Il GBU italiano ricorda Jean Elliott (1929–2026)

di Davide Maglie, Francesco Schiano, Johan Soderkvist, Tim Adams, Maria Giulia Verga e Giacomo Carlo Di Gaetano

 

Jean Elliott (1929–2026) è stata una delle figure fondamentali e pionieristiche dei Gruppi Biblici Universitari (GBU) in Italia. La sua dedizione e il suo ministero a fianco di Marcella Fanelli hanno strutturato la missione dell’Associazione, lasciando un impatto duraturo sulla testimonianza evangelica negli atenei italiani.

Le origini e la vocazione missionaria

Nata in Cina nel 1929 da genitori inglesi, Jean Elliott si è trasferita con la famiglia in Sud Africa, dove ha vissuto fino all’età di 18 anni prima di stabilirsi in Inghilterra. Durante gli studi universitari a Londra, dove ha conseguito la laurea in Botanica presso il The Royal Holloway College, è avvenuta la sua conversione spirituale.

Dopo aver avvertito la chiamata al servizio missionario, ha intrapreso studi teologici a Glasgow e ha insegnato per tre anni a Liverpool. La svolta decisiva per il panorama studentesco italiano è avvenuta nel 1958, anno in cui Jean si è trasferita a Firenze per collaborare stabilmente con Marcella Fanelli.

L’impegno nel GBU: i tre pilastri storici

Il ministero di Jean Elliott si è consolidato principalmente a Roma, dove si è trasferita insieme a Marcella nei pressi dell’Università “La Sapienza”. La sua opera ha guidato lo sviluppo di progetti chiave che definiscono l’identità dell’associazione ancora oggi:

  • La Sala di Lettura di Roma (1962): Aperta su suggerimento di Stacey Woods (allora Segretario Generale dell’IFES), la Sala di Lettura GBU di Roma è nata come uno spazio accogliente per gli studenti universitari, configurandosi come un luogo di studio, dialogo culturale e annuncio del Vangelo. Jean ne ha assunto la cura diretta per molti anni.
  • Le Edizioni GBU (1965): Insieme a Marcella Fanelli, Jean ha dato vita alla casa editrice Edizioni GBU, nata per supportare lo studio delle Scritture e la crescita intellettuale e spirituale del movimento evangelico in Italia.
  • La rivista Certezze e il lavoro con i laureati: Durante gli anni ’70, in una riorganizzazione del lavoro del comitato nazionale, a Jean fu affidata anche la gestione della rivista teologica Certezze e il lancio delle prime reti e iniziative dedicate ai laureati, per aiutarli nella transizione verso il mondo del lavoro.

Jean Elliott ha ricoperto ruoli di massima responsabilità, tra cui quello di Segretaria Nazionale del GBU italiano. La sua visione univa strettamente l’annuncio della fede all’impegno culturale e accademico, un principio che oggi continua a vivere anche attraverso il Dipartimento di Ricerche e Studi (DiRS) del GBU.

Si è spenta la mattina del 3 settembre 2026 all’età di quasi 97 anni (li avrebbe compiuti il 25 novembre), lasciando una traccia indelebile nella memoria di generazioni di studenti universitari evangelici in Italia.

Il ruolo istituzionale e l’eredità

(Davide Maglie, Francesco Schiano e Johan Soderkvist, Presidente, Segretario Generale in carica e precedente – 2010-2025)

La realtà di oggi dipende da dinamiche imprevedibili, ma è profondamente legata alle scelte e alle strategie del passato. Jean, insieme a Marcella, ha rappresentato una vera e propria fucina di idee e progetti.

Probabilmente non avrebbero usato termini moderni come “visione” o “strategia”, eppure possedevano la dote principale di ogni vero leader: sapevano guardarsi intorno, valutare la realtà e intercettare ciò che mancava.

A questa rara sensibilità univano l’azione concreta, scendendo in prima linea per spronare gli altri e creare dal nulla risposte ai bisogni dell’epoca: la Sala di lettura a Roma, le Edizioni GBU e l’avventura de La Salsicaia nel 1966.

Certamente questo costante spingersi oltre e la determinazione nel cambiare le cose hanno generato anche tensioni e incomprensioni, in un contesto dove le risorse umane ed economiche erano estremamente scarse. Eppure, senza persone capaci di osservare il presente e osare per modificarlo, il mondo non cambierebbe mai in meglio.

Oggi, nel ricordare la sua figura, siamo profondamente consapevoli del ruolo cardine e pionieristico che Jean ha svolto per il GBU e per il panorama evangelico italiano. Con il cuore colmo di rispetto e commozione, eleviamo la nostra infinita gratitudine al Signore per aver guidato i passi di Jean in Italia, in quel lontano 1957, donandoci una testimonianza che continua a parlare al nostro presente.

