Tre domande a Andy Hamilton

#mai una gioia?

Questa intervista è stata rilasciata da Andy a margine del Convegno Nazionale Studentesco GBU (FESTA) che si è tenuto a Firenze (Poggio Ubertini) nei giorni 27, 28, 29, 30 Aprile (vedi qui)

 

  1. Il titolo del tuo intervento alla Festa è: “Mai una gioia”; potresti dare qualche spiegazione di questo titolo?

#maiunagioia… è questo l’hashtag del momento. L’hashtag è frequentemente usato sui social media (ma non solo) per sancire con una buona dose di ironia e con un pizzico di amarezza tutti quegli aneddoti, incidenti di percorso e piccole delusioni della vita quotidiana. Perdere l’autobus per un secondo, dimenticare l’ombrello in una giornata piovosa, svegliarsi la mattina ed accorgersi che il caffè è finito o correre sfrenatamente per non fare tardi all’esame per poi rendersi conto che l’esame avrà luogo il giorno successivo, sono tutte occasioni degne di essere etichettate con questo hashtag. Se da un lato quest’etichetta rappresenta un modo leggero e ironico di affrontare la vita, dall’altro lato denota un profondo malessere dovuto alla mancanza di una gioia duratura che non sia legata agli eventi e alle circostanze della vita. Questo hashtag non manifesta necessariamente l’assenza totale di gioia quanto l’assenza di un certo tipo di gioia, cioè una gioia solida che vada oltre un’emozione effimera o una sensazione sfuggente che in un attimo può volar via.

 

  1. Viviamo in un’epoca che ha esasperato il concetto di divertimento, in cui le persone sembrano in preda a una febbre edonistica. Che cosa distingue la gioia cristiana da altre forme di godimento?

Ciò che contraddistingue la gioia cristiana è che non è basata sulle circostanze contingenti della vita ma è qualcosa di più profondo che può essere vissuto indipendentemente dalle circostanze. La febbre edonistica è caratterizzata dal tentativo di massimizzare il piacere e di minimizzare il dolore. La gioia, in quest’ottica, richiede che tutte le circostanze della propria vita siano allineate favorevolmente. La maggior parte di noi però sa che questo allineamento è pura utopia e che anche quando le circostanze sembrano allinearsi nel modo giusto questo rimane qualcosa di altamente vulnerabile che in un attimo può crollare. Questa realtà si traduce in due strade ben distinte ma entrambe queste strade si rivelano essere dei vicoli ciechi. C’è chi sceglie la strada del disperato tentativo di controllare tutte le circostanze della vita ma nel fare questo imbocca una strada caratterizzata da una frustrazione costante dato che questo è un obiettivo irraggiungibile. C’è invece chi preferisce evadere e sfuggire alla realtà abbassando le proprie aspettative e quindi imboccare la strada di accontentarsi di brevi momenti di felicità che possono anche essere intensi ed esuberanti ma che mascherano una vita frivola ed apatica.

Esiste però una terza strada che porta alla vera gioia. Questa è la strada che il Salmista Davide ha sperimentato e di cui parla nel Salmo 16:11: “ci sono gioie a sazietà in tua presenza; alla tua destra vi son delizie in eterno”. Questa è una gioia nettamente diversa dal concetto riduttivo di gioia che viene perseguita da tanti. La gioia di cui testimonia il Salmista non è una gioia superficiale ma profonda. Non è una gioia instabile ma costante.  Non è una gioia soggetta alle circostanze della vita ma è radicata in Colui a cui tutte le circostanze della vita sono soggette. Questa gioia non si trova nell’assenza di circostanze dolorose ma nel vivere la propria vita nella presenza del Signore. La gioia cristiana quindi tutt’altro che essere restrittiva o limitativa, come spesso viene intesa (e forse anche vissuta), è invece una gioia che supera di gran lunga qualsiasi altra forma di godimento o divertimento che la società propone. CS Lewis, che ha scritto tanto riguardo alla gioia cristiana, ha riassunto le sue scoperte in questo modo. “Se consideriamo le sfrontate promesse di retribuzione e la portata sbalorditiva delle promesse che troviamo nel Vangelo, sembrerebbe che il Nostro Signore non trovi i nostri desideri eccessivi, semmai troppo deboli. Siamo creaturine timorose; tergiversiamo con alcol, sesso e ambizione quando quello che ci viene offerto è la gioia infinita; come un bambino ignorante che preferisce continuare a giocare con il fango nel suo vicolo perché incapace di immaginare il significato della vacanza al mare che gli viene offerta. Ci accontentiamo troppo facilmente” (CS Lewis, L’onere della Gloria).

