Che cosa celebriamo quando celebriamo la Riforma?

L’autore della Lettera agli Ebrei invitava i lettori a ricordare i loro conduttori in quanto questi, «vi hanno annunciato la parola di Dio; e considerando quale sia stata la fine della loro vita, imitate la loro fede» (Eb 13:7). Sebbene nella Bibbia abbondino gli inviti a considerare il passato, a custodire la memoria (dagli appelli popolo d’Israele, all’istituzione della Cena del Signore), mi pare che questo ammonimento sia molto vicino alle nostre sensibilità (non c’è il rischio dell’orgoglio etnico né quello di decidere quale sia lo status della Cena).

Il brano chiede allora tre cose:

  • Ricordare;
  • Considerare la fine dei conduttori;
  • Imitarne la fede

 

 

Appare evidente che due dei tre elementi hanno un sapore chiaramente “storico” mentre il terzo si presta a considerazioni di altro ordine (spirituale?).

Pensando ai due elementi storici, la riflessione da fare nella ricorrenza della Riforma è se questa sia stata presa e considerata come un evento realmente storico (non ci sarà un’altra porta di una cattedrale di Wittenberg con un elenco di tesi affisse); il rischio infatti è che si possa alludere a essa come a una sorta di età dell’oro considerata sub specie aeternitatis.

Giorgio Spini metteva in guardia sulla retta considerazione dei fenomeni storici:

«non si è storici se non si ha coscienza chiara che il passato è il passato e non l’avvenire, e che se si smarrisce questa coscienza si possono fare cento altri mestieri belli o brutti, da quello ammirabile dell’apostolo a quello assai meno ammirabile del padre inquisitore, ma non si farà giammai il mestiere dello storico» (Storia dell’età moderna, p. 22)

In sostanza facciamo giustizia alla Riforma allorquando la presentiamo in tutta la sua crudezza storica, senza nascondere niente: pluralità e dunque lotte intestine; conflitti teologici (dai sacramenti alla predestinazione) fino alle rivendicazioni contadine, etc..

 

Tenendo conto di questi due rilievi apostolici dal sapore storico viene da pensare all’enfatizzazione, ricorrente nei dibattiti e nelle conferenze, delle conseguenze positive della Riforma, conseguenze da registrare sul piano sociale, culturale, etc.. Benissimo! Personalmente penso che il piano su cui la Riforma abbia inciso più degli altri sia quello educativo. Si tratta, se vogliamo, di una lettura apologetica della Riforma. Una lettura che sembra sorgere da un bisogno quasi ossessivo di giustificare la Riforma oppure di renderla appetibile per via delle conseguenze. Ma dobbiamo ammettere che su questa strada, con operazioni di storia del pensiero abbastanza complesse, corriamo il rischio di imbatterci in operazioni di segno contrario, altrettanto valide, nelle quali ci vengono ricordate alcune conseguenze negative della Riforma.

In questa lettura apologetica non si corre dunque il rischio di mettere in ombra le riscoperte teologiche dei Riformatori dal momento che queste vengono inserite nel frullatore delle rivendicazioni o delle contestazioni confessionali?

 

Restando sul piano dei due elementi dell’ammonimento apostolico va segnalato anche lo strano fenomeno della Riforma ricordata e rappresentata al cospetto di interlocutori cattolici, quando non anche di appartenenti a Chiese protestanti storiche. Che significato ha questa operazione?