 

Grazie Jean!

IFES ricorda Jean Elliott

(Tim Adams, Segretario Generale di IFES)

 

A nome di International Fellowship of Evangelical Students (IFES), scrivo per rendere grazie a Dio per la vita di Jean Elliott.

Fu C. Stacey Woods, il primo Segretario Generale di IFES, che nel 1957 incoraggiò Jean a recarsi in Italia per unirsi a Marcella Fanelli e contribuire a dare vita a un ministero studentesco evangelico lì. Appena due anni dopo, nel 1959, il GBU Italia divenne uno dei primi movimenti nazionali ad aderire alla comunità globale di IFES.

Per decenni Jean si è dedicata alla formazione della prossima generazione di leader attraverso la preghiera, lo studio della Bibbia e un fedele discepolato. Lindsay Brown, che è stato segretario generale di IFES dal 1991 al 2005, ricorda di aver incontrato Jean nel 1978, quando si trovava in visita a Roma con un gruppo di studenti del Galles. Ricorda la calorosa accoglienza di Jean e Marcella e di aver pregato con loro. Alla notizia della scomparsa di Jean, Lindsay ha dichiarato:

«Che donna dedita e forte era! Insieme a Marcella Fanelli, ha gettato le basi sia per il GBU sia per la casa editrice in Italia. Dubito che entrambi esisterebbero oggi senza la loro costanza e determinazione. Jean era una donna di grande carattere e qualità. Sebbene non si sia mai sposata né abbia avuto figli propri, lascia dietro di sé molti figli nella fede».

Ci uniamo ai molti che rendono grazie a Dio per la vita di Jean, caratterizzata da una lunga ubbidienza a Cristo.

 

Un ricordo personale

(Maria Giulia Verga, Presidente dell’Associazione Amici della Sala di Lettura GBU)

Quando l’ho conosciuta, negli anni Novanta, ricordo che passava ogni mattina alla Sala di Lettura per assicurarsi che gli studenti ci fossero e che tutto procedesse bene; ricordo la sua capacità come staff GBU nel coordinare e guidare le attività, la sua capacità di insegnare a noi studenti e di condurre uno studio biblico andando proprio al cuore del messaggio, riuscendo a stimolare domande profonde e riflessioni importanti in chi partecipava agli incontri che si tenevano alla Sala di Lettura; ricordo la sua disponibilità totale nell’ascoltare domande, dubbi e nel provare a condurre chi le poneva verso una risposta che venisse dalla verità delle Scritture.

Ricordo anche la grande generosità dimostrata negli anni verso tanti studenti stranieri o fuorisede, ai quali è stato offerto da parte di Jean un sostegno, non solo spirituale, personalmente e attraverso la Sala di Lettura.

Anche quando il passare degli anni e il progredire dei suoi disturbi di salute le hanno impedito di partecipare di persona, ha continuato a sostenere l’Associazione degli Amici della Sala di Lettura con il suo incoraggiamento costante per ciascuno di noi e il pensiero sempre rivolto agli studenti, perché questo le importava: che potessero arrivare a conoscere il Signore attraverso la testimonianza del GBU. La sua vita è stata e rimarrà d’esempio per tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di far parte della sua vita.

 

In memoria

(di Giacomo Carlo Di Gaetano, Edizioni GBU)

Questa mattina (Giovedì 3 Settembre 2026), alla notizia della dipartita di Jean Elliott il pensiero è corso a un piccolo manualetto che custodisco gelosamente, scritto e rivisto proprio da Jean (ma in parte pubblicato nella Rivista Certezze) dal titolo Come guidare uno studio biblico in gruppo. Era tra il materiale che approntammo come Comitato editoriale di Edizioni GBU nel momento del lancio della collana Intorno alla Bibbia, la collana che raccoglie gli studi induttivi relativi ai singoli libri della Bibbia (https://edizionigbu.it/categoria-libro/collane/intorno-alla-bibbia/).

Non so perché mi è venuto in mente quel manualetto. Forse perché, insieme a tanto altro materiale, fa parte di quelle cose che una casa editrice pensa prima o poi di adoperare; e questo fa aumentare il debito nei confronti degli autori di questo materiale.

In realtà, quel materiale, così ordinato e che trasuda interesse per i gruppi degli studenti e per la Bibbia, mi è servito per riappropriarmi della memoria di questa donnina di cui negli ultimi anni si erano perse le tracce, a causa della sua lunga e sofferta vecchiaia, illuminata però dalla solidarietà e dedizione di alcuni amici romani del GBU e della Chiesa Valdese di Piazza Cavour.