 

  1. A volte la vita ci fa fare esperienza di sofferenze e difficoltà, eppure i cristiani sostengono che anche il quel momento sperimentano la gioia, che cosa significa tutto ciò?

Significa che è possibile sperimentare una gioia profonda anche quando il cuore soffre. Nelle ultime ore che i discepoli hanno passato con Gesù sicuramente il loro cuore stava soffrendo (Gv 13-17). Il loro cuore soffriva perché Gesù annuncia il tradimento di Giuda, annuncia che Pietro l’avrebbe rinnegato, annuncia che tutti i discepoli l’avrebbero abbandonato e annuncia che verranno odiati e perseguitati. I discepoli erano turbati. In questo contesto Gesù afferma: “Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Gv 15:11). Come può Gesù fare un’affermazione del genere? Come si può sperimentare gioia nel mezzo di sofferenze e difficoltà? Gesù svela, facendo l’uso della metafora della vite e dei tralci (Gv 15:1-11), che questa gioia completa può essere solo sperimentata in virtù di un profondo legame con Lui (Gv 15:1-11). Anzi questa gioia è una conseguenza, o un frutto, di questo legame. Laddove questo legame è rafforzato la gioia accresce. Conseguentemente le circostanze avverse che teoricamente dovrebbero ridurre la gioia paradossalmente, in virtù del fatto che spesso la sofferenza intensifica il legame del cristiano con il Signore, rinsaldano e fortificano questa gioia profonda. L’apostolo Paolo ribadisce questa realtà: “Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi” (Fl 4:4). Paolo ha scritto quest’epistola dalla prigione con la possibilità concreta di andare incontro al martirio (Fl 2:17). Nonostante queste innegabili difficoltà incita i cristiani a seguire il suo esempio e a rallegrarsi sempre. Come si può avere gioia sempre? Il segreto dell’apostolo Paolo, che corrisponde con quanto Gesù aveva detto ai suoi discepoli, risiede nell’identificare nel Signore la fonte della gioia. Quindi per i cristiani non si tratta semplicemente di avere gioia in ogni circostanza ma di sperimentare gioia nel Signore in ogni circostanza incluse le difficoltà e le sofferenze.

C’è anche un secondo aspetto che permette ai cristiani di sperimentare gioia nella sofferenza. L’apostolo Paolo dice, in un’altra epistola, di essere convinto che “le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo” (Ro 8:17). Questa è una convinzione assoluta di Paolo basata sul Vangelo. Apprezziamo il peso di queste parole quando ricordiamo che in quanto a sofferenza Paolo aveva un Curriculum impressionante (2 Co 11:23-28). Paolo conosceva il dolore e l’agonia della sofferenza. Questo rende questa sua affermazione ancora più eclatante in quanto sostiene che la durata e l’intensità della sofferenza in questo mondo non è neanche paragonabile, cioè non offre neanche un metro di misura adeguato, alla gloria futura. Questa convinzione, che ogni sofferenza avrà la sua data di scadenza, permette al cristiano di vivere il presente con gioia e guardare al futuro con speranza.

Andy Hamilton è impegnato presso l’Istituto Biblico Evangelico Italiano di Roma (IBEI) dove coordina la Scuola a Distanza e insegna Soteriologia, Teologia Elementi Introduttivi, Escatologia e Panorama dell’Antico Testamento.

 

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