A parte il pio ma discutibile pensiero di usare questa ricorrenza per evangelizzare … essa pare manifestare l’attesa che la Chiesa di Roma si decida ad accogliere la Riforma. Ma qui si erge un grosso problema: prima di tutto, a che cosa richiamiamo i nostri interlocutori cattolici? Essendo e definendoci evangelici ciò a cui dovremmo richiamarli, sia loro sia noi stessi, sarebbe il vangelo e non una stagione della storia del cristianesimo. In secondo luogo viene da interrogarsi sulle modalità di lettura della Riforma che adoperiamo. Nella sua recente biografia su Lutero, Adriano Prosperi ha focalizzato l’attenzione sugli anni di fuoco dell’esperienza del Riformatore, quelli che vanno dal 1517 al 1520, gli anni della fede e della libertà, come li ha definiti (Mondadori, 2017); alla fine di questo periodo c’è la scomunica e la rottura, e dunque la necessità concreta di pensare a come interagire con una parte del corpo cristiano che rifiutava l’appello a riformarsi. Ma in tutti i modi, come hanno ricordato in molti, Lutero in quegli anni ambiva a riformare quella che riteneva essere la sua chiesa!

Cercando di cogliere la lezione da questa focalizzazione sembra che il primo impulso della Riforma si rivolgesse verso il contesto all’interno del quale era inserita l’esperienza di fede di chi lo aveva sperimentato. Se prendessimo in carico totalmente la movenza degli anni della fede e della libertà di Lutero, avremmo che ognuno di noi dovrebbe pensare alla Riforma avendo nella testa e sullo sfondo la condizione della propria chiesa di appartenenza, quale che sia. Di fatto tutto l’evangelismo dovrebbe avere questa coscienza. Se poi dovessimo pensare a cosa, della Riforma, dovremmo auspicare per le nostre chiese e per tutto l’evangelismo può essere utile considerare la sintetica presentazione di Paolo Ricca: in una conferenza tenuta a un convegno a Torino nel 2008 (La Riforma come fenomeno europeo, Claudiana, 2011) ha sostenuto infatti che l’aspirazione di Lutero era quella di riporre la sua chiesa (nel senso di chiesa a cui apparteneva) sul fondamento che le era proprio, quello di Gesù Cristo, attestato nella Scrittura e per mezzo del quale era imputata al peccatore la giustizia. Desideriamo una chiesa e delle chiese poste sull’unico fondamento che è Gesù Cristo? Il confessionalismo e gli esperimenti confessionali successivi alla Riforma ci hanno insegnato, come ha ben spiegato Alister McGrath nel suo La Riforma e le sue idee sovversive (Edizioni GBU 2017), la necessità che ogni cristiano definisse la sua identità sulla base di una confessione di fede, di un documento che lo collocasse in uno dei partiti usciti dalle epoche delle ortodossie che hanno la Riforma solo a uno dei suoi estremi!

Facciamo dunque un errore di prospettiva quando pensiamo alla Riforma avendo ancora sullo sfondo la condizione della Chiesa di Roma, e non le nostre proprie chiese.

Alcuni teologi evangelici del nordamerica, forse pensando a cosa la Riforma possa dire a tutto l’evangelismo, in questa correzione della prospettiva, hanno posto l’attenzione sul tema della cattolicità di tutto ciò che è venuto fuori dalla Riforma (A Reforming Catholic Confession). È vero, i protestanti e gli evangelici sono più cattolici dei cattolici “romani”. E tuttavia, l’operazione di porre la Riforma avendo sullo sfondo la propria condizione e non quella altrui li ha portati a fare un’amara considerazione:

«Dobbiamo riconoscere che i Protestanti non hanno gestito le differenze dottrinali e di interpretazione in uno spirito di carità e di umiltà, ma nel fare una comune confessione sfidiamo l’idea che ogni differenza o distinzione denominazionale porti necessariamente alla divisione» (Explanation, n. 10; https://reformingcatholicconfession.com/)

Quando poniamo mente a tutto ciò abbiamo ancora voglia di andare a celebrare la Riforma al cospetto dei nostri amici cattolici, avendo forse il retropensiero che è la Chiesa di Roma a doversi riformare? Sicuramente la testimonianza di Lutero, e per suo mezzo il richiamo del vangelo, restano per Roma ancora oggi un appello con cui essi devono confrontarsi; grazie a Dio non più a suon di spade! Ma nel segno della fede e della libertà forse sarebbe meglio per noi iniziare a mettere mano a una riforma di noi stessi, delle nostre prassi segnate dalla ricerca del potere, della visibilità mediatica e di tanti altri idoli che affiorano via via nel nostro vissuto di fede evangelico.

