Tre domande a Valerio Bernardi sulle tradizioni popolari

  1. Le tradizioni popolari fanno parte di quel grande campo di studi che è l’antropologia culturale; che cosa offrono quanto a ricostruzione delle peculiarità dell’essere umano gli studi sui riti e le credenze che rappresentano la sostanza delle tradizioni popolari?

Va subito precisata una cosa. La demologia (così si chiama lo studio delle tradizioni popolari) in Italia ha preceduto lo studio dell’antropologia culturale che è arrivato nel nostro Paese a pieno titolo solamente nella seconda metà del Novecento. Cosa offre oggi la demologia? La possibilità di studiare le usanze, i costumi di quelle che erano chiamate le classi subordinate all’interno della propria società (A.M. Cirese parlava di dislivelli interni di cultura), del cosiddetto popolo che adotta proprie usanze e riti diversi da quelli che appartengono alla cultura ufficiale. Appare chiaro che tale studio ha attraversato diverse fasi e periodi. Nel nostro Paese, gli studi demologici, almeno sino agli anni Novanta del secolo scorso (ma anche oltre) hanno studiato soprattutto le “tradizioni” delle popolazioni contadine, scarsamente alfabetizzate sino agli anni Cinquanta e con una serie di riti e credenze che potevano risalire anche a tempi molto antichi ma che erano state rielaborate sicuramente a partire dalla fine del Cinquecento, sotto il rigoroso controllo della Chiesa Cattolica.

Oggi la demoantropologia si occupa della cultura popolare all’interno delle nostre società complesse e può anche studiare, dal punto di vista qualitativo, fenomeni che hanno a che fare con il popolare odierno. Lo spettro delle inchieste è pertanto più ampio e ci si occupa anche di argomenti come i social, il consumo, le abitudini alimentari non solo delle classi subalterne, ma della società in generale, leggendole come i nuovi riti sociali. Sicuramente la demologia della società contemporanea è profondamente diversa nell’oggetto dello studio da quella precedente. Il lascito della storia delle tradizioni popolari in Italia rimane, però, lo studio della cultura delle classi contadine disagiate, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia.

 

  1. In Italia le tradizioni popolari sono nella stragrande maggioranza dei casi legate al cattolicesimo; molte di esse hanno addirittura una radice controriformistica. Come spieghi questo nesso tra tradizioni popolari e religione cristiana?

Il cristianesimo è stato per molto tempo un fenomeno cittadino che, almeno in zone come l’Italia, non aveva coinvolto in maniera diretta e sentita le masse popolari, rappresentate dai contadini che abitavano nelle campagne. Non è un caso che il termine pagano, derivi proprio da pagus, il contado. Per diverso tempo il Cattolicesimo dei contadini in Italia (ma anche in buona parte in Europa) era legato a credenze che provenivano da culti di tipo naturale ed animistico che erano diffusi sin da tempi remoti.

Dopo il XVI secolo la Chiesa Cattolica, che doveva per la prima volta in Europa Occidentale fronteggiare un reale nemico, il Protestantesimo, cercò di “conquistare” al cattolicesimo queste masse. L’operazione effettuata fu quella, dopo il Concilio di Trento, di legare al culto dei Santi e in particolare di Maria la devozione e la credenza delle classi subordinate. Se si legge un’opera come l’Altra Europa dello storico Galasso, si scoprirà che il culto di Maria si diffonderà moltissimo nell’Italia Meridionale dopo la metà del XVI secolo.

Tutto ciò fu fatto attraverso la spettacolarizzazione di processioni, la rivalutazione di forme di pellegrinaggio anche locale verso santuari dove si supponeva fossero avvenute visioni di santi, la rassicurazione della popolazione che viveva una vita incerta ed insicura attraverso l’affidarsi a riti e personaggi questa volta controllati dalla Chiesa. Anche le pratiche di bassa magia o i culti animistici furono messi sotto controllo e calendarizzati secondo l’anno liturgico.

La connessione tra cristianesimo (cattolico) ed usanze deriva da un tentativo di contestualizzazione nell’ambito culturale. Si cercava di adattarsi alla cultura delle popolazioni che non avevano accesso ai dibattiti teologici e che non era in grado di seguirli nella stessa maniera del ceto borghese che via via si autonomizzava dalla Chiesa. L’operazione controriformistica fu sicuramente un successo. Ovviamente da un punto di vista evangelico non si può non dire che tutto questo andava a spese di un autentico cristianesimo evangelico che veniva offuscato da diffusi atteggiamenti paganeggianti che erano assecondati senza una reale opera di evangelizzazione. Contemporaneamente bisogna anche ammettere, però, che l’operazione portata avanti dal cattolicesimo controriformistico rispondeva ad esigenze reali di alcuni territori e di alcuni ceti sociali.

