Vivere e confrontarsi con i cattolicesimi – Parte 2

Quando gli stessi termini sono un’opportunità per la testimonianza al vangelo di Gesù

(leggi la Parte 1)

di Giacomo Carlo Di Gaetano

La testimonianza da rendere al nome di Gesù Cristo, se posta al centro dell’approccio al cattolicesimo, informa il desiderio di condividere il vangelo; in tal modo sottrae i nostri interlocutori cattolici a continue campagne evangelistiche e restituisce alle relazioni una tonalità in cui acquisisce valore anche il vivere insieme, e non solo il confrontarsi.

La testimonianza al nome di Gesù Cristo orienta la conversazione teologica. Quale che sia il tema o il dogma da analizzare l’approccio di un discepolo di Gesù Cristo dovrebbe essere quello di mostrare che “tutte le strade portano a Gesù Cristo”, nel senso che nel confronto teologico la domanda centrale è sempre la stessa: che ne è di Gesù Cristo?

La testimonianza al nome di Gesù Cristo distoglie la nostra attenzione da considerazioni di ordine strategico relative alle “politiche” della Santa Sede sul rapporto con le altre confessioni cristiane e con il variegato mondo protestante ed evangelico.

Infine, e di conseguenza, la testimonianza al nome di Gesù Cristo confessato (solus Christus) ma anche agito e incarnato chiarisce lo spazio della possibile cooperazione in ambito missiologico. Volta per volta valuta, nelle innumerevoli e frequentissime occasioni di scambio, confronto, dialogo quanto spazio sarà dedicato al nome del Signore Gesù Cristo e alla testimonianza che un discepolo può rendergli?

A questo punto dobbiamo prendere in carico la circospezione di chi invita alla cautela e al sospetto, puntando i riflettori sulla possibile confusione che si crea quando ci si rapporta da evangelici ai mondi del cattolicesimo. La precauzione sta nel fatto che diversi termini e concetti sono espressi in maniera speculare se non addirittura sovrapponibile sia da evangelici sia da cattolici. La Chiesa Cattolica Romana, che sia più cattolica o più romana, non importa, confessa il nome di Gesù Cristo, usa la Scrittura, parla di un’offerta di salvezza, si ancora ai grandi Concili Ecumenici dei primi secoli dell’era cristiana, etc.

In un’epoca in cui la pressione ecumenica sembra favorire una convergenza tra le diverse espressioni di cristianesimo il suggerimento è  che “i protestanti evangelici dovrebbero cercare di andare oltre le caratteristiche che appaiono come comuni in virtù di un vocabolario che si vorrebbe condiviso” (L. De Chirico, Stesse parole, mondi diversi, Caltanissetta, 2021, p. 18).

Questa constatazione (usiamo le stesse parole ma “a volte” intendiamo cose diverse) pone il tema della chiarificazione semantica. Che cosa denotiamo quando entrambi confessiamo il nome di Gesù Cristo e parliamo della sua opera di salvezza? Che cosa significa andare oltre le stesse parole?

Qualcosa di simile accadde già all’epoca della Riforma del XVI secolo quando, grazie al qualificativo “sola”, emerse un grande tentativo di chiarificazione: dapprima solus Christus in relazione alla querelle sulle indulgenze e il sola gratia come suo correlato; poi subito dopo venne il sola fide e ancora il sola Scriptura e infine, tempo dopo, il soli Deo gloria. 

L’emersione del qualificativo rivela ancora oggi la ricerca e l’adozione di un metodo di confronto che a nostro giudizion esprime bene il “vivere e confrontarsi con …”. Oggi, senza il rischio di roghi, scomuniche e guerre di religione tipiche di quell’epoca questo metodo è uno stimolo a emulare quello sforzo e non semplicemente a ripetere stancamente le sue formule.

Alla luce delle evoluzioni della teologia cattolica, ma anche del protestantesimo, il qualificativo “sola” non si colloca in una ipotetica operazione di correzione semantica ma è da annoverare appunto tra i tentativi più o meno riusciti per far risplendere la testimonianza a Gesù Cristo, e non alla Riforma, ai Riformatori né tanto meno alla Controriforma.

Qui dunque abbiamo un discernimento e una sfida.

Un discernimento.
L’idea di andare oltre l’uso che i cattolici fanno di termini fondamentali della fede cristiana, termini che usiamo anche noi come evangelici, imprime al confronto una torsione pericolosa. Si tratta di una mossa autoreferenzialmente contraddittoria.

Il teorema “stesse parole mondi diversi” potrebbe essere infatti applicato a una vasta gamma di termini e concezioni tipicamente evangeliche, usate dagli stessi evangelici, rivelando distanze, distinguo e differenze impressionanti, tutte interne a questo mondo. Si pensi ai controversi termini di “predestinazione” o “elezione”, per non dire nulla dell’espressione “battesimo dello Spirito Santo”, “pastore”, “battesimo”, rapimento, etc.
Tutto questo è il frutto della cacofonia evangelica che proviene dai secoli del confessionalismo denominazionale (1600-1800). Le differenze semantiche che richiamano mondi diversi sono evidentissime nonostante si cerchi di camuffarle al di sotto di un surrettizio appello all’unità evangelica.

L’operazione della chiarificazione semantica, dunque, quando si pretende applicarla alla teologia cattolica, può essere compiuta solo a costo di un gioco del tipo fuscello e trave di cui ci parla il Maestro: chiediamo ai cattolici di togliere il fuscello ma non abbiamo contezza della trave nei nostri occhi.

Oltre alla contraddizione su cui esercitare discernimento c’è una sfida epistemologica.

Se termini identici assumono sensi diversi in ragione dei mondi in cui sono inseriti allora abbiamo che quei termini (pensiamo per esempio al termine “Maria”) non solo non possono unire cattolici ed evangelici, in ragione dei mondi diversi in cui sono inseriti, ma non possono neanche dividere poiché una loro comparazione è impossibile, data la differenza dei mondi.
Un esempio: per quanto sia evidente che a basket e a calcio si giochi con un pallone, non possiamo analizzare e comparare i due sport partendo proprio dal pallone, per poi concludere che il calcio è quello più fedele all’idea di sport di squadra.

Ma allora che cosa si può fare? L’alternativa classica, che resta ancora valida, per carità, è quella di prendere la Bibbia, magari salire sul piedistallo della aderenza letterale, e insegnare ai nostri interlocutori che Maria (restando a Maria) non è quella che viene presentata dalla teologia mariana e romana. Tuttavia il ricorso alla sola Bibbia per noi sarà sicuramente decisivo ma per i nostri interlocutori cattolici sarà giudicato riduttivo (e questo ci addolora). Punto, ognuno resta sulle sue posizioni!

Ma noi vogliamo “vivere e confrontarci con…”. Non vogliamo salire sul piedistallo; vogliamo rendere testimonianza a Gesù Cristo!

Un modo alternativo di andare oltre la presupposta sovrapposizione semantica di termini apparentemente identici sta nel fatto che questi termini, lungi dal rappresentare un ostacolo, o una tentazione ecumenica, possono essere usati come ponti. Possono essere tratti di strada da fare insieme con i nostri amici cattolici, come accadeva nella prassi apostolica nelle sinagoghe del primo secolo dell’area mediterranea o sull’areopago della città di Atene.

Il cristianesimo antico, ma anche per certi versi la Riforma (lo abbiamo visto con il ricorso al qualificativo “sola”) ha sempre privilegiato l’immersione nella condizione dell’interlocutore, piuttosto che il restare a distanza e segnare le differenze.

A questo punto una conclusione: meno male che ci sono “stesse parole” nonostante i mondi diversi!
Possiamo dire che questa è una grazia provvidenziale che lo Spirito offre nel nostro tentativo di rendere testimonianza al nome di Gesù Cristo, quando ci troviamo al cospetto di questa cosa enorme, straordinaria, quanto irricevibile per un evangelico, che si chiama cattolicesimo.