Conclusione: non ci resta che la terza ingiunzione di Ebrei, imitate la fede! Su questo elemento, a differenza dei due storici, possiamo liberamente effondere tutte le nostre energie nella celebrazione. Imitare la fede di qualcuno non è un’operazione di “copia e incolla”, non è uno scimmiottamento di questo e quel riformatore, ma piuttosto un’impresa ermeneutica nella quale la fede da imitare viene ripulita da tutto ciò che è storicamente e culturalmente superato. Si tratta di un’operazione possibile, che i Riformatori stessi, e in particolare Lutero, ci hanno indicato proprio nel crogiuolo degli anni della fede e della libertà: è possibile prendere in carico il passato nella misura in cui ci si ancora saldamente all’insegnamento della sola Scrittura per rispondere alle sfide che man mano ci troviamo davanti.

 

Giacomo Carlo Di Gaetano è Dottore di Ricerca in Filosofia della religione (Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara), e Direttore editoriale di Edizioni GBU, nonché coordinatore del DiRS.

 

 

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4. La risurrezione e il dubbio

 

Il vangelo di Gesù Cristo: La risurrezione e il dubbio

Video della quarta sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Sabato 5 Dicembre

Traduce Andrea Papini

Lettura biblica: Giovanni 20:24-31

24 Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
26 Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
30 Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

 

 

 

Presentazione del Convegno

Presentazione del Convegno a cura di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

X Convegno Nazionale del GBU italiano

4–7 dicembre 2015

Montesilvano (PE)

Il vangelo di Gesù Cristo

 

 

 

 

Il vangelo di Gesù Cristo.

Donald Carson, in uno dei suoi due libri che saranno presentati al Convegno, Il Dio che c’è, afferma:

«Di fronte al declino morale in essere nella chiesa o nel mondo che ci circonda, quello che ci deve stare maggiormente a cuore è un’accurata, intensa, ricca comprensione del vangelo» (p. 174). (http://dirs.gbu.it/images/edizioni/2015_007_Carson_Dio.pdf)

Questa notazione da sola basterebbe a giustificare la scelta del tema di questo anno, al di là di altre ragioni contingenti (Carson infatti è per la seconda volta ospite del nostro Convegno e questo secondo invito risponde quasi a una promessa di venirci a spiegare la scaturigine di uno dei progetti a cui il biblista tiene molto, vale a dire The Gospel Coalition).

La necessità di questa comprensione del vangelo viene dunque proiettata sullo sfondo di queste due realtà, la chiesa e il mondo. In ciò che segue cerchiamo di identificare una prospettiva italianocentrica su tali realtà, cercando di enucleare degli aspetti che maggiormente sfidano la diffusione del vangelo nel nostro paese.

 

Il mondo

Che cos’è il “mondo” in una prospettiva italianocentrica? Esiste realmente un tale, regionale sguardo su una realtà che, sostanzialmente, è una categoria biblica (1 Gv 5:19) molto più complessa della cultura o della società di una nazione? Indubbiamente la nostra nazione condivide molti dei tratti culturali e sociali, declinanti, che caratterizzano l’Occidente: consumismo, individualismo, edonismo, etc.

Dobbiamo poi aggiungere a questo sfondo comune delle peculiarità: alcune individualizzano la condizione nazionale anche se non determinano ancora in profondità il nostro modo di essere italiani, quanto meno non agendo isolatamente rispetto ad altre peculiarità. Penso qui in particolare al fatto di essere la nazione che ospita il Vaticano e dunque alla pervasività del Cattolicesimo romano. È un dato di fatto che un lettore della Bibbia con i piedi piantati in quest’itala terra non potrà non cogliere, quando si affaccia sul panorama del mondo come lo vede da italiano: mi riferisco alla cosa grandiosa che è il Cattolicesimo. Tuttavia sarebbe un errore ritenere che la dimensione confessionale del cattolicesimo degli italiani sia oggi così preponderante da determinare la condizione spirituale di una nazione e da indurre a pensare che una strategia adeguata per la presentazione del vangelo debba ricorrere a una retorica da sedicesimo secolo: cattolici vs protestanti.

