4. La risurrezione e il dubbio

 

Il vangelo di Gesù Cristo: La risurrezione e il dubbio

Video della quarta sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Sabato 5 Dicembre

Traduce Andrea Papini

Lettura biblica: Giovanni 20:24-31

24 Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
26 Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
30 Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

 

 

 

Presentazione del Convegno

Presentazione del Convegno a cura di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

X Convegno Nazionale del GBU italiano

4–7 dicembre 2015

Montesilvano (PE)

Il vangelo di Gesù Cristo

 

 

 

 

Il vangelo di Gesù Cristo.

Donald Carson, in uno dei suoi due libri che saranno presentati al Convegno, Il Dio che c’è, afferma:

«Di fronte al declino morale in essere nella chiesa o nel mondo che ci circonda, quello che ci deve stare maggiormente a cuore è un’accurata, intensa, ricca comprensione del vangelo» (p. 174). (http://dirs.gbu.it/images/edizioni/2015_007_Carson_Dio.pdf)

Questa notazione da sola basterebbe a giustificare la scelta del tema di questo anno, al di là di altre ragioni contingenti (Carson infatti è per la seconda volta ospite del nostro Convegno e questo secondo invito risponde quasi a una promessa di venirci a spiegare la scaturigine di uno dei progetti a cui il biblista tiene molto, vale a dire The Gospel Coalition).

La necessità di questa comprensione del vangelo viene dunque proiettata sullo sfondo di queste due realtà, la chiesa e il mondo. In ciò che segue cerchiamo di identificare una prospettiva italianocentrica su tali realtà, cercando di enucleare degli aspetti che maggiormente sfidano la diffusione del vangelo nel nostro paese.

 

Il mondo

Che cos’è il “mondo” in una prospettiva italianocentrica? Esiste realmente un tale, regionale sguardo su una realtà che, sostanzialmente, è una categoria biblica (1 Gv 5:19) molto più complessa della cultura o della società di una nazione? Indubbiamente la nostra nazione condivide molti dei tratti culturali e sociali, declinanti, che caratterizzano l’Occidente: consumismo, individualismo, edonismo, etc.

Dobbiamo poi aggiungere a questo sfondo comune delle peculiarità: alcune individualizzano la condizione nazionale anche se non determinano ancora in profondità il nostro modo di essere italiani, quanto meno non agendo isolatamente rispetto ad altre peculiarità. Penso qui in particolare al fatto di essere la nazione che ospita il Vaticano e dunque alla pervasività del Cattolicesimo romano. È un dato di fatto che un lettore della Bibbia con i piedi piantati in quest’itala terra non potrà non cogliere, quando si affaccia sul panorama del mondo come lo vede da italiano: mi riferisco alla cosa grandiosa che è il Cattolicesimo. Tuttavia sarebbe un errore ritenere che la dimensione confessionale del cattolicesimo degli italiani sia oggi così preponderante da determinare la condizione spirituale di una nazione e da indurre a pensare che una strategia adeguata per la presentazione del vangelo debba ricorrere a una retorica da sedicesimo secolo: cattolici vs protestanti.

Vorrei infatti ricordare la lezione, positiva, che ci viene dall’evangelismo dell’800 e che mediante la formula “né cattolici né protestanti” ha sintetizzato la strada maestra ed efficace che la testimonianza evangelica sta percorrendo da allora.

Forse uno sguardo che riesca ad abbracciare in uno il “mondo” come potrebbe vederlo e disegnarlo un osservatore italiano di oggi deve ricorrere a formule più onnicomprensive, capaci di tenere in un unico sguardo le diverse tradizioni culturali che almeno dal Secondo dopoguerra, passando per il boom economico e per la morte delle tante repubbliche (prima, seconda, etc.), arrivano fino ai nostri giorni segnati da tensioni mondiali (terrorismo e migrazioni) e condizioni locali (crisi economica, disoccupazione) ma anche da una certa ricerca di identità più o meno forti.