Vivere e confrontarsi con i cattolicesimi. Una questione di testimonianza a Gesù Cristo

di Giacomo Carlo Di Gaetano

Il tema del Convegno di questo anno (5-8 dicembre) ci pone al cospetto di una grande sfida che non si riduce al “rapporto” tra evangelici e cattolici. La sfida ha molteplici facce: è relazionale (coinvolge il vicino di casa o il collega); è relativa alla devozione delle comunità sociali (parrocchie, quartieri, santi patroni, etc.); è sociale e culturale poiché registra l’intervento continuo di autorità della chiesa di Roma (in primis del Papa) che danno l’impressione di avere a che fare con un Grande Fratello nell’atto di un continuo commento delle vicende storiche e della cronaca a tutti i livelli. Questo Grande Fratello parla a partire da un osservatorio dal blasone millenario che non sembra scosso o intaccato da scandali o dalla secolarizzazione: parla, si pronuncia, viene sollecitato a intervenire nelle dinamiche più disparate della contemporaneità (vedi da ultimo l’enciclica sull’Intelligenza artificiale).

Raccogliere questa sfida, questo è il senso di questa riflessione, è parte integrante della testimonianza che i discepoli di Gesù Cristo intendono rendere al vangelo di Gesù Cristo.
La “testimonianza” a Gesù Cristo è una motivazione che va oltre le ragioni più comunemente indicate per giustificare lo stesso interesse per il cattolicesimo.

Va oltre l’evangelizzazione che è la ragione più comunemente addotta. Il cattolicesimo è un alveo in cui troveremmo la figura del battezzato ma non quella del nato di nuovo. Espressa così, come una delle ragioni ultime per l’interesse e le energie da dedicare allo studio del cattolicesimo, essa renderebbe problematica ogni interazione interpersonale con persone di credo cattolico. Renderebbe il “vivere con” una sorta di campagna di evangelizzazione permanente.

Sta qui forse, in questa enfasi data all’aspetto evangelistico, la ragione per una serie di prassi spesso adottate dagli evangelici che si traducono in un “non partecipare” e nel prendere le distanze da una serie di passaggi liturgici che segnano la vita e l’esistenza di un cattolico, tipo comunioni, battesimi, etc. Nella vicenda umana di singoli e di famiglie cattoliche, però, quei passaggi sono espressione della loro stessa esistenza materiale e sociale. La non partecipazione si porta appresso la questione della reciprocità che è essenziale in una dinamica di condivisione del vangelo: perché mi inviti ai battesimi nella tua chiesa quando non partecipi alla comunione di mia figlia?
L’enfasi sull’evangelizzazione, a volte, potrebbe anche spiegare la declinazione e il giudizio di “idolatria” rivolto contro ogni forma di pietà o devozione personale o delle comunità sociali. Rinunciando a manifestare nei confronti di queste realtà un impegno e un interesse volto a discernere qualcosa di altro che si colloca a livello antropologico e forse esprime bisogni umani e spirituali che andrebbero letti e compresi con maggiore attenzione.

Questo non significa, naturalmente, che la “non partecipazione” non abbia avuto una sua funzione nella lunga vicenda di interazione tra evangelici e cattolici, in alcuni frangenti storici e culturali. Così come non significa che ci beviamo tutto della devozione o pietà popolare.
Ma l’evangelizzazione, da sola non potrebbe giustificare il nostro interesse per l’universo “cattolicesimi”

Raccogliere la sfida va oltre la questione meramente teologica e dottrinale. È indubbio che qualsiasi interazione con persone di fede cattolica deve passare per un territorio popolato da dogmi, credi, dottrine, convinzioni teologiche.

“Quali sono le differenze tra noi e voi?”
Questa è la domanda che spesso avvia le conversazioni di ordine dottrinale.

Ma la questione teologica non si riduce unicamente a conoscere ed elencare le differenze tra i dogmi della chiesa di Roma e, per esempio, i cinque sola della Riforma. La teologia non si definisce unicamente per la correttezza proposizionale ma include in sé, tra le altre cose, anche l’uso che se ne fa. In contesti di prossimità tra comunità evangeliche e comunità sociali cattoliche a volte la nettezza teologica appare come qualcosa di arido e funzionale unicamente a marcare dei confini identitari.
Penso per esempio a una dottrina come la “giustificazione per fede e non per opere”, sbandierata come una sorta di segnale di confine oltre il quale non sembra esserci altro. La stessa formulazione, usata come slogan identitario, molto spesso è incompleta e raffazzonata in modo da rivelare i vizi della diatriba teologica appunto arida: mancherebbe qui, infatti, il fondamentale “per grazia … mediante la fede”.

Ma, soprattutto, la ragione prevalentemente teologica per l’interesse per il cattolicesimo mette in scena una artificiale contrapposizione che non onora il desiderio di rendere testimonianza a Gesù Cristo. Quante conversazioni di stampo dottrinale tra protestanti evangelici e cattolici finiscono poi con il discutere di Lutero, delle sue vicende e di quelle della Riforma, piuttosto che mettere in risalto l’offerta come quella fatta da Gesù alla donna samaritana (Gv 4)?

Le ragioni unicamente teologiche fanno entrare nell’interlocuzione il convitato di pietra della contrapposizione identitaria “noi e voi”: da una parte “noi evangelici” e dall’altra “voi cattolici”.

Raccogliere la sfida del confronto con il cattolicesimo va oltre le considerazioni di ordine meramente sociali, storiche e culturali relative alla chiesa di Roma. La posta in gioco non è chiedersi quanto spazio occupa la Chiesa di Roma, quanto sia globale, onnicomprensiva e onnipresente. Non interessa se questo spazio viene mantenuto flirtando con il potere, come è accaduto fin dall’antichità, oppure se viene difeso con la forza della persecuzione come nella Controriforma o viene ampliato con manovre avvolgenti come nell’epoca attuale, post concilio Vaticano II. Non deve preoccuparci quanti evangelici passano nelle file della chiesa cattolica (ed entusiasmarci per il flusso opposto).

La descrizione di una realtà polimorfa come il cattolicesimo sicuramente alimenta suggestioni di natura accademica; fa parte dello sforzo del ricercatore cercare di identificare e magari ridurre un intero sistema ad alcune assi portanti (riduzione naturalmente soggettiva e aperta alle verifiche). Dovrebbe far parte della onestà intellettuale del ricercatore anche una sana epoche (come la definiva Ninian Smart col termine cardine della fenomenologia del filosofo Husserl), vale a dire una sospensione dei propri pre-giudizi per valutare una realtà culturale e religiosa che non è la propria, entrando nello spazio altrui con le chiavi di lettura che sono dell’altro.

Ma tutto questo fa parte del mondo della ricerca, di una lettura pseudo–accademica del fenomeno cattolicesimo. E non può rappresentare una motivazione profonda all’interesse per il cattolicesimo.

Se le ragioni fossero solo queste (potremmo aggiungere sicuramente qualcun’altra) allora potrebbe voler dire che nel parlare di cattolicesimo noi non stiamo in realtà parlando di cattolicesimo, ma stiamo parlando di come noi parliamo di cattolicesimo! Stiamo parlando a noi stessi, a partire da una nostra identità storica, culturale e teologica ben definita (che crediamo tale). Questo è l’approccio identitario al cattolicesimo.

Al contrario, riteniamo che il vivere e il confrontarci con il cattolicesimo sia parte integrante della testimonianza da rendere a Gesù Cristo come suoi discepoli. 

Anche in questo caso il focus si sposta dall’oggetto da conoscere (il cattolicesimo) al soggetto che conosce, ma c’è una precauzione da osservare per il fatto che lo spostamento di attenzione per quanto legittimo potrebbe essere compiuto in due modi completamente diversi.

Un primo modo è quello in cui, guardando a se stessi, ci si limita  a fare l’inventario degli approcci al cattolicesimo per giungere a valutazioni di tipo normativo: c’è un modo giusto e uno sbagliato di interagire con i cattolicesimi. L’ecumenismo, per esempio, è di per sé sbagliato, a prescindere; il riscoprire e mantenere a tutti i livelli l’identità protestante e della Riforma è quello giusto. Avventurarsi nell’universo cattolicesimo senza avere coscienza del sistema cattolico–romano potrebbe farci incorrere in abbagli ed errori di valutazione se non addirittura farci cadere nella trappola del nuovo modo con cui il cattolicesimo post-conciliare si rapporta alle altre famiglie cristiane (nell’era di Papa Francesco abbiamo visto come c’era una particolare attenzione al mondo evangelico-pentecostale).

In questo primo modo di rapportarsi al cattolicesimo volgendo lo sguardo a noi stessi (come già segnalato sopra) diciamo di occuparci di cattolicesimo ma in realtà ci occupiamo del modo in cui noi evangelici ci rapportiamo al cattolicesimo.