Vorrei infatti ricordare la lezione, positiva, che ci viene dall’evangelismo dell’800 e che mediante la formula “né cattolici né protestanti” ha sintetizzato la strada maestra ed efficace che la testimonianza evangelica sta percorrendo da allora.

Forse uno sguardo che riesca ad abbracciare in uno il “mondo” come potrebbe vederlo e disegnarlo un osservatore italiano di oggi deve ricorrere a formule più onnicomprensive, capaci di tenere in un unico sguardo le diverse tradizioni culturali che almeno dal Secondo dopoguerra, passando per il boom economico e per la morte delle tante repubbliche (prima, seconda, etc.), arrivano fino ai nostri giorni segnati da tensioni mondiali (terrorismo e migrazioni) e condizioni locali (crisi economica, disoccupazione) ma anche da una certa ricerca di identità più o meno forti.

La proposta di una sintesi, utile per noi a calibrare l’annuncio del vangelo nella nostra Italia sulla base della lezione stottiana del duplice ascolto, la si potrebbe intravedere forse nella formula crociana del non possiamo non dirci cristiani (1942).

Il “mondo” di un italiano medio dunque potrebbe essere un substrato, che si coglie al di sotto delle crisi e delle contraddizioni, fatto di fasti culturali e ambientali. Ogni angolo del nostro paese ci richiama a una memoria “cristiana” positiva, che non necessariamente è confessionale, e che ha attraversato i secoli e che si esterna in uno spirito di mediazione teso a smussare asperità ed estremismi. Siamo il paese delle cattedrali barocche e dei tesori del francescanesimo e dei benedettini che si trovano nelle chiesette di campagna. Siamo il paese del riformismo giansenista lombardo e piemontese (ancora presente sotto la ruvidezza della Lega lombarda – vedi Expo) e della sapienza siciliana che mescola le culture mediterranee e che per questa ragione, e non solo per le opportunità della mafia, riesce ad assorbire i flussi delle migrazioni.

Naturalmente per ogni passaggio di questa positiva visione con la quale deve fare i conti l’annuncio del vangelo potrebbe essere coniugato con le rispettive distorsioni: i crolli dei siti archeologici, e la corruzione del ceto politico, etc. Ma quale italiano, anche il più imbevuto di cultura secolare, potrebbe negare che non possiamo non dirci cristiani? Benedetto Croce, con il suo accento hegeliano, continua a dettare l’agenda dell’approccio al cristianesimo da parte della popolazione italiana. E in tal modo rappresenta anche un indice di paragone per la realtà che il vangelo si trova di fronte.

 

La chiesa

Non c’è il tempo di addentrarsi nella delineazione di che cosa è o di come dovremmo definire la “chiesa” secondo il Nuovo Testamento, quella che Carson ritiene pure in declino. È un terreno molto delicato sul quale in Italia, nel recente passato, si sono consumate fratture incredibili, nonché delle divisioni, incuranti del vangelo che veniva sporcato.

Nonostante una retorica di appello all’unità dei credenti (mi limito qui agli evangelici conservatori) bisogna prendere atto che negli ultimi anni sono nate nuove denominazioni, nuove iniziative non tese a rafforzare e riformare l’esistente ma a smembrarlo, confonderlo e aggredirlo ulteriormente.

Tuttavia, siccome questo aspetto accomuna gli evangelici di tutto il mondo (contro la retorica di chi ritiene che siamo i più litigiosi di tutti) credo che oggi il più serio pericolo di declino per le chiese che si rifanno al vangelo (e sono molte di più delle piccole percentuali che vengono sbandierate ai quattro venti dalle agenzie missionarie vecchie e nuove nella speranza di raccattare qualche dollaro in più) venga da un’altra parte: esso è rappresentato dal bisogno di rispondere a una frustrazione indotta da una percepita insignificanza sociale e culturale.

