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Ripensare i cinque Sola

Riflessioni sulla Riforma. Ripensare i cinque Sola

K. Vanhoozer, Biblical Authority after Babel. Retrieving the Solas in the Spirit of Mere Protestant Christianity, Brazos Press, 2016.

Tra i testi che abbiamo esaminato sulla Riforma, abbiamo dato conto soprattutto di quello che è stato pubblicato in italiano. Se vogliamo però esaminare un testo, di stampo evangelico, che abbia una disamina teologica di quanto ci rimane dei principi del protestantesimo, dobbiamo, per forza di cose, guardare al mondo anglosassone. Tra i numerosi testi pubblicati la nostra attenzione è caduta su quello di Kevin Vanhoozer intitolato L’autorità biblica dopo Babele. Recuperare i Sola nello spirito del semplice cristianesimo protestante.

Il teologo statunitense nel suo saggio, mette insieme riferimenti al testo biblico, alla teologia riformata (soprattutto quella magisteriale) e l’analisi della situazione teologica contemporanea. Ogni capitolo (dopo l’introduzione, ce ne sono cinque, ognuno dedicato ad uno dei sola con una conclusione), mantiene una struttura analoga. Dopo una breve introduzione, ci si chiede cosa significasse il particolare Sola per i Riformatori del XVI secolo, lo si analizza da un punto di vista biblico-teologico e si conclude con delle tesi che vanno a contribuire alla conclusione globale del testo.

L’A., sin dalla prefazione, afferma di voler mantenere sia la cattolicità del protestantesimo, inteso come universalità del concetto di Chiesa e del messaggio di salvezza e le basi del suo credo che sono essenzialmente trinitarie. Al centro della discussione sul Sola Gratia,  non vi è soltanto la spiegazione del significato del dono della Grazia all’interno del Protestantesimo, ma anche (non bisogna dimenticare che Vanhoozer è diventato famoso per i suoi studi sull’ermeneutica e sull’autorità della Bibbia) del rapporto che esiste tra la dottrina della Grazia e l’interpretazione biblica. Essere all’interno della Grazia di Dio significa accettare il testo biblico come ci è pervenuto e non cercare di forzarne il significato, ma farci assistere per interpretarlo dalla Grazia di Dio.

Il secondo capitolo è dedicato al sola fide. Al centro del discorso del teologo vi è proprio il concetto di autorità divina, di cui bisogna fidarsi. Anche nell’ermeneutica biblica e nelle varie applicazioni che di essa facciamo dobbiamo tenere conto dell’orizzonte trinitario in cui ci muoviamo, di come questa tradizione sia stata rispettata dai vari tipi di esegesi proposte nel corso dei secoli. La conclusione è quella di trovare un giusto equilibrio tra la certezza assoluta (che l’interprete non può mai avere e che dovrebbe validare in una comunità di fede) e lo scetticismo relativistico che rischia di non rendere più affidabile il messaggio biblico: per l’A., quindi, un approccio critico è indispensabile senza che però divenga prevalente nella lettura del testo.

Il centro del saggio, proprio per la particolare enfasi data alla questione dell’interpretazione del testo biblico, è il capitolo dedicato al sola Scriptura. Vanhoozer riprende il modello interpretativo di McGrath che ritiene che il libero esame della Scrittura sia uno dei punti cardine che accomuna tutto il protestantesimo, ma ammette anche le difficoltà che ci sono state nell’applicazione del principio, non essendo concordi sui metodi esegetici ed ermeneutici che si devono costruire. Nel capitolo, tenendo conto che per ogni evangelico la Scrittura rimane il principale criterio di autorità, si esamina il rapporto con la cattolicità, quello con la tradizione e quello con le autorità ecclesiastiche. La conclusione dell’A. è che, tenendo conto di questi fattori, bisogna avere nei confronti del testo biblico un approccio critico e, allo stesso tempo, che tenga conto anche dell’universalità dell’interpretazione.

Cristo al centro è stato uno dei leitmotiv di buona parte del pensiero teologico protestante, soprattutto quello contemporaneo. Nel capitolo dedicato al Solus Christus è collegato soprattutto all’autorità biblica che passa attraverso quella della chiesa. Riprendendo alcune suggestioni del pensiero di Hauerwas (che, in parte reinterpreta alcuni passi di Yoder e della revisione delle ecclesiologia anabattista), si ritiene che Cristo è colui che convalida la testimonianza comunitaria della Chiesa che supporta l’interpretazione biblica che, in questa maniera, può avere una sua oggettività e non sfociare nell’irrazionalismo e nella scelta meramente individuale. Si propone un sano denominazionalismo che sia consapevole delle proprie radici e che, proprio per questo motivo, può diventare promotore di interpretazioni che possono essere diverse. Allo stesso tempo, il solus Christus, permette alla Chiesa di poter cercare forme di unità e collaborazione pur nella pluralità. Questo aspetto della comunione diretta con Cristo della comunità locale che è propria del protestantesimo più radicale, permette anche il tentativo di avere forma di collaborazione e di interpretazione comune del dato biblico.

L’ultimo capitolo è dedicato al soli Deo gloria. Per Vanhoozer è proprio il mettersi al servizio di Dio che permette alla Chiesa la possibilità di potersi riconciliare e trovare soluzioni all’interno di un pluralismo che è tipico del protestantesimo. La conclusione è che il protestantesimo, soprattutto nella sua ala evangelica, deve ricordare quanto deve alla tradizione e come deve attenersi alla economia del Vangelo, facendo affermare una lettura chiara della Bibbia. Dopo l’apparente Babele dovuta al libero esame, bisogna passare ad una Pentecoste, guidata dallo Spirito, che possa dare certezza delle proprie interpretazioni bibliche all’interno della comunità confessante.