 Un secondo modo di concepire l’interesse per il cattolicesimo è quello di ricondurlo e renderlo espressione per la testimonianza cristiana a Gesù Cristo, vale a dire è preoccuparci se la nostra testimonianza (nostra di chi? Chi è questo soggetto collettivo?) implichi anche la verifica che lo sguardo rivolto a noi stessi non resti intrappolato nella nostra “identità”.

Al contrario, il nostro sguardo dovrebbe rendere chiaro a noi stessi e ai nostri interlocutori CHI vogliamo che venga a collocarsi nel contesto del nostro vivere e confrontarsi con persone di fede cattolica: i discepoli furono chiamati “cristiani” (Atti) perché la loro vita era un rimando a Gesù Cristo. Nelle nostre chiese evangeliche cantiamo un cantico che a un certo punto recita: “… che vedan Cristo lì ovunque noi siamo …”!

Questo per quanto concerne il vivere.

Nel confronto (vivere e confrontarsi con …) la testimonianza cristiana, che è anche martirio, sacrificio e rinuncia di sé, nell’accezione semantica più ampia, desidera che l’interlocuzione reale alla fine non giunga a essere un’interlocuzione tra un evangelico al cospetto di un interlocutore cattolico.

Il confronto deve far spazio a un TERZO, a Gesù Cristo, che in realtà è colui che convoca entrambi per un dialogo appunto a tre; un dialogo in cui le identità, incluso la nostra di evangelici protestanti, sono messe alla prova dalla persona vivente di Gesù Cristo.

Perché siamo quello che siamo, o che diciamo di essere, vale a dire dei discepoli di Gesù Cristo, ci importa vivere e confrontarci con chiunque affinché si veda il ruolo che Gesù Cristo occupa nella nostra visione della vita, della chiesa, della storia, etc.. E desideriamo che questa presenza venga esperita proprio mentre viviamo e ci confrontiamo.

Questa è la ragione ultima che deve motivarci a vivere e confrontarci con chiunque … a interessarci al cattolicesimo.

A questo punto potrebbe però essere mossa un’obiezione che qui citiamo e annunciamo ma che riprenderemo prossimamente: se l’obiettivo è quello di rappresentare adeguatamente Gesù Cristo in qualsiasi interazione, non devono preoccuparci i moduli con i quali i nostri interlocutori vedono il mondo, lo interpretano e lo abitano?

E significa qualcosa se l’interlocutore “cattolicesimi” vede, interpreta e abita un mondo in cui risuonano le stesse parole che come discepoli di Cristo pronunciamo, con articolazioni del pensiero che hanno al cuore anch’esse la figura e l’opera di Gesù Cristo? Dobbiamo sottoporre il ricorso alle stesse parole al metodo del sospetto, ponendoci nell’interazione nella posizione di correttori semantici?

Seguici e ne riparleremo.

Intanto puoi prenotare la tua partecipazione al convegno al seguente link: https://forms.gle/Ycps3aE52egw8kwv6

 

Vivere e confrontarsi con il dubbio

di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

Il 18° Convegno di studi GBU è alle porte (5-8 dicembre, leggi qui). Ci sono in giro molti, ottimi eventi (convegni, conferenze, giornate di studi, raduni) che consentono di accrescere le convinzioni di fede, rafforzano il vincolo di comunione, magari all’interno di una stessa famiglia denominazionale, e così via.

Il Convegno Studi GBU non ambisce a essere diverso se non addirittura superiore a questi altri eventi. Assolutamente no.
Tuttavia il Convegno GBU una peculiarità la espone ed essa concerne il fatto di interrogarsi quasi sempre su temi che potremmo considerare di confine, vale a dire temi in cui è facile percepire la prossimità a convinzioni contrarie se non addirittura opposte (come quando si è parlato di ateismo, 2023; oppure di una fede sofferente, all’indomani del COVID, nel 2022, etc.).

Questa peculiarità potrebbe essere riassunta nell’ambizione di servire la chiesa con un evento dai forti connotati apologetici. Questa connotazione da un lato è conforme alla vision dei Gruppi Biblici Universitari che nel condividere Gesù da studente a studente, spesso deve farsi carico della necessità di rispondere a obiezioni di vario genere rivolte alla fede cristiana. Dall’altro lato la connotazione apologetica rappresenta anche la migliore risposta che il ministero GBU può offrire in termini di servizio al sostegno e al supporto che riceve dalle chiese locali.

Ma a parte questo ragionamento funzionale a un’organizzazione come la fellowship GBU, è possibile cogliere la particolare accezione dell’ambizione apologetica nel titolo della serie che i convegni degli ultimi anni hanno avuto: vivere e confrontarsi con …

Il titolo della serie calibra la risposta apologetica e la sottrae al terreno a volte sterile del confronto proposizionale, alla teoria dell’antitesi tra cristiani e non cristiani, teoria che ridurrebbe lo sforzo apologetico alla semplice proposta rivolta al non credente di sedersi e di farsi ammaestrare da chi è in grado di pensare i pensieri di Dio, di chi ha i giusti presupposti per interpretare il mondo e la storia. No, il vivere e confrontarsi impone di pensare alle categorie della trasmissione, della difesa, dell’argomentazione all’interno del flusso vivo del mondo della vita, come lo definiva un filosofo. Noi viviamo insieme a coloro a cui vorremo dare una risposta, tant’è vero che l’apostolo Pietro ci chiede di farlo, quando essi ci chiedono ragione, con mansuetudine e rispetto.

Tra l’altro, il tema di quest’anno ci pone al cospetto non solo di soggetti che potrebbero rivolgerci dei dubbi, ma al cospetto della stessa dinamica del dubbio che non abita unicamente il non credente (esistono anche certezze non cristiane!) ma riaffiora anche nel nostro proprio vissuto. Magari nelle pieghe delle nostre limitazioni, come spiegherà Mark Meynell proprio nella prima delle plenarie del Convegno (sabato 6 dicembre, al mattino); oppure la stessa dinamica si affaccerà dietro le righe apparentemente granitiche del nostro credo, della nostra professione di fede (anche questo un tema di una sessione plenaria).

In fin dei conti, dire che dobbiamo vivere e confrontarci con il dubbio equivale a esprimere in modi eleganti e propositivi la condizione particolarmente appropriata in cui viviamo in questo scorcio di secolo. Un tempo in cui, dietro le apparenti polarizzazioni (questo è termine che va molto di moda oggi) si celano inconfessate e inconfessabili incertezze. Abbiamo camminato tanto, soprattutto in Europa, da dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo la caduta del Muro di Berlino e ancora ci ritroviamo in quello che gli esperti di spionaggio dei tempi della guerra fredda definivano un deserto di specchi. Come è possibile credere in un mondo segnato da scetticismo, complottismo, dubbio, appunto? (Ho in pratica proposto il titolo del libro di Mark Meynell che sarà proprio presentato al Convegno: vedi qui)

Il dubbio sarà dunque l’ospite che chiameremo all’interlocuzione in questo Convegno. L’apologetica di quest’anno non guarderà solo all’esterno di noi stessi, ma anche al nostro interno.

Il dubbio lo studieremo nell’antichità, grazie alla lectio magistralis del prof. Giancarlo Rinaldi (Dubbio e scetticismo nell’antichità); lo rintracceremo nei meandri della bioetica grazie al seminario del dott. Emanuele Negri (Dubbi bioetici); ne studieremo i suoi vari volti nel complottismo, grazie allo scavo del Dr. Nicola Berretta. Il prof. Valerio Bernardi proverà a secernere dei valori positivi, una sua eventuale funzione positiva. Mentre la dott.ssa Aoife Beville ci racconterà i dilemmi (e i dubbi?) di una teologa che scriveva opere teatrali.

E poi, ci interrogheremo su un dilemma che ha attraversato i nostri ultimi due anni e che ancora ci tormenta: parleremo di dubbi mediorientali, nel tentativo di far dialogare cristiani con diverse posizioni, tutte segnate da dubbi, al fine di rintracciare la pace che solo il vangelo sa dare anche per una terra così martoriata come la Palestina.

Un cantiere enorme in cui rincorrere il dubbio e farsi sfidare da esso, anche in una prospettiva storica. 500 anni fa accadeva qualcosa nell’ambito della storia cristiana che quanto a effetti materiali era destinato ad avere conseguenze ancora più profonde della Riforma Magisteriale: ci riferiamo alla decisione di quindici cristiani svizzeri di farsi ri-battezzare. Era la nascita dell’anabattismo, un’espressione di cristianesimo in cui il dubbio non sembra essere a proprio agio non tanto per il fatto di essere scacciato via da certezze di vario grado ma semplicemente perché viene preso per mano e viene riportato all’interno di una spiritualità in cui le certezze non si traducono in imposizione, in forza e in violenza ma in proposta, in servizio, in amore ..

