Tre domande ad Alessandro Iovino su Giornalismo e Fede

1. Alessandro tu sei un giornalista: potresti in poche parole descrivere questa professione soprattutto a beneficio di chi è completamente estraneo a essa.

Un giornalista, di per sé, è una persona curiosa. Ecco come amo definirmi: un curioso. Questa deve essere la prima caratteristica di chi si affaccia a questa professione. E‘ come se fossimo, noi giornalisti, degli “esploratori”.
Devi interessarti e documentarti di fatti, persone e questioni molto complesse, e spesso così lontane dalla propria vita, dalle proprie conoscenze, per poi cercare di farsi una precisa idea e infine provare a raccontarla. Per quanto mi riguarda, lo considero un privilegio. Perché non mi annoio mai: visito posti sempre differenti tra loro. Un giorno mi capita di intervistare un premio Nobel e la settimana dopo un uomo le cui azioni non sono poi così nobili (e mi è capitato veramente). Un giornalista fa domande, a volte scomode. Pone quesiti, solleva questioni e cerca di stimolare le risposte dell’interlocutore. Dovrebbe astenersi dal giudicare, ma dare tutti gli strumenti necessari ai telespettatori che poi si faranno una propria idea sull’argomento. Una grande soddisfazione per un giornalista è quando il lettore o telespettatore pensa: “ … questa è la domanda che avrei fatto anche io!”.
E non voglio essere retorico: un giornalista non è mai veramente super partes. Inevitabilmente subisce, come mi è capitato, l’influenza, positiva o negativa, di chi intervista: a volte ha una sintonia, altre invece ha dei pregiudizi.
Dipende poi anche con quale scopo e per chi si compie l’intervista. Nella gran parte dei casi io sono un freelance, quindi libero di fare ciò che credo e penso. La libertà è la chiave per un’intervista di successo.

2. Hai intervistato molti personaggi politici italiani e stranieri e molti personaggi dello spettacolo: qual è l’intervista è il personaggio che ti ha lasciato maggiormente il segno.

Sono molto orgoglioso, prima di tutto, di aver intervistato molto esponenti del mondo evangelico internazionale, diversi tra loro: da Reinhard Bonnke a John Piper, e la lista è molto lunga.
Quella che con Bud Spencer è stata l’intervista più coinvolgete che ho compiuto tra quelli del mondo dello spettacolo: uomo umile, buono e di fede. Diventammo amici.
Fu un grande onore intervistare Rita Levi Montalcini, in occasione dei suoi 100 anni, così come Piero Angela, maestro di giornalismo divulgativo ed il prof. Antonino Zichichi.
L’intervista politica più importante che ho realizzato, è stata quella a John Aschroft, già procuratore Generale degli Stati Uniti: parlammo dell’11 settembre 2001 e di molte vicende di politica internazionale.
La mia prima intervista di “peso” fu quella a Giulio Andreotti. Mai conosciuto un uomo più acuto di lui.
Ho intervistato anche Licio Gelli, l’uomo più oscuro ed enigmatico delle storia recente.
Avevo poco più di 22 anni. Molti mi sconsigliavano di farlo. Fu una sfida non indifferente trovarmi di fronte un uomo così abile nel mistificare e tergiversare. Ma fu un lungo lavoro che poi culminò in un libro, che fu molto apprezzato anche dal Presidente delle Repubblica Sergio Mattarella che mi invio’ un messaggio olografo.
Infine, mai avrei immaginato nella mia vita di incontrare ed intervistare il Premio Nobel ed ex presidente sovietico Mikail Gorbachev: consegnare una Bibbia nelle sue mani, fu un grande onore spirituale.
E la realizzazione di un sogno.

3. Sei anche un giornalista cristiano: come coniughi la tua fede e la tua professione.

Non posso dire di aver fatto sempre bene.
Se mi guardo indietro, mi riconosco tanti errori. Sono anche un po’ spericolato: un giornalista deve però esserlo, altrimenti come avrei potuto intervistare ed avvicinare certi personaggi?
Non so se ci sono delle regole, onestamente, per poter coniugare al meglio la mia fede con la mia professione. Posso solo rivendicare di essere stato sempre me stesso, come quando intervistai don Gabriele Amorth, il famoso prete esorcista, poco prima della sua morte.
Non ci limitammo su nulla: posi con garbo ma con fermezza molte questioni spirituali e dottrinali, una dietro l’altra.
Lui non si risparmio’: venne fuori un confronto serrato ma stimolante. Concluse dicendo di essere stato felice di aver realizzato per la prima volta un’intervista con un giornalista di fede evangelica.
La sfida è continua, le insidie sono dietro l’angolo ogni volta che si fanno domande e ci si confronta. Non ho un segreto e non ho lezioni da dare. Ma solo tanto da imparare. Forse una sola cosa: in cuor mio, prego sempre prima di iniziare un’intervista: “Dio mio, guidami tu…. ”.

Alessandro Iovino è un giornalista pubblicista di Napoli; ha scritto 15 libri e ha vinto diversi premi letterari, e nel 2019 è stato insignito del “Firma Religions for Freedom Award”.
Dal 2011 al 2018 è stato assistente parlamentare presso il Senato della Repubblica.

Tre domande a Giancarlo Rinaldi su Paolo e Nerone

Giancarlo Rinaldi, Paolo e Nerone. L’Epistola ai romani alla luce della storia e dell’archeologia, Edizioni Vivarium novum, Roma 2019, pp. 310, euro 20,00.

 

 

 

1. Un ennesimo commentario all’Epistola ai romani di Paolo? E perché, poi, se a scriverlo non è un teologo né un esegeta di professione?

Ho scritto questo testo proprio perché non ho una formazione teologica ma ho compiuto studi di storia del mondo antico e ho insegnato in università di Stato piuttosto che in seminari o istituti religiosi. La grande sfida per me, infatti, era quella di capirci qualcosa in più in un testo non sempre facile, ponendomi dal punto di vista non dell’esegeta moderno bensì di quello di chi visse all’epoca in cui Paolo scrisse e il suo messaggio iniziò a circolare. Questo spiega anche il perché io abbia scelto una Casa Editrice che non ha mai pubblicato studi sulla Bibbia ma che è specializzata in testi scolastici per lo studio del latino e del greco: ho voluto restituire all’attenzione dei classicisti un documento che appartiene pienamente alla loro letteratura, poiché è scritto in greco, ma che solitamente non viene adeguatamente apprezzato nei percorsi scolastici o universitari. Dal versante opposto, ho inoltre voluto dimostrare ai lettori affezionati alla Bibbia come un suo libro sia molto più facilmente comprensibile quando lo si inserisce nel suo naturale contesto storico. Nel nostro caso il principato di Nerone che va dal 54 al 69 d.C.

2. Quale novità di rilievo emerge da questa contestualizzazione?

Parecchie. Paolo presenta alle comunità romane che lo leggevano (ed erano esigue e non prive di crisi e problematiche) un ‘manifesto’ il quale da un lato metteva in crisi la convinzione dei giudei di costituire, loro e loro soltanto, il popolo di Dio, dall’altro sfidava l’intero impianto culturale classico: una tradizione millenniale di cultura, religione, filosofia, etc. In particolare Paolo sfidò, senza neanche esserne pienamente consapevole, l’assiologia del princeps, di Nerone, cioè la sua visione del mondo e dell’impero la quale metteva al centro l’opera di un imperatore assimilato alla sfera del divino e brillante nelle sue realizzazioni ed esibizioni artistiche. Da questa sfida, paradossalmente, il rabbino di Tarso uscì vincitore e le sue pagine, dopo aver ispirato molte menti acutissime (si pensi ad Agostino, Lutero, Wesley, Barth, etc.) ancora oggi fanno discutere. Paolo ha sfidato i confini della città antica quando ha configurato una nuova politèia, cioè cittadinanza celeste; ha sfidato la filosofia stoica (in auge alla corte neroniana se solo si pensa a Seneca) quando ha proclamato una nuova via per la conoscenza del divino e un nuovo concetto di prònoia – provvidenza; ha sfidato le tecniche esegetiche allora in auge rileggendo, ad esempio, le vicende di Abramo, di Esaù e di Giacobbe; ha polemizzato con il fatalismo astrologico parlando di coordinate celesti (“altezza e profondità”) vinte dalla forza liberatrice di Cristo; ha circoscritto la teologia imperiale d’impianto ellenistico affermando che l’aucoritas del princeps non è assoluta e naturale bensì derivata dall’Alto. Ma v’è anche tanto altro come espongo nel mio volume.

 

3. Chi legge l’Epistola ai romani con interesse di teologo o anche di semplice credente che giovamento può ricevere dalla lettura del suo libro?

In generale la contestualizzazione del documento, con il sussidio della storia romana e dell’archeologia del periodo, aiuta non poco a comprendere il testo stesso nel suo significato specifico. Intanto ci si libera da successive stratificazioni esegetiche le quali spesso sono diventate pesanti precomprensioni. Nella storia è sempre il prima che spiega il poi e mai viceversa. Risulta ad esempio che Paolo aveva ben presente il sostanziale fallimento della sua missione verso i giudei, che pure erano suoi naturali ‘fratelli’ di sangue. Fu questo fallimento ad aprirgli gli enormi orizzonti di un apostolo “delle genti”, cioè dei ‘pagani’. Questa acquisizione ci fa rileggere i tormentati capitoli dal nono all’undicesimo con nuova luce: Paolo, ad esempio, enfatizza la sovranità di Dio nel processo di salvezza (via salutis) non certo per attribuirgli la condanna aprioristica di un gruppo o di chicchessia ma anzi, al contrario, per mettere a tacere quei giudei he reputavano impossibile l’estensione della grazia di Dio all’universo mondo di chi avrebbe creduto. E ciò a prescindere da afferenze etniche. Inoltre una lettura attenta del capitolo settimo ci fa comprendere il debito di quella pagina verso le tecniche della retorica antica per cui la prigionia del peccato e la difficoltà al bene operare (video bona, deteriora sequor) non è già un’autoconfessione d’impotenza di Paolo bensì una ‘prosopopea’, cioè un espediente letterario che mette in scena un interlocutore tipizzato laddove invece, l’esperienza paolina (che è poi quella dell’autentico credente) è quella della liberazione dal peccato. Secondo il manifesto paolino la vittoria sul peccato è possibile, e proprio in questa vita, senza attendere ‘purgatorio’ di sorta nell’aldilà né liberazioni dell’anima dal corpo, secondo la diffusa concezione orfico platonica dell’epoca. Insomma quando Paolo chiamava ‘santi’ i suoi lettori non li prendeva in giro: faceva sul serio.

 

Tre domande a Luca Ciotta su Dio e il Karma

Qualche settimana fa una donna visibilmente innammorata e commossa per il gesto del suo uomo, un famoso calciatore, gli dedicava un pensiero in cui gli riconosceva il dono del karma, aggiungendo “Dio lo sa, Dio te lo ha dato”.
Quest’affermazione ci ha fatto venire in mento di porre a Luca Ciotta, del CESNUR di Torino, le nostre tre canoniche domande relative al karma (Redazione).

1. Quale potrebbe essere una definizione del karma?

Il karma, in religioni quali l’induismo e il buddhismo dove di fatto nasce e si sviluppa, è la convinzione che le nostre azioni in questa vita condizionino le nostre vite future. Naturalmente, il karma nasce dalla dottrina della reincarnazione, il credere in un susseguirsi di esistenze che nel mondo Occidentale equivale ad un’opportunità, mentre nell’induismo e nel buddhismo viene considerata una realtà dalla quale liberarsi.

Il karma è equiparabile ad una legge: un principio di giustizia retributiva che determina lo stato di una vita e la condizione delle future reincarnazioni come effetto di azioni eseguite in passato.

 

2. Quale l’influenza del karma sulle vite degli uomini?

Lo stato del karma determina dunque il destino delle vite future, procedendo verso reincarnazioni migliori o peggiori.

Non è sempre chiaro il tipo di azioni da compiere per migliorare il proprio karma e quindi il livello della successiva reincarnazione: dipende dalla scuola induista e buddhista di appartenenza e dalla dottrina del maestro a cui ci si sottomesse.

Nel moderno Occidente, il karma di solito si identifica con il destino: una sorta di “fato” non sempre legato ad azioni determinate oppure alla dottrina della reincarnazione.

 

3. Che relazione tra il karma e la Bibbia?

L’idea di una legge meccanicistica di causa – effetto alla quale tutti sono soggetti (anche i cosiddetti “Dèi” nell’induismo) non è presente nella rivelazione giudaico-cristiana, dove è un Dio personale, vivente e relazionale ad incontrarsi con l’uomo ha creato, a guidare i suoi passi e in ultima istanza a valutarlo. Peraltro la reincarnazione, legata indissolubilmente al karma, non è presente nelle Scritture, dove viene affermato chiaramente che è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio (Ebrei 9:27). L’uomo certamente è responsabile delle sue azioni (Galati 6:7), ma davanti a un Dio che lo ama e non di fronte ad una legge irreversibile e impersonale.

Nel Nuovo Testamento l’avvento del Signore Gesù evidenzia la realtà della grazia – peraltro già presente nell’Antico Testamento – ottenuta mediante la fede in Lui che porta al perdono di azioni errate e alla vita eterna in Sua presenza.

Troviamo dunque promesse migliori nella rivelazione giudaico cristiana, particolarmente riferendoci alle conseguenze della venuta e dell’opera del Signore Gesù Cristo.

Nel karma rendo conto a qualcosa, nella Bibbia mi rapporto con qualcuno, le cui meravigliose caratteristiche sono oltremodo convincenti.

 

Luca Ciotta, bibliotecario e ricercatore al Cesnur di Torino (Centro Studi Nuove Religioni)

Tre domande a Roberto Frache sui cambiamenti climatici

Perché i cambiamenti climatici rappresentano oggi un problema che preoccupa la coscienza di una parte di popolazione mondiale?

E’ indubbio che l’ iniziativa di Greta Thunberg ha suscitato un grandissimo interesse, in particolare nei giovani. Non sono un sociologo e, quindi, non mi addentro in ipotesi interpretative ma credo sia legittimo chiedersi come mai, fino ad oggi, tutto questo interesse sia rimasto sopito o, perlomeno, nascosto. Gli allarmi sono stati numerosi e documentati – vedi l’ enciclica papale “Laudato si” del maggio 2015 – ma sembra che non abbiano scosso la maggioranza delle persone. In ogni caso è evidente che la preoccupazione – laddove esiste – è tipicamente egoistica. Infatti non ci si preoccupa tanto dei danni che subisce il nostro pianeta ma del fatto che questi danni perturbano la nostra esistenza in termini di vivibilità, salute, nutrimento. Anche le insegne che abbiamo visto innalzate nei cortei dei giovani erano in genere riferite al diritto di vivere bene  – oggi e domani- su questa nostra terra piuttosto che al rimprovero per le lacerazioni inflitte alla natura. Spero che il seguito di questo movimento possa farmi ricredere da queste  mie posizioni e porti da una responsabile consapevolezza.

 

  1. Che responsabilità ha l’ uomo in questo scenario?

Le variazioni climatiche si sono verificate da sempre sul nostro pianeta. Ci ricordiamo che la Groenlandia deve il suo nome al fatto che nel medioevo si presentava, almeno nella sua parte meridionale, coperta di vegetazione. Ci ricordiamo ancora che, sempre nel medioevo, popolazioni intere – i walser – varcavano le Alpi attraverso, ad esempio, il Colle del Lyss senza grossi problemi.   Il ruolo dell’ uomo oggi, con le emissioni dei gas serra,  ha contribuito ad accelerare i processi fino ad un vicino punto di non ritorno. Occorre purtroppo anche sottolineare il grado di inquinamento – le “isole” di plastica negli oceani ne sono una testimonianza evidente – che l’ uomo ha immesso nel pianeta. Senza dubbio, anche qui, le pulsioni  egoistiche che mirano alla nostra soddisfazione hanno accresciuto il fabbisogno energetico e, conseguentemente, lo sfruttamento delle risorse naturali. A fronte di una necessità energetica per la sopravvivenza calcolata in circa 2500 kcal/giorno, nell’ occidente consumistico ci si aggira su un fabbisogno energetico di circa 80 – 100.000 kcal/giorno. E’ chiaro che questo modello di sviluppo ci porterà alla lunga alla distruzione del pianeta. Mi chiedo, e forse sono anche qui un po’ pessimista, se i giovani siano coscienti di questi fatti e se siano disponibili alle rinunce dolorose ma necessarie. Saremo in grado, ad esempio, di limitare il numero e gli sviluppi di tutti i “marchingeni” elettronici che sembrano ormai delle appendici naturali del nostro corpo?

 

  1. Quale può essere il contributo dei cristiani affinchè il pianeta e le sue risorse vengano tutelate e valorizzate?

Un punto importante penso sia il sottolineare che il pianeta ci è stato dato dal Creatore in qualità di gestori e non di sfruttatori. Tutta la tematica della salvaguardia ambientale andrebbe vista quindi con una  prospettiva teocentrica e non egocentrica. L’ enciclica già citata, molto corretta sia dal punto di vista scientifico che biblico, sottolinea che “… non si può proporre una relazione con l’ ambiente a prescindere da quella con le altre persone e con Dio. Sarebbe un individualismo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’ immanente” . E’ una direzione corretta ma mi chiedo se il nostro mondo “cristiano” conosca e persegua queste affermazioni. Senza dubbio, come cristiani, portiamo delle responsabilità non avendo insegnato e vissuto sufficientemente il rispetto per il creato. La storia mostra come, ad iniziare dagli scritti dei “padri” della chiesa, il pensiero cristiano si sia rifatto a quello greco più che a quello biblico. Così la teologia cristiana del medioevo è stata debitrice alla filosofia greca: sistemi di ascendenza platonica-agostiniana vedevano nella realtà fisica più un impaccio per lo spirito che un dono dell’ amore di Dio; pensieri di ispirazione aristotelica-tomistica sono stati risucchiati da una deriva metafisica che li allontanò sempre di più dai problemi storici in nome di una salvezza astratta. Ancora, la teologia cristiana è stata debole e silenziosa quando, dall’ umanesimo in poi, la cultura occidentale ha ridotto la natura a puro strumento di cui l’uomo è diventato «maitre et  possesseur» come afferma Cartesio alla fine del suo Discours de la Methode. Eppure i testi biblici, dai più antichi (ad esempio: Esodo 13/9; Levitico 25/1-7) sottolineano il rispetto per la terra, i raccolti, gli animali. I Salmi cantano spesso la gioia e la bellezza della natura (Salmo 95 e 98); Gesù ha mostrato in diverse occasioni di essere un appassionato osservatore dei fiori e degli uccelli del cielo (Matteo 6; Luca 12). Abbiamo quindi, come cristiani, delle responsabilità. Oggi, consapevoli di questo, dovremmo essere in prima linea per esprimere e vivere  il rispetto del creato, dono del Creatore, e muoverci in tutte le direzioni  che portano ad una responsabile gestione dell’ ambiente.

Roberto Frache – già Professore Ordinario di Chimica Analitica presso l’ Università di Genova. L’ attività di ricerca ha riguardato la messa a punto di metodiche analitiche per la determinazione e la speciazione di metalli presenti in tracce in matrici complesse come acqua di mare, sedimenti e organismi. Ha inoltre svolto ricerche sull’ ambiente marino con particolare riguardo al Mare di Ross in Antartide. Ha partecipato, spesso come Responsabile scientifico,  a programmi di cooperazione interuniversitaria in Cile. E’ autore di circa 200 pubblicazioni su riviste internazionali  e di numerose Comunicazioni a Congressi nazionali ed internazionali. E’ stato responsabile del Settore Oceanografia Chimica presso il Consorzio CONISMA e Presidente dell’ Associazione Italiana di Oceanologia e Limnologia. Presso l’ Università di Genova è stato Direttore del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale.

Roberto Frache è anche autore per i tipi di Edizioni GBU di Bibbia e scienza, alla ricerca di un equilibrio (1996)

Tre domande a Gary Thomas sul fenomeno #meToo

  1. Che cosa hai pensato quando la stampa e i media hanno iniziato a prestare attenzione al fenomeno delle proteste per gli abusi di uomini nei confronti di donne in molti campi?

Sentire quante donne hanno dovuto sopportare una cosa del genere è stata per me un’esperienza straziante, e ho pensato che si trattasse per tutti noi di un invito assolutamente opportuno e necessario a simpatizzare con le vittime e a fare qualcosa.
Per esempio, alcuni anni fa, predicando a giovani uomini, qui nella chiesa di Houston, sostenevo che sarebbero state le persone più “affidabili” di tutta la città, questo almeno fino ad oggi. Ora nelle mie prediche inserisco sempre più esempi di relazioni tra capi e sottoposti.
La chiesa ha bisogno di dare l’esempio.

 

Mio figlio frequenta la business school di Harvard, e questo mi ha dato la possibilità di frequentare un corso con lui in cui il professore mi ha aperto gli occhi su quelli che definisco i capricci del “consenso”. Il cinquanta percento delle persone negli Stati Uniti, dal punto di vista economico, ha più debiti di quanto ha risparmiato, e se capitasse loro di perdere il proprio reddito per due o tre mesi si troverebbero di fronte a una situazione finanziaria devastante. Con dinamiche di questo genere accade che se un capo chiede a un sottoposto di fare qualcosa, e nell’ipotesi in cui il capo non venisse accontentato, potrebbe accadere che la famiglia del subordinato verrebbe rovinata economicamente, e ciò potrebbe spingere i sottoposti a essere inclini a fare cose che detestano, per necessità economiche.

Il “consenso” che ne verrebbe fuori non sarebbe un vero consenso.

Credo che almeno il novanta per cento delle donne che denunciano abusi dicano la verità e hanno bisogno di essere ascoltate; ma conosco almeno un caso in cui un pastore è stato trattato ingiustamente. Ecco perché penso che le chiese debbano avere strategie adeguate per gestire le situazioni, allorquando si levano accuse del genere. C’è bisogno di qualcuno che sia esterno all’organizzazione implicata, addestrato ad affrontare il problema in un modo in cui non può esserlo la chiesa stessa e la cui priorità è quella di cercare la verità, senza difendere o attaccare nessuno. Dato che anche le chiese sono state compromesse e hanno comprensibilmente perso la fiducia di tanti, potrebbe essere il momento in cui esse si sottopongano umilmente a verifiche oggettive esterne, allorquando sopraggiungono problemi del genere. Le chiese che hanno cercato di affrontare questi casi internamente hanno dato di se stesse una pessima immagine.

 

  1. Il fenomeno ha indubbiamente a che fare con il rapporto tra uomo e donna, un campo in cui hai scritto molto; il quadro che ne esce, a parte quello della violenza, è quello di uno scontro tra generi, maschile e femminile, senza capire quale potrebbe essere il punto d’incontro nelle diverse aree dell’esistenza, dal matrimonio, al lavoro, all’educazione.

Il Vangelo di Gesù Cristo è interamente basato sulla riconciliazione e si oppone sia all’oppressione sia alla marginalizzazione, incluso tutto ciò che ha a che fare con il genere. Uno dei modi migliori per affrontare questo problema è quello di costruire matrimoni solidi, soddisfacenti e pieni di amore (cherishing). Quando io amo mia moglie, mi sento molto meno incline a molestare o sollecitare sessualmente un’altra donna. Un matrimonio solido ci protegge dal sessualizzare l’altro genere e ci dispone ad apprezzare a godere delle competenze, dell’intuizione, della collaborazione e persino dell’amicizia di persone dell’altro sesso, senza trasformare tutto ciò in qualcosa di inappropriato. Se fossimo concentrati sui nostri matrimoni, saremmo meno propensi a diventare dei carnefici. Ciò non impedisce alle donne (e in qualche occasione agli uomini) di essere vittimizzate e dunque non sto incolpando le vittime di avere matrimoni al di sotto di certi standard. Sto parlando a coloro che si fanno del male da se stessi.

 

  1. Ci hai insegnato che le relazioni con l’altro fanno parte della formazione spirituale dell’individuo (maschio o femmina); cosa puoi dirci, alla luce di tutto ciò che sta accadendo e alla luce delle Scritture?

Ho scoperto che quando in particolare rispetto mia moglie, imparo in generale a rispettare le altre donne. Le situazioni rivelano qual è il carattere di una persona (cattivo e buono) e il carattere può essere cesellato per perseguire intenzionalmente Dio e la santità nel matrimonio. L’intera premessa del matrimonio sacro: che cosa sarebbe se Dio avesse ideato il matrimonio per renderci santi più che per renderci felici? – potrebbe applicarsi altrettanto facilmente ai rapporti di lavoro. Potremo non essere d’accordo fra di noi, potremo essere gelosi, ma dobbiamo perdonarci e continuare a lavorare insieme. Possiamo aspettarci, a causa della nostra natura caduta nel peccato, che ci sarà conflitto e che a volte sarà tutto davvero difficile. Ma quando il nostro obiettivo è la ricerca dell’identità di Cristo possiamo imparare a perdonare invece che a fare pettegolezzi; servire invece di gongolare su noi stessi o vivere nel risentimento; onorare invece che disprezzare; e incoraggiare invece di abusare o perseguitare sessualmente.

Gary Thomas è pastore di una chiesa evangelica di Houston ed è uno scrittore molto prolifico nel campo della “foremazione spirituale”. Edizioni GBU (www.edizionigbu.it) ha pubblicato tre libri di Gary Thomas:
Vincolo santo. E se Dio avesse ideato il matrimonio non tanto per farci felici quanto per renderci santi? (2009)
Educazione santa. E se Dio avesse voluto l’educazione non tanto per crescere bene i nostri figli quanto per rendere santi i genitori? (2014)
Ricerca santa. E se il problema non fosse tanto chi sposare quanto perché sposarsi? (2013)

Gary Thomas è stato il relatore del IX Convegno Nazionale GBU (2014), “Amore cercato, amore vissuto, amore donato

Dio non è violento. È giusto! (D. Bock)

1) La Bibbia contiene pagine in cui sono descritte e presentate diverse forme di violenza. Che cosa pensa di quelle pagine?
Quelle pagine sono un riflesso della vita che si vive in un mondo caduto nel peccato; in esse Dio ricorda agli uomini che devono rendere conto per le scelte che fanno. Quelle pagine esprimono il realismo che la Bibbia possiede.

2) Crede che la violenza sia insita nella natura di Dio così come è presentata nella Bibbia?
Dio non è violento. Egli è giusto.  Il problema assomiglia un po’ all’interrogativo se un governo sbagli nel perseguire la giustizia nei confronti dei criminali, punendoli. Se si leggono i fatti più violenti dell’Antico Testamento si vedrà che Dio punisce una società in cui era diffuso il sacrificio dei bambini, solo per menzionare uno dei tanti crimini. Dobbiamo ricordare che Dio  prende sul serio il peccato poiché questo produce dei danni e dunque è necessaria una sua condanna.

3) Crede che il cristianesimo sia una religione violenta o che contenga in sé i germi della violenza, al punto tale da essere una religione pericolosa per la convivenza tra i popoli, ma anche per lo sviluppo dell’individuo?
Le parti della storia del cristianesimo che sono riusltate violente, e l’Europa conosce molto queste pagine di storia, sono per lo più il risultato del nazioalismo piuttosto che della fede cristiana. Il nazionaleismo può e fa spesso uso della religione per tentare di giustificarsi e di proteggersi. Quando il messaggio di Gesù, che invita a non rispondere occhio per occhio e che incoraggia a perseguire la pace, viene preso sul serio, tanto da esprimere la grazia di Dio nelle cose della nostra vita, allora c’è poco spazio per ritenere il cristianesimo una religione violenta o pericolosa.

Darrell L. Bock (Dallas Theological Seminary)

Darrell Bock è stato il relatore del XII Convegno Nazionale GBU (2017)
Puoi vedere e ascoltare le sue relazioni nel Canale Vimeo di Edizioni GBU

Plenaria 1. Prepararsi adeguatamente alla battaglia: ridefinire il conflitto culturale
Plenaria 2. Lezioni paoline per il confronto culturale
Plenaria 3. Come affrontare e condure un dialogo difficile
Plenaria 4. Il vangelo rintracciato nella promessa e nei sacramenti
Plenaria 5. Che cos’è il vangelo? Uno sguardo a Luca 3:16 e Romani 1:16-17
Plenaria 6. Perché l’amore è un imperativo?

 

Darrell L. Bock
Alla riscoperta del vero vangelo perduto
Prefazione di Rick Warren
Collana: Orizzonti del pensiero cristiano
Edizioni GBU, Chieti, 2017
FORMATO: 21,5 X 13,5
ISBN 9788896441916
PREZZO: € 15,00 | PP. 180

Tre domande a Pablo Martinez su Bibbia e violenza

  La Bibbia contiene pagine in cui sono descritte e presentate diverse forme di violenza. Che cosa pensa di quelle pagine?

La Bibbia contiene descrizioni di violenza, non sue prescrizioni. Tutti i racconti che hanno a che fare con la violenza hanno a che fare in ultima analisi con la malvagità della natura umana che è la sorgente di tutte le «guerre e le contese» (Gc 4:1).

È vero che ci sono alcuni casi in cui i giudizi di Dio implicano un certo grado di violenza che in apparenza potrebbe essere attribuita a Dio. Questi testi dovrebbero essere interpretati attentamente nel contesto dell’esecuzione di tali, divini giudizi, allor quando il peccato del popolo era «giunto fino al colmo» (Gen 15:16). Dio non punisce in maniera capricciosa (Il SIGNORE! il SIGNORE! il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, Es 34), ma un Dio giusto ha il diritto e il dovere di giudicare e di scegliere come farlo. Dio ha usato sia il suo popolo sia le nazioni pagane come mezzi di giudizio. Per esempio, Dio ha usato la ferocia dell’esercito dei Caldei (Abacuc 1––2) come uno strumento per manifestare il giudizio sul suo popolo. Le pagine violente della Bibbia, allora, quelle che sembrano riferibili a Dio si trovano sempre in questo contesto di amministrazione della giustizia.

 

  1. Crede che la violenza sia insita nella natura di Dio così come è presentata nella Bibbia?

Nella Bibbia la violenza è uno specchio del carattere dell’uomo e non del carattere di Dio. Si noti che noi tutti abbiamo una tendenza a proiettare sugli altri i nostri fallimenti e i nostri errori. Ritenere che il problema della violenza si collochi in Dio non è altro che una proiezione e un auto inganno (Ger 17:9). Gesù stesso ha avvertito: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?” (Lc 6:41–42). Ha chiaramente insegnato che la radice del male a tutti i livelli si trova dentro di noi. Ha spiegato con termini molto chiari la ragione per la quale nel mondo c’è tanta difficoltà «È quello che esce dall’uomo che contamina l’uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, … » (Mc 7:20–23).

Dio ha in abominio la violenza a tal punto da essersi pentito di aver creato l’uomo poiché «Il SIGNORE vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo» (Gen 6:5). Egli non poteva sopportare così tanto male.

La vera essenza del carattere di Dio è amore, ed è per questo motivo che ogni forma di violenza ferisce il cuore di Dio «Il SIGNORE si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo» (Gen 6:6).

Il Dio della Bibbia non solo afferma di essere amore ma lo ha anche dimostrato. Il suo venire a noi sulla terra in Gesù Cristo e nella sua sofferenza per noi sulla croce è la suprema e insuperabile prova che l’essenza di Dio è amore.

 

  1. Crede che il cristianesimo sia una religione violenta o che contenga in sé i germi della violenza, al punto tale da essere una religione pericolosa per la convivenza tra i popoli, ma anche per lo sviluppo dell’individuo?

Penso che sia esattamente il contrario: il cristianesimo è storicamente riconosciuto come la religione dell’amore. Si presuppone che l’amore sia l’aspetto distintivo di chiunque si rapporti a Gesù. L’amore è l’aspetto preminente e il carattere peculiare della vita e dell’insegnamento di Gesù. Tutto in lui ruota intorno all’amore poiché egli ha dato la precedenza all’amore. L’amore è la motivazione e l’apice di tutto ciò che era, che insegnava e che fece.

Una religione che riassume l’intero dovere dell’uomo in due frasi – amare Dio e amare il prossimo – non può essere altro che un contributo salutare e positivo alla società.

Oggi anche i pensatori non cristiani riconoscono che la nostra civiltà europea sia appoggiata su un tripode con tre pilastri: il sistema giuridico di origine romana, la filosofia greca e l’etica ebraico–cristiana.

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Tre domande a Valerio Bernardi su Nazione, Sovranità e Patriottismo

Martha Nussbaum

In ragione di alcuni eventi politici in giro per il monso, tra cui i più eclatanti sono la presidenza Trump negli USA e la Brexit in Gran Bretagna, sembra sia tornato di moda il concetto difesa della Nazione. Come possiamo definire la Nazione oggi e quando nasce questo concetto?

 

Il concetto di Nazione è complesso ed ha una lunga storia. Nell’antichità, almeno in quella dell’Occidente, la Nazione era assicurata da un territorio, da un sovrano che aveva origini di tipo divino e da una divinità o una serie di divinità che presiedevano al bene dello Stato. Questo schema si è ripetuto quasi per tutta l’antichità, anche se i Greci hanno apportato una grossa variazione: quella di un Governo del popolo, o, quanto meno dei cittadini liberi di un determinato territorio che gestivano il potere. Anche Israele è stata un’eccezione: il concetto di Nazione veniva sempre dato soprattutto dal Divino e dalla Terra. C’è poi stato un processo di omologazione alle altre civiltà che ha portato gli Ebrei ad avere un re, un territorio ed un Tempio. Questo tipo di forma di stato è, di fatto, durata sino alla fine del Medio Evo, pur con delle grosse varianti. Con l’avvento dell’Illuminismo, l’uguaglianza formale tra gli uomini, l’influenza di alcune delle idee del Protestantesimo che vedevano nella comunità la fonte del potere, ha permesso di sviluppare quello che definiamo Stato moderno, legato ad un territorio, ad un popolo e, eventualmente, ad una manifestazione di sovranità che non necessariamente era espressa da un monarca. Nell’Ottocento entra in gioco anche l’idea di Nazione, ovvero di un popolo (più o meno omogeneo) che si identifica con delle radici culturali precise (il parlare la stessa lingua, il riconoscersi in una storia comune, l’abitare su un territorio omogeneo, l’avere una stessa radice religiosa). E’ sulla spinta di queste istanze nascono gli Stati-Nazione. La fine del primo conflitto mondiale nel 1918 sancisce in Europa la fine degli Imperi multinazionali e il consolidamento dell’Idea che ogni Stato corrispondesse ad una particolare Nazione, ad un particolare ethnos. Questa idea è stata ulteriormente rafforzata (anche se non con gli stessi esiti) dal processo di decolonizzazione, in cui si è concessa l’indipendenza a differenti Stati, ispirati al modello europeo, anche se, molto spesso mancavano gli stessi presupposti e spesso hanno dato luogo a guerre civili fra gruppi che erano disomogenei. Le guerre civili, presente anche di recente in Europa, dimostrano come un tale impianto sia piuttosto fragile e non necessariamente porti alla stabilità politica.

 

 

Il voler difendere la propria Nazione ha portato, nel corso della storia, al sorgere di nazionalismi, dittature e guerre. Appoggiare il nazionalismo è rischioso?

 

  Bisognerebbe distinguere tra  un sano patriottismo ed il nazionalismo. Voglio fare un esempio proprio con il Risorgimento italiano. La moderna storiografia (quella che si è sviluppata attorno al centocinquantenario nel 2011) ritiene i padri risorgimentali portatori di valori positivi che cercavano di portare avanti una idea di Nazione che fosse guidata da Dio e che corrispondesse anche ad un’indole di tipo popolare, capace di coinvolgere la maggior parte della popolazione. Sappiamo come tutto ciò sia stato solo in parte raggiunto. Più recentemente Martha Nussbaum parlava di una congiunzione tra patriottismo e cosmopolitismo, affermando, sulla scia della tradizione stoica e di quella illuminista, che, pur essendo in primo luogo cittadini del mondo (in quanto appartenenti al genere umano), dobbiamo amare la nostra patria e difenderla seguendo soprattutto gli esempi positivi che l’hanno difesa in quanto custode di preziosi diritti civili democratici. Se la patria è questo ritengo che nessuno debba contrastar l’amor patrio. Altra cosa è il nazionalismo. Sviluppatosi soprattutto tra fine XIX secolo e XX secolo, la tendenza è quella non di vedere la patria come la culla dei valori di giustizia e di democrazia, ma come difensore della propria razza, della propria etnia e si vedono soprattutto gli altri come minacce (si pensi allo “spazio vitale” di gui aveva bisogno la Germania, o della “vittoria mutilata” italiana dopo il primo conflitto mondiale). Vi è anche l’idea di una supremazia culturale dettata da ragioni pseudostoriche. Il Nazionalismo nasce così ed è intrinsecamente razzista e xenofobo: razzista perché deve per forza credere che esiste un popolo superiore agli altri, xenofobo perché ha sicuramente paura di coloro che provengono da radici culturali diverse. Se il caso più eclatante del XX secolo è stato il nazismo con la presunta superiorità della razza ariana, non bisogna che il nazionalismo ha affetto anche popolazioni “avanzate” come quella britannica e francese (si pensi al trattamento che ebbero i Boeri nelle guerre anglo-boere in Sudafrica a fine XIX secolo, o alle spietate politiche coloniali dei Francesi). Oggi il nazionalismo ritorna soprattutto in quelle nazioni che sono in maggiore crisi di identità. Ecco che così ci possiamo spiegare il ritorno del nazionalismo russo (che in realtà non era sopito neanche sotto il comunismo), i nazionalismi balcanici, quello ungherese e quello anche italiano. Si tratta di cercare sicurezze in un mondo che sicuramente è molto più mobile e indefinito di una volta. E’ una cosa che ha ben capito Toni Negri che, da buon internazionalista di stampo marxista, afferma che viviamo in un nuovo Impero diverso da quelli antichi, ma fortemente internazionale e globalizzato. Il rischio del ritorno di un conflitto tra diversi nazionalismi è sempre incombente in una situazione di rivendicazione di priorità che in realtà oggi non esistono più. Ecco perché “predicare” il ritorno ad una Nazione forte, può diventare il presupposto della guerra.

 

 

Cosa possiamo dire da cristiani a proposito dell’idea di Stato-nazione e del risorgere di atteggiamenti di tipo nazionalistico?

 

Il Cristianesimo delle origini non ha conosciuto il concetto di Stato-Nazione moderno ma soprattutto l’Impero Romano ed una certa nostalgia, da parte di alcune frange, dello stato di Israele, non tanto come Stato etnico, ma come possessore della Terra e  indipendenti rispetto ad un’autorità straniera e pagana. Nell’insegnamento di Gesù appare chiara la separazione tra Cesare e Dio: si tratta per certi versi di un’anticipazione dello stato laico, ma vuole anche affermare una sua estraneità dalle questioni di tipo politico, dato che il Regno non è di questa terra. La predicazione  della salvezza è fatta in tutto il mondo (il kòsmos che è anche l’ordine), afferma il Grande Mandato in Matteo 28 e proprio per questo l’esistenza di un impero multietnico e i confini labili tra le nazioni non possonoche essere un’agevolazione per l’annuncio della Parola. Direi che il cristianesimo delle origini non avrebbe avuto nulla a che spartire con il nazionalismo e lo avrebbe visto come una sorta di idolatria dello Stato, un a sorta di ripetizione del culto imperiale, fatto in forma diversa. E’ questo quello che, nel XX secolo, è affermato nel 1934 dai teologi luterani e riformati che si riunirono a Barmen e che firmarono una Confessione che aveva come obiettivo proprio l’attacco al Nazionalismo tedesco. Non essere nazionalisti non significa non essere patriottici. Paolo in Filippesi afferma: “Io, circonciso l’ottavo giorno, della razza d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d’Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile. Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo.” Egli ritiene anche la sua appartenenza etnica (di cui rimane orgoglioso) un danno a causa di Cristo. Penso che il nostro atteggiamento dovrebbe essere analogo a quello di Paolo: possiamo anche essere orgogliosi di appartenere ad un Paese, purché questo non divenga danno per l’annuncio della Parola e porti, come dicevano i teologi di Barmen nel 1934 ad una nuova idolatria da cui dobbiamo rifuggire e come hanno più volte ribadito nella storia le confessioni di origine anabattista (o con un sfondo teologico simile) che hanno accentuato più la funzione profetica della Chiesa che quella politica.

 

Tre domande a Pileria Pellegrino sull’insegnamento in carcere

Liberi dentro

L’uomo è nato libero
senza le esperienze è in catene.
Vorrei viaggiare per un istante
e sentire il calore del sole sulla mia pelle.
Conoscerò piccoli volti giovani
ma già consumati e pieni di rughe
e appesantiti da lunghe tracce
nonostante la tenera età!
Scoprirò vicoli nascosti
e a me sconosciuti
dietro le ombre della notte.
Viaggerò e scoprirò il mondo
i giorni e le notti passeranno lenti
nelle mie fragili mani che vogliono abbracciare il mondo.
Partirò, e questo giovane uomo,
ma già consumato, pieno di rughe e appesantito,
nonostante l’età,
scoprirà il mondo, con l’ansia di un bambino
e… parlerà di libertà! (Leonardo Guastella)

 

 

 

Come è iniziata l’esperienza?

Dopo anni di lavoro con preadolescenti e adolescenti, ho sentito il desiderio di iniziare una nuova “sfida” con un segmento di “utenti” a me ancora sconosciuto. Così tra le opzioni avevo espresso le sedi di istruzione per adulti, serali e carceri.

Mi animava il desiderio di provare un’esperienza nuova, di forte impatto emotivo, che mi desse nuovi stimoli e che mettesse in qualche modo alla prova la mia capacità di adattare il mio approccio didattico a situazioni non standardizzate.

Alla notizia del mio trasferimento presso la sede carceraria non ero quindi sorpresa, l’avevo chiesta! A pochi giorni dall’inizio delle attività didattiche due anni fa, un turbinio di pensieri cominciava a tempestare la mia mente: che persone avrei avuto di fronte? Con chi mi sarei confrontata? Ero capace di affrontare questa nuova situazione? Non avevo delle risposte, solo consigli e rasserenamenti da parte dei colleghi che nel frattempo avevo avuto il piacere e l’onore di conoscere. Ed è così che cominciai, senza certezze, quello che è diventato un lavoro sul campo tout court,

in cui le variabili in gioco sono molteplici ed in cui non esistono modelli prestabiliti da “calare”.

 

Qual è la tipologia di utenti?

I corsisti sono adulti, italiani e stranieri, consapevoli della loro condizione e piuttosto interessati a quello che facciamo. Non è possibile individuare una tipologia specifica perché provengono da ambienti sociali, economici e culturali molto differenti tra loro. Ognuno con il proprio vissuto, le proprie esperienze.

Dopo un periodo di “valutazione partecipata”, in cui ci si è resi vicendevolmente conto con chi si interagisse, non ho dovuto fare il minimo sforzo per ottenere la loro fiducia. Si è instaurato un clima sereno, in cui si comunica senza veli, si basa tutto sul rispetto e la franchezza.

 

Come si svolgono le lezioni e a chi sono rivolte?

Le lezioni si svolgono normalmente al mattino dalle 8.30 alle 12.30. Gli studenti vengono chiamati e, dalle loro celle, raggiungono le aule per la lezione. Non ci si assenta se non per colloqui familiari o con gli avvocati, per processi, per malattia o per quella che viene definita “carcerite”, malinconia ed inquietudine che talvolta condiziona i detenuti. Inoltre può capitare di non trovare più qualcuno di loro un giorno, perché trasferito, scarcerato o passato a misure detentive alternative. Nella casa circondariale “Sergio Cosmai” sono presenti due distinti indirizzi di studi per la scuola secondaria di secondo grado: IPSEOA, l’Istituto Professionale per i Servizi per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera, e l’ Istituto Tecnico Settore Economico Indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing, ex Ragioneria. Gli utenti hanno la possibilità di riprendere gli studi interrotti in passato oppure di iscriversi  ex novo. Tutti si iscrivono volontariamente, senza nessun obbligo.

L’approccio didattico è difficile?

Chi insegna ai ‘ragazzi difficili’ deve riuscire a costruire il tempo interiore dell’alunno che ha davanti, il quale vive invece un tempo fatto a pezzi, senza alcuna logica. Vive un tempo che è tempo perso.  Insegnare diventa quindi educare a dare valore al proprio tempo,  e in questo tempo cercare di educare ad apprendere.

Dove per educare si intende “ex ducere”, condurre fuori la persona che è in sé. Mi piace parlare di “persona” con loro in quanto nelle aule scolastiche non voglio identificare gli studenti con reati o pene, esistono solo le persone, e giocando con le lettere del termine “persona” usiamo il “sono per” a cui diamo significato giorno per giorno.

Così durante le lezioni non c’è differenza di approccio tra alunni che hanno da scontare pene di diversa durata.

Il carcere è un luogo di sosta, di passaggio per chi ha sbagliato, luogo  ideato per permettere di ripensare all’errore commesso: si deve allora superare la colpa per arrivare alla responsabilità. La pena deve diventare diritto e non solo punizione. Diritto di poter avere un tempo nuovo, ed una nuova opportunità.

 

Come ci si rapporta con uno studente che ha un fine pena lungo o addirittura un “fine pena mai”?

Come con gli altri, cercando di dare valore al tempo, coltivando il loro interesse manifestato in domande e desiderio di approfondire; mi piace aiutare chi fa fatica provando a spiegare le cose in modi diversi. Non è importante fare belle lezioni organizzate e rigide, credo sia più interessante svolgere buone ed efficaci lezioni in cui ci sia spazio anche per l’improvvisazione ed i riferimenti alla cultura popolare, cercando sempre la chiave di interesse in ognuno di loro e lasciando che essi viaggino all’interno del loro immaginario e dei loro racconti. Nasce così uno scambio assolutamente reciproco ed anche io imparo tanto quanto loro.  Ascoltare è fondamentale e sapere che corde toccare mi permette di tracciare itinerari diversi per ogni argomento, a seconda dell’obiettivo e dei punti da affrontare. Avendo pochi allievi diventa più facile creare un gruppo affiatato.

Cosa significa essere privati della libertà?

Non è facile rispondere a questa domanda. Sono abbastanza convinta che la reclusione passiva poco abbia di riabilitante. Ed è per questo che quando la scuola entra dentro un carcere ha un compito forte e delicato allo stesso tempo.

Entrare in classe e percepire che gli studenti proprio allora vivono un momento di libertà è indubbiamente molto gratificante. Durante le lezioni ci si dimentica di essere all’interno di un carcere. Noi lavoriamo con le persone e non con i detenuti. Alcune volte capita che gli alunni parlino di libertà ed allora il campo della nostra discussione si allarga. Cosa è in effetti la libertà? Quante persone presumibilmente libere vivono in prigione, e quante persone effettivamente imprigionate vivono libere? Più di quante pensiamo e immaginiamo. Perché c’è una libertà esteriore ed una interiore. La libertà esteriore è quella di muoversi, di parlare e di pensare secondo la propria testa. Un punto comune che collega tutte queste azioni è che ognuna di esse è limitata da uno o più fattori. Il muoversi può essere limitato da una malattia, dalla disponibilità di denaro o dal contesto in cui ci troviamo, il parlare può essere limitato da problemi fisiologici o psicologici e il pensare a sua volta dalle abitudini mentali che abbiamo. La libertà interiore è quella che ci costruiamo giorno dopo giorno, quella che ci permette di essere distaccati, ma allo stesso tempo partecipi alla vita. La libertà interiore si basa su valori che sono legati non alle leggi umane, ma ad un sentire e comprendere che va oltre i limiti da noi conosciuti, o meglio, di cui siamo totalmente consapevoli.

 

Capita durante le lezioni, che si affrontino argomenti sui temi della religione e della fede?

Spesso. Sempre più spesso si affrontano discussioni inerenti la fede. Diversi studenti iniziano a sviluppare un interesse per Dio. Si soffermano a riflettere su cose verso le quali in passato non hanno mai riflettuto abbastanza. Ciò che fa breccia maggiormente nei loro cuori non è una è la religione, un insieme di credenze e di manifestazioni con cui l’uomo cerca di tendere al soprannaturale, ma è la fede, la fiducia piena e incondizionata in un Dio che  ha lasciato il cielo per farsi uomo ed incontrarci personalmente: Gesù Cristo.  Quel Gesù che è stato arrestato, che è stato incatenato, messo in prigione, interrogato, sottoposto a processo, vittima di ingiustizia umana, che si è sacrificato per rimettere l’uomo in libertà. Libertà dal peccato, dalle accuse, dai pregiudizi.  Libertà di amare di ripristinare una relazione con Lui. Gesù pertanto appare meno lontano ed irraggiungibile, ma più vicino alla quotidianità di ciascuno, come Colui che familiarizza con le nostre difficoltà e le prende su di Sé per alleviare il carico insopportabile che ci opprime. Come Colui che ci rende davvero liberi e per sempre.

Pileria Pellegrino, ex studente GBU della Calabria parla della sua attuale esperienza lavorativa in qualità di docente di Italiano e Storia, presso l’IIS “Cosentino-Todaro” di Rende (CS) con sezione  all’interno della casa circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza.

 

Usiamo bene la nostra vita?

di Fabio Russo

Pur lavorando da tempo nel Gruppo FIAT, ora Fiat Chrysler Automobiles (FCA), non conoscevo bene Sergio Marchionne. Certo, l’ho incontrato alcune volte in alcune occasioni, come le presentazioni dei piani industriali o le conferenze ai dipendenti.

Ritengo comunque giusto ricordare un manager come lui che, attraverso i risultati professionali che ha saputo ottenere, ha segnato un prima e un dopo non solo nella nostra azienda ma anche nel mondo dell’automobile.

Nato in Italia, cresciuto in Canada, affermatosi in Svizzera e divenuto personaggio in Italia, catapultato nel 2004 alla guida di un gruppo “tecnicamente fallito”, come lui stesso lo definì, guidato da un unico obiettivo – quello di creare valore per l’azienda -, ha saputo riportare FCA nelle mappe dell’automotive che conta, individuando – con straordinaria e “illuminata” bravura- opportunità d’alleanze invisibili agli altri, prima fra tutte la fusione con la Chrysler.

Ciò ha inevitabilmente comportato scelte impopolari o in grado, talora, di suscitare scandalo, se funzionali a un obiettivo di sviluppo, ribaltando senza timori reverenziali meccanismi sedimentati dalla consuetudine.

Un uomo duro e accentratore, implacabile con le sue prime linee e allo stesso tempo amato dai dipendenti (soprattutto negli USA) perché la sua visione e la sua instancabile determinazione di salvare e rafforzare l’azienda ha garantito loro un futuro.

A proposito della scomparsa di Marchionne, Beppe Severgnini ha scritto in un articolo sul Corriere della Sera qualche giorno fa: “Se la scomparsa di Sergio Marchionne ha colpito a fondo la sensibilità dell’Italia — nazione che di questi tempi ama mostrarsi insensibile, mentendo a se stessa — il motivo è un altro. Forse più semplice, più profondo e più difficile da confessare. Un uomo di successo, ricco e invidiato, se n’è andato di colpo, lasciandosi tutto alle spalle. Ori e stracci: la ricchezza, il successo, l’invidia e l’adulazione. Istintivamente, ci siamo posti una domanda: se tutto è così veloce e drastico, stiamo usando bene la nostra vita?

La morte è didattica, nella sua semplicità. C’è un prima e c’è un dopo. E nel prima, nel tempo che ci viene dato, ci affanniamo inutilmente. Mi è accaduto di sentire spesso, nei giorni scorsi, commenti come questo: «Ci affanniamo per fare, per accumulare, per primeggiare. E poi guarda là, scompare tutto in un attimo». Non è la versione social dell’Ecclesiaste, una ripetizione stanca della «vanità delle vanità». È la constatazione che il nostro tempo è limitato, e bisogna usarlo bene. «Siate come i giardinieri: investite le vostre energie in modo che qualsiasi cosa facciate duri una vita intera e anche di più», ha detto Sergio Marchionne due anni fa, parlando agli studenti dell’Università, a Roma.”

Avete mai pensato che le nostre vite raccontano una storia? In ogni situazione – buona, cattiva, o indifferente – le persone intorno a noi guardano e ascoltano la storia che stiamo raccontando.

La nostra storia viene comunicata non solo attraverso le nostre parole, ma anche attraverso i nostri atteggiamenti e le azioni, mentre abbiamo a che fare con i colpi duri e le benedizioni della vita.

Paolo ci ricorda che, come seguaci di Gesù, le nostre vite sono come una lettera “conosciuta e letta da tutti gli uomini; … una lettera di Cristo … scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente”  (2. Cor 3,2-3).

Che storia si può leggere nella lettera della nostra vita?

Se abbiamo sperimentato la gioia di una vita piena della grazia che viene dallo Spirito di Dio in noi, allora che la nostra vita racconti sempre la storia dell’amore e della misericordia di Cristo al mondo intorno a noi e che possiamo essere una testimonianza coraggiosa del Signore.

Fabio Russo ha fatto parte dei GBU di Torino ed è stato membro del Comitato editoriale delle Edizioni GBU; oggi e Corporate Affairs Senior Specialist presso FCA Group a Torino; è anche responsabile di una chiesa evangelica del capoluogo piemontese.