Il saggio ha un’impostazione originale e merita di essere letto per una proposta mediana all’interno del protestantesimo evangelico che cerca di mantenere insieme diverse delle opzioni che sono maturate e riconosce che l’interpretazione del testo biblico è al centro della vita degli evangelici.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

La Riforma sovversiva (Lunedì Letterario)

Lunedì 19 febbraio 2018

Riflettendo sulla Riforma III

Nel panorama italiano mancavano da diverso tempo delle opere che abbracciassero sinteticamente il profilo storico e teologico della Riforma Protestante. In occasione del cinquecentenario la nostra casa editrice ha deciso di tradurre un testo di Alister McGrath che in italiano ha come titolo La Riforma protestante e le sue idee sovversive. Una storia dal XVI al XXI secolo. La scelta ha già ricevuto commenti molto positivi (si veda la recensione di Giancarlo Rinaldi su https://giancarlorinaldiblog.wordpress.com/2017/11/23/una-sovversione-conservatrice/), ma la nostra rassegna serve per evidenziare alcuni aspetti che non sono stati evidenziati nelle precedenti recensioni.

In primis l’A.: la scelta di McGrath e del suo testo ha una sua significatività. Il teologo britannico si era già distinto per opere importanti sulla storia del dogma nel protestantesimo (magistrale è il suo lavoro sulla giustificazione ed anche quella che ricostruisce i prodromi della Riforma Protestante) ed è un anglicano evangelico, appartenente a quella “terra di mezzo” tra protestantesimo e cattolicesimo che permette di avere uno sguardo critico e disincantato. L’altra caratteristica (quello di essere evangelico) fa sì che ci sia uan profonda conoscenza del mondo protestante di oggi e dei suoi sviluppi nei Paesi del Sud del mondo.

In secondo luogo, McGrath è un soprattutto un teologo più che uno storico ed il testo lo dimostra. Infatti, l’impianto sintetico, ma allo stesso tempo accattivante (il testo si legge d’un fiato grazia anche alla buona traduzione), si basa su una griglia interpretativa ben precisa: il protestantesimo è stata una “rivoluzione”, in quanto ha cambiato le vicende dell’Europa Occidentale prima e del mondo dopo in maniera ineluttabile, grazie alle sue idee. Esso ha sicuramente tenuto conto delle spinte della modernità, ma ha anche mantenuto alcuni aspetti della tradizione.

Il testo si presenta strutturato nelle sue seicento e più pagine in tre diverse sezioni.

La prima parte si delinea come un profilo storico che va dalle origini sino al XIX secolo. McGrath si sofferma prima sui prodromi della Riforma, dando spazio alla figura di Lutero e ribadendo che si tratta di un riformatore malgrado sè stesso, che non aveva idea originariamente della portata rivoluzionaria delle sue idee. Si continua con il capitolo in cui si parla dei molteplici aspetti del movimento sin dall’inizio, di quali alcuni erano alternativi a Lutero (in primo luogo l’anabattismo), di chi siano stati i suoi successori (soprattutto Calvino) e di come sia stata “originale” la riforma Inglese. Lo sguardo si fa più sintetico quando si parla di Protestantesimo del XVII e XVIII secolo in Europa e ritorna ad essere più ampio quando si dedica un intero capitolo al Protestantesimo negli Stati Uniti che diverrà quello veicolante nel XIX e XX secolo e che assumerà caratteristiche (quali quelle del congregazionalismo e dei continui risvegli) tipiche.

La sezione centrale del saggio è quella più strettamente culturale e teologica ed è dedicata a quelle che sono definite le idee sovversive ed alle influenze che il Protestantesimo ha avuto nel campo della cultura. Per McGrath oltre ai cinque Sola (che sono frutto di una ricostruzione e che differiscono sin troppo nelle chiavi di lettura) le due idee principali che accomunano (pur nelle differenze di interpretazione) tutto il mondo protestante: l’autorità della Bibbia (il sola scriptura) ed il principio del sacerdozio universale che ha avuto effetti dirompenti non solo a livello ecclesiastico, ma anche a livello sociale. Molti potrebbero osservare che si tratta di una griglia limitante, ma come afferma più volte l’A., cercare elementi comuni appare cosa ardua e, alla fine, questi sono quelli a cui tutti i gruppi evangelici si richiamano.

I capitoli più interessanti del testo, infatti, a nostro parere, sono quelli che si occupano dell’impatto culturale del protestantesimo. Per McGrath con l’avvento di questa nuova forma di cristianesimo, piuttosto variegata dal punto di vista denominazionale e di strutture della fede, la figura di Cristo interagisce in maniera interessante con i contesti sociali, con l’economia, con l’educazione (più aperta e meno elitaria) e persino con le differenze di genere. Arti e scienze poi sono fortemente influenzate dal pensiero protestante e il teologo irlandese mostra come anche i modelli di spiegazione biologica sono plasmati ancora oggi all’interno del pensiero protestante, compreso il darwinismo. Non mancano interessanti accenni anche alla letteratura ed al privilegiamento che il mondo evangelico ha dato alla creatività verbale, diventando la culla di un’invenzione quale il romanzo. Per questi motivi il protestantesimo è “sovversivo” non solo nel campo ecclesiale, dove l’individuo è al centro del rapporto di salvezza con il Cristo, ma anche con la cultura, dove il cristocentrismo (ben descritto nella prima parte di questa sottosezione) cambia anche il rapporto con la cultura.