Prima di tratteggiare un piccolo schizzo biografico di Jean, nonché di rimandare alle simpatiche sue tracce con le quali Marcella Fanelli ha infarcito la sua Passeggiata nel XX secolo, vorrei condividere quelle che a me parevano le cifre spirituali di Jean.

Nel sodalizio con Marcella Jean rappresentava l’avanguardia e la retroguardia della grande visionaria del GBU, vale a dire Marcella.

Jean incarnava nel sodalizio il radicamento teologico, nella tradizione di All Souls, dell’evangelismo anglicano del suo amico John Stott. Quando avevi modo di parlare con Stott, la prima cosa che ti chiedeva è: come stanno Jean (e naturalmente Marcella). E l’interesse partiva da Stacey Wood, uno dei padri di IFES (International Fellowship of Evangelical Students) per finire a Lindsay Brown, dinamico Segretario Generale degli inizi del 2000 nonché animatore di Losanna III, e oltre. Jean aveva la grande capacità di raccontare con sobrietà le vicende alterne e le avventure del GBU italiano.

Ma lei rappresentava anche il braccio operativo del sodalizio con Marcella; una fusione rara di praticità e acume teologico. Quando alla fine del secondo millennio approdai alla corte di Jean e Marcella, in Via Borelli a Roma, incoraggiato da uno staff inglese di grande visione, mi sorpese l’attenzione che Jean dedicava all’immagine che il GBU dava all’esterno, soprattutto nei confronti del mondo cattolico. Ricordo che quando discutevamo della traduzione e pubblicazione del capolavoro di John Stott, La croce di Cristo, io mi infervoravo per l’humus evangelicale dell’opera e dell’autore mentre Jean mi raccomandava di ricordare sempre che il vangelo è un vangelo cristiano e chi i nostri interlocutori hanno bisogno di essere avvicinati al vangelo piuttosto che agli evangelici. Mi colpì quella che a tutti gli effetti appariva come una preziosità quasi inutile. Al contrario, quell’enfasi segnò la mia vita e il mio servizio.

Jean era anche leale nei confronti di tutta la famiglia protestante; non che non fosse in grado di cogliere le esasperazioni di una teologia forse troppo aperta a istanze ermeneutiche che con superficialità definiremmo liberali. Piuttosto, lei aveva coraggio. Era ben consapevole della sua identità e questo lo sapevano bene nella Chiesa Valdese che scelse di frequentare insieme a Marcella perché ambiente più aperto all’iniziativa di due donne. Jean condivideva fermamente la visione del sogno di Marcella con cui la Fanelli conclude il suo racconto autobiografico (Il grande affresco, cap. 25 di Una Passeggiata nel XX secolo). Un cielo di comunione riappacificata tra le diverse anime del protestantesimo. Oggi forse questa visione potrebbe apparire utopica e perfino velleitaria. Ma c’era di mezzo la testimonianza nelle università, quella era la sua stella polare e quella interessava unicamente.

Concludendo i miei ricordi posso dire che lei non sfigurava e non ha mai sfigurato in quello che a volte sembrava il cono d’ombra della sua compagna di servizio più blasonata, Marcella Fanelli. Mi piace, in maniera un po’ irriverente, immaginarmele ora, riunite insieme, con la solita acribia a fare le pulci ai grandi dottori del cristianesimo evangelico del ‘900 che tanto hanno amato queste due donne, Marcella e Jean Elliott.

Qui giova riportare il simpatico racconto dell’incontro tra le due donne:

“l’incontro interessante per eccellenza fu quello con Jean Elliott. Anche quella volta ero carponi su un pavimento, ma avevo quasi finito i miei doveri e potemmo quindi andare nella mia camera a conversare. Jean era appena tornata dal Sud Africa, dove era stata a trovare i genitori, e durante il viaggio in mare il sole l’aveva così abbronzata che io la credetti di razza africana; poi, nei nostri incontri successivi, la notavo ogni volta più chiara di pelle, fino a che non mi fu altrettanto chiaro che era europea, e inglese. Nata in Cina, dove suo padre lavorava per una società di navigazione, e cresciuta a Città del Capo dove egli era stato trasferito, era venuta a Londra per frequentarvi l’università, e lì aveva incontrato i GBU e conosciuto la Bibbia. Ciò aveva dato una svolta alla sua vita …” (Passeggiata, p. 566).

Molte volte, Jean e Marcella hanno lavorato in condizioni di estrema ristrettezza economica e finanziaria; spesso hanno cercato di animare la sensibilità e la liberalità dei cristiani evangelici d’Italia e non solo. Non era facile però convincere i vari ambienti denominazionali a dare fiducia e sostegno a un movimento evangelistico senza cercare di infiltrarlo per determinarne orientamenti e sviluppi. Ma hanno perseverato e hanno consegnato alle nuove generazioni un servizio integro, fedele al vangelo e alla missione di condividere il vangelo da studente a studente e di servire una fede che pensa.