Non hai che da sciogliere i tuoi residui dubbi e iscriverti al Convegno.
Non sono rimasti poi così tanti posti disponibili.

Ti aspettiamo

18° Convegno di Studi GBU

 

Vivere e confrontarsi con il Dubbio
con Mark Meynell
5-8 Dicembre 2025

Montesilvano (PE)

ISCRIVITI QUI

 

 

 

Le cinque sessioni che svilupperanno il tema

 

1. Dubbi dovuti alla nostra NATURA
Siamo deboli e limitati per nostra stessa natura.
Dio no. Questo crea immediatamente uno squilibrio che il mondo moderno, nella sua futilità, cerca di superare.
Isaia 55:6-13
2. Dubbi insiti nelle nostre CREDENZE
Abacuc lottò contro l’assenza di giudizio nei confronti del male che imperversava ai suoi tempi;
quando alla fine arrivò il giudizio, lottò ancora di più contro i metodi di Dio (poiché gli agenti divini del giudizio erano i Babilonesi!)
Abacuc 3:1-19
3. Dubbi dovuti al nostro SCETTICISMO
Tommaso è stato definito il santo patrono degli scettici, ma forse questa nomea è un po’ ingiusta.
È più simile a qualcuno che non vuole essere ingannato o raggirato.
C’è così tanto da imparare dal modo in cui il Signore lo tratta.
Giovanni 20:24-29
4. Dubbi che non CONDIVIDIAMO
Come possiamo affrontare lo scetticismo e persino l’ostilità del mondo contemporaneo?
Esamineremo alcuni episodi verificatisi nel corso del primo arrivo di Paolo in Europa.
Atti 17
Culto: Dubbi relativi alla nostra INDEGNITÀ
La restaurazione di Pietro è uno dei doni e delle dichiarazioni più importanti che il Signore fa alla chiesa primitiva.
Perché!?
Luca 22:54-62

Convegno Studi GBU – Impressioni

di Maria Gil Orefice, laureanda in Filologia Moderna

“Vivere e confrontarsi con l’Islam” è il tema su cui si è incentrato il diciassettesimo Convegno di Studi GBU: tre giorni densi di seminari e approfondimenti estremamente interessanti ma soprattutto utili per conoscere meglio il mondo musulmano e comprendere i metodi migliori per instaurare un dialogo nella Verità con chi ne fa parte. L’oratore, insieme ai professori incaricati dei diversi seminari, ha accompagnato noi partecipanti nella scoperta dell’Islam, delle sue origini e di come si è evoluta la sua percezione nel corso dei secoli.

Due interventi che ho molto apprezzato personalmente sono stati quelli del professor Claudio Monopoli e della professoressa Aoife Beville. Il primo ha tracciato l’evoluzione della percezione del mondo musulmano nella letteratura italiana, da Dante che pone Maometto tra i seminatori di discordia (non tra gli eretici!) a Tasso che nella sua Gerusalemme liberata dipinge i musulmani come esseri completamente malvagi, con forze demoniache dalla loro. La professoressa Beville ha invece approfondito Il cavallo e il ragazzo di C.S. Lewis e il modo in cui l’autore ha descritto i Calormeniani al suo interno, sviluppando una riflessione molto interessante su come qualcosa che noi potremmo non notare neanche (in questo caso, la rappresentazione dei Calormeniani come uomini dalla pelle scura e la barba lunga e sporca che indossano turbanti) possa invece apparire evidente e dissuadere dalla lettura un musulmano che dovesse trovarsi a leggere. Collegandomi a questo, riporto uno dei punti fondamentali emersi durante il Convegno: per creare un dialogo con qualcuno altro da noi, è necessario approcciarsi con dignità a ciò in cui crede. Per quanto noi siamo giustamente convinti della Verità della Bibbia, non dobbiamo commettere l’errore di sminuire le persone musulmane con cui ci confrontiamo; non se vogliamo avere una possibilità di instaurare un dialogo sincero e utile a portarli a Dio.

Questo Convegno mi ha fornito vari spunti e tattiche utili a comprendere ed evangelizzare i musulmani, ma ciò che mi ha più colpita è senza dubbio come lo strumento più efficace nel portare i musulmani a Cristo sia il Corano stesso. Questo non ci è stato solo spiegato dall’oratore, Emil Shehadeh, ma anche testimoniato da un ragazzo cristiano di origini musulmane che ha raccontato come proprio leggendo il Corano abbia iniziato a porsi domande: perché l’Islam ritiene Maometto come massimo profeta, se nel loro libro sacro è evidente che Gesù sia il più glorioso tra tutti i profeti? Perché molti musulmani accusano i cristiani di aver modificato la Bibbia, se il Corano afferma che Allah non permette a nessuno di modificare la sua parola?

Conoscere il contenuto del Corano, quindi, rappresenta un vantaggio se si vuole instaurare un dialogo con persone musulmane. Emil Shehadeh ci ha fornito delle ottime basi di partenza; sta a noi, ora, continuare a studiare e approfondire il tema, se sentiamo la chiamata in questa direzione.

Questi tre giorni di Convegno sono stati un’esperienza intensa e davvero utile per la mia crescita spirituale, sono grata di aver partecipato e averne ricavato spunti utili per come evangelizzare o dialogare con persone di altre fedi in generale, oltre che musulmane nello specifico.

18° Convegno di Studi GBU 2025

 

Mark Meynell

Mark è nato a Londra, è uno scrittore freelance, cappellano in Whitehall e Direttore per l’Europa e i Caraibi di Langham Preaching (parte di Langham Partnership).
E’ sposato con Rachel e hanno due figli: Joshua and Zanna.

Per nove anni è stato senior staff di All Souls Langham Place

 

 

 

 

PRENOTAZIONI

 

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Le cinque sessioni che svilupperanno il tema Vivere e confrontarsi con il dubbio

 

1. Dubbi dovuti alla nostra NATURA
Siamo deboli e limitati per nostra stessa natura.
Dio no. Questo crea immediatamente uno squilibrio che il mondo moderno, nella sua futilità, cerca di superare.
Isaia 55:6-13
2. Dubbi insiti nelle nostre CREDENZE
Abacuc lottò contro l’assenza di giudizio nei confronti del male che imperversava ai suoi tempi;
quando alla fine arrivò il giudizio, lottò ancora di più contro i metodi di Dio (poiché gli agenti divini del giudizio erano i Babilonesi!)
Abacuc 3:1-19
3. Dubbi dovuti al nostro SCETTICISMO
Tommaso è stato definito il santo patrono degli scettici, ma forse questa nomea è un po’ ingiusta.
È più simile a qualcuno che non vuole essere ingannato o raggirato.
C’è così tanto da imparare dal modo in cui il Signore lo tratta.
Giovanni 20:24-29
4. Dubbi che non CONDIVIDIAMO
Come possiamo affrontare lo scetticismo e persino l’ostilità del mondo contemporaneo?
Esamineremo alcuni episodi verificatisi nel corso del primo arrivo di Paolo in Europa.
Atti 17
Culto: Dubbi relativi alla nostra INDEGNITÀ
La restaurazione di Pietro è uno dei doni e delle dichiarazioni più importanti che il Signore fa alla chiesa primitiva.
Perché!?
Luca 22:54-62

 

RISORSE

Un credente può avere dubbi?
Ascolta il contributo de L’Asina loquace

Programma

 

 

Vivere e confrontarsi con …

CONFRONTARSI

Durante il decennio segnato dall’attivismo dei nuovi atei (oggi si registra un riposizionamento di questi filosofi o scienziati su posizioni che potremmo definire di “ateismo cristiano” o di “cristianesimo ateo”, che è tutto dire …) è andata in scena una particolare modalità di confronto, quella del dibattito/duello tra “campioni”. Un campione della fede cristiana e un campione della posizione opposta, per lo più “atea”. Ma non sono mancati duelli con esponenti di altre religioni. Sicuramente il nome più blasonato per questo tipo di confronto è stato quello di John Lennox. Su You Tube si trovano una lunga serie di dibattiti del matematico di Oxford con i principali esponenti del nuovo ateismo. Ma non sono mancati degli emuli nostrani! Abbiamo anche avuto ministeri che si sono specializzati in questo tipo di confronto: penso per esempio a Veritas Forum.
L’idea che soggiace a questi esperimenti è quella di segnare la presenza della testimonianza cristiana in uno spazio pubblico, come per esempio un’aula universitaria, non certamente con l’intento di convincere l’avversario (potrebbe anche accadere, naturalmente, tutto è possibile) quanto piuttosto quello di gettare un seme negli ascoltatori per quanto attiene la rispettabilità (John Locke avrebbe detto “ragionevolezza”) del cristianesimo.