La proposta di una sintesi, utile per noi a calibrare l’annuncio del vangelo nella nostra Italia sulla base della lezione stottiana del duplice ascolto, la si potrebbe intravedere forse nella formula crociana del non possiamo non dirci cristiani (1942).

Il “mondo” di un italiano medio dunque potrebbe essere un substrato, che si coglie al di sotto delle crisi e delle contraddizioni, fatto di fasti culturali e ambientali. Ogni angolo del nostro paese ci richiama a una memoria “cristiana” positiva, che non necessariamente è confessionale, e che ha attraversato i secoli e che si esterna in uno spirito di mediazione teso a smussare asperità ed estremismi. Siamo il paese delle cattedrali barocche e dei tesori del francescanesimo e dei benedettini che si trovano nelle chiesette di campagna. Siamo il paese del riformismo giansenista lombardo e piemontese (ancora presente sotto la ruvidezza della Lega lombarda – vedi Expo) e della sapienza siciliana che mescola le culture mediterranee e che per questa ragione, e non solo per le opportunità della mafia, riesce ad assorbire i flussi delle migrazioni.

Naturalmente per ogni passaggio di questa positiva visione con la quale deve fare i conti l’annuncio del vangelo potrebbe essere coniugato con le rispettive distorsioni: i crolli dei siti archeologici, e la corruzione del ceto politico, etc. Ma quale italiano, anche il più imbevuto di cultura secolare, potrebbe negare che non possiamo non dirci cristiani? Benedetto Croce, con il suo accento hegeliano, continua a dettare l’agenda dell’approccio al cristianesimo da parte della popolazione italiana. E in tal modo rappresenta anche un indice di paragone per la realtà che il vangelo si trova di fronte.

 

La chiesa

Non c’è il tempo di addentrarsi nella delineazione di che cosa è o di come dovremmo definire la “chiesa” secondo il Nuovo Testamento, quella che Carson ritiene pure in declino. È un terreno molto delicato sul quale in Italia, nel recente passato, si sono consumate fratture incredibili, nonché delle divisioni, incuranti del vangelo che veniva sporcato.

Nonostante una retorica di appello all’unità dei credenti (mi limito qui agli evangelici conservatori) bisogna prendere atto che negli ultimi anni sono nate nuove denominazioni, nuove iniziative non tese a rafforzare e riformare l’esistente ma a smembrarlo, confonderlo e aggredirlo ulteriormente.

Tuttavia, siccome questo aspetto accomuna gli evangelici di tutto il mondo (contro la retorica di chi ritiene che siamo i più litigiosi di tutti) credo che oggi il più serio pericolo di declino per le chiese che si rifanno al vangelo (e sono molte di più delle piccole percentuali che vengono sbandierate ai quattro venti dalle agenzie missionarie vecchie e nuove nella speranza di raccattare qualche dollaro in più) venga da un’altra parte: esso è rappresentato dal bisogno di rispondere a una frustrazione indotta da una percepita insignificanza sociale e culturale.

È il demone della rappresentanza sociale!

L’avvicendarsi delle generazioni e i mutamenti sociali in atto portano anche le forze politiche ad addentrarsi nei meandri della società, per andare a caccia delle subculture e raccattare qualche voto in più, strappandolo all’astensionismo e al pentastellismo, e a rendersi sempre più disponibili nei confronti della variegata realtà evangelica. Ed è del tutto evidente che ci siano sacche dell’evangelismo a cui questa attenzione piace molto e per la quale elaborano anche strategie dalla parvenza teologica.

In pratica è il pericolo di spostarsi verso quella forma di cristianesimo nominale che Thimothy Keller ha definito nel 2013, in un discorso tenuto allo Ethics and Public Policy Center, una sorta di ombrello di valori al di sotto del quale si collocava l’evangelismo fedele nordamericano. Quell’ombrello, secondo Keller, nella società americana di oggi si sta erodendo, dando vita a una radicale contrapposizione tra “devoti” e forze secolari (questo è anche, più o meno, il tema del prossimo libro di Carson che uscirà a gennaio sempre per i tipi di Edizioni GBU, L’intolleranza della nuova tolleranza).