È il demone della rappresentanza sociale!

L’avvicendarsi delle generazioni e i mutamenti sociali in atto portano anche le forze politiche ad addentrarsi nei meandri della società, per andare a caccia delle subculture e raccattare qualche voto in più, strappandolo all’astensionismo e al pentastellismo, e a rendersi sempre più disponibili nei confronti della variegata realtà evangelica. Ed è del tutto evidente che ci siano sacche dell’evangelismo a cui questa attenzione piace molto e per la quale elaborano anche strategie dalla parvenza teologica.

In pratica è il pericolo di spostarsi verso quella forma di cristianesimo nominale che Thimothy Keller ha definito nel 2013, in un discorso tenuto allo Ethics and Public Policy Center, una sorta di ombrello di valori al di sotto del quale si collocava l’evangelismo fedele nordamericano. Quell’ombrello, secondo Keller, nella società americana di oggi si sta erodendo, dando vita a una radicale contrapposizione tra “devoti” e forze secolari (questo è anche, più o meno, il tema del prossimo libro di Carson che uscirà a gennaio sempre per i tipi di Edizioni GBU, L’intolleranza della nuova tolleranza).

Ma lo stesso ombrello valoriale in Italia resiste, grazie alla Chiesa cattolica; con questo Papa poi esso si è arricchito di venature sociali alle quali il predecessore, Benedetto XVI, che pure ha lavorato molto al suo rafforzamento (dialoghi con Habermas e Pera, p.es.), non era interessato. I sintomi della buona salute di questo ombrello sono tanti: dalle sentinelle, al renzismo e alle componenti sdolcinate del Partito Democratico che fanno l’occhiolino a tendenze culturali di destra.

Ebbene la tentazione della rappresentanza sociale per gli evangelici sta proprio nel dare un contributo, altamente insignificante quanto a numeri e rilevanza, a questo ombrello, con il solo scopo di contare e contarsi, essendo presenti. In tal modo però si riduce di fatto il vangelo, con la sua dimensione di realtà culturalmente imponderabile, a un mezzo in vista di un fine. Accade sempre più, per esempio, che iniziative culturali che raggruppano forze di diversa provenienza, ma promosse da evangelici, vengano declinate come testimonianza della propria fede, assecondando così quella raccomandazione emanata nel 2011 dal Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, dal Consiglio ecumenico delle chiese e dall’Alleanza Evangelica mondiale, e ratificato anche da alcune associazioni evangeliche italiane, che porta il significativo titolo di “Testimonianza cristiana in un mondo multireligioso e che vuole essere un manifesto delle buone pratiche della testimonianza cristiana.

L’evangelo però non coincide con la consistenza sociale e culturale di chi lo propone; esso è la Buona Novella di ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo per la salvezza delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

Ma non vogliamo correre e ci diamo appuntamento al Convegno Nazionale che inizia fra pochi giorni, per capirne di più!

 

Numero 10

Questa è l’edizione decima del nostro Convegno. Nato come una scommessa in un momento, uno dei tanti del passato, di assottigliamento del GBU (2005) puntava sul fatto che questo ministero, grazie anche al lavoro delle Edizioni GBU, potesse trovare ancora supporto e sostegno tra le chiese evangeliche. La scommessa doveva essere realizzata offrendo alle chiese un tempo in cui i credenti potessero usufruire di una formazione biblica che avrebbero potuto poi utilizzare nella vita delle loro chiese locali. Gli strumenti per la realizzazione di questa scommessa sono stati i ministeri e i doni che hanno maggiormente inciso nel mondo evangelico legato all’Università (IFES): C. Brown, D. Carson, J. Lamb, P. Williams, P. Martinez, L. Brown, V. Roberts, J. Lennox).

La scommessa fu vinta già dal primo anno. E da subito si è evidenziato questo speciale rapporto tra il Convegno e il mondo delle chiese locali che ne fa una particolarità unica nel panorama interdenominazionale italiano.