Si potrebbero evocare altri esempi storici di “confronto”. Penso per esempio alle antiche assemblee germaniche del basso medioevo (le diete) che divennero protagoniste della diffusione sociale delle idee della Riforma (la Dieta di Worms, per esempio). Si trattava di passaggi giuridici e pubblici nei quali un’intera popolazione cittadina poteva poi determinarsi ad accogliere la Riforma, o a rigettarla (accadde così in molte città libere, tra cui Ginevra); oppure contesti in cui c’era un confronto istituzionale tra Papato, Impero e Principi, sempre alla presenza di qualche professore di teologia. Accadeva infatti che ci si trovava tra i piedi un Lutero, un Calvino, piuttosto che uno Zwingli, etc.

Confronti–duello. Sicuramente benedetti ma che si staccavano e si staccano dal tessuto in cui è calata la vita dei protagonisti e soprattutto degli ascoltatori. Si tratta di confronti tra idee, molto spesso tra “ismi” (Cristianesimo vs Ateismo), senza nulla togliere alla bravura e alla capacità dei protagonisti (e penso in particolare a Lennox) di cercare di riportare il confronto sempre sui temi legati alla vita tutta intera e non solo alla vita della mente (vedi Vivere e confrontarsi con … Vivere).

Il confronto a cui alludiamo, al contrario, parte proprio dal contesto vitale.
Questa fondamentale differenza è espressa molto bene da un pensatore olandese a cui spesso si fa riferimento come a un campione di dogmatica e di teoria teologica (Herman Bavinck). La citazione è tratta da un piccolo libro capolavoro di John Stott (Missione cristiana nel mondo moderno), in cui Stott analizza quattro parole relative alla missione cristiana, tra cui spicca la parola dialogo (sicuramente un sinonimo del nostro “confrontarsi con”:

«Il mio interesse non è mai diretto al buddismo ma a una persona vivente e al suo buddismo; non stabilisco mai un contatto con l’Islam, ma con un musulmano e il suo maomettismo» (H. Bavinck sull’elenctica – la scienza che smaschera davanti al mondo pagano tutte le false religioni rivelandole come peccato contro Dio … e chiama il mondo pagano alla conoscenza del vero Dio –, citato in J. Stott, Missione, p. 85).

Ecco che qui troviamo l’incipit del confronto che vorremmo stimolare nella testimonianza cristiana.

Si tratta di un confronto che passa al lato e si distingue anche dagli approcci “identitari” (per esempio gli approcci identitari al cattolicesimo – AIC) in cui si vuole dimostrare che, teologicamente, il protestantesimo è superiore al cattolicesimo, etc.. Negli approcci identitari, colui che si confronta non si confronta mai come persona che incontra un altro tu ma semplicemente come un esponente di una tradizione che invita l’interlocutore a verificare quale sia la tradizione migliore. Diatriba! Questo tipo di diatriba ha un suo retroterra filosofico e teologico di cui ci occuperemo in un altro momento.

Forse si potrebbe dire che il confronto con, quale passaggio interno alla testimonianza cristiana abbia visto negli ultimi 50 anni, almeno per quanto concerne la testimonianza dei cristiani evangelici, una certa oscillazione.
Dalla forma stigmatizzata sempre da John Stott che parlava per gli evangelici della strategia dei “conigli”: si usciva dalla propria tana (si dice confort zone?) per una rapida incursione a suon di proclamazione del vangelo, “sparata” a un uditorio che non conosceva per niente questi interlocutori estemporanei, per poi tornare nella propria tana, vale a dire a disinteressarsi delle cose del mondo.
All’approccio appunto identitario con il quale si è giunti, oggi, a una certa presunzione di superiorità con la quale si vorrebbe mostrare al mondo che noi ci siamo, dobbiamo contare di più, abbiamo le giuste idee espresse con le corrette parole mentre di fronte, e separati da noi senza tema di contaminazioni o ponti di collegamento, ci stanno sistemi di credenze pervasi di confusione. Farebbero bene, questi sistemi, a venire alla nostra scuola. Questo tipo di confronto potrebbe valere nei confronti del cattolicesimo ma anche nei confronti del mondo musulmano. Nel primo caso vanteremmo il blasone della Riforma, nel secondo la superiorità dei valori occidentali (ebraico-cristiani).

Ci sono almeno tre elementi che caratterizzano il confronto che sorge dalla vita (vivere e confrontarsi con …) e che vorremmo sottolineare.

 

  1. Persone che si parlano e parlano di se stesse.

Lo abbiamo letto in Bavinck: un tu incontra un altro tu. Chi mi sta di fronte non è l’Islam ma Mohamed e il singolare modo che egli ha di incarnare il suo credo. È risaputo che l’Islam è un mosaico di culture e tradizioni condizionate da contesti geografici e sociali molti differenziati. Queste culture circondano il nocciolo duro dei cinque pilastri del credo islamico ma non si sovrappongono perfettamente a esso. Per cui l’interlocutore senegalese vive il suo islamismo in maniera diversa da un filippino, da un arabo, o da un convertito europeo.

Questo fa si che, molto spesso, i cristiani che vivono in contesto islamico o che provengono da tale contesto, una volta che approdano alla fede vivente in Gesù, mostrano di non essere principalmente interessati a ripulire le incrostazioni culturali dell’Islam. Ciò permette di dire a Dave Garrison, islamista ed esperto di missione tra i musulmani, che:

«per molti musulmani, l’Islam [inteso come cultura, ndc] è centrale nel modo di vivere della gente. È la loro madre. La loro famiglia. La loro comunità. E non hanno problemi con l’Islam. Ciò che ora vogliono fare è seguire Gesù e amare di più i loro parenti per trascinarli alla fede. Ho trovato pochissime persone che volevano affrontare l’Islam [in quanto cultura]. Sentivano solo che quella era una battaglia secondaria. La vera battaglia era seguire Gesù e diffondere Gesù». (Thimoty C. Morgan, Why Muslims are becoming the best Evangelist, Intervista a Dave Garrison, Christianity Today, https://www.christianitytoday.com/2014/04/why-muslims-are-becoming-best-evangelists/)

Anche per quanto concerne il versante cristiano, in un confronto tra due “tu”, non si parla astrattamente di Cristianesimo ma si parla di che cosa il cristianesimo ha prodotto e sta producendo nelle vite di chi crede e sta parlando; e per converso ascoltiamo quello che il sistema di fede del nostro interlocutore sta producendo nella sua vita e raccontiamo ciò che il cristianesimo sta producendo nella nostra vita.

Questo permette di mostrare il modo in cui il messaggio del vangelo (che naturalmente non scompare dietro il racconto dell’esperienza personale) agisce a livello delle persone; si potrà mostrare che Gesù è una persona vivente. E potremo ascoltare e individuare i punti in cui il credo del nostro interlocutore manifesta dei vuoti.

La vita, il “vivere con”, diviene dunque la condizione di possibilità per un confronto di questo genere. Emil Shehadeh, oratore del Convegno Studi di quest’anno, nel suo lavoro di analisi delle dinamiche di conversione dal mondo islamico, trova che l’amicizia sia la dinamica più efficace. Quella ricercata maggiormente dagli stessi convertiti dall’Islam.