Li ricordo entrambe, in particolare Jean, nel 2005, al momento del varo del Convegno Studi GBU, ricevere il ringraziamento corale di tutti i partecipanti e benedire con entusiasmo questa nuova iniziativa.

Grazie Jean, finché il GBU avrà memoria, e l’avrà, non ti dimenticherà, come ci insegna la Bibbia (Eb. 13).

 

  1. Fanelli, Una passeggiata lungo il XX secolo, Edizioni GBU, 2001.

 

Ricordando Emma Bonino. Alcune riflessioni su libertà di pensiero e laicità

di Valerio Bernardi

Ieri a 78 anni si è spenta Emma Bonino, uno dei personaggi politici (al femminile) più rappresentativi della recente storia dell’Italia repubblicana e su cui anche noi vogliamo fare delle riflessioni che vadano al di là della semplice polemica o affettazione, ma che servano a ricordare in che quadro (istituzionale e politico-sociale) si è inserita.

La Bonino ha avuto una carriera cinquantennale nella politica italiana che è iniziata alla metà degli anni 1970 nel Partito Radicale su battaglie politiche che sicuramente non sono state condivise dagli evangelici più conservatori come quelle dell’interruzione volontaria di gravidanza e quella (in realtà più recente e mai applicata a sé stessa che ha combattuto per la sua vita sino alla fine) sul fine vita. Ma il Partito Radicale e l’operato della Bonino non si fermano solo a questi due punti e riassumere la sua vita politica a ciò non renderebbe giustizia alla politica che è stata.

Per comprendere meglio il suo operato è bene comprendere cosa sia stato il Partito Radicale. Nato agli inizi degli anni 1970, sulle ceneri del liberalismo di sinistra (azionismo, liberalismo progressista del gruppo del periodico Il Mondo), i suoi rappresentanti (Marco Pannella e la Bonino in primis) entrarono, grazie ad una legge elettorale che lo permetteva, nel Parlamento nel 1976. Da allora le loro battaglie civili continueranno tra alti e bassi. Ne elenchiamo solo alcune (oltre a quelle già citate): l’obiezione di coscienza legale (in Italia c’era la coscrizione obbligatoria), la revisione del Concordato con la Chiesa Cattolica (o la sua cancellazione), l’antiproibizionismo per le droghe leggere, la trattativa con il terrorismo durante il sequestro Moro nel 1978 e così via. Sono battaglie che la Bonino ha sempre combattuto in maniera coerente e senza secondi fini, se non una politica che credeva nella garanzia delle libertà individuali e nella laicità dello Stato, il cui foro pubblico non doveva mai fare l’interesse di minoranze e, allo stesso tempo, doveva garantire la libertà di qualsiasi individuo. La difesa delle libertà individuali spesso confliggeva con quello che erano le idee di sinistra del Partito Comunista (che non ha quasi mai gradito le politiche proposte perché troppo liberali e poco legate al concetto di comunità), ma trovò i loro alleati naturali nel Partito Socialista e nei Repubblicani (con cui i Radicali si erano presentati in precedenza).

Questo interesse per i diritti individuali permetteva alla Bonino di dire a riguardo dell’aborto che tutti erano liberi di esprimere le proprie opinioni nell’arena pubblica (ho avuto sinceri e schietti confronti con i Radicali agli inizi degli anni 1980 sull’argomento, quando la legge 194 fu sottosposta a referendum), ma, allo stesso tempo, non si poteva far coincidere il concetto di peccato con quello di reato, perché la percezione morale delle persone è diversa e va rispettata. Questo non significa che il dibattito non debba rimanere aperto e franco. Si trattava di un’interpretazione del concetto di laicità che ce l’aveva sicuramente più con il mondo cattolico, ma che, oggi, urterebbe diversi evangelici, anche se è qualcosa che meriterebbe ulteriore riflessione.

La Bonino, oltre che essersi occupata di affari interni, negli ultimi decenni aveva rivolto il suo interesse soprattutto alla politica estera, dove, a nostro parere, ha dato i suoi più importanti contributi. Non è un caso che l’ultima compagine politica di cui ha fatto parte è stato +Europa, un convinto partito europeista che auspicava (sulla linea del manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi) gli Stati Uniti d’Europa. In quest’ottica la Bonino era stata sia nostra ministra degli Esteri che segretaria della Commissione europea. Il suo interesse per il mondo l’aveva portata anche ad essere fautrice della fondazione della Corte penale internazionale e a votare, nonostante il suo pacifismo iniziale, a favore degli interventi della Nato nei Balcani come operazione di pacificazione. In questo aveva dimostrato come idealismo (l’idea di un’Europa unita e solidale) e pragmatismo (dovuto anche alla lunga carriera politica che l’aveva formata e preparata) possano andare a braccetto.

