comprendere il kérygma depositato nelle Sacre Scritture, non ha fatto che produrre nuove e diverse interpretazioni del messaggio originario (Hans Küng conta almeno cinque o sei macro-paradigmi nella storia del cristianesimo), producendo una serie infinita di discussioni, conflitti e guerre tra le differenti confessioni cristiane, nonché favorendo la nascita delle più diverse forme di fondamentalismo. I fanatici che pretendono di sapere con certezza ciò che Dio dice e vuole (in quanto non avvertono l’ambiguità presente in tutte le esperienze della voce di Dio) non riescono più a parlare tra loro e con noi da uomini. Se sono impotenti, sono gentili con noi. Se sono potenti, ci uccidono. Solo un ritorno al Gesù storico ci può salvare.

 

Prof. Roberto Garaventa
Ordinario di Storia della filosofia contemporanea
Dipartimento di Scienze Filosofiche, Pedagogiche ed Economico-Quantitative
Università di Chieti