 

 

  1. Metto in gioco la mia identità

«Fino a che rido delle sue sciocche superstizioni, lo guardo dall’alto in basso; non ho ancora trovato la chiave per entrare nella sua anima. Ma non appena capisco che ciò che egli fa in modi notevolmente ingenui e fanciulleschi, pure io lo faccio più e più volte sotto una diversa forma, non appena mi pongo accanto a lui – allora posso nel nome di Cristo dichiararmi in disaccordo con lui e convincerlo di peccato, come Cristo fece con me e come continua a fare giorno dopo giorno» (Bavink in J. Stott, Ibid., p. 85)

È sempre Bavinck che parla. Il “confrontarsi con” esige che non si resti aggrappati al proprio recinto identitario, ma che ci si sposti, che si rischi, abbandonandolo e rinunciando alla propria identità. L’orizzonte all’interno del quale deve svolgersi il confronto è il vangelo. E il vangelo non è di nessuno, neanche degli “evangelicali”. Il confronto non si svolge all’insegna della Riforma né tanto meno all’insegna dei valori occidentali. Il confronto adotta la postura che Paolo ha indicato ai Corinzi nel capitolo 9 della Prima Lettera che porta quel nome. Il confronto vede il cristiano come un soggetto mobile, disposto a rinunciare a ogni cosa per il vangelo; disposto a seguire e concordare con l’interlocutore, magari quando questi si lamenta e condanna i tanti errori commessi dai cristiani identitari: dalle crociate alle guerre di religione.

Si è vero, loro [per esempio i musulmani] hanno il jihad, hanno i testi che maledicono gli infedeli (ebrei e cristiani).
Ma sono solo i credenti in Gesù ad avere Gesù!!!
A loro tocca additare la presenza di un regno che non è di questo mondo e che essi dovrebbero incarnare.

Rinunciare al “noi” è dunque una vera e propria conversione semantica. Non ti sto parlando a nome di un “noi”; siamo io e te di fronte al vangelo. Io ti apro il mio cuore, ti mostro quanto sono stato perdonato, ti mostro il peggio di me stesso affinché tu possa vedere quanto grande è l’amore di Gesù Cristo.

 

  1. Racconto una storia migliore

Jonathan Lamb, riprendendo le riflessioni che Glynn Harrison (A Better Story: God, sex and human flourishing, 2017) fa a sostegno dell’etica sessuale cristiana, rilancia la tesi che in un frangente storico come il nostro la morale cristiana relativa alle relazioni d’amore appare completamente screditata; per questo motivo dobbiamo imparare a raccontare una storia migliore.

Negli ultimi venti o trent’anni: «il nostro tono è spesso suonato duro e freddo. Perfino narcisistico».

Il primo rimedio è un necessario ascolto da prestare a quanti differiscono da noi: «Nelle guerre culturali spesso ci si è concentrati troppo, su tutti i fronti, sul “rispondere” e troppo poco sull’“ascoltare”». Gli attivisti, su tutti i versanti del dibattito, profondono ogni loro energia nell’«oscura arte della persuasione». Tuttavia, «non dobbiamo essere sordi all’invito scritturale ad ascoltare prima di parlare e a essere pronti a rispettare la buona fede di quanti potrebbero avere posizioni diverse dalle nostre» (In J. Lamb, Che siano uno, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU).

Ingelosire (Rom 11:11), è questo il concetto che Paolo elabora nei famosi capitoli della Lettera ai Romani in cui parla del rapporto tra Cristiani e popolo ebraico. La sostituzione apparente dei primi al secondo (la metafora dell’ulivo) ha solo un unico obiettivo: far sì che gli Ebrei provino gelosia per il rapporto che i Cristiani hanno intessuto con YHWH, con un’intimità dovuta solo e unicamente a Jeshua. Ma questa è stata un’utopia nella storia, contraddetta ahimè da ben altri sentimenti, con una scia di incomprensioni che continua ancora al giorno d’oggi.

Ma la proposta di una storia migliore implica la rimozione di alibi e fraintesi, tutti passaggi obbligati di un “confrontarsi con” in cui siano dei “tu” che si incontrano, e in cui le identità non sono barriere ma costruzioni virtuali aggirabili. Sono i cristiani in primis, che possono fare questo, che non temono di perdere niente, avendo guadagnato tutto con Cristo.

Che sia possibile una storia migliore da raccontare è dato da un indizio che emerge qui e là nella cultura occidentale: esso è rappresentato da quei pensatori di varia provenienza che sono disposti a identificare nel cristianesimo elementi in grado di giustificare la possibilità di un fiorire umano (penso qui in particolare a Miroslav Volf). Questa possibilità solo il cristianesimo sembra garantirla.

Ecco una sfida nella sfida: è vero il cristianesimo ha risorse per il fiorire umano.

Ma quale cristianesimo?

Il vivere e il confrontarsi con … ha il vantaggio di rifuggire dall’equivoco rappresentato da un cristianesimo nominale o culturale. Poiché un discepolo di Gesù nella vita quanto nel confronto non avrà altro scopo che incarnare la vita nuova del Risorto e del suo Regno, e non saprebbe che farsene delle ideologie dei valori cristiani, facili da proclamare quanto altrettanto facili da contraddire … con la vita.

 

 

 

Vivere e confrontarsi con …

 

Prima parte: Vivere.

di Giacomo Carlo Di Gaetano

Questo è lo schema del titolo degli ultimi Convegni Studi GBU. L’anno scorso (il 16° Convegno, 2023) è stato dedicato all’ateismo: Vivere e confrontarsi con l’ateismo.
Quest’anno (il 17° Convegno, che si terrà dal 31 ottobre al 3 novembre nella storica sede del Grand Hotel Montesilvano) il tema sarà “Vivere e confrontarsi con l’Islam“.

 

È possibile dire qualcosa sui due verbi, vivere e confrontarsi? Che idea intendono veicolare del rapporto dei cristiani con gli universi rappresentati da questi come da altri “ismi” (p.es. Islam – Islamismo).

 

Cominciamo con VIVERE

È indubbio che questo verbo non si limita alla vita della mente, che pur sempre vita è (si dice mente viva, vivace, sveglia …). Guarda a un orizzonte più ampio, al “mondo della vita”, come lo definiva un filosofo e che richiama tutto ciò che è pre – che sta prima – anche dell’intelligenza e dei suoi prodotti (pre–teorico).

I cristiani devono porsi il problema di come vivere insieme a … Il che implica che con i nostri “prossimi” condividiamo tutto. Andiamo insieme in autobus, compriamo nello stesso scaffale, partecipiamo alle riunioni di condominio, abbiamo i figli nelle stesse scuole votiamo alle stesse elezioni (speriamo il prima possibile anche per chi non è “di sangue” italiano – che brutta espressione!).

Dire “Vivere e (confrontarsi) con l’ateismo” significa dire, molto semplicemente, che viviamo insieme, in mezzo, al fianco a donne e uomini in carne e ossa che si professano atei e che, nelle migliori espressioni di questo “ismo” (Bertrand Russell?) vivono, o cercano di farlo, come se Dio non ci fosse.

“Vivere e (confrontarsi) con l’Islam”, va da sé, significa vivere insieme ai musulmani, con tutto ciò che questo comporta in termini di contaminazioni geo–politiche e sociali (immigrazione, terrorismo, educazione, culture materiali, rapporti di genere etc.).

Se dicessimo, per domani, “vivere e confrontarsi con la tecnologia”? Si potrebbe giungere anche a dire, in extremis, vivere insieme, con e al fianco di robot (?).
Postumanesimo!

Il verbo, mi pare, non fa altro che richiamare la precauzione di Gesù rivolta a Dio in preghiera e a noi comunicataci come rivelazione, e secondo la quale pur non essendo del mondo, per un meccanismo teologico glorioso ma complesso (siamo cittadini del cielo), siamo tuttavia NEL mondo (Gv 17 ma anche 1 Cor 7).

C’è dunque una lealtà da esprimere “al mondo” per la quale dovremmo scoprire o riscoprire molti insegnamenti. È esclusa l’ipotesi di scappare dal mondo.

Si tratta forse di ri–scoprire il creato? Non semplicemente facendo i creazionisti e vincendo qualche dibattito su creazione ed evoluzione. Neanche costruendo un “ordine creazionale” schiacciato sulle dimensioni bio–fisiche senza tener conto che il creato è continuamente ricreato dall’azione dell’uomo. Che non c’è solo la natura ma anche la cultura!

O ancora, di intepretare al meglio il “già” sperimentato dai seguaci di Gesù Cristo a cui è stata data assicurazione che il “Regno di Dio” è dentro di voi e, dunque, sulla base di quella assicurazione anticipare, nella totalità dell’esistenza, questa presenza che un giorno (altra assicurazione) sarà onnicomprensiva?
Per esempio vivendo e manifestando il “frutto dello Spirito” (Galati)

Oppure si tratta dello sperimentare in pieno il “non ancora” della redenzione, il che significa fare esperienza dell’incompletezza, della mancanza … e della speranza (maranatha) rispetto a ciò che è stato anticipato duemila anni fa con l’arrivo del vero Re (il regno di Dio si è avvicinato).