L’ultima parte del testo è dedicato al presente ed al futuro. Da una parte in due capitoli si parla di quelle che sono state le più importanti svolte del protestantesimo del XX secolo: la trasformazione delle chiese statunitensi con il loro conseguente allontanamento dalle denominazioni tradizionali e la nascita del pentecostalismo, il movimento protestante che è maggiormente in crescita. Per McGrath le prospettive sono di crescita del protestantesimo soprattutto nel Sud del Mondo. Pertanto oggi il Protestantesimo non è più un fenomeno di pertinenza occidentale ma ha nell’Africa subsahariana, nell’Asia (Corea del Sud e Filippine sono i due esempi) e nell’America Meridionale i nuovi poli di sviluppo che sono visti con attenzione e su cui si fanno giuste osservazioni.

Il libro è una ottima sintesi che mancava nel panorama italiano dove gli studi (fatta eccezione per la tradizione della Storia del Protestantesimo di Leonard) continuano ad avere una prospettiva eurocentrica e da riforma magisteriale. Tra i meriti del testo vi è quello di essere la prima vera storia globale del protestantesimo pubblicata in italiano. La prospettiva anglosassone (non presente negli altri lavori) enfatizza il ruolo degli Stati Uniti che sono diventati, a partire dal XVII secolo, la Nazione che ha maggiormente caratterizzato il protestantesimo mondiale e del pentecostalismo che, benché sia maggioritario anche in Italia tra gli evangelici, non viene quasi mai adeguatamente trattato negli studi sul protestantesimo in Italia. La griglia interpretativa usata poi da McGrath che sottolinea la portata rivoluzionaria dal punto di vista culturale, ma anche e soprattutto teologico del movimento, ci permette di avere un’immagine che non è totalmente agiografica ma che non nasconde le criticità, le cadute ed i punti deboli. Si tratta di un testo che va letto da parte di chiunque voglia conoscere meglio il Protestantesimo in tutte le sue dimensioni.

Valerio Bernardi – DIRS GBU

Un Calvino dal volto umano (Lunedì Letterario)

Lunedì 12 Febbraio 2018

E. Fiume, Giovanni Calvino, Salerno Editrice, 2017

Riflettendo sulla Rifoma II

 

La figura di Lutero (forse proprio perché l’iniziatore del movimento riformato) è stata vista, da certa storiografia italiana, con un certo sospetto; Calvino, paradossalmente, nella storia italiana, ha goduto di una maggiore attenzione e di un maggiore rispetto. Diverse sono state le ragioni di questa diversa attenzione: un qualche ruolo ha giocato l’interpretazione weberiana ma anche i giudizi di Benedetto Croce molto lusinghieri sulla città di Ginevra e sul suo conduttore spirituale. Nonostante questa “attenzione benevola”, gli studi sul Calvino non sono proceduti di pari passo. Sono stati, infatti, pochi gli studiosi italiani che hanno dedicato un’opera al riformatore di Ginevra.

Le ultime monografie sul teologo francese risalivano agli anni 1920-1930 ed erano rispettivamente di Giuseppe Gangale e Adolfo Omodeo, la prima di carattere squisitamente teologico e l’altra di ricostruzione storica, oltre alla più recente piccola monografia di Giorgio Tourn, scaturente dall’introduzione fatta all’edizione italiana dell’Istituzione e che, per quasi cinquant’anni, è stato il testo di riferimento più autorevole scritto da un italiano.

Proprio nell’anno delle celebrazioni della Riforma, Emanuele Fiume ha pubblicato una bella monografia su Calvino per i tipi della casa editrice Salerno intitolata Giovanni Calvino. Il riformatore profugo che rinnovò la fede e la cultura dell’Occidente. Le motivazioni del libro sono subito messe in chiaro dall’A.: la figura di Calvino, il terzo esponente della Riforma magisteriale, ha avuto molta più influenza sul suolo italiano di quanto ne abbia avuto Lutero. Infatti, benché le opere di Lutero furono subito tradotte e/o parafrasate in italiano, sarà l’influenza di Calvino ad essere determinante per l’adesione dei Valdesi al Protestantesimo e alla formazione di alcuni teologi che abbracceranno la versione calvinista del protestantesimo come Zanchi, Vermigli ed altri.

Il testo di Fiume è un’accurata ricostruzione delle vicende di Calvino, dagli anni della sua formazione (di cui, in realtà, non sappiamo molto) sino alla sua morte a Ginevra. L’A. non tralascia nessuno degli aspetti della vita e del pensiero del riformatore e non nasconde quelli che possono essere stati i difetti del pensatore di Ginevra.

La lettura del testo, che è scorrevole e, a tratti, anche piacevole e sempre ben documentata, mette in chiaro alcune questioni e sfata alcuni miti a proposito della figura di Calvino. Al centro del saggio (come è giusto che sia) vi è il rapporto di Calvino con la città di Ginevra. Al contrario di quello che è normalmente pensato dalla vulgata storica, il teologo francese non fu mai il tiranno di Ginevra. Il suo arrivo fu accolto come quello di un ordinatore del caos teologico, ma, all’interno del Consiglio cittadino vi fu sempre una fazione contraria al pensiero ed al rigore proposto dal Riformatore.