Ma lo stesso ombrello valoriale in Italia resiste, grazie alla Chiesa cattolica; con questo Papa poi esso si è arricchito di venature sociali alle quali il predecessore, Benedetto XVI, che pure ha lavorato molto al suo rafforzamento (dialoghi con Habermas e Pera, p.es.), non era interessato. I sintomi della buona salute di questo ombrello sono tanti: dalle sentinelle, al renzismo e alle componenti sdolcinate del Partito Democratico che fanno l’occhiolino a tendenze culturali di destra.

Ebbene la tentazione della rappresentanza sociale per gli evangelici sta proprio nel dare un contributo, altamente insignificante quanto a numeri e rilevanza, a questo ombrello, con il solo scopo di contare e contarsi, essendo presenti. In tal modo però si riduce di fatto il vangelo, con la sua dimensione di realtà culturalmente imponderabile, a un mezzo in vista di un fine. Accade sempre più, per esempio, che iniziative culturali che raggruppano forze di diversa provenienza, ma promosse da evangelici, vengano declinate come testimonianza della propria fede, assecondando così quella raccomandazione emanata nel 2011 dal Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, dal Consiglio ecumenico delle chiese e dall’Alleanza Evangelica mondiale, e ratificato anche da alcune associazioni evangeliche italiane, che porta il significativo titolo di “Testimonianza cristiana in un mondo multireligioso e che vuole essere un manifesto delle buone pratiche della testimonianza cristiana.

L’evangelo però non coincide con la consistenza sociale e culturale di chi lo propone; esso è la Buona Novella di ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo per la salvezza delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

Ma non vogliamo correre e ci diamo appuntamento al Convegno Nazionale che inizia fra pochi giorni, per capirne di più!

 

Numero 10

Questa è l’edizione decima del nostro Convegno. Nato come una scommessa in un momento, uno dei tanti del passato, di assottigliamento del GBU (2005) puntava sul fatto che questo ministero, grazie anche al lavoro delle Edizioni GBU, potesse trovare ancora supporto e sostegno tra le chiese evangeliche. La scommessa doveva essere realizzata offrendo alle chiese un tempo in cui i credenti potessero usufruire di una formazione biblica che avrebbero potuto poi utilizzare nella vita delle loro chiese locali. Gli strumenti per la realizzazione di questa scommessa sono stati i ministeri e i doni che hanno maggiormente inciso nel mondo evangelico legato all’Università (IFES): C. Brown, D. Carson, J. Lamb, P. Williams, P. Martinez, L. Brown, V. Roberts, J. Lennox).

La scommessa fu vinta già dal primo anno. E da subito si è evidenziato questo speciale rapporto tra il Convegno e il mondo delle chiese locali che ne fa una particolarità unica nel panorama interdenominazionale italiano.

Abbiamo usato delle metafore per spiegare un evento che andava crescendo di anno in anno.

All’inizio abbiamo parlato di una vetrina. Un momento per il GBU di mostrare quello che è e che fa.

In un secondo momento, abbiamo usato a piene mani la metafora di John Stott sulle opere paraecclesiali che devono essere una mano delle chiese e non devono mettere la mano nelle chiese. Questa metafora fu scelta in omaggio e riconoscenza della fiducia che abbiamo via via raccolto dal mondo delle chiese.

La terza metafora che abbiamo utilizzato è stata quella della piccola vedetta: il Convegno come un luogo in cui la chiesa può essere avvertita su ciò che sta accadendo nella società o forse si vede all’orizzonte, indicando anche quali risorse adoperare per contrastarlo.

Sono certo che se il Signore ci consentirà di andare avanti, troveremo altre metafore per spiegare quello che facciamo. Oggi possiamo dire con forza, nonostante la nostra debolezza, «Fin qui il SIGNORE ci ha soccorsi» (1 Sam 7:12).

