Tre domande a Giancarlo Rinaldi su Bibbia e archeologia

  1. Lo studio dell’archeologia può aiutarci a comprendere la Bibbia?

Risposta: Bisogna prioritariamente definire cosa intendiamo per “archeologia”. Il termine è di derivazione greca e sta a significare “studio delle antichità”. Dunque la disciplina che noi comunemente chiamiamo Archeologia Biblica consiste nello studio del contesto nel quale vanno collocate le narrazioni dei libri biblici e la loro composizione. Questo studio si avvale sia di fonti letterarie (opere storiche dell’antichità), sia di fonti documentarie (scavi archeologici, iscrizioni, papiri, monete, etc.). Bisogna fare un’altra premessa: se crediamo che la Bibbia sia parola di Dio dobbiamo però necessariamente ammettere che questa è calata perfettamente nella dimensione umana, e l’uomo vive nella sua storia. La fede d’Israele e, poi, quella cristiana sono incarnate nella storia e possono essere comprese, prima ancòra che professate, soltanto prestando attenzione all’aspetto umano, storico, direi ‘materiale’ nel quale hanno preso e prendono corpo. Poste queste premesse possiamo affermare che l’archeologia è indispensabile per comprendere appieno il mondo e il messaggio della Bibbia. La Bibbia non è un astratto libro di preghiere, è la rappresentazione di una vicenda che ha come protagonisti Dio e un popolo in ascolto, tale rappresentazione la cogliamo nel contesto della storia del vicino oriente antico o della prima età imperiale romana.

 

  1. Le conferme che l’archeologia può dare alla storicità del racconto biblico possono essere utilizzate come prova della sua ispirazione? Decide l’archeologia cosa credere o non credere della Bibbia?

Risposta: Nel mondo evangelico è molto diffusa la convinzione che l’archeologia debba fornire prove alla storicità dei racconti biblici e che queste debbano essere fatte valere per convincerci che la Bibbia è ispirata da Dio e, ancòra di conseguenza, noi dobbiamo riconoscerla come parola di Dio. Questa serie di argomentazioni ci consegnano un ragionamento molto fragile. Iniziamo dall’ultimo punto: che la Bibbia ci trasmetta la voce di Dio non dovrà e non potrà essere provato dalla pala dell’archeologo, si tratta di una persuasione interiore di ordine spirituale ben più profonda delle schede d’archivio di rinvenimento dei reperti. La ricostruzione storico archeologica del contesto della Bibbia ci aiuta a comprenderla ma non è da sola efficace a persuaderci della sua natura ispirata. D’altro canto se dovessimo riconoscere il carattere ispirato di ogni narrazione antica che si sia dimostrata attendibile al vaglio della ricerca storico archeologica potremmo definire ispirate da io molte pagine di storici come Tucidide, Tacito, Svetonio, ma così non è. Dunque non è l’archeologia a modellare il nostro credo, pur se da essa apprendiamo una meravigliosa lezione di metodo da spendere anche ai fini spirituali. Mi spiego. Quando noi leggiamo la Bibbia siamo spontaneamente portati a interpretarla alla luce di nostre precomprensioni che sono il frutto di una secolare sedimentazione archeologica. In altre parole siamo portati a proiettare in quelle antiche Scritture le nostre tradizioni confessionali. Ma così non deve essere: per comprendere un testo, un qualsiasi testo, è il prima che spiega il poi e non viceversa. Molte difficoltà di comprensione della Bibbia stanno nella nostra lontananza dall’epoca e dalla cultura in cui essa venne scritta. Lo studio delle antichità ci aiuta a recuperare il punto di osservazione degli originari destinatari di quegli scritti. In fine non dobbiamo mai dimenticare che la Bibbia fu composta per uno scopo specifico: comunicare salvezza ai peccatori e santificazione ai credenti; è in questo straordinario messaggio che noi ascoltiamo la voce di Dio, anche se essa è avvolta (talvolta fusa e confusa) da una scorza di parole, orditi grammaticali e sintattici, usi e costumi degli uomini dell’antichtà. Questo concetto è espresso molto chiaramente in 2 Timoteo 3,16 laddove, parlando dell’ispirazione scritturistica la si mette in relazione all’insegnamento che conduce alla fede e alla giustificazione al cospetto di Dio. “La Bibbia non è scritta per descriverci come sono fatti i cieli, ma per condurci al cielo”, come il buon Galileo Galilei, a quanto si riferisce, soleva ripetere.

 

  1. Quali sono i periodi della storia biblica per i quali i reperti archeologici sono più abbondanti e significativi? Quali, invece, i periodi per i quali si ha difficoltà a rinvenire reperti che rimandino ai racconti biblici?

Risposta: Diciamo sùbito che per l’età del Nuovo Testamento disponiamo di una maggior dovizia di documenti e d’informazioni. I ventisette libri che compongono il suo racconto coprono il periodo della dinastia imperiale Giulio Claudia, da Augusto a Nerone. Libri come gli Atti degli Apostoli, ad esempio, sono una descrizione vivissima della vita nel Mediterraneo di allora, una vera miniera di notizie per l’archeologo! Ma anche in un testo tutto simboli, allegorie e velami come l’Apocalisse di Giovanni possiamo ravvisare riferimenti all’età degli imperatori Flavi e posso dire che il veggente di Patmos nel descrivere eventi del futuro ha adoperato colori e modelli dell’età sua che, come sembra, è quella di Domiziano. Certo ameremmo sapere qualcosa in più per quanto riguarda altri periodi, come il soggiorno in Egitto e l’età della dominazione persiana, ma non possiamo dire che luci dalla ricerca archeologica non ve ne siano. Persino la cosiddetta “preistoria biblica”, cioè la narrazione dei primi capitoli del Genesi, acquisisce più profondo significato se la si confronta con le tradizioni del Vicino Oriente Antico; da questo confronto, infatti, emergono elementi di affinità ma anche di originalità della narrazione biblica che ci aiutano a meglio intendere quei generi letterari attraverso i quali Dio trasmise il Suo messaggio.

 

Vedi il calendario dei seminari presso la Sala di Lettura GBU: Comprendere la Bibbia … grazie all’archeologia

Giancarlo Rinaldi ha insegnato Storia del Cristianesimo presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Si è interessato in particolare al rapporto tra cristianesimo e paganesimo con particolare attenzione alla percezione del secondo nei confronti della diffusione della fede cristiana.

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