Calvino, infatti, si allontanò una volta dalla città e visse un ulteriore crisi nel periodo 1546-1555, quando la fazione dei libertini ostacolò il suo cammino e cercò di metterlo in stato di accusa. A dimostrazione di ciò, Fiume ricorda che Calvino ebbe la cittadinanza ginevrina solamente un anno prima dalla morte e quindi il suo status giuridico fu quello di un profugo per quasi tutta la sua vita, un cittadino a metà, che, pur avendo un grande potere di tipo spirituale, non ebbe mai la possibilità di avere una tranquillità di tipo giuridico e istituzionale, rimanendo in un limbo di provvisorietà.

L’altro “mito” che l’A. cerca di sfatare è quello del Calvino intransigente. La questione di Serveto è ricostruita attraverso un’ottima documentazione e si dimostra che il riformatore sarebbe stato disposto ad un dialogo con il medico spagnolo che, a sua volta, dimostrò un carattere a tratti urtante. Calvino stesso ha poi sempre messo in cantiere le sue proposte (anche di riforma dei codici morali) sempre con l’avallo del Concistoro dei pastori che ha appoggiato buona parte delle sue decisioni. Il ritratto che ne esce fuori è quello di uno studioso rigoroso, ma aperto ad alcune delle esigenze della modernità e comunque in dialogo con tutte le componenti della Riforma. L’esempio che viene fatto è quella della dottrina della Cena del Signore, dove il pensatore francese cerca di mediare tra Lutero e Zwingli, trovando una formula mediana che però non sarà accettata dai luterani.

Un’altra falsa credenza su Calvino è quello della sua vita grigia. Fiume qui ci informa come il suo sia stato un matrimonio felice, almeno sino a quando la moglie è vissuta e di come Calvino amasse i suoi studi che faceva con passione e determinazione e che la sua formazione non lo faceva essere una persona poco affabile, anche se un po’ scostante. La descrizione è quella di un essere umano che ad un certo punto della sua vita sa di avere un grande compito e che deve la sua frugalità più a motivi di salute che a motivi etici.

Una sezione interessante del libro è quella dedicata alla diffusione della Riforma. Al contrario di Lutero e Zwingli, Calvino è colui che in maniera determinata, con una fitta corrispondenza e sostenendo i suoi discepoli, ha contribuito già durante la sua vita a diffondere la Riforma in Europa, specialmente nei paesi latini, ma anche in altre zone dove non si parlavano lingue germaniche. Calvino è il primo riformatore a rendere il protestantesimo un vero e proprio fenomeno internazionale.

Il testo di Fiume va letto con attenzione e rappresenta una bella monografia sul riformatore ginevrino che, citando un’ampia documentazione, ci offre un ritratto puntuale che dà un apporto fondamentale al rinnovamento degli studi sulla  Riforma in Italia, portando l’A. Ad diventare uno dei massimi esperti della figura del pensatore ginevrino.

 

Valerio Bernardi (DiRS-GBU)

Tre domande a Francesco Raspanti su Riforma e Medioevo

 1. Francesco la Riforma protestante è stata sintetizzata con il motto della città di Ginevra “Post tenebras lux”, lasciando a intendere che le epoche precedenti e in particolare il Medioevo siano state epoche appunto di “tenebra” dal punto di vista delle verità che la Riforma riscoprirà. Ritieni corretta questa analisi?

A mio modo di vedere dobbiamo, brevemente, considerare il contesto a cui questa domanda va posta. Credo sia opportuno ricordare che la riforma prende il via dal 1500 (oggi nel 2017 si ricordano i 500 anni delle tesi di Lutero) mentre il medioevo copre un tempo estremamente più vasto, diciamo di almeno mille anni dal 400 al 1500. Per un riformatore era difficile cogliere l’insieme del medioevo, della sua luce spirituale. Lutero, Calvino, avevano vicino il recupero dei classici romani e greci da parte degli umanisti e uno specchio di una chiesa romana corrotta e secolarizzata come mai prima. Per cui la riforma è certamente giustificabile con il motto “Post tenebras lux” ma tenendo presente che al riformatore del 1500 il medioevo era quello del passato prossimo, un medioevo fatto di vendita di indulgenze, inquisizione e crociate contro gli eretici. Quello che noi a distanza di mezzo millennio da Ginevra dobbiamo tenere presente è come il medioevo sia l’epoca storicamente più vasta per quanto riguarda il cristianesimo; definire “tenebra” la maggior parte della nostra storia, del vissuto dei cristiani che ci hanno preceduto, la ritengo una grave semplificazione, per altro capace di toglierci ricchezza spirituale oltre che visione storica.

2. Se anche durante il Medioevo abbiamo avuto luci che si sono accese e hanno fatto brillare la Parola di Dio, potresti indicarcene alcune? Quali sono stati invece, secondo te, i momenti più bui?