E nello stesso tempo fare esperienza dell’umiltà che ci suggerisce di tenerci lontani dalle teologie trionfalistiche, dai valori cristiani che vorrebbero fare del mondo, come è adesso, appunto, un mondo “cristiano”, magari ricorrendo alla politica, dimenticando che no, non siamo giunti ancora a regnare (1 Cor).

Oggi in tema di “vivere con …” stiamo assistendo a un clamoroso rovesciamento epistemologico. La presenza dei cristiani nel mondo sembra non sia più da esprimere con l’espressione “vivere con …” ma, al contrario, pare sia culturalmente e politicamente opportuno, finalmente, riflettere su come gli “altri” devono vivere con i cristiani. Quanto meno in Occidente.

È una vera e propria rivoluzione copernicana che non va però dalla terra ferma al sole al centro con la terra che gli ruota intorno. Ma torna indietro, dal sole fermo alla terra al centro e il sole che gli gira intorno; dalla sfera alla terra piatta! Un mondo a rovescio?

C’è un sintomo evidente di questo rovesciamento per cui, sembra, non dobbiamo più essere noi a vivere con … ma piuttosto gli altri a vivere con noi.
Lo ritrovo in una bella espressione di Pietro (trovano strano), che si trova nella prima delle sue Lettere neotestamentarie:

1 Pietro 4:1 Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero, che cioè colui che ha sofferto nella carne rinuncia al peccato, 2 per consacrare il tempo che gli resta da vivere nella carne non più alle passioni degli uomini, ma alla volontà di Dio. 3 Basta già il tempo trascorso a soddisfare la volontà dei pagani vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle ubriachezze, nelle orge, nelle gozzoviglie e nelle illecite pratiche idolatriche. 4 Per questo trovano strano che voi non corriate con loro agli stessi eccessi di dissolutezza e parlano male di voi.

Pietro esprime la preoccupazione, per chi ha seguito Gesù Cristo, per il “tempo che resta da vivere nella carne”. Il discepolo dovrebbe comprendere che, sperimentando egli la stessa “sofferenza” di Gesù Cristo, a causa della rinuncia al peccato, ha da dedicare quel tempo, che poi sarebbe il tempo della nostra vita, a fare la volontà di Dio piuttosto che seguire le passioni degli uomini. Dovrebbe sapere infatti che ha già dedicato molto tempo a “soddisfare la volontà dei pagani”, e qui giù un tipico elenco neotestamentario di vizi che descrivono la società del primo secolo, di “gente senza Dio” (pagani, NVR): immoralità, insane passioni, ubriachezze, orge, bisbocce, abominevole venerazione degli idoli (NTV).

Che si fa allora? Non correte più dietro ai medesimi eccessi dice Pietro ai discepoli. E questo genera, NEI PAGANI, un clima di stupore e di meraviglia che, di conseguenza, trovando strano il comportamento dei cristiani, al pari di quello di uno straniero, invece di accoglierli, oltre a stupirsi, parlano male proprio di loro, dei cristiani.

Il senso si gioca tutto su una comune appartenenza dei termini relativi all’ospitalità dello straniero, che è “strano” perché si muove in modo eterogeneo nei confronti dei costumi della gente del posto, ponendo capo a due possibilità: essere accolto o respinto. In entrambe le possibilità questo strano (nel nostro caso i cristiani), creano stupore, perplessità, meraviglia … e ostilità.

A questo punto dobbiamo sottolineare che coloro che si stupiscono (e inveiscono e protestano e parlano male) sono i pagani; ciò che trovano strano è la rinuncia da parte dei cristiani a correre insieme a loro agli stessi eccessi mentre al contrario si adoperano a fare la volontà di Dio. I pagani alzano la voce e protestano; in qualche caso lo hanno fatto anche appellandosi alle autorità, scandalizzati dal comportamento dei cristiani.
I cristiani fanno altro. Neanche rispondono. Nel caso, “risponderebbero” della speranza che è in loro (3:15), per quello sono sono esortati a essere sempre pronti.

 

Torniamo a noi, oggi: Chi trova strano Chi?

Certo, là dove è in ballo l’integrità della vita dei discepoli (non le ipocrisie dell’ideologia Dio, patria e famiglia), come per esempio nelle terre di persecuzione, i “pagani” continuano a dire male, e non solo. Ma cosa accade qui in Occidente? I cristiani ora vestono i panni dei pagani e sono intenti a vociare contro i loro eccessi, che ora sono ritenuti strani, creano stupore (vedi ultime Olimpiadi di Parigi: il caso delle Drag Queen e della pugile algerina). I pagani, dal conto loro, molte volte, non corrono insieme ai cristiani ai loro eccessi (fanatismo, arroganza, spirito di superiorità). Tutt’al più continano a fare i pagani!

 

Noi non ci poniamo più nell’ottica di “vivere con …” loro, i pagani.
Pretendiamo che siano essi a vivere con noi!
E alle nostre condizioni!

 

Dobbiamo ri-scoprire che cosa significa “vivere con …”. Ben vengano a questo proposito le riflessioni di frontiera, contaminanti.

  • Le riflessioni che ci ricordano che nel vivere con gli altri, con tutti, dobbiamo essere orientati dalla stella polare del vangelo, facendo bene allora a ricercare la pace con chiunque. Rinunciando alla spada (Gesù). O all’orgoglio tanto da far ingelosire gli altri (Rom 11:14); per noi evangelici, rinunciando all’affermazione della nostra identità “protestante” per esempio nell’Approccio Identitario al Cattolicesimo (AIC).
  • Ben vengano le riflessioni che ci stimolano a vedere le continuità presenti nel mondo di Dio, non solo nell’universalità del peccato, ma anche nell’azione provvidente di Dio ovunque: anche nell’Islam?.
  • Ben vengano le riflessioni che ci aiutano a fare autocritica. Che non attribuiscono il clima post-cristiano nel quale siamo ora immersi (l’aria che repiriamo) alla sciagura dell’Illuminismo o al genio perverso di Nietzsche; o all’evoluzionismo, etc.. Al contrario, riflessioni che si chiedono e ci chiedono: e le chiese dov’erano? Dov’erano nel mentre l’intellighenzia europea inveiva contro le ipocrisie e le contraddizioni del confessionalismo? Quando si chiudevano alle provocazioni della ricerca scientifica? Quando si voltavano dall’altra parte per non udire le rivendicazioni dell’universo femminile, etc.?

Vivere con … deve essere concepito come una vera e propria vocazione sociale, una vocazione nella quale i cristiani dovrebbero creare opportunità.

O forse è meglio dire, dovrebbero essere un’opportunità!

 

Vivere con …. a seguire: CONFRONTARSI CON …

 

La croce e la mezzaluna

di Giacomo Carlo Di Gaetano

Vivere e confrontarsi con l’Islam

Bisogna decidere da dove partire. Il confronto con il “mondo islamico” (già questa sembrerebbe una scelta intepretativa – mondo islamico?) è una sorta di rompicapo.
Prima di tutto la cronaca che ci restituisce indizi molto eloquenti relativi a un conflitto senza quartieri tra il “mondo” cristiano e il “mondo” islamico (anche qui una interpretazione: che cosa significa “mondo” cristiano?).

In tutti i modi, la presenza strisciante del terrorismo, ormai non più declinato secondo le logiche delle organizzazioni globali modello spectre di 007, da Al Qaeda all’Isis, passando per lo stato islamico, ma un terrorismo che segue in maniera quesi ineluttabile i flussi migratori e il succedersi delle generazioni di immigrati che mal si integrano in Occidente (vedi rivolte in Gran Bretagna), ebbene questi indizi quasi ci impongono di partire da questioni di storia e di geo-politica.

 

Poi c’è l’aura un po’ esotica del tema; ma è prooprio una priorità impegnare la chiesa in interrogativi concernenti una fede che non sempre è a contatto con le chiese, in quanto spesso si rifugia in enclave etniche? Nei suoi confronti basterebbe una buona dose di politica da “riserva indiana” affinché tutti stiano buoni e noi si possa pensare al nostro mandato evangelistico che ha a che fare tradizionalmente con le estremità della terra (come se lì i musulmani non ci fossero) e più recentemente con una riconquista delle terre d’Europa, contro il secolarismo.