 

  1. Oggi per ragioni di ordine sociale, ma anche turistico e ambientali, si tende a far rivivere, dai piccoli comuni alle grandi città, il clima e gli scenari delle tradizioni popolari ritenendole come un deposito di valori positivi. Quale deve essere l’approccio di un cristiano evangelico a questo mondo? E’ sufficiente la condanna degli elementi idolatrici presenti nelle tradizioni popolari? Possono le tradizioni popolari rappresentare un campo in cui tentare di entrare in dialogo con i sentimenti e i bisogni religiosi, e umani che le animano?

Negli ultimi anni, soprattutto all’interno della rivisitazione di itinerari turistici alternativi diverse di queste tradizioni hanno avuto, dopo un periodo di crisi dovuta all’avanzare della secolarizzazione in ogni parte d’Europa, un recupero ed una ripresa.. La rivalutazione è dovuta più che a motivazioni di tipo religioso a quelle tipo economico. Il folklore porta sempre “colore” e cattura pubblico disposto a passare una giornata per vedere una manifestazione che può destare curiosità. Proprio per questo motivo il ritorno alla tradizioni popolari è visto come una risorsa e come un guardare al passato valorizzando la memoria delle comunità locali. Cosa dire da evangelico? Sicuramente rimane la perplessità della confusione tra l’annuncio del Vangelo e pratiche di tipo pagano che rimane; da studioso, invece, la perplessità deriva dalla ripresa con approcci ancor più consumistici di pratiche che il territorio aveva abbandonato. Oggi lo studioso di antropologia è consapevole che non esiste l’episodio “autentico” e che andrebbero accettati anche i cambiamenti, ma, allo stesso tempo, guarda con una certa criticità alla ripresa di usanze ormai desuete che rischiano anche di dare un’immagine sin troppo localistica del mondo.

Allo stesso tempo non penso che le “tradizioni popolari” appartengano ad un campo che sia assolutamente da evitare. Le manifestazioni culturali vanno comprese e vi sono anche delle occasioni in cui la spiegazione di alcuni fenomeni può aiutarci a comprendere come entrare nel contesto specifico della società in cui bene o male viviamo.

Qualche decennio fa Ernesto De Martino, il più noto etnologo italiano, spiegava alcuni di questi fenomeni (tarantismo, pianto rituale, pratiche di bassa magia) con la categoria della “crisi della presenza”, mutuata dalla psicologia fenomenologica. La crisi della presenza avviene nel soggetto umano quando, di fronte ad un mondo in cui la vita è incerta, o vi sono manifestazioni di disagio (il soggetto in preda a convulsione dovuta al morso della “taranta”) o ci si affida a dei taumaturghi esterni che ognuno cerca di propiziarci. Sono convinto che la crisi della presenza sia un’immagine interessante di quello che avviene in certi fenomeni connessi alle tradizioni popolari.

Io penso che gli evangelici, pur condannando alcune delle tradizioni popolari (non bisogna fare di tutt’erba un fascio, non trovo nulla di male nei vari palii o sagre o nei canti popolari non a sfondo religioso) debbano anche comprendere quanto spazio di manovra di annuncio del Vangelo ci sia nel bisogno espresso dalle masse popolari nell’esigenza di ricercare un rifugio dalle asperità della vita. Pertanto uno studio adeguato delle tradizioni popolari potrebbe portare anche alla ricerca di una maniera originale di annunciare il Vangelo. Il discorso di Paolo in Atti 17 rimane attuale anche in questo campo di studi.

Valerio Bernardi è docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari e presso l’UNiversità degli Studi della Basilicata. E’ membro del Comitato Editoriale di Edizioni GBU e del DiRS-GBU

Tre domande a Nicola Berretta

  1. Si ritiene che la crescita del sapere scientifico e della tecnologia derivante da quel sapere renda sempre più complicato se non addirittura impossibile organizzare la propria esistenza sulla base di una visione del mondo fondata sulla Bibbia; credi che questa analisi sia corretta?

     

     

Trovo disarmante che ci siano credenti che la pensano in questo modo. Lo trovo disarmante anche alla luce delle celebrazioni che stiamo avendo in questi mesi, ricordando gli eventi che dettero inizio alla Riforma. È noto infatti che la rapida e capillare diffusione del pensiero rivoluzionario di cui Lutero e i riformatori furono portatori non possa prescindere dalla pressoché concomitante rivoluzione tecnologica che in quell’epoca rappresentò l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg. Fu quella straordinaria innovazione tecnologica a consentire la diffusione anche tra gli strati sociali più popolari sia degli scritti dei riformatori, sia ovviamente del testo biblico. Su questa base, dovremmo essere noi per primi ad opporci all’idea che lo sviluppo scientifico e tecnologico costituisca un impedimento ad una vita di fede ancorata nelle Scritture.