Abbiamo usato delle metafore per spiegare un evento che andava crescendo di anno in anno.

All’inizio abbiamo parlato di una vetrina. Un momento per il GBU di mostrare quello che è e che fa.

In un secondo momento, abbiamo usato a piene mani la metafora di John Stott sulle opere paraecclesiali che devono essere una mano delle chiese e non devono mettere la mano nelle chiese. Questa metafora fu scelta in omaggio e riconoscenza della fiducia che abbiamo via via raccolto dal mondo delle chiese.

La terza metafora che abbiamo utilizzato è stata quella della piccola vedetta: il Convegno come un luogo in cui la chiesa può essere avvertita su ciò che sta accadendo nella società o forse si vede all’orizzonte, indicando anche quali risorse adoperare per contrastarlo.

Sono certo che se il Signore ci consentirà di andare avanti, troveremo altre metafore per spiegare quello che facciamo. Oggi possiamo dire con forza, nonostante la nostra debolezza, «Fin qui il SIGNORE ci ha soccorsi» (1 Sam 7:12).

 

Chieti, 1 dicembre 2015

Endorsement

Prof. Roberto Frache
Professore ordinario di Chimica Analitica
Università di Genova

I Gruppi Biblici Universitari – GBU sono stati un notevole aiuto quando ero studente all’Università di Genova ma, soprattutto, negli anni successivi. Le possibilità di leggere libri e Riviste, di assistere a Conferenze, di frequentare incontri organizzati dai GBU hanno costituito per me una occasione importante per approfondire temi fondamentali sulla base di una solida base biblica.

La frequentazione dei GBU mi ha portato a fare parte del primo Comitato che ho presieduto per circa dieci anni. Ho potuto così portare un contributo all’impegno del movimento nel presentare al mondo universitario la visione biblica delle problematiche fondamentali che interessano da sempre l’uomo.

Ritengo il DiRS un moderno strumento che permette l’incontro di giovani – universitari e non – su temi importanti, che stanno alla base della nostra esistenza, in un clima di rispetto reciproco e di sincera ricerca. Il DiRS può quindi svolgere un ruolo significativo sia nell’ Università sia, in generale, fra le persone che sono interessate a problematiche che non sempre sono affrontate, nel dibattito culturale attuale, tenendo conto anche della prospettiva biblica.

 

 

Giancarlo Rinaldi
Docente di Storia del cristianesimo
Università degli Studi di Napoli L’Orientale

Il Dipartimento di Ricerche e Studi costituisce un’articolazione dei Gruppi Biblici Universitari i quali operano anche in Italia al fine di sensibilizzare il mondo universitario verso una libera riflessione su temi di carattere religioso, filosofico, sociale, etico, umanistico etc.

Le iniziative sono corredate da una attività editoriale di qualità. Tra i pregi di questo laboratorio di riflessione v’è quello della sua dimensione internazionale, per quanto riguarda sia i relatori che i partecipanti.

Sicuramente da questa azione di stimolo e di servizio la vita dei nostri atenei potrà trarre profitto promuovendo la partecipazione degli studenti e, tra l’altro, contribuendo ad esorcizzare il pericolo di una università – esamificio.

 

 

Prof. Massimo Rubboli
Docente di Storia delle Americhe
Università di Genova

Molti anni fa, quando ero studente all’Università di Bologna, ho fatto parte anch’io dei Gruppi Biblici Universitari (GBU) e ne ho ricevuto importanti stimoli per una seria riflessione su temi di grande rilevanza a partire dallo studio della Scrittura.

Ho continuato poi ad apprezzare l’impegno di questo movimento nel continuare a promuovere una riflessione biblica nell’ambito universitario, sia nel campo umanistico sia in quello scientifico.
Per alcuni anni sono stato membro del Comitato editoriale della casa editrice dei GBU e oggi dirigo la collana “Orizzonti del pensiero cristiano”, dove sono state pubblicate e sono in preparazione opere importanti ma ancora inedite in Italia, come il testo di Alexandre Vinet sulla separazione tra stato e chiesa che ispirò il pensiero di Cavour.

