Un deserto di specchi

 

di Christopher J.H. Wright, (Langham Partnership)

 

Una volta, negli anni ’80 del XX secolo, durante il nostro soggiorno in India, mi è stato chiesto di scrivere un articolo per una rivista locale sul tema «Perché sono un cristiano?». Per quanto ricordo, i paragrafi avevano più o meno questi titoli: «Perché essere cristiani è appagante. Perché è rassicurante. Perché ha senso». Cercavo di esprimere come la mia fede cristiana non soltanto mi facesse sentire personalmente realizzato e sicuro della salvezza eterna ma desse anche intellettualmente e razionalmente senso al mondo in cui viviamo. Proprio questo terzo punto mi è tornato in mente nel corso della lettura dello stimolante libro di Mark Meynell. Mi pare logica, scrivevo allora, l’idea di un universo che non fosse meramente frutto di un inesplicabile caso, bensì creato da un Dio personale, potente e amorevole come quello della Bibbia. Mi convince che il caos in cui il mondo è immerso non sia dovuto semplicemente a mancanza di progresso, a ignoranza o a qualcuna delle miriadi di diagnosi e medicine inadeguate di cui l’umanità è stata prodiga, bensì a una ribellione morale di fondo contro la fonte stessa della nostra umanità e al nostro rifiuto della benevola autorità di Dio nel suo mondo. Questa è la radicale analisi biblica del peccato. Qualsiasi cosa di inferiore è superficiale e non è in grado di dare senso alla realtà così come la conosciamo. Per me ha senso che il Dio creatore di un tale, splendido mondo debba, per amore, scegliere di non distruggerlo ma di redimerlo per mezzo di Gesù di Nazaret e della sua incarnazione, della sua morte, risurrezione e ascensione. Ha senso, infine, che dopo avere promesso e realizzato tutto questo che troviamo nella storia biblica Dio non lasci incompiuto il progetto (non lo farà); farà invece terminare la storia con la piena restaurazione del creatopreconizzata da Isaia, da Paolo e da Giovanni di Patmos. È questa storia ad avere senso, in quanto è la storia evangelica della missione di Dio, che guida la nostra missione nel mondo. È questa la storia, questa la persona di cui possiamo fidarci, in un mondo in cui la fiducia è soverchiata dal cinismo, dagli abusi, dall’ironia e dalle teorie cospirazioniste. La critica straordinariamente sensibile e documentata mossa da Mark Meynell alla nostra cultura mette in luce come la perdita di fiducia a ogni livello della società rifletta la perdita di qualsiasi capacità di «dare un senso» alla «vita, all’universo e a tutto quanto»; il che è, a sua volta, il prodotto del rifiuto deliberato di qualsiasi narrazione capace di garantire un tale “senso” universale, all’indomani dell’evidente fallimento della “narrazione” della modernità. Evidentemente, possiamo fidarci soltanto se siamo convinti dell’affidabilità sia della storia offerta sia di colui che ci invita a prendervi parte e della capacità, in qualche modo, di garantire un lieto fine. La terza parte del presente volume presenta in modo convincente la tesi secondo cui la narrazione evangelica di tutta la Bibbia offre proprio una tale sicurezza, una sofferta parola di speranza in un «deserto di specchi», un invito a tornare a credere e una base motivazionale per una missione biblicamente radicata, autentica e umile, nelle sue sicurezze, per il popolo di Dio nel mondo di Dio.