Questa conflittualità tra fede biblica e sapere scientifico, che indubbiamente si respira all’interno di larga parte del mondo evangelico, non trova alcuna giustificazione storica, perché sono vari gli analisti che indicano semmai proprio nel pensiero biblico il fondamento culturale da cui la ricerca scientifica ha tratto linfa vitale per il suo sviluppo straordinario occorso in occidente negli ultimi tre o quattro secoli. Che tristezza c’è allora in me, quando mi capita – troppo spesso! – di leggere o ascoltare commenti di credenti che abbracciano teorie complottiste, contrarie a trattamenti che nascono da protocolli sperimentali fondati sull’applicazione rigorosa del metodo scientifico…

Detto questo, non voglio sembrare tanto ingenuo da non essere consapevole di come la scienza venga oggigiorno usata anche per perseguire obiettivi che poco hanno a che vedere coi principi biblici, oppure come pretesto per ridicolizzare coloro che credono, ma la responsabilità è soprattutto nostra, di noi credenti, col nostro appoggiare, e spesso anche favorire, questa conflittualità ingiustificata.

 

  1. Il dibattito relativo all’opposizione evocata dalla prima domanda ha delle ricadute al livello della ricerca scientifica applicata, quella che viene condotta nei laboratori di qualsiasi ordine e grado?

     

     

Dipende. Se la domanda si riferisce all’atteggiamento nei riguardi di Dio che hanno coloro che operano attivamente nel mondo della ricerca scientifica, direi che si possono avere esattamente le stesse ricadute che si riscontrano in qualsiasi altro ambito sociale o lavorativo. A volte, forse perché a livello mediatico viene dato molto risalto ad esponenti che fondano le loro convinzioni atee o agnostiche sul fatto stesso di operare in ambito scientifico, prende allora piede l’opinione diffusa che gli scienziati siano per default degli atei. In realtà, coloro che operano in ambito scientifico sono “umani” come tutti gli altri, con gli stessi dubbi e le stesse problematiche di fondo. Al limite, quello che diviene peculiare in questo ambiente sono i pretesti che si usano per sfuggire ai richiami al ravvedimento ed al riporre la propria fede in Cristo, che indubbiamente fanno spesso appello ad argomentazioni razionalistiche. Ma il problema di fondo non è diverso da quello di qualsiasi altra persona, tant’è vero che, quando poi si instaurano relazioni di amicizia più profonde, tutti i bei discorsi su Darwin, sull’evoluzione, sulla scienza che ci dà le risposte… si sciolgono come neve al sole, per andare invece sui problemi di fondo che ogni uomo e ogni donna ha. Persino se scienziati!

Se invece la domanda si riferisce a ricadute di ordine pratico, cioè sull’applicazione del metodo scientifico, allora direi di sì. E mi riferisco in particolare ai presupposti etici che, a mio giudizio, devono necessariamente sottendere all’indagine scientifica. L’impostazione atea ha in genere un approccio puramente utilitaristico: funziona o non funziona? Colui che ha una visione del mondo fondata sulla Bibbia deve inevitabilmente domandarsi prima: è giusto o non è giusto davanti a Dio? E se non è giusto, deve essere pronto a desistere dal proprio proposito d’indagine scientifica, anche qualora fosse convinto del beneficio che quella ricerca potrebbe apportare all’essere umano. Spesso viene evocata la totale “libertà” della ricerca, ma secondo me si tratta di un assurdo. Se la ricerca fosse “libera”, allora potremmo giungere anche fino a giustificare gli esperimenti che il medico Josef Mengele condusse nei campi di sterminio nazisti su inermi gemellini ebrei. Indubbiamente, se potessimo fare esperimenti sull’uomo, la ricerca biomedica “funzionerebbe” molto meglio… Con questo non voglio certamente accusare indiscriminatamente gli scienziati atei di collusione con Mengele, assolutamente! Ma non c’è dubbio che, l’approccio alla ricerca di chi ha un’impostazione atea oppure biblica della vita, si trovano spesso in conflitto quando si discute di tematiche di ordine etico che giustificano o meno una certa indagine scientifica.

 

  1. Quando entri nel tuo laboratorio e guardi in un microscopio o maneggi un vetrino, in che modo la tua fede di cristiano evangelico orienta i tuoi comportamenti? Viene messa in crisi dai dati che scopri? o cos’altro?

 

Tutt’altro. L’indagine scientifica, condotta nei limiti dell’etica biblica di cui ho appena parlato, non offre altro che ulteriori motivi per lodare Dio, fornendo nuovi punti di osservazione per contemplare la grandezza, la potenza, e la straordinaria fantasia di Dio. Non c’è dubbio che riconoscere i propri limiti, nel non essere noi uomini in grado di fornire risposte a tantissime domande che ancora la natura ci pone, debba sempre rimanere un tratto essenziale di un credente biblico, e permettetemi di aggiungere, di qualsiasi scienziato degno di questo nome. Questo atteggiamento di sana e doverosa umiltà costituisce un baluardo difronte ai deliri di onnipotenza che hanno dato origine ai peggiori disastri per l’umanità. Guai però se, su questa base, un credente giunge a fondare la propria fede in Dio solo e soltanto su ciò che non capisce. Allora sì che la scienza diviene una nemica, perché tutto ciò che essa porta alla luce, fornendo risposte razionali a ciò che prima ignorava, erode poco per volta quel fondamento che gli sta facendo credere in Dio.

 

Chi è Nicola Berretta? Leggi qui

 

Se sei interessato a questo tema:

Vedi la presentazione di La fede e la ragione

Leggi anche:
J. Lennox, A caccia di Dio, Edizioni Gbu

Ma il vangelo non è solo una transazione

Dal cuore al tutto del vangelo: non solo morire per il peccato

 

Per il movimento iniziato da Gesù poche cose sono preziose come il vangelo. La parola vangelo significa «buona notizia». È il sermone del movimento di Gesù. Il suo messaggio centrale è la buona notizia dell’amore e dell’iniziativa di Dio non solo per salvarci dall’inferno ma anche per farci entrare in una cor­retta relazione con lui. La tesi di questo libro è che il vangelo è una buona notizia e ha al centro una ritrovata relazione con Dio. È da quando sono diventato cristiano in collegio, all’u­niversità del Texas, che presento questo messaggio. È stato al centro del mio primo impegno ministeriale quale responsabi­le di Young Life presso la Scuola superiore di Austin. È al cen­tro della missione della chiesa nel mondo. Se chiediamo che messaggio ha portato Gesù, la risposta breve è semplicemen­te questa: ha portato la buona notizia dell’arrivo dell’atteso governo di liberazione di Dio. Sperimentare il regno predica­to da Gesù equivale a sperimentare la presenza di Dio. Gesù è morto perché la sua opera potesse spianare la strada a una nuova azione della grazia di Dio (Tt 2:11–14)1. Davvero una buona notizia!

Quando però ascolto alcuni che oggi predicano il vangelo, non sono sicuro di ascoltare una buona notizia. A volte ascol­to un invito terapeutico (Dio ci farà sentire o stare meglio). Altre volte sento parlare così tanto del prezzo per il peccato pagato da Gesù, che il vangelo sembra limitato a una transa­zione commerciale, all’eliminazione di un debito. O magari ne sento parlare come di una sorta di cura canalare spirituale. Altre volte ancora la presentazione che ascolto dà l’impressio­ne che il vangelo riguardi il modo per scampare a qualche cosa proveniente da Dio e non qualche cosa da vivere con lui. Altre presentazioni mi danno l’idea di un Gesù venuto a cambia­re la politica di questo mondo. Presentazioni politiche di que­sto tipo m’inducono a chiedermi perché Dio non abbia man­dato Gesù a Roma piuttosto che a Gerusalemme. Nessuno di questi è il vangelo che vedo nella Scrittura, anche se alcuni vi si avvicinano più di altri.

Questo libro è scritto nella convinzione che la chiesa abbia perso chiarezza sull’obiettivo del vangelo. Sono qui a proporre una teologia biblica del vangelo, un’operazione che non penso sia stata fatta, con queste modalità. Ripercorrerò i temi chia­ve che si accompagnano alla narrazione evangelica, nell’inten­to di presentare i testi chiave e di esaminarli per rispondere alla domanda: che cosa dice la Bibbia sul vangelo? L’obiettivo è quello di riscoprire il vangelo come buona notizia, un punto che la chiesa di oggi rischia di perdere di vista.

Se la chiesa è nebulosa sul vangelo allora corre il rischio se­rissimo di perdere la sua ragion d’essere. Un messaggio evan­gelico fuorviante priva la chiesa del suo prezioso impatto sul mondo. Nulla porta più velocemente al suo collasso un’istitu­zione del dimenticare la ragione per cui esiste. Una chiesa che porta un’infinità di messaggi rischia di tradursi in una chiesa che non ha nessun messaggio da portare. In buona sostanza in molti ambienti il vangelo è andato perduto e ovunque questo avvenga la chiesa soffre, il popolo di Dio ne rimane disorien­tato e al mondo viene a mancare ciò di cui ha così disperata­mente bisogno: fare esperienza della presenza di Dio. Peggio ancora, quanti vengono in chiesa perdono di vista la vera ra­gione per cui sono lì e cos’è che dovrebbero fare per Dio. Ave­re un vangelo poco chiaro equivale al cercare di dirigersi ver­so qualche meta sconosciuta senza avere una mappa; ci sono buone possibilità che non arriviate dove si suppone che stia­te andando.

Mi riprometto di osservare da vicino il vangelo così come lo presenta il Nuovo Testamento. Ne ricercheremo i tratti es­senziali, delineando, lungo il percorso, le caratteristiche chiave che gli sono proprie. Presteremo anche attenzione al tono che accompagna il messaggio e ci chiederemo se il modo con cui presentiamo il vangelo è importante come quello che diciamo a suo riguardo. Fra gli obiettivi di questo libro c’è anche quello di riscoprire, riaffermare un messaggio che ha tanto da offrire ai singoli individui e a un mondo bisognoso. Una chiesa con­sapevole di che cosa è la buona novella che presenta e di qua­le sia il modo adeguato di presentarla, ha l’opportunità di esse­re essa stessa una buona notizia per un mondo spiritualmente bisognoso che spesso cerca Dio a tastoni ma fatica a trovarlo.