 

Chieti, 1 dicembre 2015

Endorsement

Prof. Roberto Frache
Professore ordinario di Chimica Analitica
Università di Genova

I Gruppi Biblici Universitari – GBU sono stati un notevole aiuto quando ero studente all’Università di Genova ma, soprattutto, negli anni successivi. Le possibilità di leggere libri e Riviste, di assistere a Conferenze, di frequentare incontri organizzati dai GBU hanno costituito per me una occasione importante per approfondire temi fondamentali sulla base di una solida base biblica.

La frequentazione dei GBU mi ha portato a fare parte del primo Comitato che ho presieduto per circa dieci anni. Ho potuto così portare un contributo all’impegno del movimento nel presentare al mondo universitario la visione biblica delle problematiche fondamentali che interessano da sempre l’uomo.

Ritengo il DiRS un moderno strumento che permette l’incontro di giovani – universitari e non – su temi importanti, che stanno alla base della nostra esistenza, in un clima di rispetto reciproco e di sincera ricerca. Il DiRS può quindi svolgere un ruolo significativo sia nell’ Università sia, in generale, fra le persone che sono interessate a problematiche che non sempre sono affrontate, nel dibattito culturale attuale, tenendo conto anche della prospettiva biblica.

 

 

Giancarlo Rinaldi
Docente di Storia del cristianesimo
Università degli Studi di Napoli L’Orientale

Il Dipartimento di Ricerche e Studi costituisce un’articolazione dei Gruppi Biblici Universitari i quali operano anche in Italia al fine di sensibilizzare il mondo universitario verso una libera riflessione su temi di carattere religioso, filosofico, sociale, etico, umanistico etc.

Le iniziative sono corredate da una attività editoriale di qualità. Tra i pregi di questo laboratorio di riflessione v’è quello della sua dimensione internazionale, per quanto riguarda sia i relatori che i partecipanti.

Sicuramente da questa azione di stimolo e di servizio la vita dei nostri atenei potrà trarre profitto promuovendo la partecipazione degli studenti e, tra l’altro, contribuendo ad esorcizzare il pericolo di una università – esamificio.

 

 

Prof. Massimo Rubboli
Docente di Storia delle Americhe
Università di Genova

Molti anni fa, quando ero studente all’Università di Bologna, ho fatto parte anch’io dei Gruppi Biblici Universitari (GBU) e ne ho ricevuto importanti stimoli per una seria riflessione su temi di grande rilevanza a partire dallo studio della Scrittura.

Ho continuato poi ad apprezzare l’impegno di questo movimento nel continuare a promuovere una riflessione biblica nell’ambito universitario, sia nel campo umanistico sia in quello scientifico.
Per alcuni anni sono stato membro del Comitato editoriale della casa editrice dei GBU e oggi dirigo la collana “Orizzonti del pensiero cristiano”, dove sono state pubblicate e sono in preparazione opere importanti ma ancora inedite in Italia, come il testo di Alexandre Vinet sulla separazione tra stato e chiesa che ispirò il pensiero di Cavour.

Credo che il DiRS sia un importante luogo di incontro e confronto per giovani studiosi su varie tematiche e svolga una funzione di stimolo alla discussione su temi e valori che spesso sono assenti dal mondo universitario.

 

 

Dr. Nicola Berretta
Ricercatore Laboratorio di Neurologia Sperimentale
Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma

Sono entrato nel mondo dei GBU quando ero ancora studente universitario presso l’Università di Pisa, trovando in esso uno felice strumento per uscire da una inopportuna dicotomia tra quella che era la mia esperienza quotidiana, vissuta tra un corso universitario e l’altro, e il tempo invece dedicato alla comunione fraterna, nella chiesa locale che frequentavo. La mia successiva esperienza lavorativa mi ha portato lontano dai GBU, in quanto vissuta in contesti affini, ma pur sempre esterni alla realtà accademica.

In anni recenti il mio interesse e il mio coinvolgimento diretto coi GBU è lentamente riemerso, grazie alla partecipazione a convegni annuali, oltre che a contributi che ho potuto offrire a colloqui organizzati dal DiRS e a iniziative evangelistiche dei GBU, e non ultima la mia collaborazione nel consiglio direttivo delle Edizioni GBU. Questo rinnovato entusiasmo non ha fatto altro che confermare, e semmai apprezzare ancora di più, l’utilità delle iniziative promosse dai GBU, tra le quali il DiRS. Nel suo impegno alla ricerca e all’approfondimento intellettuale, ancorché radicato nell’insegnamento biblico, credo che il DiRS possa costituire un’efficace interfaccia del mondo evangelico con la realtà accademica nel suo insieme, fatta di studenti, ricercatori e docenti universitari.