La Bonino è stata pertanto una politica che sicuramente ha dato un contributo alla modernizzazione del Paese e che ha letto le esigenze dello stesso. Il suo femminismo è stato di quelli storici e ha sempre creduto e sostenuto i diritti delle donne, non solo in Italia ma anche nel mondo.

Il suo rapporto con la fede è stato chiaro sin da subito (e lo è rimasto con la richiesta di funerali laici):  era una non credente. Questo non le ha impedito di confrontarsi con il mondo cristiano. I nostri media hanno sottolineato l’amicizia sorta con Papa Francesco, ma non dobbiamo dimenticare anche le visite del più conservatore Giovanni Paolo II. Meno si conoscono i rapporti con il mondo protestante. Il protestantesimo storico ha sempre avuto rapporti con la Bonino, se non altro per la sua provenienza regionale (era piemontese di Bra), ma forse ancora meno evangelici sanno che lei e Pannella hanno avuto rapporti con la casa editrice Lanterna che era delle Chiese di Cristo e che aveva pubblicato dei pamphlet (ad inizio anni 1970) contro il servizio militare obbligatorio, riprendendo, in questo, la tradizione dei gruppi evangelici non violenti.

Questo viene a dimostrare quello che rimane un principio di alcuni di noi: ovvero la possibilità in un mondo pluralistico di poter dialogare con franchezza anche con chi non crede, tenendo ferme le nostre posizioni e, allo stesso tempo, accettando il fatto che ci si trova in un mondo plurale, dove la fede cristiana ha come suo scopo precipuo l’annuncio del Vangelo, l’enunciazione delle Verità di fede, ma non il guidare i diversi sentire. Allo stesso tempo, come credenti, abbiamo anche il dovere di comprendere la società che ci circonda e leggere anche, sempre seguendo i principi del Vangelo, come essa cambi. 

Le battaglie della Bonino, almeno nei primi anni di militanza, erano sintomo di una società che si era secolarizzata e che non riconosceva più del tutto nei valori della Chiesa Cattolica, pur sapendo che si trattava dell’espressione di una parte della società in cui si viveva. Allo stesso tempo vi era sicuramente un’attenzione all’umanità, al bisogno ed al grido che da essa scaturiva e che veniva tenuto in conto. Leggere il percorso della Bonino, per noi, ha anche il significato di comprendere come la società in cui viviamo sia cambiata e di come una minoranza (come quella dei Radicali) possa fungere da coscienza critica di una società, il che dovrebbe farci riflettere anche sul nostro ruolo in una società pluralista e democratica.

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU


Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI

Jean Elliott (1929-2026)

Questa mattina, alla notizia della dipartita di Jean Elliott il pensiero è corso a un piccolo manualetto che custodisco gelosamente, scritto e rivisto proprio da Jean (ma in parte pubblicato nella Rivista Certezze) dal titolo Come guidare uno studio biblico in gruppo. Era tra il materiale che approntammo come Comitato editoriale di Edizioni GBU nel momento del lancio della collana Intorno alla Bibbia, la collana che raccoglie gli studi induttivi relativi ai singoli libri della Bibbia (https://edizionigbu.it/categoria-libro/collane/intorno-alla-bibbia/).

Non so perché mi è venuto in mente quel manualetto. Forse perché, insieme a tanto altro materiale, fa parte di quelle cose che una casa editrice pensa prima o poi di adoperare; e questo fa aumentare il debito nei confronti degli autori di questo materiale.

In realtà, quel materiale, così ordinato e che trasuda interesse per i gruppi degli studenti e per la Bibbia, mi è servito per riappropriarmi della memoria di questa donnina di cui negli ultimi anni si erano perse le tracce, a causa della sua lunga e sofferta vecchiaia, illuminata però dalla solidarietà e dedizione di alcuni amici romani del GBU e della Chiesa Valdese di Piazza Cavour.

Prima di tratteggiare un piccolo schizzo biografico di Jean, nonché di rimandare alle simpatiche sue tracce con le quali Marcella Fanelli ha infarcito la sua Passeggiata nel XX secolo, vorrei condividere quelle che a me parevano le cifre spirituali di Jean.

Nel sodalizio con Marcella Jean rappresentava l’avanguardia e la retroguardia della grande visionaria del GBU, vale a dire Marcella.
Jean incarnava nel sodalizio il radicamento teologico, nella tradizione di All Souls, dell’evangelismo anglicano del suo amico John Stott. Quando avevi modo di parlare con Stott, la prima cosa che ti chiedeva è: come stanno Jean (e naturalmente Marcella). E l’interesse partiva da Stacey Wood, uno dei padri di IFES (International Fellowship of Evangelical Students) per finire a Lindsay Brown, dinamico Segretario Generale degli inizi del 2000 nonché animatore di Losanna III, e oltre.

Jean aveva la grande capacità di raccontare con sobrietà le vicende alterne e le avventure del GBU italiano.
Ma lei rappresentava anche il braccio operativo del sodalizio con Marcella; una fusione rara di praticità e acume teologico.

Quando alla fine del secondo millennio approdai alla corte di Jean e Marcella, in Via Borelli a Roma, incoraggiato da uno staff inglese di grande visione, mi sorpese l’attenzione che Jean dedicava all’immagine che il GBU dava all’esterno, soprattutto nei confronti del mondo cattolico. Ricordo che quando discutevamo della traduzione e pubblicazione del capolavoro di John Stott, La croce di Cristo, io mi infervoravo per l’humus evangelicale dell’opera e dell’autore mentre Jean mi raccomandava di ricordare sempre che il vangelo è un vangelo cristiano e chi i nostri interlocutori hanno bisogno di essere avvicinati al vangelo piuttosto che agli evangelici.

Mi colpì quella che a tutti gli effetti appariva come una preziosità quasi inutile. Al contrario, quell’enfasi segnò la mia vita e il mio servizio.

Jean era anche leale nei confronti di tutta la famiglia protestante; non che non fosse in grado di cogliere le esasperazioni di una teologia forse troppo aperta a istanze ermeneutiche che con superficialità definiremmo liberali. Piuttosto, lei aveva coraggio. Era ben consapevole della sua identità e questo lo sapevano bene nella Chiesa Valdese che scelse di frequentare insieme a Marcella perché ambiente più aperto all’iniziativa di due donne. Jean condivideva fermamente la visione del sogno di Marcella con cui la Fanelli conclude il suo racconto autobiografico (Il grande affresco, cap. 25 di Una Passeggiata nel XX secolo). Un cielo di comunione riappacificata tra le diverse anime del protestantesimo. Oggi forse questa visione potrebbe apparire utopica e perfino velleitaria. Ma c’era di mezzo la testimonianza nelle università, quella era la sua stella polare e quella interessava unicamente.

Concludendo i miei ricordi posso dire che lei non sfigurava e non ha mai sfigurato in quello che a volte sembrava il cono d’ombra della sua compagna di servizio più blasonata, Marcella Fanelli. Mi piace, in maniera un po’ irriverente, immaginarmele ora, riunite insieme, con la solita acribia a fare le pulci ai grandi dottori del cristianesimo evangelico del ‘900 che tanto hanno amato queste due donne, Marcella e Jean Elliott.

Jean Elliott nacque in Cina, da genitori inglesi, nel 1929. In seguito la sua famiglia si sposta in Sud Africa, dove Jean vive insieme ai genitori, una sorella e un fratello, fino all’età di 18 anni, quando approda in Inghilterra. Consegue la laurea in Botanica al “The Royal Holloway College”, presso l’Università di Londra. Lì si converte e sente la chiamata a servire il Signore come missionaria. Dopo un corso di studi teologici in una scuola biblica a Glasgow, insegna per tre anni in un liceo di Liverpool e poi, nel 1958, si trasferisce in Italia, a Firenze, per collaborare, insieme a Marcella Fanelli, nell’attività dei Gruppi Biblici Universitari (GBU).

Le due amiche si trasferiscono a Roma, vivendo nei pressi dell’Università “La Sapienza”.

Fanno tanti viaggi in lungo e in largo per l’Italia per incoraggiare la nascita di Gruppi locali nelle varie Università italiane; tutta questa attività è raccontata con una grande messe di particolari e con umorismo anglosassone da Marcella Fanelli nei capp 20, 21 e 22 del libro già citato, Passeggiata nel XX secolo.

Qui giova riportare il simpatico racconto dell’incontro tra le due donne:

“l’incontro interessante per eccellenza fu quello con Jean Elliott. Anche quella volta ero carponi su un pavimento, ma avevo quasi finito i miei doveri e potemmo quindi andare nella mia camera a conversare. Jean era appena tornata dal Sud Africa, dove era stata a trovare i ge

nitori, e durante il viaggio in mare il sole l’aveva così abbronzata che io la credetti di razza africana; poi, nei nostri incontri successivi, la notavo ogni volta più chiara di pelle, fino a che non mi fu altrettanto chiaro che era europea, e inglese. Nata in Cina, dove suo padre lavorava per una società di navigazione, e cresciuta a Città del Capo dove egli era stato trasferito, era venuta a Londra per frequentarvi l’università, e lì aveva incontrato i GBU e conosciuto la Bibbia. Ciò aveva dato una svolta alla sua vita …” (Passeggiata, p. 566).