 

La croce: il punto di partenza, non l’intero messaggio

Premessa fondamentale del nostro studio è che, pur essendo la croce il centro del vangelo, la morte di Gesù per il peccato non è il vangelo nella sua interezza. Di fatto limitarsi a parla­re della morte di Gesù per il peccato o perfino a parlare del­la morte di Gesù per il peccato e della sua risurrezione, signi­fica presentare solo la metà, circa, del messaggio del vange­lo. Noi predichiamo la croce perché è al centro del vangelo e rende estremamente semplice parlarne e presentarlo. Così fa­cendo facciamo eco a Paolo che nell’Epistola ai Corinzi ricor­se all’immagine della croce per riassumere e descrivere la sua prospettiva del messaggio del vangelo.

In 1 Corinzi 1:23 Paolo sostiene di predicare «Cristo cro­cifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia». Per alcuni questo testo e molti altri simili che si trovano ne­gli scritti paolini mostrano che la croce è il vangelo. Per esem­pio in 1 Corinzi 15:3–5, Paolo riassume il vangelo nel fat­to che Cristo «morì per i nostri peccati, secondo le Scrittu­re; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, se­condo le Scritture; che apparve a Cefa». Di nuovo: la croce è al centro del messaggio del vangelo. Come possiamo ipotiz­zare che la croce non sia tutto quello che c’è da dire sul van­gelo, dal momento che Paolo se ne serve evidentemente qua­le suo compendio?

Quando in questa prima parte della prima Epistola ai Co­rinzi Paolo si riferisce alla croce, il termine croce fa da elemen­to centrale e da sineddoche per tutto quello che l’opera di Gesù comporta. Una sineddoche è una parte che rappresenta il tutto. Si menziona un singolo elemento centrale per descri­verne la totalità. Se, per esempio, parlo della legge e dei pro­feti, sto parlando dell’Antico Testamento nella sua totalità. Se parlo di cinquanta capi di bestiame sto parlando di cinquan­ta mucche complete di capi, zoccoli, corpi e talloni, non solo di cinquanta teste. Allo stesso modo quando qui Paolo parla della croce sta usando questa parola come una sineddoche per indicare la totalità del vangelo. La morte di Gesù, però, non è la totalità del vangelo più di quanto la testa di una mucca non ne costituisca la totalità. Certo è di vitale importanza. Il van­gelo non potrebbe esistere senza la croce più di quanto una mucca potrebbe vivere senza testa. Rimane comunque il fat­to che gli eventi del primo fine settimana di Pasqua non sono tutta la storia.

1 Corinzi 1:30 è molto eloquente quando spiega che esse­re in Gesù Cristo (l’effetto che si produce quando si beneficia del vangelo) fa tutt’uno con l’accesso alla sapienza, alla giusti­zia alla santificazione e alla redenzione di Dio2. In 2:2 cono­scere Gesù, colui che è stato crocifisso, vuol dire conoscerlo a tutti questi livelli.

Perché questo distinguo è così importante? Questo è per l’appunto il tema di questo libro. La maggior parte delle pre­sentazioni del vangelo da me ascoltate si concentrano spes­so esclusivamente sulla croce. Il vangelo è prospettato princi­palmente, se non esclusivamente, come una transazione com­merciale da sperimentarsi in un preciso momento di tempo. Credere, o esercitare fede, significa avviare quella transazio­ne e realizzare il vangelo. Ora a rendere complesse le cose è il fatto che c’è una transazione; fa parte del vangelo e ci permet­te di sperimentare la buona notizia di Dio; su questo vange­lo, però, come si evince dai testi paolini relativi alla croce, c’è da dire di più.

Il pericolo, nel considerare o nel predicare il vangelo solo come una transazione, è che una volta fatto l’“accordo”, il cre­dente possa sentirsi come se avesse controllato e avesse fatto i compiti: il vangelo ha garantito la salvezza e scongiurato l’in­ferno. Come però spero di dimostrare nei capitoli che seguo­no, questo costituisce in realtà solo il punto di partenza della buona notizia di Dio.

C’è modo allora di proclamare nella morte di Gesù per il peccato un elemento chiave del vangelo, senza però perdere la prospettiva globale di tutto ciò che il vangelo è? È mia speran­za che possiamo recuperare, soffermandoci sulle componen­ti di ciò che è associato al vangelo, quello che spesso si perde come buona notizia, non soltanto nella predicazione del van­gelo ma anche nella risposta che ne scaturisce. Punto di par­tenza del vangelo è una promessa: una relazione nello Spirito. È raffigurato come un pasto e un lavaggio: la tavola del Signo­re e il battesimo. Affonda le sue radici in un atto unico che ri­sponde a un bisogno unico: la croce. È inaugurato come un dono che è il segno dell’arrivo della nuova era: la Pentecoste. È affermato nell’agire divino e nella Scrittura: Dio che opera in modo unico e indiviso per mezzo di Gesù. È abbracciato in una conversione che sfocia nella fede: l’invocazione del nome di Gesù. Comporta un diverso tipo di potenza ed è pensato per tradursi in un modo di vivere: la riconciliazione e la po­tenza di Dio per la salvezza. La mia preghiera è che riflettere su questi temi possa dare adito a una rinnovata comprensio­ne di come funziona il vangelo del regno, promuovendo quel tipo di fede e di cammino che Dio desidera da quanti sono suoi. Nel momento in cui apprezziamo tutto quello che Dio ha fatto per noi nel vangelo, ci troviamo nella posizione ide­ale per amare e servire Dio e il suo vangelo con maggiore fe­deltà. Partiamo dunque dalla promessa che si pone all’inizio della nostra indagine, vale a dire, dal modo con cui Giovanni Battista ci ha preparato il terreno quando ha presentato Gesù e le ragioni per cui è venuto.