Credo che il DiRS sia un importante luogo di incontro e confronto per giovani studiosi su varie tematiche e svolga una funzione di stimolo alla discussione su temi e valori che spesso sono assenti dal mondo universitario.

 

 

Dr. Nicola Berretta
Ricercatore Laboratorio di Neurologia Sperimentale
Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma

Sono entrato nel mondo dei GBU quando ero ancora studente universitario presso l’Università di Pisa, trovando in esso uno felice strumento per uscire da una inopportuna dicotomia tra quella che era la mia esperienza quotidiana, vissuta tra un corso universitario e l’altro, e il tempo invece dedicato alla comunione fraterna, nella chiesa locale che frequentavo. La mia successiva esperienza lavorativa mi ha portato lontano dai GBU, in quanto vissuta in contesti affini, ma pur sempre esterni alla realtà accademica.

In anni recenti il mio interesse e il mio coinvolgimento diretto coi GBU è lentamente riemerso, grazie alla partecipazione a convegni annuali, oltre che a contributi che ho potuto offrire a colloqui organizzati dal DiRS e a iniziative evangelistiche dei GBU, e non ultima la mia collaborazione nel consiglio direttivo delle Edizioni GBU. Questo rinnovato entusiasmo non ha fatto altro che confermare, e semmai apprezzare ancora di più, l’utilità delle iniziative promosse dai GBU, tra le quali il DiRS. Nel suo impegno alla ricerca e all’approfondimento intellettuale, ancorché radicato nell’insegnamento biblico, credo che il DiRS possa costituire un’efficace interfaccia del mondo evangelico con la realtà accademica nel suo insieme, fatta di studenti, ricercatori e docenti universitari.

Il “tono” del vangelo

Abbiamo una chiamata a essere ambasciatori di Dio nel mondo. Ora siamo stranieri e rappresentiamo un regno e un sistema di valori differenti. Abbiamo anche un messaggio: questo mondo non ha l’ultima parola sulla vita. In un certo senso il nostro messaggio è soprattutto una supplica e la supplica è: «Siate riconciliati con Dio». Egli si cura di voi; separati da lui non state traendo il massimo dalla vostra vita. Quanto potreste avere e sperimentare di più! Quello che si ha qui è per lo più il tono di un invito a riflettere. Paolo inchioda spesso i propri interlocutori alla loro responsabilità, ma nel farlo mantiene sempre il tono dell’appello a essere riconciliati con Dio.

È il tono che osserviamo anche nel toccante passo di Atti 17:16–32. Paolo si trova ad Atene. Il testo ci dice che è adirato per tutti gli idoli che vi osserva. Se vogliamo avere un’idea di come si sentisse Paolo per questo tipo di rifiuto di Dio ci basta leggere i versetti d’apertura di Romani 1:18–231. Tuttavia quando si rivolse agli Ateniesi lo fece in modo rispettoso, pur sfidandoli a cambiare il loro modo di concepire Dio. Li invitò a riflettere sulla loro responsabilità davanti a Dio. Non fu lui a porre fine al discorso poiché quando arrivò alla risurrezione la discussione si spense. Nondimeno il passo mostra Paolo che predica come un ambasciatore, latore di un richiamo a un modo nuovo di pensare a Dio. Chiama al ravvedimento anche mentre cerca la fede:

«Mentre Paolo li aspettava ad Atene, ….. lo spirito gli s’inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: “Che cosa dice questo ciarlatano?” E altri: “Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere”, perché annunciava Gesù e la risurrezione. Presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: “Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose”. Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità. E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: “Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto.

“Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che
sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito
dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: ‘Poiché siamo anche sua discendenza’. Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti”.
Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta”».

