Superare la mia stessa violenza

(di Emile Nicole)

Le nuove istruzioni date da Gesù perseguono un chiaro obiettivo contro la violenza: quello di impegnare il credente a superare la propria violenza. È a ciò che tende principalmente il Nuovo Testamento nel trattare l’argomento.

Fin dalle prime contrapposizioni del Sermone sul monte, «ma io vi dico», questo atteggiamento si rivela chiaramente. Gesù si rivolge alla radice del male: alla radice dell’omicidio, vi sono la rabbia e l’offesa, alla radice dell’adulterio lo sguardo lussurioso. Quando tratta la violenza subìta, le situazioni che Gesù mette in evidenza sono personali: «se uno ti percuote sulla guancia destra» (Mt 5:39), «vuole prenderti la tunica» (v. 40), «se uno ti costringe a fare» (v. 41). Le esortazioni che seguono l’ultima contrapposizione sono fatte al plurale: amate i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano (v. 44), ma siamo comunque all’interno dello stesso rapporto personale presente anche nelle istruzioni precedenti: i vostri nemici, coloro che vi perseguitano, coloro che vi amano (v. 46), i vostri fratelli (v. 47). Il carattere personale dell’istruzione rimane presente anche se indirizzata a tutti i discepoli.

Troviamo questo carattere personale anche nelle esortazioni rivolte da Paolo ai Romani, prima al plurale: «Non rendete a nessuno male per male» (Rom 12:17), «Non fate le vostre vendette» (v. 19) e infine al singolare: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (v. 21). È la citazione di Proverbi, al singolare6, che ha fatto passare Paolo dal plurale al singolare? È ovvio che la vittoria sul male che qui egli vuole che i suoi lettori desiderino sia prima di tutto una vittoria sulla loro violenza.

Si tratta di una vittoria personale a cui mira l’apostolo Pietro (1 Pt 2:21–25): pone infatti come punto di riferimento, nel caso della sofferenza dello schiavo cristiano  per la violenza del duro padrone, Cristo sofferente per lui, che non risponde agli insulti, che non minaccia.

Influenza positiva
È evidente che la vittoria del cristiano sulla propria violenza presenta risvolti sociali, nella famiglia, nelle comunità cristiane e più in generale nella società. I codici domestici, che nelle lettere apostoliche descrivono la relazione tra coniugi, tra genitori e figli, tra schiavi e padroni confermano l’interesse degli scrittori del Nuovo Testamento per la dimensione sociale.

È auspicabile che la vittoria del cristiano sulla propria violenza abbia influenze benefiche sulla società. È fenomeno ben noto che violenza porta violenza. Rompere la catena può essere un fattore di deterrenza. La missione del cristiano non è solo quella di essere in pace, per quanto possa dipendere da lui (Rom 12:18), ma anche promuoverla come proclamato dalla settima beatitudine che dichiara beati coloro che producono pace (Mt 5:9, lett. facitori di pace, eirenopòioi). Bisogna ammettere che il Nuovo Testamento fornisce pochissimi esempi, tranne forse quello di Paolo durante la tempesta e il naufragio che ne seguì durante il suo viaggio verso Roma (At 27:13–44). Ma la storia della chiesa ci offre innegabili esempi positivi.

Il successo non è garantito

…. leggi il seguito in Il Dio della Bibbia è un Dio violento?, Edizioni GBU, Chieti, 2018
Vedi la Scheda di presentazione del libro
Il libro sarà presentato al XIII Convegno Nazionale GBU

Leggi anche:
P. Martinez, Tre domande a Pablo Martinez su Bibbia e violenza
E. Nicole, Violenza monoteista?
R. Garaventa, Tre domande a Roberto Garaventa su Bibbia e violenza

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *