Vivere e confrontarsi con i cattolicesimi – Parte 2

Quando gli stessi termini sono un’opportunità per la testimonianza al vangelo di Gesù

(leggi la Parte 1)

di Giacomo Carlo Di Gaetano

La testimonianza da rendere al nome di Gesù Cristo, se posta al centro dell’approccio al cattolicesimo, informa il desiderio di condividere il vangelo; in tal modo sottrae i nostri interlocutori cattolici a continue campagne evangelistiche e restituisce alle relazioni una tonalità in cui acquisisce valore anche il vivere insieme, e non solo il confrontarsi.

La testimonianza al nome di Gesù Cristo orienta la conversazione teologica. Quale che sia il tema o il dogma da analizzare l’approccio di un discepolo di Gesù Cristo dovrebbe essere quello di mostrare che “tutte le strade portano a Gesù Cristo”, nel senso che nel confronto teologico la domanda centrale è sempre la stessa: che ne è di Gesù Cristo?

La testimonianza al nome di Gesù Cristo distoglie la nostra attenzione da considerazioni di ordine strategico relative alle “politiche” della Santa Sede sul rapporto con le altre confessioni cristiane e con il variegato mondo protestante ed evangelico.

Infine, e di conseguenza, la testimonianza al nome di Gesù Cristo confessato (solus Christus) ma anche agito e incarnato chiarisce lo spazio della possibile cooperazione in ambito missiologico. Volta per volta valuta, nelle innumerevoli e frequentissime occasioni di scambio, confronto, dialogo quanto spazio sarà dedicato al nome del Signore Gesù Cristo e alla testimonianza che un discepolo può rendergli?

A questo punto dobbiamo prendere in carico la circospezione di chi invita alla cautela e al sospetto, puntando i riflettori sulla possibile confusione che si crea quando ci si rapporta da evangelici ai mondi del cattolicesimo. La precauzione sta nel fatto che diversi termini e concetti sono espressi in maniera speculare se non addirittura sovrapponibile sia da evangelici sia da cattolici. La Chiesa Cattolica Romana, che sia più cattolica o più romana, non importa, confessa il nome di Gesù Cristo, usa la Scrittura, parla di un’offerta di salvezza, si ancora ai grandi Concili Ecumenici dei primi secoli dell’era cristiana, etc.

In un’epoca in cui la pressione ecumenica sembra favorire una convergenza tra le diverse espressioni di cristianesimo il suggerimento è  che “i protestanti evangelici dovrebbero cercare di andare oltre le caratteristiche che appaiono come comuni in virtù di un vocabolario che si vorrebbe condiviso” (L. De Chirico, Stesse parole, mondi diversi, Caltanissetta, 2021, p. 18).

Questa constatazione (usiamo le stesse parole ma “a volte” intendiamo cose diverse) pone il tema della chiarificazione semantica. Che cosa denotiamo quando entrambi confessiamo il nome di Gesù Cristo e parliamo della sua opera di salvezza? Che cosa significa andare oltre le stesse parole?

Qualcosa di simile accadde già all’epoca della Riforma del XVI secolo quando, grazie al qualificativo “sola”, emerse un grande tentativo di chiarificazione: dapprima solus Christus in relazione alla querelle sulle indulgenze e il sola gratia come suo correlato; poi subito dopo venne il sola fide e ancora il sola Scriptura e infine, tempo dopo, il soli Deo gloria. 

L’emersione del qualificativo rivela ancora oggi la ricerca e l’adozione di un metodo di confronto che a nostro giudizion esprime bene il “vivere e confrontarsi con …”. Oggi, senza il rischio di roghi, scomuniche e guerre di religione tipiche di quell’epoca questo metodo è uno stimolo a emulare quello sforzo e non semplicemente a ripetere stancamente le sue formule.

Alla luce delle evoluzioni della teologia cattolica, ma anche del protestantesimo, il qualificativo “sola” non si colloca in una ipotetica operazione di correzione semantica ma è da annoverare appunto tra i tentativi più o meno riusciti per far risplendere la testimonianza a Gesù Cristo, e non alla Riforma, ai Riformatori né tanto meno alla Controriforma.

Qui dunque abbiamo un discernimento e una sfida.

Un discernimento.
L’idea di andare oltre l’uso che i cattolici fanno di termini fondamentali della fede cristiana, termini che usiamo anche noi come evangelici, imprime al confronto una torsione pericolosa. Si tratta di una mossa autoreferenzialmente contraddittoria.

Il teorema “stesse parole mondi diversi” potrebbe essere infatti applicato a una vasta gamma di termini e concezioni tipicamente evangeliche, usate dagli stessi evangelici, rivelando distanze, distinguo e differenze impressionanti, tutte interne a questo mondo. Si pensi ai controversi termini di “predestinazione” o “elezione”, per non dire nulla dell’espressione “battesimo dello Spirito Santo”, “pastore”, “battesimo”, rapimento, etc.
Tutto questo è il frutto della cacofonia evangelica che proviene dai secoli del confessionalismo denominazionale (1600-1800). Le differenze semantiche che richiamano mondi diversi sono evidentissime nonostante si cerchi di camuffarle al di sotto di un surrettizio appello all’unità evangelica.

L’operazione della chiarificazione semantica, dunque, quando si pretende applicarla alla teologia cattolica, può essere compiuta solo a costo di un gioco del tipo fuscello e trave di cui ci parla il Maestro: chiediamo ai cattolici di togliere il fuscello ma non abbiamo contezza della trave nei nostri occhi.

Oltre alla contraddizione su cui esercitare discernimento c’è una sfida epistemologica.

Se termini identici assumono sensi diversi in ragione dei mondi in cui sono inseriti allora abbiamo che quei termini (pensiamo per esempio al termine “Maria”) non solo non possono unire cattolici ed evangelici, in ragione dei mondi diversi in cui sono inseriti, ma non possono neanche dividere poiché una loro comparazione è impossibile, data la differenza dei mondi.
Un esempio: per quanto sia evidente che a basket e a calcio si giochi con un pallone, non possiamo analizzare e comparare i due sport partendo proprio dal pallone, per poi concludere che il calcio è quello più fedele all’idea di sport di squadra.

Ma allora che cosa si può fare? L’alternativa classica, che resta ancora valida, per carità, è quella di prendere la Bibbia, magari salire sul piedistallo della aderenza letterale, e insegnare ai nostri interlocutori che Maria (restando a Maria) non è quella che viene presentata dalla teologia mariana e romana. Tuttavia il ricorso alla sola Bibbia per noi sarà sicuramente decisivo ma per i nostri interlocutori cattolici sarà giudicato riduttivo (e questo ci addolora). Punto, ognuno resta sulle sue posizioni!

Ma noi vogliamo “vivere e confrontarci con…”. Non vogliamo salire sul piedistallo; vogliamo rendere testimonianza a Gesù Cristo!

Un modo alternativo di andare oltre la presupposta sovrapposizione semantica di termini apparentemente identici sta nel fatto che questi termini, lungi dal rappresentare un ostacolo, o una tentazione ecumenica, possono essere usati come ponti. Possono essere tratti di strada da fare insieme con i nostri amici cattolici, come accadeva nella prassi apostolica nelle sinagoghe del primo secolo dell’area mediterranea o sull’areopago della città di Atene.

Il cristianesimo antico, ma anche per certi versi la Riforma (lo abbiamo visto con il ricorso al qualificativo “sola”) ha sempre privilegiato l’immersione nella condizione dell’interlocutore, piuttosto che il restare a distanza e segnare le differenze.

A questo punto una conclusione: meno male che ci sono “stesse parole” nonostante i mondi diversi!
Possiamo dire che questa è una grazia provvidenziale che lo Spirito offre nel nostro tentativo di rendere testimonianza al nome di Gesù Cristo, quando ci troviamo al cospetto di questa cosa enorme, straordinaria, quanto irricevibile per un evangelico, che si chiama cattolicesimo.


Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

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Difendere o curare la fede? 

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Della seconda opzione “difendere la fede” abbiamo già un’idea: secoli di cristianesimo hanno fatto dell’apologetica sia una disciplina accademica rispettata sia un passaggio da cui non si può prescindere quando si vuole anche solo condividere il vangelo. Ne dovrebbero sapere qualcosa gli studenti universitari cristiani che, nello sforzo di condividere il vangelo “da studente a studente”, si trovano spesso nella necessità di rispondere a sfide che insinuano la falsità o l’irrilevanza di alcuni tratti della fede.

Sulla prima opzione, “curare la fede”, al contrario, siamo più incerti. Che cosa potrebbe mai significare? Il percorso è accidentato anche per il fatto che quando si parla di “fede” si corre il rischio di mescolare piani diversi: da quello antropologico dell’atto del credere, comune a tutte le culture e indifferente agli “oggetti di fede”, a quello epistemologico in cui  ci si interroga se una credenza, vera, possa mai essere giustificata e razionale, sino a quello più propriamente teologico espresso nella famosa formula latina del credo quia absurdum e che, secondo tutte le tradizioni cristiane sarebbe, insieme alla salvezza che ottiene, un “dono” (Ef 2).

Forse, per tentare di aprirci un varco nella giunga delle definizioni della fede al cui rigoglio hanno contribuito tutte le più grandi intelligenze della storia del cristianesimo (da Agostino a Calvino, passando per Tommaso e giungendo a Kierkegaard, Barth etc.), potrebbe venirci incontro la distinzione di scuola tra la fede nella sua accezione soggettiva, nel senso di “credere che”, scenario questo implicante assenso, fiducia, adesione, etc. (fides quae) e la fede nella sua accezione oggettiva, sinonimo di contenuti cognitivamente delineabili (dogmi, dottrine o più semplicemente proposizioni teologiche) – fides qua.

Ebbene, a prima vista, sulla scorta di questa distinzione, non avremmo dubbi nel destinare alle mani della “cura” la prima accezione di fede.

Un altro passo opportuno nel cercare di dimostrare la necessità della cura per la fede è quello di identificare quali possano essere le possibili malattie. A questo proposito si potrebbe dire che, in prima approssimazione, le aree o i contesti all’interno dei quali sembrano presentarsi le patologie del credere siano sostanzialmente due: una ad extra e l’altra ad infra.

Una fede malata potrebbe manifestarsi nel modo in cui essa tenta di comunicare i suoi contenuti all’esterno, a chi credente non è (da fede e a fede).
Nella stagione del “nuovo ateismo” i campioni di questo movimento, dai contorni e dalle fattezze più anglosassoni – bisogna dirlo – sostenevano che la religione, e il cristianesimo in particolare, fa male alle persone e alle società. Questa pregiudiziale ha fatto scorrere fiumi di inchiostro apologetico per dimostrare il contrario, vale a dire che il cristianesimo non fa male alla gente.
Tuttavia gli apologeti più acuti hanno saputo cogliere in questa insinuazione un segnale, un indizio sul fatto che dall’altra parte della barricata della fede il malessere non sorgeva solo e unicamente da posizioni ateistiche o agnostiche pregiudiziali. No, il malessere poteva sorgere per le posture e le forme del credere.

L’impennata e la diffusione negli ultimi vent’anni dell’interazione social ha drammaticamente dimostrato che l’intuizione era vera. Nei blog, nelle chat e nelle discussioni tematiche è ormai consuetudine assistere a virulente contrapposizioni condite da hate speech, tutte in nome di una conclamata volontà di difendere il cristianesimo contro una serie di nemici più o meno immaginari.

E poi c’è stata l’era trumpiana, con il motore della galassia evangelicale (ricorriamo volutamente un termine che non ci piace), vale a dire l’evangelismo nordamericano, che è si è letteralmente ingrippato nell’incapacità di gestire il rapporto tra fede e politica, nella risorgente questione razziale e nell’ossessione per i peccati sessuali, etc.

E poi c’è stata la pandemia, con il corollario di NO MASK, NO VAX, restrizioni alla libertà, con una punta di anticristo, microchip e compagnia cantando.

Dal 13 al 15 Maggio si terrà il 15° Convegno di Studi Nazionale GBU. Vedi le info nella pagina dedicata di questo sito

C’è qualche cosa che non va nella fede … e abbiamo solo guardato in casa nostra; non ci permettiamo di gettare lo sguardo nelle tradizioni altrui (cattolicesimo, mondo ortodosso, protestantesimo storico che si usa definire liberale), per tema di non cadere nel rimprovero del Maestro sul fuscello e la trave!

Possiamo poi fare una puntata nella storia per renderci conto che la necessità di “curare” la fede è un’esigenza riaffiorante continuamente nella storia del cristianesimo.

Pensiamo per un attimo ai tanti mea culpa che le chiese cristiane hanno espresso all’indomani della shoah; il cristianesimo che ha partorito l’olocausto (non solo quello dei cristiani nazionalsocialisti) è un esempio lampante di un credere malato che ha condotto a una prassi (lo sterminio degli ebrei) non solo atea e incredula o miscredente ma addirittura diabolica (si ricordi, … anche i demoni credono …). Sì, tutto ciò che ha portato i “cristiani”, tutti i cristiani, incluso i “nati di nuovo”(born again o wiedergeboren), a chiedere perdono e a rivedere e ripensare che cosa, nel loro credere, ha portato a un così clamoroso autogol, è una dimostrazione che la fede, il credere può essere malato in forme più o meno gravi e dunque bisognoso di cura.

Fin qui abbiamo parlato del contesto ad extra in cui si può manifestare una fede bisognosa di cura. Dovremmo parlare dello scenario ad infra, vale a dire dell’enorme bisogno di cura che la fede ha quando la usiamo come moneta di scambio – la intendeva più o meno così Paolo quando scriveva la famosa Lettera ai Romani ai cristiani della capitale dell’Impero – tra persone, gruppi, chiese, organizzazioni che sostengono di avere una fede “comune”. Oggi trovarsi d’accordo su un qualcosa su cui costruire è un’impresa con difficoltà accresciuta a cui non bastano le panacee delle formule organizzative: alleanze, coalizioni, comunioni, accordi, etc. Se solo pensassimo alla tematica della tutela sanitaria, scopriremmo che la divisione su questo punto è trasversale a tutte le famiglie evangeliche.

Esiste dunque una fede da curare; essa si manifesta all’esterno, e ci fa fare brutta figura, quando non ci fa passare per ipocriti; e si manifesta all’interno, rendendo instabile e scivoloso qualsiasi terreno comune.

Veniamo allora al discorso delle patologie che sarebbero dunque tutte dalla parte dei soggetti, individuali o collettivi, chiese, denominazioni/confesisoni, tradizioni teologiche ma anche semplici opinionisti dietro una tastiera che declamano la propria fede sui social. Cerchiamo di delineare tipologie di patologie della fede, di stilare una casistica.

Il dubbio è sicuramente un antico male che serpeggia nelle pieghe del credere. Fa capolino qua e là anche nei documenti della rivelazione ebraico-cristiana. A volte è associato alla sofferenza (Giobbe?) altre volte al consumarsi del tempo e allo sterilizzarsi delle aspettative (2 Pietro). Il dubbio, anch’esso, ha molte facce. C’è un dubbio amico della fede, che stimola il credere affinché giunga a certezze. Cartesio lo aveva reso metodico; Pascal lo trasforma in una scommessa. Ma non è questo il dubbio che rende la fede da curare. Tutt’al più la rende onesta!
Una fede da curare, perché contagiata dal dubbio, è forse una fede che non riesce a scorgere più la trascendenza del suo oggetto di fede. Se razionalmente e proposizionalmente questa fede può articolare il suo credo nella sovranità di Dio, nella presenza dello Spirito, dall’altro lato si si insinua il sospetto se sia questo il modo giusto di rapportarsi a ciò o a chi si crede.
E siccome gli oggetti di fede non sono disponibili (le qualità di Dio sono invisibili, ricorda Paolo in Romani e bisognose di un lavoro di decifrazione), ecco che il dubbio si imbarca in progetti di gestione di ciò che non si vede e non si dispone. Se lo Spirito una volta è stato spettacolare e se può esserlo ancora, magari solo qualche volta, allora bisogna costruire per lui delle strade che lo obblighino a essere sempre disponibile! Questa è l’altra faccia della medaglia di una fede malata di dubbio: il tentativo di curarla con iniezioni di professionalismo religioso.

La presunzione e l’arroganza sono al contrario manifestazioni di una fede che ha scambiato il trascendente per una certezza positiva. Le dottrine complesse, i passaggi poco chiari, niente impensierisce il credente presuntuoso. La lettura del testo biblico non rivela la presenza di hard sayings; la composizione del creduto è simile alla composizione di un composto chimico: una molecola di pessimismo, tre di escatologismo di tutti i tipi, un po’ di demonologia, il tutto diluito in una soluzione di analisi pseudo–sociali ed economiche (big pharma, massoneria, piani segreti del vaticano per riportarci a Roma, etc.). Il credente presuntuoso è un alchmista quanto a capacità di maneggiare la Bibbia, la teologia e la tradizione. Ma non ha dubbi.
Solo che in questo caso la certezza raggiunta non è l’antidoto alla patologia precedente (il dubbio spirituale); piuttosto una patologia di altra natura. La cosa singolare è che la fede presuntuosa si contrappone alla scienza ma fa suo l’impianto epistemologico del peggiore scientismo. Lo si vede nelle forme estreme di creazionismo: la terra giovane e altre curiose certezze hanno il valore di postulati scientifici in quanto “fondati” su comparazioni punto a punto tra un versetto e la dimostrazione scientifica. Che Dio abbia creato non è più un articolo di fede (per fede intendiamo che … Ebrei 11) ma una certezza scientificamente dimostrabile!

Il dogmatismo; questa è forse la patologia dei credenti giovani, instancabili, belli e dedicati totalmente e fedelmente a una tradizione teologica. Ne conoscono i simboli, ne rivisitano le pagine gloriose, magari nascondendo quelle meno presentabili come i conflitti e l’intolleranza (tutte le tradizioni teologiche divengono intolleranti non riuscendo a gestire la dissidenza interna). Nel dogmatismo il fondamento della fede non è Gesù Cristo ma una scatola che lo contiene e fatta di credi e confessioni dell’anno x piuttosto che dell’anno y. Se la seconda patologia ama i social e i post delle bacheche, questa ama i mezzi scintillanti della tecnologia web. Sfondi scuri fanno emergere divi del pulpito che ci raccontano come bisogna essere centered, ma nel frattempo ci stanno rifilando una tradizione dogmatica. Perché la fede che cerca un qualificativo tratto da una tradizione teologica, che si esprime vantando un’identità teologica è una fede malata e da curare. Già solo il discorso su dove si poggia l’atto del credere sarebbe sufficiente per una diagnosi allarmata. Ma c’è il problema più serio di come lo spazio della fede comune risulti ingombrato dalla necessità di gestire le differenze delle fedi dogmatiche. In genere la soluzione si trova sul piano della gestione delle influenze, del “potere”. Esiste nella galassia evangelica un problema relativo al “potere”; lo denunciavano a Città del Capo gli ideatori del Terzo Congresso di Losanna, tra le tre gravi forme di idolatria dell’evangelismo mondiale.

Potrebbero esserci altre patologie; ne segnaliamo un’altra, molto particolare. Dal clima velenoso che si respira nei social, frequentato con incursioni più o meno “spirituali” da parte di “credenti” di varia provenienza, potrebbe sorgere facilmente un’obiezione, che potrebbe anche essere una sorta di diagnosi per quest’altra patologia: e voi che parlate di fede da curare, chi siete? non è forse da curare la vostra fede che appare liberal, soggetta al politically correct, tiepida, che flirta con posizioni progressiste, etc?

Quando si parla di social e si parla NEI social, difficilmente si esce dalla palude “del chi sono io e chi sei tu”; e forse anche questa è una manifestazione precipua di una fede da curare. A nulla serve l’esibizione di titoli, percorsi accreditanti, etc. Allora accogliamo la sfida e collochiamoci anche noi tra coloro che hanno una fede da curare.
Come rispondiamo? Certo, una fede che si esprime con proposizioni ipotetiche, che sembra corteggiare piuttosto che rimproverare, accarezzare piuttosto che scuotere … è sicuramente una fede che fa pensare, o meglio preoccupare.

Si potrebbe dire, però, che di tutte le patologie elencate abbiamo parlato della modalità di espressione della fede. Bisogna decidere se la fede da curare nella sua espressione sia un epifenomeno  una fede che abbia rinunciato a posizioni “di fede” forti. Ma questo sarebbe tutto da dimostrare. E chi scrive non crede che una fede da curare, che sia del tipo dubbiosa o arrogante o dogmatica abbia di per sé rinunciato o abdicato a fondamenti indispensabili affinché quella fede sia una fede cristiana.
Tuttavia aggiungiamo anche quest’altra patologia: la chiameremo una fede liberal.

Come se ne esce? E quali rimedi?

La fede, nella migliore tradizione evangelica dovrebbe essere il luogo in cui si manifesta la grazia, posto che sia irrinunciabile l’assunto riformista: siamo salvati per grazia mediante la fede (sola fide). Che cosa accade se nel luogo in cui si dovrebbe incontrare la grazia, chi ci guarda scopre l’orgoglio identitario e la certezza positivista o anche il tentennamento e l’indecisione liberal? La fede dovrebbe essere, per noi evangelici, il luogo e lo spazio della rinuncia a se stessi e il posto in cui si canta, e si vive, Just As I am (Così qual sono) e Amazing grace (Stupenda grazia).

E la fede – come dicevamo sopra – è anche una moneta che ci scambiamo fra di noi: il Nuovo Testamento parla spesso della fede “che ci è comune”. Quale? Verrebbe da chiedersi, dopo aver passato in rassegna, anche solo superficialmente, la tassonomia delle patologie della fede da curare. C’è modo veramente di chiedersi che cosa unisce i cristiani che dicono di sottomettersi all’autorità della Bibbia.

La natura non strutturata di queste riflessioni porta necessariamente a essere intuitivi e destrutturati nella risposta. Fedeli a questa impostazione ci sembra opportuno rilanciare, a mo’ di sfida a tutti quanti noi, solo due dei tanti scenari che la Bibbia (entrambe le due parti) costruisce intorno alla fede che rivela grazia e riesce a far concordare.

Da un lato abbiamo l’immagine della fede come appoggio (Isaia 7: la fede fa sussistere). Questa immagine implica la coscienza netta e nitida di quale sia l’appoggio, dove ci si sta appoggiando, veramente (Paolo parlerà di fondamento). Per curare la fede dobbiamo sempre e nuovamente chiederci se nel nostro atto di abbandono intravediamo Gesù Cristo e la sua croce. È lì che siamo chiamati ad appoggiarci ed è questo dipendere da Cristo e dalla croce che dovrebbe essere visto all’esterno.

Dall’altro lato abbiamo un risvolto etico della fede. Paolo parla “dell’ubbidienza della fede” (Rom 1); l’espressione è complessa, non c’è dubbio. Ma è altrettanto indubbio che essa, lungi dal richiamare pastoie tridentine o inciuci tra fede e opere, evoca immancabilmente il piano etico. Dobbiamo ricordarci di Giacomo 2. La fede ha in sé un principio di ubbidienza e l’ubbidienza è un incipit per un’etica segnata dalla croce (l’ubbidienza del Figlio).

È indubbio dunque che una fede sana, che vuole sanificarsi, deve continuamente indagare la natura del proprio fondamento e interrogarsi sulle implicazioni etiche di ciò che crede. In che modo allora il nostro credere è cifra, indizio, di un qualcosa di migliore, di benedetto, al quale il primo a tendere, senza pensare di esservi giunto definitivamente è proprio il credente?

Forse potremmo concludere questa lunga galoppata, sperando di unire tutti nel desiderio di curarci quanto al nostro modo di credere, facendo nostre le parole di un fortunato interlocutore del nostro Maestro: Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità!

 

I video del Convegno 2022

Di seguito trovate i link per i video delle quattro sessioni plenarie

1. La fede: privilegi e pericoli
2. Un deposito da conservare: l’assalto alla verità
3. Il baluardo della fede: la verità in Cristo
4. La fede forte sa come dire NO: un esempio da seguire

 


Presentazione del convegno

Un vecchio canto recita:

Per la fede una volta insegnata
ai seguaci del santo vangel …
vo combatter ed essere fedel

Sappiamo molto bene che cosa significa “difendere” la fede: secoli di cristianesimo ci hanno fatto apprezzare, anche sulla scorta degli indizi neotestamentari, l’esercizio, ma anche la disciplina dell’apologetica. Pietro ricorda che dobiamo essere pronti a rispondere a chiunque ci chiede ragione della nostra fede …

Ma che cosa significa “curare” la fede?
Qui, probabilmente, ci muoviamo su un terreno non molto conosciuto. Innanzitutto c’è il problema di determinare che cosa intendiamo con il termine “fede”. Se ci facciamo aiutare dalla classica distinzione di scuola tra la fede nel senso soggettivo dell’atto di credere, del porre la fiducia (fides quae) e la fede nel senso di cose credute (fides qua) forse, e in prima battuta, possiamo dire che la fede da curare si colloca tutta dal lato dell’atto del credere, del soggetto credente e dei modi o delle forme in cui esso esercita e manifesta la sua fede.
In effetti, se pensassimo ad alcune patologie che potrebbero essere oggetto di “cura” e che potremmo elencare, troveremmo in prima approssimazione atteggiamenti e vissuti che hanno tutti a che fare con l’esercizio della fede del singolo ma anche delle comunità, con una fede che per il tramite di queste patologie appare debole o, perché no, malata.

Si pensi per esempio a queste possibili patologie:
– il dubbio
– l’arroganza
– la presunzione
– il dogmatismo
– il fideismo
– e la lista potrebbe continuare.

Curare la fede, tutto sommato, se ci addentriamo nei fenomeni di queste patologie appare come un compito necessario, forse urgente, anche in considerazione dei tempi che stiamo vivendo.

Continua la lettura qui

Il tema, dunque, potrebbe ben suggerire e incoraggiare la partecipazione al nostro Convegno di Studi

Ti aspettiamo

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

 

 

Pablo Martinez, medico psichiatra e conferenziere spagnolo, è già stato ospite del Convegno Nazionale GBU nel 2011 (La spina nella carne).

 

 

 

 

In italiano le Edizioni GBU hanno pubblicato diversi suoi libri.

Abba Padre, Teologia e psicologia della preghiera (1998, con José M. Martinez)
La spina nella carne, Come trovare forza e speranza nella sofferenza (2011)
Inseguendo l’arcobaleno, Oltre il dolore, il lutto e le separazioni (2014)
Abbi cura di te stesso. Resistere e progredire nel servizio cristiano (2020)
L’unico conforto nella vita e nella morte. Credere e sperare nella pandemia (2020 con J. Lamb e G.C. Di Gaetano)

Numerosi suoi articoli sono stati pubblicati dal DiRS

 

Come da tradizione, anche nel Convegno Studi di questo anno:

  • ci saranno le attività seminariali a cura della fellowship GBU;
  • è previsto il servizio per i bambini in età scolare in tutte le sessione plenarie;
  • ci sarà il banco delle Edizioni GBU con le speciali occasioni del Convegno.

Per info, scrivere a info@edizionigbu.it