Vedete il rispetto accordato da Paolo a una ricerca spirituale male indirizzata? La riconobbe e cercò d’impegnare coloro che vi si dedicavano ponendosi al livello del loro desiderio di conoscere e di cercare Dio. Anche se questo cammino era al momento male indirizzato, Paolo corresse la rotta, orientandoli verso quello che Dio stava facendo in Gesù. Li supplicò di essere riconciliati con il Dio vivente, incominciando nel frattempo a mettere in chiaro che erano responsabili verso di lui.

In parte Paolo potè farlo perché nel mondo antico c’era rispetto per il divino. Nessuno metteva in discussione che ci fosse qualche divinità al mondo, cosa questa che oggi non è sempre così scontata. Ci sono alcuni che pensano di poter scendere a patti con Dio e con quello che egli deve loro. Oppure hanno un’idea di Dio che lo considera più come un nonno facilmente manipolabile che come il Signore sovrano. Nondimeno il punto è che dobbiamo presentare il vangelo con un tono invitante, anche quando sfidiamo le persone a rimettere in discussione il loro modo di concepire Dio. Non dobbiamo fare un accordo con i nostri interlocutori o fare pressione su di essi; il nostro compito è quello di presentare il messaggio di speranza. I risultati sono nelle mani di coloro che ci ascoltano e del Dio che può operare per cambiare i cuori delle persone.

Questo tema del tono è davvero importante. Spesso è qui che la chiesa viene meno. O edulcora tanto il vangelo da far dimenticare il bisogno (e la risultante gratitudine derivante dal soddisfacimento di quel bisogno) oppure punta il dito contro le persone, cercando di farle entrare nel regno in preda alla vergogna. Nessuno di questi due approcci è quello qui mostrato da Paolo. Rispettate quanti sono spiritualmente alla ricerca. Invitateli a essere riconciliati con Dio e a percepire il bisogno che hanno di ciò che egli ha fatto. Poi lasciate serenamente gli effetti di quella conversazione nelle mani di coloro che sono invitati e del Dio che per vostro tramite fa l’invito. Ricordate: al vangelo si accompagna la potenza che in quanto parola di Dio gli è propria. La sua speranza può penetrare nel cuore in modi che a noi non sarebbero mai accessibili, in quanto lo Spirito di Dio continua a operare nel seme che attecchisce tramite la condivisione di quel positivo messaggio.

(Darrell L. Bock, Alla riscoperta del vero vangelo perduto, Edizioni GBU, 2017)

 

Darrell Bock sarà il relatore del XII Convegno Nazionale GBU (7-10 dicembre 2017)

Il messaggio di Gesù Cristo in una cultura complessa

Darrell Bock su Riforma e società contemporanea

 

Prof. Bock,

il titolo del ciclo di conferenze che terrà al prossimo XII Convegno Nazionale GBU è: “Il messaggio di Gesù Cristo in una cultura complessa“;

quest’anno ricorre anche il 500° anniversario della Riforma protestante. Vede qualche parallelismo tra la complessità che caratterizzava la società del XVI secolo e la complessità che caratterizza il tempo presente?

 

No, c’è una differenza importante tra le due società, quale che possa essere l’idea che abbiamo di “complessità”. Si tratta di questo: la rete di convinzioni ebraico–cristiane che avvolgeva l’Europa della Riforma ora non c’è più. Questo ha implicazioni profonde per la chiesa e per quello che questa deve fare quando deve comunicare il suo messaggio.

La testimonianza che rendiamo a Gesù Cristo può beneficiare di una rilettura importante della Riforma, oppure i cambiamenti sociali e culturali ci suggeriscono di andare oltre la Riforma?

Decisamente la seconda ipotesi. C’è sicuramente un certo beneficio nel confrontarsi con tutto ciò che è venuto dalla Riforma ma il modo in cui spieghiamo il contenuto cambia completamente. Invece di argomentare sostenendo che ciò che è vero lo è in quanto è contenuto nella Scrittura, dobbiamo oggi argomentare sostenendo che la verità si trova nella Bibbia proprio perché è vera; si tratta di un orientamento e un compito completamente diverso.

(D. Bock)

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