Manifesto programmatico del DiRS

 

Il Dipartimento di Ricerche e Studi (DiRS) è un servizio dei Gruppi Biblici Universitari (GBU) che ha lo scopo di favorire l’articolazione tra la dimensione intellettuale e accademica del movimento studentesco e il dichiarato intento di quest’ultimo: condividere il vangelo da studente a studente negli ambienti universitari.

Per dimensione intellettuale intendiamo:

  • lo sforzo teso a comprendere il messaggio della bibbia nel senso inteso dai suoi autori umani e dal suo autore soprannaturale e a comunicarlo in un modo che sia chiaro e rilevante nel mondo contemporaneo (priorità delle scienze bibliche);
  • l’impegno dell’intelligenza a esplorare con rigore tutti i campi del sapere, dalle scienze naturali a quelle umane, dalle scienze della vita alla teologia, alla luce della verità rivelata.

Sforzo e impegno dell’intelligenza si esplicano nella sottomissione alla Bibbia, Parola di Dio, e sotto l’impulso dello Spirito Santo.

 

Gli obiettivi

Il DiRS e l’annuncio del vangelo

Il DiRS, facendo proprio il motto al “servizio di una fede che pensa”, agirà per essere uno stimolo all’annuncio del vangelo e al suo accoglimento. Darà un impulso alla scoperta delle conseguenze del rinnovamento del cuore che il vangelo produce, ricercando il modo in cui queste conseguenze si estendono in tutte le sfere dell’esistenza.

 

Nel GBU, infatti, nutriamo queste convinzioni:

  • una fede che pensa può facilitare l’annuncio del vangelo in quanto l’intelligenza esplora l’opera creatrice del Dio biblico, accogliendone il disegno originario e rilevando i modi in cui esso è stato deturpato dal peccato; quindi confrontando questa indagine con i risultati raggiunti dal sapere umano che prescinde dalla rivelazione;
  • una fede che pensa può facilitare l’accoglimento del vangelo in quanto l’intelligenza scopre i modi in cui la buona notizia del Dio fattosi uomo in Cristo Gesù e morto sulla croce per la salvezza dell’uomo peccatore può contribuire alla riparazione e al recupero del disegno della creazione;
  • una fede che pensa e un cuore rinnovato utilizzeranno il sapere per favorire il riconoscimento della signoria di Cristo su ogni aspetto della realtà;
  • una fede che pensa può riconosce i modi in cui lo Spirito Santo, che è Spirito del Dio creatore e del Dio redentore, è attivo e pronto a fornire risorse anche all’intelligenza.

 

Il DiRS e la vita pratica

Il DiRS incentiverà una fede che pensa, ma anche una fede che vive. Con le sue attività manterrà vivo l’obiettivo di ancorare l’impegno dell’intelligenza (condotto con rigore e in sintonia con gli standard accademici, ma anche sottomesso alla rivelazione) a una prassi e a un’azione concrete. In tal modo una fede pensante e viva lascerà agire lo spirito per contrastare gli effetti della presenza del peccato, incentiverà l’annuncio del vangelo e nutrirà la speranza nel ritorno del signore che farà trionfare la sua perfetta giustizia e sapienza.

