Vivere e confrontarsi con i cattolicesimi – Parte 2
Quando gli stessi termini sono un’opportunità per la testimonianza al vangelo di Gesù
di Giacomo Carlo Di Gaetano
La testimonianza da rendere al nome di Gesù Cristo, se posta al centro dell’approccio al cattolicesimo, informa il desiderio di condividere il vangelo; in tal modo sottrae i nostri interlocutori cattolici a continue campagne evangelistiche e restituisce alle relazioni una tonalità in cui acquisisce valore anche il vivere insieme, e non solo il confrontarsi.
La testimonianza al nome di Gesù Cristo orienta la conversazione teologica. Quale che sia il tema o il dogma da analizzare l’approccio di un discepolo di Gesù Cristo dovrebbe essere quello di mostrare che “tutte le strade portano a Gesù Cristo”, nel senso che nel confronto teologico la domanda centrale è sempre la stessa: che ne è di Gesù Cristo?
La testimonianza al nome di Gesù Cristo distoglie la nostra attenzione da considerazioni di ordine strategico relative alle “politiche” della Santa Sede sul rapporto con le altre confessioni cristiane e con il variegato mondo protestante ed evangelico.
Infine, e di conseguenza, la testimonianza al nome di Gesù Cristo confessato (solus Christus) ma anche agito e incarnato chiarisce lo spazio della possibile cooperazione in ambito missiologico. Volta per volta valuta, nelle innumerevoli e frequentissime occasioni di scambio, confronto, dialogo quanto spazio sarà dedicato al nome del Signore Gesù Cristo e alla testimonianza che un discepolo può rendergli?
A questo punto dobbiamo prendere in carico la circospezione di chi invita alla cautela e al sospetto, puntando i riflettori sulla possibile confusione che si crea quando ci si rapporta da evangelici ai mondi del cattolicesimo. La precauzione sta nel fatto che diversi termini e concetti sono espressi in maniera speculare se non addirittura sovrapponibile sia da evangelici sia da cattolici. La Chiesa Cattolica Romana, che sia più cattolica o più romana, non importa, confessa il nome di Gesù Cristo, usa la Scrittura, parla di un’offerta di salvezza, si ancora ai grandi Concili Ecumenici dei primi secoli dell’era cristiana, etc.
In un’epoca in cui la pressione ecumenica sembra favorire una convergenza tra le diverse espressioni di cristianesimo il suggerimento è che “i protestanti evangelici dovrebbero cercare di andare oltre le caratteristiche che appaiono come comuni in virtù di un vocabolario che si vorrebbe condiviso” (L. De Chirico, Stesse parole, mondi diversi, Caltanissetta, 2021, p. 18).
Questa constatazione (usiamo le stesse parole ma “a volte” intendiamo cose diverse) pone il tema della chiarificazione semantica. Che cosa denotiamo quando entrambi confessiamo il nome di Gesù Cristo e parliamo della sua opera di salvezza? Che cosa significa andare oltre le stesse parole?
Qualcosa di simile accadde già all’epoca della Riforma del XVI secolo quando, grazie al qualificativo “sola”, emerse un grande tentativo di chiarificazione: dapprima solus Christus in relazione alla querelle sulle indulgenze e il sola gratia come suo correlato; poi subito dopo venne il sola fide e ancora il sola Scriptura e infine, tempo dopo, il soli Deo gloria.
L’emersione del qualificativo rivela ancora oggi la ricerca e l’adozione di un metodo di confronto che a nostro giudizion esprime bene il “vivere e confrontarsi con …”. Oggi, senza il rischio di roghi, scomuniche e guerre di religione tipiche di quell’epoca questo metodo è uno stimolo a emulare quello sforzo e non semplicemente a ripetere stancamente le sue formule.
Alla luce delle evoluzioni della teologia cattolica, ma anche del protestantesimo, il qualificativo “sola” non si colloca in una ipotetica operazione di correzione semantica ma è da annoverare appunto tra i tentativi più o meno riusciti per far risplendere la testimonianza a Gesù Cristo, e non alla Riforma, ai Riformatori né tanto meno alla Controriforma.
Qui dunque abbiamo un discernimento e una sfida.
Un discernimento.
