Riforma senza futuro? (Lunedì Letterario)

Lunedì 12 Marzo 2018

Riflettendo sulla Riforma IV

 

Un dibattito aperto e che si è ravvivato durante le celebrazioni del Cinquecentenario della Riforma è quello riguardante l’attualità del protestantesimo. Già qualche anno fa Mark Noll, sociologo e teologo evangelico, si chiedeva se i tempi non avessero portato ad un superamento delle istanze del pensiero riformato. Questo dibattito ha avuto qualche eco in Italia e, nel corso del 2017, Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica della Facoltà Teologica Valdese, ha raccolto la sfida, pubblicando, per i tipi della Claudiana, un testo dal titolo, Il Futuro della Riforma.

Il testo inizia con un’analisi della situazione religiosa dell’Europa (direi) oggi preceduta da un’invocazione (“Nella Tua bontà, dacci un avvenire”) che non nasconde la crisi del mondo protestante europeo, in particolare quello delle chiese “storiche” e di Stato, dove è chiuso tra la tenaglia della “areligiosità” e della postsecolarità, in cui si cercano spiritualità che sono alternative a quelle proposte dal cristianesimo. Ferrario passa in esame i dati del problema ed anche le conclusioni filosofiche che, nella modellizzazione proposta, sono rappresentate dal pensiero di Habermas (che ha suggerito, in alcune delle sue opere più tarde, alle religioni a continuare a diffondere la propria significatività in un mondo plurale) e di Bauman, la cui idea di società liquida si rispecchia anche in un bisogno di religiosità liquida, una religiosità “fai da te” che permea soprattutto le società più secolarizzate. Non manca la discussione sul concetto di secolarizzazione e su come essa sia stata determinata dal protestantesimo. Sulla scia della lezione bonhoefferiana, l’A. Vede nel “mondo adulto” un’occasione per un rinnovamento della predicazione del Vangelo.

Proprio partendo da quest’idea il secondo capitolo delinea un modello di pastorale protestante che sarebbe il mezzo con cui dovrebbe sussistere il protestantesimo nel nostro mondo. Ferrario vede nella Parola e nella Chiesa i due poli di questo progetto. La Parola ha una rivalutazione di tipo liturgico ed è usata nel protestantesimo con varie funzioni da quella della predicazione, a quella dell’istruzione, a quella della cura pastorale e della pietà personale. Queste quattro dimensioni della Parola sono fondamentali per il protestantesimo. La Chiesa, nel modello protestante, potrebbe sembrare il lato debole, ma una rivalutazione dei ministeri e il fondamento che viene dato al valore della comunità ecclesiale, fa sì che l’appartenenza ecclesiastica divenga una peculiarità delle chiese evangeliche.

Come da buona tradizione teologica continentale, la cristocentricità è vista come una delle costanti del pensiero protestante. Infatti il terzo capitolo è dedicato al Cristo della Riforma. L’A, dopo aver identificato in Cristo la stessa Rivelazione di Dio (riprendendo Barth) e spiegato cosa si intende con questo termine, riprende la theologia crucis di Lutero, mostrando come la testimonianza del Cristo che patisce e che soffre per la sua umanizzazione sia al centro del pensiero riformato anche nel XX secolo e Barth e Moltmann (ma anche Jungel) ne sono stati i più grandi interpreti.

Per essere ancora “attuale” il protestantesimo non si può presentare solo come teologia e pastorale, ma deve anche essere proposta etica per il mondo in cui viviamo. Ecco perché il quarto capitolo del volume è dedicato al tema della responsabilità del cristiano. Si riprende il concetto della responsabilità cristiana riprendendo il rapporto tra fede e ubbidienza come emerge nel testo di Lutero dedicato alla Libertà del cristiano e si pensa ad un modello di responsabilità personale ed anche di discepolato che vada al di là del proprio gruppo confessionale pur partendo da esso e che può dare una chiara testimonianza ecclesiale nel dibattito etico, dove Ferrario pensa che l’apertura al mondo sia una delle chiavi interpretative della voce del credente (o della voce della Chiesa, questo non è chiaro, in un testo in cui non si fa una chiara distinzione fra individuo e comunità).

Il libro si chiude con l’idea della “inattualità” della Riforma che andrebbe un po’ contro il pensiero di altri AA. (si veda quanto abbiamo scritto a proposito del testo di McGrath) che, invece, vedrebbe nella Riforma un pensiero attuale e non totalmente al di fuori dei tempi. Ferrario fa un elenco di “sfide” che il protestantesimo deve affrontare e che vanno da quella ecumenica, a quella del concetto di sacerdozio, ad una chiesa che deve riscoprire il ruolo del discepolato. Solo il paragrafo finale esce dalla prospettiva europea per accennare al “nuovo protestantesimo” (che in realtà è una variante dell’ala radicale) che è trionfante in alcune parti del mondo diverse da quelle europea, dove sicuramente una secolarizzazione avanzante e, perché no, un certo insuccesso di un messaggio poco radicale e sin troppo conformistico ha reso il protestantesimo “inattuale”:

Il volume merita di essere letto, ove si voglia conoscere la percezione di un protestantesimo in crisi come quello continentale e delle chiese storiche che, però, nel caso del modello proposto da Ferrario continua, pur dotato di un’adeguata capacità di analisi contestuale, a rimanere autoreferenziale, rischiando così di continuare ad essere marginale.

Il modello “vincente” di protestantesimo, a nostro parere, non è quello proposto da questo volume che, giustamente, finisce con il chiedersi se il protestantesimo sia inattuale. Risulta oggi dominante un mondo evangelico con una struttura ecclesiastica piuttosto agile (a noi sembra invece che la proposta del teologo valdese, forse da leggere in ambito ecumenico, sia quella di una sorta di irrigidimento della confessionalità e del ruolo dei ministeri e della Chiesa) e con un rapporto personale con il Vangelo (una parola che non appare molto spesso nel testo) che continua a dover essere predicato. Solo forse capovolgendo la prospettiva si può avere un protestantesimo vincente ed anche una prospettiva ecumenica meno agganciata a quanto avviene nella Curia Romana o nelle stanze ginevrine del Consiglio delle Chiese. Forse sarebbe valsa la pensa volgersi verso quest’altro aspetto per cercare una risposta che, va ammesso, si cerca nello studio proposto.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

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