Nel corso del millennio cristiano chiamato medioevo esiste una quantità in sostanza inesauribile di testi cristiani e di luci spirituali. Pensiamoci, oggi noi facciamo fatica a tenere a mente alcune delle luci dei risvegli italiani, ed in effetti, dobbiamo “solamente” coprire un paio di secoli. Proviamo a dilatare il ricordo per mille anni e per tutta l’Europa, si capisce che abbiamo un tesoro immenso. Per inciso ritengo sia una lacuna prima di tutto culturale da parte del mondo evangelico lasciare il medioevo come periodo completamente “cattolico”. Dovremmo “riscoprire” quest’epoca, tenendo a mente che prima che essere patrimonio di una denominazione è un lascito spirituale per tutti i cristiani. Detto questo ho già avuto modo di toccare alcuni personaggi di rilievo (Paolino di Aquileia VIII secolo, Colombano di Bobbio VII, i riformatori patarini dell’XI, i movimenti pauperistici del XIII, gli scritti originali di Francesco di Assisi che ho avuto modo di leggere personalmente, le regole monastiche, l’esicasmo greco dal XIV secolo, Alcuino di York). In tutta sincerità è difficile segnalare una singola luce. Abbiamo un fiorire di piccole lanterne in tutto un mondo che essi stessi definiscono come patrimonio del Populus Christianus. In questo modo si percepiva il mondo, non vi erano né Italiani, né francesi, né tedeschi, semplicemente il popolo cristiano. Questo semplice fatto dovrebbe farci pensare, noi oggi, ora, mentre leggiamo davanti ad uno schermo queste parole, come ci consideriamo? Forse come cristiani, forse come credenti: facciamo fatica ad apprezzare la ricchezza dello stilema “populus christianus”. La chiesa è composta dal popolo di Dio, questo fatto era presente in modo pervasivo in tutti i testi medievali.

I momenti bui sono per assurdo più facilmente individuabili. La donazione di Costantino (che sto studiando da oltre diciassette anni), lo scisma del 1054 con la chiesa d’oriente (causato anche dal falso di cui sopra) al terribile “dictatus papae” di Gregorio VII (XI secolo, che ha al suo interno parti desunte dalla donazione di cui sopra) a Innocenzo III, la crociata contro gli albigesi e la conquista di Costantinopoli nel 1204 (di nuovo giustificata con il falso). Con Bonifacio VIII e le indulgenze si arriva ad un’altra pagina buia. Lo scisma di Avignone ha tra i suoi frutti la stagione del conciliarismo (sarebbe da studiare e apprezzare anche questa come cristiani del XXI nel pieno dell’ecumenismo). Si arriva poi al rinascimento con i papi che tutti conoscono. I Borgia, Leone X. Mi sia concesso affermare che nel mondo evangelico si considera Costantino (IV secolo) come una cesura netta: dalla chiesa dei Padri alla chiesa romana come la videro i riformatori. Ma poniamoci la domanda: quanta della chiesa romana di Leone X è frutto di un falso attribuito a Costantino? Per altro composto nell’VIII secolo. Quante voci durante il medioevo si sono levate contro il culto dei santi? Quante contro l’adorazione delle immagini? Quante contro le reliquie? Il culto a Maria era diffuso? Le risposte del medioevo potrebbero essere un’assoluta sorpresa, considerando anche che le luci spirituali sono tantissime e tutte da riscoprire e ristudiare. Di nuovo mi si permetta di puntualizzare come la storiografia riformata si sia scagliata contro l’approssimazione delle vite dei santi e i falsi che pullulano nel mondo medievale, tralasciando (con la lodevole eccezione della mistica tedesca) la spiritualità medievale.

 

3. Come dobbiamo affrontare, in quanto cristiani evangelici, lo studio e la comprensione di tutte le manifestazioni della spiritualità medievale?

A questa domanda rispondo con l’umiltà di un piccolo cristiano dell’XXI secolo. Le voci dal passato di questi nostri fratelli in fede, perduti e celati dietro una barriera di pregiudizio, sono – una volta liberate e tradotte (si tenga a mente che i testi e le testimonianze sono in pratica nella loro totalità in latino) – una ricchezza e una consolazione da tenere in grande conto. Secondariamente, ma è una questione metodologica pregiudiziale, si affronti lo studio e l’analisi dei testi pensando agli scrittori medievali come prima di tutto cristiani, capaci anche di una critica al potere papale che io sinceramente vedo raramente così ancorata alla scrittura negli scrittori contemporanei. Questo fatto deve camminare insieme alla consapevolezza che la storia cristiana del medioevo, un patrimonio di spiritualità nelle forme più varie e mutevoli, non è di appannaggio esclusivo ad alcuna denominazione cristiana, nemmeno alla chiesa romana cattolica. Come cristiani abbiamo il dovere di sentirci in comunione diretta (quindi senza questa dolorosa, autoimposta e non necessaria cesura di un millennio) con i padri della chiesa. La chiesa è molto più grande di una singola denominazione, la parola di Dio ha portato frutti in ogni periodo. Come possiamo pensare che un intero millennio di testimonianza cristiana sia esclusivamente una proprietà della tradizione cattolica? Del resto ricordiamo 1 Re 19: 18 “ma io lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non s’è piegato davanti a Baal, e la cui bocca non l’ha baciato”.

 

Francesco Raspanti si laureato a Bologna nel 2003 con una tesi sul pensiero politico medievale, e si è addottorato in Storia presso il Dipartimento di paleografia e medievistica nel 2007.

Ha collaborato con la cattedra di Storia del pensiero politico medievale della medesima università e ha fatto parte della redazione della Rivista Pensiero politico medievale. Ha al suo attivo diversi scritti scientifici e un volume dedicato alla storia politica del medioevo (Le piattaforme del potere, 2014); svolge ricerche sulla famosa donazione di Costantino. È membro di una chiesa evangelica (Assemblea dei Fratelli) di Bologna.

 

 

 

Che cosa celebriamo quando celebriamo la Riforma?

L’autore della Lettera agli Ebrei invitava i lettori a ricordare i loro conduttori in quanto questi, «vi hanno annunciato la parola di Dio; e considerando quale sia stata la fine della loro vita, imitate la loro fede» (Eb 13:7). Sebbene nella Bibbia abbondino gli inviti a considerare il passato, a custodire la memoria (dagli appelli popolo d’Israele, all’istituzione della Cena del Signore), mi pare che questo ammonimento sia molto vicino alle nostre sensibilità (non c’è il rischio dell’orgoglio etnico né quello di decidere quale sia lo status della Cena).