 

Darrell L. Bock, Alla riscoperta del vero vangelo perduto, Edizioni GBU, 2017 (chiedi a info@edizionigbu.it)

Vedi le news a proposito della presenza di Darrell Bock al XII Convegno Nazionale del GBU

6. Lo spirito che trasforma

 

Il vangelo di Gesù Cristo: Lo Spirito che trasforma

Video della sesta sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Domenica 6 Dicembre

Traduce Andrea Papini

 

Lettura biblica: Galati 5:16-26

16 Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. 17 Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. 18 Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.
19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.
22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; 23 contro queste cose non c’è legge.
24 Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.
26 Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.

5. Le conseguenze eterne

 

Il vangelo di Gesù Cristo: Le conseguenze eterne

Video della quinta sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Domenica 6 Dicembre

Traduce Andrea Papini

 

Lettura biblica: Luca 16:19-31

19 «C’era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; 20 e c’era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, 21 e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. 22 Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. 23 E nell’Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; 24 ed esclamò: “Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma”. 25 Ma Abraamo disse: “Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. 26 Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi”. 27 Ed egli disse: “Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento”. 29 Abraamo disse: “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli”. 30 Ed egli: “No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno”. 31 Abraamo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”».

4. La risurrezione e il dubbio

 

Il vangelo di Gesù Cristo: La risurrezione e il dubbio

Video della quarta sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Sabato 5 Dicembre

Traduce Andrea Papini

Lettura biblica: Giovanni 20:24-31

24 Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
26 Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
30 Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

 

 

 

3. La giustificazione

Il vangelo di Gesù Cristo: La giustificazione

Video della terza sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Sabato 4 Dicembre

Traduce Andrea Papini

 

Lettura biblica: Romani 3:21-26

21 Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: 22 vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c’è distinzione: 23 tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio – 24 ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. 25 Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, 26 al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.

2. La nuova nascita

Il vangelo di Gesù Cristo: La nuova nascita

Video della seconda sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Sabato 5 Dicembre

Traduce Andrea Papini

 

Lettura biblica: Giovanni 3:1-21

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.
14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio».

 

 

 

1. Un tema d’importanza primaria

Il vangelo di Gesù Cristo: Un tema d’importanza primaria

Video della prima sessione plenaria

X Convegno Nazionale 2015

Venerdì 4 Dicembre

Traduce Andrea Papini

 

Lettura biblica: 1 Corinzi 15:1-19

1 Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato, che voi avete anche ricevuto, nel quale state anche saldi, 2 mediante il quale siete salvati, purché lo riteniate quale ve l’ho annunciato; a meno che non abbiate creduto invano.
3 Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; 4 che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; 5 che apparve a Cefa, poi ai dodici. 6 Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. 7 Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; 8 e, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all’aborto; 9 perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. 10 Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Sia dunque io o siano loro, così noi predichiamo, e così voi avete creduto.
12 Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti? 13 Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; 14 e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. 15 Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. 16 Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; 17 e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. 18 Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. 19 Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

 

Presentazione del Convegno

Presentazione del Convegno a cura di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

X Convegno Nazionale del GBU italiano

4–7 dicembre 2015

Montesilvano (PE)

Il vangelo di Gesù Cristo

 

 

 

 

Il vangelo di Gesù Cristo.

Donald Carson, in uno dei suoi due libri che saranno presentati al Convegno, Il Dio che c’è, afferma:

«Di fronte al declino morale in essere nella chiesa o nel mondo che ci circonda, quello che ci deve stare maggiormente a cuore è un’accurata, intensa, ricca comprensione del vangelo» (p. 174). (https://dirs.gbu.it/images/edizioni/2015_007_Carson_Dio.pdf)

Questa notazione da sola basterebbe a giustificare la scelta del tema di questo anno, al di là di altre ragioni contingenti (Carson infatti è per la seconda volta ospite del nostro Convegno e questo secondo invito risponde quasi a una promessa di venirci a spiegare la scaturigine di uno dei progetti a cui il biblista tiene molto, vale a dire The Gospel Coalition).

La necessità di questa comprensione del vangelo viene dunque proiettata sullo sfondo di queste due realtà, la chiesa e il mondo. In ciò che segue cerchiamo di identificare una prospettiva italianocentrica su tali realtà, cercando di enucleare degli aspetti che maggiormente sfidano la diffusione del vangelo nel nostro paese.