Oltre all’attività con gli studenti, che pian piano passerà di mano a Segretari Generali più giovani, Jean Elliott è co–responsabile di una visione ampliata del GBU, una visione in cui trovasse posto il lavoro editoriale, le Edizioni GBU, nate agli inizi degli anni ‘60 del ‘900 guarda caso con una prima pubblicazione/traduzione di un’opera classica di John Stott, Le Basi del cristianesimo (in realtà ci furono altre piccole pubblicazioni che precedettero le Basi)

E vi trovasse posto una focalizzazione spaziale relativa alla testimonianza universitaria a Roma: sempre negli anni ‘60, apriva i battenti a Roma la Sala di Lettura GBU.

In Via Alfonso Borelli, 7, la Sala di Lettura aveva ed ha tuttora lo scopo di fornire agli studenti universitari un posto raccolto e tranquillo dove studiare. Ma è anche uno strumento per mettere a loro disposizione edizioni della Bibbia e letteratura cristiana, oltre a uno spazio per confronti e incontri di approfondimento evangelistico.

Ci sono altre iniziative da ricordare, legandole al nome di Jean, alcune delle quali non ho sperimentato in prima persona ma delle quali abbondano racconti gloriosi da parte di vecchi studenti. Penso per esempio a “La Salsicaia” (1966), la località in Toscana dove sono stati tenuti campi di studio biblico per molti anni.

Molte volte, Jean e Marcella hanno lavorato in condizioni di estrema ristrettezza economica e finanziaria; spesso hanno cercato di animare la sensibilità e la liberalità dei cristiani evangelici d’Italia e non solo. Non era facile però convincere i vari ambienti denominazionali a dare fiducia e sostegno a un movimento evangelistico senza cercare di infiltrarlo per determinarne orientamenti e sviluppi.

Ma hanno perseverato e hanno consegnato alle nuove generazioni un servizio integro, fedele al vangelo e alla missione di condividere il vangelo da studente a studente e di servire una fede che pensa.

Li ricordo entrambe, in particolare Jean, nel 2005, al momento del varo del Convegno Studi GBU, ricevere il ringraziamento corale di tutti i partecipanti e benedire con entusiasmo questa nuova iniziativa.

Grazie Jean, finché il GBU avrà memoria, e l’avrà, non ti dimenticherà, come ci insegna la Bibbia (Eb. 13).

 

Giacomo Carlo Di Gaetano
Edizioni GBU

 

  1. Fanelli, Una passeggiata lungo il XX secolo, Edizioni GBU, 2001.

Umanità, società ed intelligenza artificiale – Parte I

Alcune riflessioni sull’ultima enciclica papale – Parte I

di Valerio Bernardi

Nota: I due contributi che qui pubblichiamo sono parte di una riflessione autonoma, ma complementare, fatta dai due autori, sull’enciclica papale Magnifica Humanitas. Fanno parte degli articoli che servono ad “avvicinarci” al Convegno di Studi GBU di questo prossimo dicembre.

Leggi la Parte II cliccando QUI

Qualche mese fa, Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica, intitolata Magnifica Humanitas. La maggior parte dei media (ma anche dei commentatori specializzati) ha parlato di uno scritto papale dedicato all’Intelligenza Artificiale, una delle maggiori questioni che oggi si discutono in svariati campi (anche quello teologico).

In realtà l’enciclica è uno scritto complesso e si confronta con la contemporaneità, riprendendo la falsariga della Rerum Novarum scritta da Leone XIII alla fine del XIX secolo, guardando al futuro. La riflessione, quindi, prima di avere un capitolo specificatamente dedicato all’IA, parla dell’impegno sociale della Chiesa e del suo insegnamento su di essa.

Lo scritto inizia con delle citazioni bibliche che rivestono una notevole importanza. Sono riportati e interpretati due episodi tratti dall’Antico Testamento che si possono applicare all’uso della tecnica. L’esempio negativo è quello della Torre di Babele. Babele rappresenta il punto cui può arrivare l’orgoglio umano quando non guarda a Dio e non si affida a lui, ma, addirittura, lo sfida. La capacità umana viene in questo caso mal posta ed è frutto dell’orgoglio nelle proprie capacità. Il secondo esempio preso è quello di Neemia e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. In questo caso, pur nei limiti di una potenza ridotta, la tecnica viene usata nel modo appropriato, sotto la guida del divino e per il bene dell’umanità.