Il brano chiede allora tre cose:

  • Ricordare;
  • Considerare la fine dei conduttori;
  • Imitarne la fede

 

 

Appare evidente che due dei tre elementi hanno un sapore chiaramente “storico” mentre il terzo si presta a considerazioni di altro ordine (spirituale?).

Pensando ai due elementi storici, la riflessione da fare nella ricorrenza della Riforma è se questa sia stata presa e considerata come un evento realmente storico (non ci sarà un’altra porta di una cattedrale di Wittenberg con un elenco di tesi affisse); il rischio infatti è che si possa alludere a essa come a una sorta di età dell’oro considerata sub specie aeternitatis.

Giorgio Spini metteva in guardia sulla retta considerazione dei fenomeni storici:

«non si è storici se non si ha coscienza chiara che il passato è il passato e non l’avvenire, e che se si smarrisce questa coscienza si possono fare cento altri mestieri belli o brutti, da quello ammirabile dell’apostolo a quello assai meno ammirabile del padre inquisitore, ma non si farà giammai il mestiere dello storico» (Storia dell’età moderna, p. 22)

In sostanza facciamo giustizia alla Riforma allorquando la presentiamo in tutta la sua crudezza storica, senza nascondere niente: pluralità e dunque lotte intestine; conflitti teologici (dai sacramenti alla predestinazione) fino alle rivendicazioni contadine, etc..

 

Tenendo conto di questi due rilievi apostolici dal sapore storico viene da pensare all’enfatizzazione, ricorrente nei dibattiti e nelle conferenze, delle conseguenze positive della Riforma, conseguenze da registrare sul piano sociale, culturale, etc.. Benissimo! Personalmente penso che il piano su cui la Riforma abbia inciso più degli altri sia quello educativo. Si tratta, se vogliamo, di una lettura apologetica della Riforma. Una lettura che sembra sorgere da un bisogno quasi ossessivo di giustificare la Riforma oppure di renderla appetibile per via delle conseguenze. Ma dobbiamo ammettere che su questa strada, con operazioni di storia del pensiero abbastanza complesse, corriamo il rischio di imbatterci in operazioni di segno contrario, altrettanto valide, nelle quali ci vengono ricordate alcune conseguenze negative della Riforma.

In questa lettura apologetica non si corre dunque il rischio di mettere in ombra le riscoperte teologiche dei Riformatori dal momento che queste vengono inserite nel frullatore delle rivendicazioni o delle contestazioni confessionali?

 

Restando sul piano dei due elementi dell’ammonimento apostolico va segnalato anche lo strano fenomeno della Riforma ricordata e rappresentata al cospetto di interlocutori cattolici, quando non anche di appartenenti a Chiese protestanti storiche. Che significato ha questa operazione?

A parte il pio ma discutibile pensiero di usare questa ricorrenza per evangelizzare … essa pare manifestare l’attesa che la Chiesa di Roma si decida ad accogliere la Riforma. Ma qui si erge un grosso problema: prima di tutto, a che cosa richiamiamo i nostri interlocutori cattolici? Essendo e definendoci evangelici ciò a cui dovremmo richiamarli, sia loro sia noi stessi, sarebbe il vangelo e non una stagione della storia del cristianesimo. In secondo luogo viene da interrogarsi sulle modalità di lettura della Riforma che adoperiamo. Nella sua recente biografia su Lutero, Adriano Prosperi ha focalizzato l’attenzione sugli anni di fuoco dell’esperienza del Riformatore, quelli che vanno dal 1517 al 1520, gli anni della fede e della libertà, come li ha definiti (Mondadori, 2017); alla fine di questo periodo c’è la scomunica e la rottura, e dunque la necessità concreta di pensare a come interagire con una parte del corpo cristiano che rifiutava l’appello a riformarsi. Ma in tutti i modi, come hanno ricordato in molti, Lutero in quegli anni ambiva a riformare quella che riteneva essere la sua chiesa!

Cercando di cogliere la lezione da questa focalizzazione sembra che il primo impulso della Riforma si rivolgesse verso il contesto all’interno del quale era inserita l’esperienza di fede di chi lo aveva sperimentato. Se prendessimo in carico totalmente la movenza degli anni della fede e della libertà di Lutero, avremmo che ognuno di noi dovrebbe pensare alla Riforma avendo nella testa e sullo sfondo la condizione della propria chiesa di appartenenza, quale che sia. Di fatto tutto l’evangelismo dovrebbe avere questa coscienza. Se poi dovessimo pensare a cosa, della Riforma, dovremmo auspicare per le nostre chiese e per tutto l’evangelismo può essere utile considerare la sintetica presentazione di Paolo Ricca: in una conferenza tenuta a un convegno a Torino nel 2008 (La Riforma come fenomeno europeo, Claudiana, 2011) ha sostenuto infatti che l’aspirazione di Lutero era quella di riporre la sua chiesa (nel senso di chiesa a cui apparteneva) sul fondamento che le era proprio, quello di Gesù Cristo, attestato nella Scrittura e per mezzo del quale era imputata al peccatore la giustizia. Desideriamo una chiesa e delle chiese poste sull’unico fondamento che è Gesù Cristo? Il confessionalismo e gli esperimenti confessionali successivi alla Riforma ci hanno insegnato, come ha ben spiegato Alister McGrath nel suo La Riforma e le sue idee sovversive (Edizioni GBU 2017), la necessità che ogni cristiano definisse la sua identità sulla base di una confessione di fede, di un documento che lo collocasse in uno dei partiti usciti dalle epoche delle ortodossie che hanno la Riforma solo a uno dei suoi estremi!