L’Islam lasciamolo o ai teorici del pluraismo religioso, predicatori astrusi di un mondo inesistente in cui tutte le strade porterebbero a Dio. Per niente proprio, vi risponderebbe un fedele musulmano e uno “cristiano”. Oppure lasciamolo a quei missionari-predicatori “arrabbiati” che, vedendo quello che gli altri non vedono, gridano al lupo al lupo dove il lupo sarebbe il rischio per tutti noi di diventare muslmani. Un po’ come l’apporccio identitario al cattolicesimo (AIC) per il quale rischiamo di diventare tutti cattolici e seguaci di Bergoglio … per la simpatia che suscita.

E poi c’è sempre la politica. Il tema dell’Islam può essere lasciato alla politica, sia essa di destra (prima gli italiani e attenzione alla sostituzione etnica e amenità del genere) sia essa di sinistra (multicolore è bello, è indice di una superiorità etnica e sociale).

Rinunciare al confronto con l’Islam o paralizzarsi a causa del rompicapo iniziale è un po’ come riscrivere il Grande Mandato di Gesù (Matteo 28) cancellando il passaggio da Samaria: mi sarete testimoni a Gerusalemme e poi alle estremità della terra. Ebrei (ma sfido a pensare alla testmonianza agli Ebrei in termini meno problematici di quella ai musulmani) e secolaristi, cioè quelli che ci assomigliano di meno e sono più distanti da noi quanto a regimi di credenze ben delineati.

Ma il mondo è una vasta distesa di chiaroscuri, di grigi. C’è un mondo che ci assomiglia pur essendo radicalmente diverso da noi. La categoria del “samaritano” nella Bibbia serve proprio a questo, a ricordarci che nella missione incontriamo dei nostri alter ego che ci obbligano a uno sforzo di penetrazione e di comprensione di che cosa crede l’altro (la donna samaritana) e di revisione della nostra identità (la parabola del buon samaritano).

L’Islam come una gigantesca Samaria onnipresente in tutto il mondo.

Colin Chapman studioso anglosassone che ha speso la vita a insegnare materie islamiche tra l’Inghilterra e il Medio Oriente, nel suo famoso libro dedicato al rapporto tra la croce e la mezzaluna (IVP, 2007) suggerisce che il primo passo da fare nel confornto con l’Islam e “avvicnarsi al musulmano, come nostro prossimo”. Prima ancora di capire l’Islam, prima ancora di discutere con i musulmani, di affronatare i temi di fondo o presentare loro il vangelo, è fondamentale:

– incontrarli faccia a faccia
– apprezzare la cultura islamica
– avere consapevolezza dei nostri pregiudizi.

“Ciao come stai”! Questa fu la risposta che il professore di studi islamici diede a uno studente che, durante il corso sull’Islam, gli chiese proprio: come devo approcciarmi a un musulmano? Salutandolo con un caloroso “Ciao come stai?” Fu la risposta del professore! Avviciniamo degli esseri umani prima che dei portatori di credenze. E il cristianesimo è l’unica visione del mondo che chiede ai suoi seguaci di incontrare l’altro sull’unico piano possibile, quello della sua umanità, indipendentemente dalle sue convinzioni. Poi ci sono altre cose e tra di esse mi stupice come Chapman insista sull’assunzione dell’iniziativa, per esempio nell’area dell’ospitalità: invitarsi e andare da loro e molto meglio che invitare loro (sic!).

Un altro step in questo incontro tra esseri umani è naturalmente quello di comprendere dove è l’altro. Sembra che la curiosità, quanto meno come prima mossa, stia in capo ai cristiani. Il cristianesimo una fede curiosa? Si scopre allora che per i musumani la famiglia, l’onore, l’educazione e l’onnipresenza di Dio nella vita siano pilastri di qualsiasi configurazione geo-culturale, dalle Filippine, alla Turchia, dai Paesi del Golfo alle enclave islamiche nel nord Europa.

Infine ci sono i nostri atteggiamenti. Stiamo parlando di un ipotetico primo passo nel “vivere e confrontarsi con l’Islam”, come suggeritoci da Colin Chapman.
Prima però di accennarvi, è bene sottolineare che questa iniziativa (vai a casa loro, chiedigli delle feste del loro calendario, scopri i loro valori) è relativa allo scambio “umano” cioè tra esseri umani che si riconoscono come tali.
Un po’ complicato attuare questa curiosità nei pressi dei tunnel di Gaza, e sotto le attuali macerie della Striscia. Ma sarebbe quasi impossibile anche per un gay dichiarato approcciarsi a un evangelico o cattolico conservatore, per gli stessi rischi che corre.
Quando si discute di queste cose c’è sempre una riserva da avere presente, una riserva che concerne la possibilità o meno di incontrarsi sul piano più propriamente umano. Non è sempre scontato. E sembra di ascoltare quei secolaristi che ci sussurrano: è chiaro, pensateci un po? Che le religioni ci facciamo meno che umani?

In tutti i modi, ecco alcuni dei nostri pregiudizi sull’Islam, secondo Colin Chapman.

I musulmani perseguitano i cristiani!
L’Islam appare come una religione di violenza!
L’Islam vuole dominare il mondo
Se il cristianesimo è vero, all’ora l’Islam è falso
E’ impossibile convertire un musulmano e noi non dovremmo neanche provarci!
I musulmani sono ottusi e arroganti!

Sarà vero? Può darsi di sì; può darsi di no.

Per il momento, anche solo a livello iniziale, hai tanti buoni motivi per partecipare al

 

XVII Convegno studi GBU: Vivere e confrontarsi con l’Islam!

17° CONVEGNO DI STUDI GBU

Emil Shehadeh, medico in pensione, è nato in Israele ma si è formato in Inghilterra. ha collaborato con Child Evangelism Fellowship e OM. Agli inizi del 1990 ha fondato una chiesa di arabi a Cardiff, in Galles. Dopo la pensione si è dedicato allo studio dell’Islam e dell’evangelizzazione dei mussulmani impegnadosi nella testimonianza in Nord Africa e in Nigeria.
Ha conseguito un PhD in Islamic Studies. Altre info qui

 

Per i nostri amici musulmani a cui capita di imbattersi in queste pagina.
Il nostro convegno è un convegno di studio che affronta molti temi nell’ottica del vangelo. Questo significa che non isamo animati da uno spirito proselitistico teso a imporre sul nostro prossimo (sia esso l’ateo, come per il convegno dello scorso anno, o il musulmano o altri ancora) modelli culturali di qualsiasi genere. Il nostro desiderio è che la gente possa conoscere la buona notizia di Gesù. Siamo infatti convinti che nei confronti di questa buona notizia si registra una triste confusione, prima di tutto in Occidente. Quando parliamo di Gesù, siamo infatti noi i primi che ci sentiamo spinti a mettere continuamente in discussione le nostre certezze e i nostri privilegi per vederci alla luce di colui che ha espresso l’amore di Dio, il misericordioso. Come afferma il titolo del convegno, vogliamo imparare a vivere e a confrontarci con le persone che vivono la loro condizione di fede in maniera diversa dai discepoli di Gesù. Pensiamo che sia questo il miglior modo di permettere a Gesù stesso di manifestarsi nel mondo, quando cioè gli uomini, e in paricolare i suoi discepoli, cercano e vivono la pace con chiunque, pur professando con amore e rispetto di essere appunto dei discepoli di Gesù Cristo.

 

LE RELAZIONI DI EMIL

  • Profeti veri e falsi. Una generale introduzione all’Islam
  • Gesù è il Messia. Come condividere il vangelo con i musulmani
  • Come vivere insieme ai musulmani
  • Difendersi dalle accuse dei musulmani

 

SEMINARI

– Giancarlo Rinaldi, La corsa del profeta
Francesco Maggio, Gesù di Nazaret e Maometto: vite parallele?
Intervista a Miroslav Volf
– C. Monopoli e A. Beville, La percezione dell’islam nella letteratura dalle origini fino ai giorni nostri / L’islam così com’è (Lewis e l’Islam)
G.C. Di Gaetano, Vivere e confrontarsi con …
V. Bernardi, L’Islam a Losanna IV
Tavola rotonda, Accogliere e integrare l’Islam
– Discepoli di Cristo nella Casa dell’Islam, Angelo Currò (Porte Aperte)

 

Evangelical Focus parla del Convegno

Questo è il PROGRAMMA ufficiale del Convegno

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