Poeti e poesie della Bibbia

Lunedì Letterario del 4 giugno 2018

(Filippo Falcone)

 

Poeti e poesie della BibbiaPoeti e poesie della Bibbia, libro edito per i tipi di Claudiana (2018), è il frutto di una ricerca rigorosa e fruttuosa condotta da Sara Ferrari, docente di Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano. Ferrari propone l’analisi della cantica del mare e del canto di Debora (cap. 1), del canto di Anna e dell’elegia di Davide in morte di Saul e Gionata (cap. 2), del componimento di Osea 2:4-25 e del cap. 7 del Cantico dei Cantici (cap. 3) e, infine, dei Salmi 126 e 137 (cap. 4).

Una ricerca, quella dell’autrice, rigorosa e fruttuosa, dicevo. Rigorosa, perché si confronta con la critica storica in modo ampio e imparziale, pesando i vari contributi da un punto di vista storico-culturale, filologico, linguistico ed esegetico. Fruttuosa, perché introduce una consistente analisi poetica che fa affiorare significati e rapporti intra e inter-testuali del tutto significativi.

Il confronto con la critica storica, in effetti, mette in luce, ancora una volta, tutti i suoi limiti. Se l’autrice riporta con accuratezza i risultati della ricerca in termini di collocazione dei testi, datazione, paternità e ricostruzione filologica, tali risultati si presentano come antitetici, contradditori e largamente congetturali. La forza dell’opera risiede allora, tutta, nell’analisi testuale. Essa non prescinde dalla contestualizzazione storico-culturale e filologica, ma legge le categorie storiche e teologiche in funzione di quelle poetiche. In questo senso, è la forma a gettare luce sui contenuti e a mostrarne di nuovi. In alcuni casi, il close-reading poetico è persino capace, da solo, di ribaltare convinzioni premiate dal tempo circa l’unità e quindi la paternità di un testo o le relazioni di dipendenza fra testi.

L’approccio di Ferrari si inscrive nel solco di Robert Alter. Nei suoi lavori (e.g. L’arte della narrativa biblica, L’arte della poesia biblica), il noto ebraista della Berkeley fornisce un paradigma analitico, un vero e proprio modello procedurale, che Ferrari adotta e riproduce affrontando testi lambiti da Alter soltanto per contiguità. Così facendo, colma un vuoto che lo studioso americano ha iniziato a riempire.

La cantica del mare, in cui la voce di Mosè si intreccia a quella di Miriam, celebra una liberazione archetipica paradigma di ogni liberazione futura, una liberazione attraverso cui il popolo conosce il suo Dio, la sua giustizia come il suo amore, e riceve un’identità nuova definita dal rapporto con il suo Salvatore. In questa realtà risiede la promessa di libertà e vita in una terra che Dio ha preparato per il suo popolo. È qui che s’innesta il canto di Debora, giudice, profetessa e poeta, la cui voce risponde alla visione prospettica della cantica del mare e infrange il modello ripetitivo di peccato, assoggettamento, angoscia e salvezza del libro dei Giudici, là dove l’intervento del Signore e la parola si fondono per rivelare Dio come identità e compimento del popolo. Debora, dal canto suo, diventa madre della nazione. Rimandi continui nel canto a Mosè e all’attraversamento del mare sottolineano come con Debora si realizzi idealmente la promessa in vista della quale Dio ha liberato il suo popolo. Come il canto di Miriam e Mosè, il suo è canto celebrativo, canto di vittoria, ma è anche canto profetico, perché addita il paradigma all’interno del quale il popolo avrà la vita.

Il discorso di genere porta l’autrice a identificare con precisione un filone che da Miriam giunge ad Anna, passando per Debora. Alla donna profetessa/poeta è affidato il ruolo di cantare l’intervento di Dio e annunciare il compimento futuro del suo disegno. Al di là delle contingenze orizzontali, la donna assume in Dio significato e valore trascendenti. Così Miriam, Debora e Anna, ma così anche Iael, Raab, Rut ed Ester che, in virtù di una femminilità posta al servizio della fede, realizzano la dimensione di Dio nella propria storia e nella storia del popolo.

Come la cantica del mare e il canto di Debora possono essere considerati due ferma libro di una medesima narrazione, così il canto di Anna e il lamento di Davide. In Anna la vicenda personale si fonde intimamente con le sorti della nazione e l’avvento della dinastia regale. L’intervento di Dio nella sua vita anticipa la dimensione ristorativa che appartiene a Davide e alla sua genia. Il tratto principale che accomuna le due figure e che i rapporti poetici con forza mettono in risalto è la loro fragilità e impotenza. Dio sceglie le cose che non sono, manifesta la sua forza nella debolezza, rialza l’oppresso e fa grazia al peccatore. Così facendo, egli rende il fragile individuo partecipe di un disegno che lo contiene e lo supera ad un tempo. Nel lamento di Davide, elementi privati e pubblici si sovrappongono. Da un lato, l’amore reciproco per Gionata, dall’altro, la chiamata a regnare osteggiata da Saul. L’attento studio dei termini, il cui significato viene negoziato attraverso il confronto con le fonti esegetiche rabbiniche, pare indicare come l’uno e l’altra, con i rapporti umani corrispondenti, siano definiti dall’amore e dalla sottomissione al Dio d’Israele.

Nel terzo capitolo, Ferrari affronta l’annosa questione della natura poetica del testo profetico. La risposta è che il testo profetico è poetico là dove sono presenti i tratti distintivi della poesia biblica, vale a dire parallelismo, ripetizione e l’elaborazione semantica, “capace di variare dal linguaggio figurativo al gioco di parole” (140). Così è per Osea, dove questi elementi sono funzionali alla metafora in forza della quale l’unione di coppia esemplifica il rapporto di Dio con Israele. Vocazione profetica e vita privata si legano intimamente e producono una voce il cui coinvolgimento è di per sé poetico. La metafora realizza, per rifrasare T. S. Eliot (The Metaphysical Poets), una associazione di sensibilità, e lo fa, come nel caso dei poeti metafisici e di Eliot stesso, attraverso, nelle parole di Samuel Johnson, “elementi eterogenei aggiogati insieme con violenza” (The Lives of the Poets). Promiscuità e adulterio sono giustapposti a fedeltà e amore e, da ultimo, i primi sono vinti dall’amore eterno e incondizionato di Dio. L’assoluta contrapposizione fra il rapporto coniugale in Osea e l’amore travolgente ed edenico del Cantico dei Cantici ha l’effetto di far affiorare un legame profondo nel segno del rovesciamento. Il legame è evidenziato, anzi tutto, da rimandi testuali e allusioni essenziali che sottendono una dipendenza di Osea dalla tradizione poetica che convergerà nel Cantico. Se il testo poetico in Osea emerge sullo sfondo del Cantico, lo fa, appunto, in termini di rovesciamento e parodia. L’abbruttimento del corpo di Gomer, terreno dall’adulterio spirituale e del perdono di Dio, è nel Cantico corpo femminile puro, terreno di poesia, che si fa strumento per parlare del mistero di Dio riflesso nell’intreccio chiastico della coppia (Io sono del mio diletto / e il mio diletto è mio – 6:3), proprio perché, come questa unione, anche la poesia sfugge a confini meramente razionali e del discorso referenziale.

Il cerchio del libro si chiude idealmente con due Salmi, il 126 e il 137, che insieme recuperano la prospettiva paradigmatica e complementare della cantica del mare e del canto di Debora. Il nucleo tematico dei due Salmi è costituito da Gerusalemme/Sion e dall’esilio. Il Salmo 137 presenta l’esilio in tutta la sua realtà terrena di alienazione e angoscia, dettate dallo sradicamento e dalla distanza da Sion e da tutto ciò che Sion rappresenta per il popolo. Speranza e visione sono qui interamente occultate allo sguardo del salmista. Non così nel Salmo 126, dove lo sguardo del popolo in esilio è proteso in avanti ed esulta alla luce della speranza del ritorno a Gerusalemme e della redenzione propiziata dall’avvento del Messia. L’autrice mostra come la tensione fra queste due realtà sia vissuta nella quotidianità ebraica e definisca nella storia l’identità del popolo di Israele, che alla città di Gerusalemme e al suo Dio lega il proprio esistere.

Poeti e poesie della Bibbia è un libro importante. Se la scrittura di Ferrari non possiede l’efficacia e la capacità di sintesi di Alter, metodo e conclusioni risultano solide e pregnanti. L’autrice mostra, in ultima analisi, che la poesia biblica fa cose che nessun testo argomentativo è in grado di fare. Essa è in grado di creare, per usare le parole di Rilke, “relazioni” fra testi, poeti, personaggi, eventi e temi distanti nel tempo e nello spazio ed è in grado di dare loro universalità e rilevanza, parlando all’esperienza umana e rivelando il Dio di Israele nel contesto di quell’esperienza.

(Filippo Falcone – DiRS GBU)

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