Facciamo dunque un errore di prospettiva quando pensiamo alla Riforma avendo ancora sullo sfondo la condizione della Chiesa di Roma, e non le nostre proprie chiese.

Alcuni teologi evangelici del nordamerica, forse pensando a cosa la Riforma possa dire a tutto l’evangelismo, in questa correzione della prospettiva, hanno posto l’attenzione sul tema della cattolicità di tutto ciò che è venuto fuori dalla Riforma (A Reforming Catholic Confession). È vero, i protestanti e gli evangelici sono più cattolici dei cattolici “romani”. E tuttavia, l’operazione di porre la Riforma avendo sullo sfondo la propria condizione e non quella altrui li ha portati a fare un’amara considerazione:

«Dobbiamo riconoscere che i Protestanti non hanno gestito le differenze dottrinali e di interpretazione in uno spirito di carità e di umiltà, ma nel fare una comune confessione sfidiamo l’idea che ogni differenza o distinzione denominazionale porti necessariamente alla divisione» (Explanation, n. 10; https://reformingcatholicconfession.com/)

Quando poniamo mente a tutto ciò abbiamo ancora voglia di andare a celebrare la Riforma al cospetto dei nostri amici cattolici, avendo forse il retropensiero che è la Chiesa di Roma a doversi riformare? Sicuramente la testimonianza di Lutero, e per suo mezzo il richiamo del vangelo, restano per Roma ancora oggi un appello con cui essi devono confrontarsi; grazie a Dio non più a suon di spade! Ma nel segno della fede e della libertà forse sarebbe meglio per noi iniziare a mettere mano a una riforma di noi stessi, delle nostre prassi segnate dalla ricerca del potere, della visibilità mediatica e di tanti altri idoli che affiorano via via nel nostro vissuto di fede evangelico.

Conclusione: non ci resta che la terza ingiunzione di Ebrei, imitate la fede! Su questo elemento, a differenza dei due storici, possiamo liberamente effondere tutte le nostre energie nella celebrazione. Imitare la fede di qualcuno non è un’operazione di “copia e incolla”, non è uno scimmiottamento di questo e quel riformatore, ma piuttosto un’impresa ermeneutica nella quale la fede da imitare viene ripulita da tutto ciò che è storicamente e culturalmente superato. Si tratta di un’operazione possibile, che i Riformatori stessi, e in particolare Lutero, ci hanno indicato proprio nel crogiuolo degli anni della fede e della libertà: è possibile prendere in carico il passato nella misura in cui ci si ancora saldamente all’insegnamento della sola Scrittura per rispondere alle sfide che man mano ci troviamo davanti.

 

Giacomo Carlo Di Gaetano è Dottore di Ricerca in Filosofia della religione (Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara), e Direttore editoriale di Edizioni GBU, nonché coordinatore del DiRS.

 

 

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Lutero

Riforma in Italia, Riforma italiana, Riforma mancata

Le tre espressioni fanno riferimento a tre modi di pensare o di esprimere la relazione tra la nostra nazione e il movimento religioso della Riforma protestante del XVI secolo.

I tre termini si ritrovano continuamente negli studi storiografici, cioè in quegli studi che vanno ad analizzare il modo in cui gli storici raccontano il rapporto tra gli stati italiani del 1500 e la diffusione delle idee, prima luterane e poi degli altri riformatori.

Qui non possiamo rendere conto né dei dettagli di questi studi né delle principali linee assunte (utile può essere la lettura di alcuni testi, alcuni classici e ben informati, come: L. Firpo, Riforma protestante ed eresie nell’Italia del Cinquecento, Laterza; S. Caponetto, La Riforma protestante nell’Italia del Cinquecento, Claudiana; altri più specifici ma anche di facile lettura, S. Biagetti, Il mito della “Riforma italiana” nella storiografia dal XVI al XIX secolo, Franco Angeli) solo per citarne alcuni.

Tuttavia compiamo solo un superficiale sondaggio in questa storiografia per rilevare che un vero pullulare di interessi per il rapporto tra stati italiani e Riforma del 1500 si ebbe nel 1800, vale a dire nel secolo in cui si radica effettivamente una presenza evangelica in Italia, grazie anche al Risorgimento.

Ci sono diverse ragioni che potrebbero spiegare il rinnovato interesse ottocentesco, non solo degli evangelici, per il XVI secolo: si potrebbe pensare per esempio alle speculazioni di quegli intellettuali italiani (Bertrando Spaventa su tutti) che, grazie a una precisa filosofia della storia vedevano nel Risorgimento italiano il chiudersi di un cerchio iniziato con il Rinascimento, movimento culturale che dall’Italia aveva dato lustro all’Europa e che ora tornava a fare del bene alla nostra nazione, proprio nella stagione del Risorgimento. In questo circolo naturalmente c’era anche la Riforma, letta come un anello imprescindibile del Rinascimento grazie all’appello umanistico del ritorno alle fonti – ad fontes.

Certo, va ricordato, almeno per i lettori evangelici, il monito dello storico fiorentino Giorgio Spini (Risorgimento e protestanti) che aveva messo in guardia dal leggere la presenza evangelica e protestante nella nostra nazione come una presenza che manifesta due picchi: durante il XVI secolo e poi, dopo la stagione della controriforma, nel 1800 grazie alle correnti del Risveglio.