 

Il DiRS e il mondo della cultura

Il DiRS, nel suo intento di far interagire dimensione intellettuale e accademica e annuncio del vangelo si confronterà con il mondo della cultura, inteso come insieme del sapere umano nelle sue direttrici teoriche e applicate, nonché come insieme di istituzioni e luoghi che elaborano questo sapere (atenei, istituti e accademie). Il metodo di questo confronto sarà quello della ricerca di quel terreno comune e di quei punti di contatto che esistono tra l’ indagine dell’intelligenza che si sottomette alla rivelazione e l’indagine che prescinde da quest’ultima. Ampio spazio sarà dunque dato all’uso dell’argomentazione apologetica, usata con umiltà, amore e rispetto delle posizioni altrui nell’intento di far germogliare negli interlocutori il dubbio se la rivelazione di Dio contenuta nella bibbia non vada presa sul serio e non debba essere dunque accolto il suo messaggio centrale: la buona novella.

 

Il DiRS e la riflessione teologica

L’azione del DiRS vuole essere ministeriale (un servizio) e non magisteriale. Questo vale soprattutto nel campo della riflessione teologica dove spesso si registrano tensioni e divisioni nel popolo di Dio. La teo–logia, infatti, non diversamente da qualsiasi altro discorso umano (logos) elaborato in altri ambiti (psico–logia, socio–logia, bio–logia) deve sottomettersi anch’essa alla Bibbia, Parola di Dio, e servire la chiesa, fungendo da strumento di arricchimento della sua vita.

 

Il DiRS e le chiese

Il DiRS nell’espletamento dei suoi compiti istituzionali intende mettere a disposizione del mondo delle chiese le proprie esperienze e i risultati della sua azione. Questo obiettivo vuole essere perseguito in uno spirito di ringraziamento nei confronti delle chiese che accordano ai Gruppi Biblici Universitari la loro fiducia, raccomandando i loro giovani all’opera svolta dal movimento. In questo scambio i gbu riconoscono in modo chiaro e senza equivoci che le chiese, nella loro dimensione locale e denominazionale, sono il luogo per eccellenza in cui si manifesta l’opera di Dio, mentre tutte le attività missionarie, compresa quella dei GBU (e del DiRS), non sono altro che un servizio. Il servizio del DiRS è dunque interdenominazionale e si fonda sulle basi di fede dei GBU.

I punti di fede del GBU li trovi qui

Il “tono” del vangelo

Abbiamo una chiamata a essere ambasciatori di Dio nel mondo. Ora siamo stranieri e rappresentiamo un regno e un sistema di valori differenti. Abbiamo anche un messaggio: questo mondo non ha l’ultima parola sulla vita. In un certo senso il nostro messaggio è soprattutto una supplica e la supplica è: «Siate riconciliati con Dio». Egli si cura di voi; separati da lui non state traendo il massimo dalla vostra vita. Quanto potreste avere e sperimentare di più! Quello che si ha qui è per lo più il tono di un invito a riflettere. Paolo inchioda spesso i propri interlocutori alla loro responsabilità, ma nel farlo mantiene sempre il tono dell’appello a essere riconciliati con Dio.

È il tono che osserviamo anche nel toccante passo di Atti 17:16–32. Paolo si trova ad Atene. Il testo ci dice che è adirato per tutti gli idoli che vi osserva. Se vogliamo avere un’idea di come si sentisse Paolo per questo tipo di rifiuto di Dio ci basta leggere i versetti d’apertura di Romani 1:18–231. Tuttavia quando si rivolse agli Ateniesi lo fece in modo rispettoso, pur sfidandoli a cambiare il loro modo di concepire Dio. Li invitò a riflettere sulla loro responsabilità davanti a Dio. Non fu lui a porre fine al discorso poiché quando arrivò alla risurrezione la discussione si spense. Nondimeno il passo mostra Paolo che predica come un ambasciatore, latore di un richiamo a un modo nuovo di pensare a Dio. Chiama al ravvedimento anche mentre cerca la fede:

«Mentre Paolo li aspettava ad Atene, ….. lo spirito gli s’inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: “Che cosa dice questo ciarlatano?” E altri: “Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere”, perché annunciava Gesù e la risurrezione. Presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: “Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose”. Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità. E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: “Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto.

“Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che
sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito
dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: ‘Poiché siamo anche sua discendenza’. Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti”.
Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta”».