 

Il mondo

Che cos’è il “mondo” in una prospettiva italianocentrica? Esiste realmente un tale, regionale sguardo su una realtà che, sostanzialmente, è una categoria biblica (1 Gv 5:19) molto più complessa della cultura o della società di una nazione? Indubbiamente la nostra nazione condivide molti dei tratti culturali e sociali, declinanti, che caratterizzano l’Occidente: consumismo, individualismo, edonismo, etc.

Dobbiamo poi aggiungere a questo sfondo comune delle peculiarità: alcune individualizzano la condizione nazionale anche se non determinano ancora in profondità il nostro modo di essere italiani, quanto meno non agendo isolatamente rispetto ad altre peculiarità. Penso qui in particolare al fatto di essere la nazione che ospita il Vaticano e dunque alla pervasività del Cattolicesimo romano. È un dato di fatto che un lettore della Bibbia con i piedi piantati in quest’itala terra non potrà non cogliere, quando si affaccia sul panorama del mondo come lo vede da italiano: mi riferisco alla cosa grandiosa che è il Cattolicesimo. Tuttavia sarebbe un errore ritenere che la dimensione confessionale del cattolicesimo degli italiani sia oggi così preponderante da determinare la condizione spirituale di una nazione e da indurre a pensare che una strategia adeguata per la presentazione del vangelo debba ricorrere a una retorica da sedicesimo secolo: cattolici vs protestanti.

Vorrei infatti ricordare la lezione, positiva, che ci viene dall’evangelismo dell’800 e che mediante la formula “né cattolici né protestanti” ha sintetizzato la strada maestra ed efficace che la testimonianza evangelica sta percorrendo da allora.

Forse uno sguardo che riesca ad abbracciare in uno il “mondo” come potrebbe vederlo e disegnarlo un osservatore italiano di oggi deve ricorrere a formule più onnicomprensive, capaci di tenere in un unico sguardo le diverse tradizioni culturali che almeno dal Secondo dopoguerra, passando per il boom economico e per la morte delle tante repubbliche (prima, seconda, etc.), arrivano fino ai nostri giorni segnati da tensioni mondiali (terrorismo e migrazioni) e condizioni locali (crisi economica, disoccupazione) ma anche da una certa ricerca di identità più o meno forti.

La proposta di una sintesi, utile per noi a calibrare l’annuncio del vangelo nella nostra Italia sulla base della lezione stottiana del duplice ascolto, la si potrebbe intravedere forse nella formula crociana del non possiamo non dirci cristiani (1942).

Il “mondo” di un italiano medio dunque potrebbe essere un substrato, che si coglie al di sotto delle crisi e delle contraddizioni, fatto di fasti culturali e ambientali. Ogni angolo del nostro paese ci richiama a una memoria “cristiana” positiva, che non necessariamente è confessionale, e che ha attraversato i secoli e che si esterna in uno spirito di mediazione teso a smussare asperità ed estremismi. Siamo il paese delle cattedrali barocche e dei tesori del francescanesimo e dei benedettini che si trovano nelle chiesette di campagna. Siamo il paese del riformismo giansenista lombardo e piemontese (ancora presente sotto la ruvidezza della Lega lombarda – vedi Expo) e della sapienza siciliana che mescola le culture mediterranee e che per questa ragione, e non solo per le opportunità della mafia, riesce ad assorbire i flussi delle migrazioni.

Naturalmente per ogni passaggio di questa positiva visione con la quale deve fare i conti l’annuncio del vangelo potrebbe essere coniugato con le rispettive distorsioni: i crolli dei siti archeologici, e la corruzione del ceto politico, etc. Ma quale italiano, anche il più imbevuto di cultura secolare, potrebbe negare che non possiamo non dirci cristiani? Benedetto Croce, con il suo accento hegeliano, continua a dettare l’agenda dell’approccio al cristianesimo da parte della popolazione italiana. E in tal modo rappresenta anche un indice di paragone per la realtà che il vangelo si trova di fronte.

 

La chiesa

Non c’è il tempo di addentrarsi nella delineazione di che cosa è o di come dovremmo definire la “chiesa” secondo il Nuovo Testamento, quella che Carson ritiene pure in declino. È un terreno molto delicato sul quale in Italia, nel recente passato, si sono consumate fratture incredibili, nonché delle divisioni, incuranti del vangelo che veniva sporcato.

Nonostante una retorica di appello all’unità dei credenti (mi limito qui agli evangelici conservatori) bisogna prendere atto che negli ultimi anni sono nate nuove denominazioni, nuove iniziative non tese a rafforzare e riformare l’esistente ma a smembrarlo, confonderlo e aggredirlo ulteriormente.

Tuttavia, siccome questo aspetto accomuna gli evangelici di tutto il mondo (contro la retorica di chi ritiene che siamo i più litigiosi di tutti) credo che oggi il più serio pericolo di declino per le chiese che si rifanno al vangelo (e sono molte di più delle piccole percentuali che vengono sbandierate ai quattro venti dalle agenzie missionarie vecchie e nuove nella speranza di raccattare qualche dollaro in più) venga da un’altra parte: esso è rappresentato dal bisogno di rispondere a una frustrazione indotta da una percepita insignificanza sociale e culturale.

È il demone della rappresentanza sociale!

L’avvicendarsi delle generazioni e i mutamenti sociali in atto portano anche le forze politiche ad addentrarsi nei meandri della società, per andare a caccia delle subculture e raccattare qualche voto in più, strappandolo all’astensionismo e al pentastellismo, e a rendersi sempre più disponibili nei confronti della variegata realtà evangelica. Ed è del tutto evidente che ci siano sacche dell’evangelismo a cui questa attenzione piace molto e per la quale elaborano anche strategie dalla parvenza teologica.

In pratica è il pericolo di spostarsi verso quella forma di cristianesimo nominale che Thimothy Keller ha definito nel 2013, in un discorso tenuto allo Ethics and Public Policy Center, una sorta di ombrello di valori al di sotto del quale si collocava l’evangelismo fedele nordamericano. Quell’ombrello, secondo Keller, nella società americana di oggi si sta erodendo, dando vita a una radicale contrapposizione tra “devoti” e forze secolari (questo è anche, più o meno, il tema del prossimo libro di Carson che uscirà a gennaio sempre per i tipi di Edizioni GBU, L’intolleranza della nuova tolleranza).

Ma lo stesso ombrello valoriale in Italia resiste, grazie alla Chiesa cattolica; con questo Papa poi esso si è arricchito di venature sociali alle quali il predecessore, Benedetto XVI, che pure ha lavorato molto al suo rafforzamento (dialoghi con Habermas e Pera, p.es.), non era interessato. I sintomi della buona salute di questo ombrello sono tanti: dalle sentinelle, al renzismo e alle componenti sdolcinate del Partito Democratico che fanno l’occhiolino a tendenze culturali di destra.

Ebbene la tentazione della rappresentanza sociale per gli evangelici sta proprio nel dare un contributo, altamente insignificante quanto a numeri e rilevanza, a questo ombrello, con il solo scopo di contare e contarsi, essendo presenti. In tal modo però si riduce di fatto il vangelo, con la sua dimensione di realtà culturalmente imponderabile, a un mezzo in vista di un fine. Accade sempre più, per esempio, che iniziative culturali che raggruppano forze di diversa provenienza, ma promosse da evangelici, vengano declinate come testimonianza della propria fede, assecondando così quella raccomandazione emanata nel 2011 dal Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, dal Consiglio ecumenico delle chiese e dall’Alleanza Evangelica mondiale, e ratificato anche da alcune associazioni evangeliche italiane, che porta il significativo titolo di “Testimonianza cristiana in un mondo multireligioso e che vuole essere un manifesto delle buone pratiche della testimonianza cristiana.

L’evangelo però non coincide con la consistenza sociale e culturale di chi lo propone; esso è la Buona Novella di ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo per la salvezza delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

Ma non vogliamo correre e ci diamo appuntamento al Convegno Nazionale che inizia fra pochi giorni, per capirne di più!

 

Numero 10

Questa è l’edizione decima del nostro Convegno. Nato come una scommessa in un momento, uno dei tanti del passato, di assottigliamento del GBU (2005) puntava sul fatto che questo ministero, grazie anche al lavoro delle Edizioni GBU, potesse trovare ancora supporto e sostegno tra le chiese evangeliche. La scommessa doveva essere realizzata offrendo alle chiese un tempo in cui i credenti potessero usufruire di una formazione biblica che avrebbero potuto poi utilizzare nella vita delle loro chiese locali. Gli strumenti per la realizzazione di questa scommessa sono stati i ministeri e i doni che hanno maggiormente inciso nel mondo evangelico legato all’Università (IFES): C. Brown, D. Carson, J. Lamb, P. Williams, P. Martinez, L. Brown, V. Roberts, J. Lennox).

La scommessa fu vinta già dal primo anno. E da subito si è evidenziato questo speciale rapporto tra il Convegno e il mondo delle chiese locali che ne fa una particolarità unica nel panorama interdenominazionale italiano.

Abbiamo usato delle metafore per spiegare un evento che andava crescendo di anno in anno.

All’inizio abbiamo parlato di una vetrina. Un momento per il GBU di mostrare quello che è e che fa.

In un secondo momento, abbiamo usato a piene mani la metafora di John Stott sulle opere paraecclesiali che devono essere una mano delle chiese e non devono mettere la mano nelle chiese. Questa metafora fu scelta in omaggio e riconoscenza della fiducia che abbiamo via via raccolto dal mondo delle chiese.

La terza metafora che abbiamo utilizzato è stata quella della piccola vedetta: il Convegno come un luogo in cui la chiesa può essere avvertita su ciò che sta accadendo nella società o forse si vede all’orizzonte, indicando anche quali risorse adoperare per contrastarlo.

Sono certo che se il Signore ci consentirà di andare avanti, troveremo altre metafore per spiegare quello che facciamo. Oggi possiamo dire con forza, nonostante la nostra debolezza, «Fin qui il SIGNORE ci ha soccorsi» (1 Sam 7:12).

 

Chieti, 1 dicembre 2015