Tuttavia, pur essendo sensibili alla precauzione di Spini, non si può tacere il fatto che con l’avvio dell’evangelismo ottocentesco aumenta l’interesse per la stagione cinquecentesca.

Simone Maghenzani, dell’Università di Cambridge (che terrà una relazione al Convegno Nazionale GBU di questo anno – 2017) ha cercato di rendere conto di questo interesse (Storiografia protestante e Riforma italiana del ‘500 nell’età del Risorgimento) costruendo quattro modelli, anche per mettere ordine nella varietà di modi e di intenti con i quali gli evangelici italiani dell’800 guardavano al XVI secolo.

Il modello morale, che fa capo all’esaltazione della figura di Girolamo Savonarola, dal quale derivava anche il titolo del giornale evangelico stampato a Londra negli anni 40–50 dell’800, L’Eco di Savonarola. In questo modello si guardava soprattutto al rigorismo morale del frate fiorentino e alla sua lotta contro i soprusi della chiesa di Roma come una sorta di apertura di una via alla Riforma, una via che fosse però indipendente dal predominio delle proposte straniere (così com’erano concepite) di un Lutero o di un Calvino.

Il modello che conservava la memoria della persecuzione degli evangelici d’Italia del cinquecento. Si trattava di un modello che faceva capo alla Rivista cristiana diretta da Emilio Comba e che in qualche modo si poneva sulla scia della letteratura dei martiri protestanti inaugurata da opere famose internazionalmente quali il Book of Martyrs di J. Foxe (1563).

Il modello che tentava l’inserimento stretto e sistematico della sfortunata vicenda italiana nel più ampio ecumene protestante europeo, come dimostrato tra l’altro da quella che sarà definita la “riforma dei profughi” con riferimento ai tanti italiani, che fuggiti dall’Italia, daranno il loro prezioso e originale contributo sia alle correnti ortodosse del protestantesimo europeo e mondiale sia a quelle eterodosse.

Infine Maghenzani cita il modello (nel suo elenco è il secondo) che tentava di rintracciare nella stagione del cinquecento un filone di riforma indipendente, sì legato al fenomeno europeo, ma non da esso dipendente. Piero Guicciardini e Teodorico Pietrocola Rossetti, nel mentre ammassavano testi della Riforma del ‘500 in quello che è poi divenuto il Fondo Guicciardini (già Libreria religiosa) della Biblioteca Nazionale di Firenze, distinguevano in quella vicenda e in quel materiale la presenza di una riforma indigena, italiana: «L’Italia nostra ebbe in ogni tempo de’ riformatori della Chiesa Romana e de’ cristiani secondo l’Evangelo» (p. 135).

La mappa costruita da Maghenzani è così ricca e impegnativa da poter dire che non è possibile, al di là della ricerca storica vera e propria, non è possibile, per le celebrazioni ma anche per la possibilità di attingere energie spirituali dalla stagione della Riforma del ‘500, prescindere da un confronto serrato e umile con il filtro ottocentesco. Lungi dall’oscurare la triste stagione della “riforma mancata” (cito qui l’evento storico) il filtro ottocentesco la illumina e la arricchisce delle potenzialità che quella stagione ha ancora per il presente e per il futuro della nostra nazione.

Per esempio quel filtro può farci comprendere perché è necessario distinguere e identificare i vantaggi, ma anche e soprattutto le debolezze, di una possibile «Riforma in Italia», un’operazione in cui sembra non ci possa essere un’autentica diffusione del vangelo senza il ricorso alle categorie elaborate dal confessionalismo (Schilling) soprattutto riformato del 500 (e del ‘600); il filtro dell’800, solo se sappiamo ascoltare le voci di un Mapei, di un Rossetti o di un Mazzarella, et al., ci suggerisce di elaborare una testimonianza che sia incarnata nelle peculiarità della nostra nazione, riconoscendo nel contempo che anche le espressioni più alte della Riforma segnano un debito culturale nei confronti della storia e dei contesti di nascita e di sviluppo.

Il filtro ottocentesco potrebbe quindi stimolarci anche a comprendere la peculiarità di una Riforma italiana che sappia anche miscelare, come di fatto è accaduto da almeno duecento anni, tra le varie anime della Riforma, valorizzando la ricchezza della Riforma radicale, per esempio, di contro alla compostezza e rigidità, ma anche ambiguità, della Riforma magisteriale.

In conclusione, avendo colto le sfumature che separano i due concetti della “Riforma in Italia” e della “Riforma italiana”, il filtro ottocentesco potrebbe anche aiutarci a comprendere che la

Riforma mancata, lungi dall’essere un qualcosa che è svanito per sempre o, peggio ancora, un qualcosa da realizzare emulando semplicisticamente ciò che storicamente non può ripetersi (non ci sarà mai un Lutero in Italia che affigga 95 tesi né un Calvino redivivus), può al contrario essere un’opportunità e un compito.

Nelle parole di Teodorico Pietrocola Rossetti, oggi incarnate dai tanti rivoli della predicazione evangelica ed evangelistica di qualsiasi denominazione, ma originariamente rivolte al filosofo hegeliano Raffaele Mariano:

«… mi accorgo che voi considerate il Cristianesimo come una riforma dello scibile e della società umana; ma il Vangelo non parla di codesta riforma, sibbene di quel rinnovamento interno dianzi accennato, e dopo ciò, tutto è possibile …».

 

(G.C. Di Gaetano)