L’idea di andare oltre l’uso che i cattolici fanno di termini fondamentali della fede cristiana, termini che usiamo anche noi come evangelici, imprime al confronto una torsione pericolosa. Si tratta di una mossa autoreferenzialmente contraddittoria.
Il teorema “stesse parole mondi diversi” potrebbe essere infatti applicato a una vasta gamma di termini e concezioni tipicamente evangeliche, usate dagli stessi evangelici, rivelando distanze, distinguo e differenze impressionanti, tutte interne a questo mondo. Si pensi ai controversi termini di “predestinazione” o “elezione”, per non dire nulla dell’espressione “battesimo dello Spirito Santo”, “pastore”, “battesimo”, rapimento, etc.
Tutto questo è il frutto della cacofonia evangelica che proviene dai secoli del confessionalismo denominazionale (1600-1800). Le differenze semantiche che richiamano mondi diversi sono evidentissime nonostante si cerchi di camuffarle al di sotto di un surrettizio appello all’unità evangelica.
L’operazione della chiarificazione semantica, dunque, quando si pretende applicarla alla teologia cattolica, può essere compiuta solo a costo di un gioco del tipo fuscello e trave di cui ci parla il Maestro: chiediamo ai cattolici di togliere il fuscello ma non abbiamo contezza della trave nei nostri occhi.
Oltre alla contraddizione su cui esercitare discernimento c’è una sfida epistemologica.
Se termini identici assumono sensi diversi in ragione dei mondi in cui sono inseriti allora abbiamo che quei termini (pensiamo per esempio al termine “Maria”) non solo non possono unire cattolici ed evangelici, in ragione dei mondi diversi in cui sono inseriti, ma non possono neanche dividere poiché una loro comparazione è impossibile, data la differenza dei mondi.
Un esempio: per quanto sia evidente che a basket e a calcio si giochi con un pallone, non possiamo analizzare e comparare i due sport partendo proprio dal pallone, per poi concludere che il calcio è quello più fedele all’idea di sport di squadra.
Ma allora che cosa si può fare? L’alternativa classica, che resta ancora valida, per carità, è quella di prendere la Bibbia, magari salire sul piedistallo della aderenza letterale, e insegnare ai nostri interlocutori che Maria (restando a Maria) non è quella che viene presentata dalla teologia mariana e romana. Tuttavia il ricorso alla sola Bibbia per noi sarà sicuramente decisivo ma per i nostri interlocutori cattolici sarà giudicato riduttivo (e questo ci addolora). Punto, ognuno resta sulle sue posizioni!
Ma noi vogliamo “vivere e confrontarci con…”. Non vogliamo salire sul piedistallo; vogliamo rendere testimonianza a Gesù Cristo!
Un modo alternativo di andare oltre la presupposta sovrapposizione semantica di termini apparentemente identici sta nel fatto che questi termini, lungi dal rappresentare un ostacolo, o una tentazione ecumenica, possono essere usati come ponti. Possono essere tratti di strada da fare insieme con i nostri amici cattolici, come accadeva nella prassi apostolica nelle sinagoghe del primo secolo dell’area mediterranea o sull’areopago della città di Atene.
Il cristianesimo antico, ma anche per certi versi la Riforma (lo abbiamo visto con il ricorso al qualificativo “sola”) ha sempre privilegiato l’immersione nella condizione dell’interlocutore, piuttosto che il restare a distanza e segnare le differenze.
A questo punto una conclusione: meno male che ci sono “stesse parole” nonostante i mondi diversi!
Possiamo dire che questa è una grazia provvidenziale che lo Spirito offre nel nostro tentativo di rendere testimonianza al nome di Gesù Cristo, quando ci troviamo al cospetto di questa cosa enorme, straordinaria, quanto irricevibile per un evangelico, che si chiama cattolicesimo.









uire Gesù e amare di più i loro parenti per trascinarli alla fede. Ho trovato pochissime persone che volevano affrontare l’Islam [in quanto cultura]. Sentivano solo che quella era una battaglia secondaria. La vera battaglia era seguire Gesù e diffondere Gesù». (Thimoty C. Morgan, Why Muslims are becoming the best Evangelist, Intervista a Dave Garrison, Christianity Today, 


Vivere e confrontarsi con l’Islam