Vedete il rispetto accordato da Paolo a una ricerca spirituale male indirizzata? La riconobbe e cercò d’impegnare coloro che vi si dedicavano ponendosi al livello del loro desiderio di conoscere e di cercare Dio. Anche se questo cammino era al momento male indirizzato, Paolo corresse la rotta, orientandoli verso quello che Dio stava facendo in Gesù. Li supplicò di essere riconciliati con il Dio vivente, incominciando nel frattempo a mettere in chiaro che erano responsabili verso di lui.

In parte Paolo potè farlo perché nel mondo antico c’era rispetto per il divino. Nessuno metteva in discussione che ci fosse qualche divinità al mondo, cosa questa che oggi non è sempre così scontata. Ci sono alcuni che pensano di poter scendere a patti con Dio e con quello che egli deve loro. Oppure hanno un’idea di Dio che lo considera più come un nonno facilmente manipolabile che come il Signore sovrano. Nondimeno il punto è che dobbiamo presentare il vangelo con un tono invitante, anche quando sfidiamo le persone a rimettere in discussione il loro modo di concepire Dio. Non dobbiamo fare un accordo con i nostri interlocutori o fare pressione su di essi; il nostro compito è quello di presentare il messaggio di speranza. I risultati sono nelle mani di coloro che ci ascoltano e del Dio che può operare per cambiare i cuori delle persone.

Questo tema del tono è davvero importante. Spesso è qui che la chiesa viene meno. O edulcora tanto il vangelo da far dimenticare il bisogno (e la risultante gratitudine derivante dal soddisfacimento di quel bisogno) oppure punta il dito contro le persone, cercando di farle entrare nel regno in preda alla vergogna. Nessuno di questi due approcci è quello qui mostrato da Paolo. Rispettate quanti sono spiritualmente alla ricerca. Invitateli a essere riconciliati con Dio e a percepire il bisogno che hanno di ciò che egli ha fatto. Poi lasciate serenamente gli effetti di quella conversazione nelle mani di coloro che sono invitati e del Dio che per vostro tramite fa l’invito. Ricordate: al vangelo si accompagna la potenza che in quanto parola di Dio gli è propria. La sua speranza può penetrare nel cuore in modi che a noi non sarebbero mai accessibili, in quanto lo Spirito di Dio continua a operare nel seme che attecchisce tramite la condivisione di quel positivo messaggio.

(Darrell L. Bock, Alla riscoperta del vero vangelo perduto, Edizioni GBU, 2017)

 

Darrell Bock sarà il relatore del XII Convegno Nazionale GBU (7-10 dicembre 2017)

Il messaggio di Gesù Cristo in una cultura complessa

Darrell Bock su Riforma e società contemporanea

 

Prof. Bock,

il titolo del ciclo di conferenze che terrà al prossimo XII Convegno Nazionale GBU è: “Il messaggio di Gesù Cristo in una cultura complessa“;

quest’anno ricorre anche il 500° anniversario della Riforma protestante. Vede qualche parallelismo tra la complessità che caratterizzava la società del XVI secolo e la complessità che caratterizza il tempo presente?

 

No, c’è una differenza importante tra le due società, quale che possa essere l’idea che abbiamo di “complessità”. Si tratta di questo: la rete di convinzioni ebraico–cristiane che avvolgeva l’Europa della Riforma ora non c’è più. Questo ha implicazioni profonde per la chiesa e per quello che questa deve fare quando deve comunicare il suo messaggio.

La testimonianza che rendiamo a Gesù Cristo può beneficiare di una rilettura importante della Riforma, oppure i cambiamenti sociali e culturali ci suggeriscono di andare oltre la Riforma?

Decisamente la seconda ipotesi. C’è sicuramente un certo beneficio nel confrontarsi con tutto ciò che è venuto dalla Riforma ma il modo in cui spieghiamo il contenuto cambia completamente. Invece di argomentare sostenendo che ciò che è vero lo è in quanto è contenuto nella Scrittura, dobbiamo oggi argomentare sostenendo che la verità si trova nella Bibbia proprio perché è vera; si tratta di un orientamento e un compito completamente diverso.

(D. Bock)

Chi è Darrell L. Bock?

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