L’enciclica continua con la disamina di una serie di testi attribuiti al cosiddetto Magistero della Chiesa che vanno dalla Patristica ai documenti più recenti. La citazione di Papa Francesco e delle sue encicliche è costante e serve, insieme all’analisi della Rerum Novarum, a tracciare un profilo dell’impegno sociale della Chiesa. Per Leone XIV è essenziale tracciare un parallelo tra l’inizio del XX e del XXI secolo. Mentre la Rerum Novarum si confrontava con la seconda rivoluzione industriale e con gli effetti dell’inizio delle lotte operaie, questo scritto si confronta con il mondo post-industriale della rivoluzione informatica e come anch’esso possa generare ingiustizie sociali. L’atteggiamento della Chiesa, tra fine XIX ed inizi del XX secolo, fu quello di trovare una terza via tra capitalismo e proposta socialista.

Un altro concetto che viene fuori è quello della sussidiarietà e della solidarietà. La Chiesa Cattolica dall’inizio del XX secolo ha portato avanti una politica solidale verso le classi subalterne che, al tempo stesso, non provocasse una lotta di classe, ma una riconciliazione dialogata con le classi dirigenti che avrebbe portato ad un’eventuale conciliazione e ad una società del benessere.

Accanto alle numerose citazioni delle encicliche di Francesco e di Leone XIII vi è un ritorno al pensiero di Giovanni Paolo II. Le numerose citazioni derivano dall’interesse che Wojtyła aveva mostrato per il mondo del lavoro, culminato nell’enciclica Laborem Exercens, che ha fondato una vera e propria teologia del lavoro, sfatando il “mito” cattolico del lavoro visto come maledizione dell’uomo che derivava dalla lettura medievale che il cattolicesimo aveva dato per secoli.

È chiaro che Leone XIV, come negli ultimi decenni della Chiesa, ha a cuore la questione della giustizia sociale, che resta centrale per la dottrina sociale della Chiesa, soprattutto nel periodo del capitalismo globalizzato, in cui il sistema liberale rischia, proprio nel campo delle nuove tecnologie, di affrontare diversi problemi di gestione del capitale.

Il discorso sull’IA si inserisce in questa cornice sociopolitica. È chiaro, quindi, che per il Papa il problema dell’hybris umana, rappresentata dalla torre di Babele, può essere amplificato dall’uso dei programmi di IA.

La questione, quindi, per il pontefice, è sempre di tipo umano. Leone XIV, individua una serie di problematiche importanti, ed anche una serie di problemi che possono portare, come può spesso accadere, ad un cattivo uso di quello che è uno strumento tecnologico che non può essere affiancato alla persona umana.

Sembra, quindi, nel capitolo dedicato all’IA, che il Papa cerchi di affermare che i programmi di IA non sono quello che noi oggi definiamo agency (ovvero enti che hanno una loro individualità ed intelligenza), ma semplicemente mezzi che, in quanto tali, possono essere utilizzati in maniera positiva o negativa. I rischi derivano dalla privatizzazione dei mezzi e dal fatto che già adesso i programmi di IA sono utilizzati per scopi che vanno contro il bene dell’umanità (l’allusione alla guerra), è chiaro. La Chiesa cattolica, quindi, in questo intervento (che è ufficiale in quanto scritto dal Pontefice) si pone rispetto all’IA in una via di mezzo, tra chi sostiene che l’IA sia un male e chi ritiene che, invece, possa essere un beneficio per l’umanità.

Secondo il principio di solidarietà, bisogna che non ci siano abusi. La riflessione sull’IA, quindi, partendo da spunti teologici (quelli rinvenienti dal testo biblico e quelli del Magistero della Chiesa), è soprattutto di tipo etico-sociale e lascia aperte alcune altre questioni, come quella antropologica (forse risolta un po’ velocemente, non discutendo né di transumanismo, né approfonditamente del concetto di agency) e quelle sul rapporto tra macchine ed essere umano.

Gli ultimi due capitoli del testo ritornano sull’umanità. Il quarto capitolo propone una teologia del lavoro umano e della sua dignità, chiedendo essenzialmente di porre attenzione a tre aspetti. Il primo riguarda l’istruzione: per il Papa è fondamentale che la guida all’uso responsabile dell’IA passi attraverso le scuole che devono assumersi il compito di comprendere come guidare le generazioni più giovani all’interno di un cambiamento che è di tipo epocale. La seconda questione ha a che fare con il lavoro. Come la Rerum Novarum si concentrava sulla questione operaia agli inizi del XX secolo, così Magnifica Humanitas sottolinea la dignità del lavoro e cerca di esortare a prevenire i rischi che si avranno con l’avvento sempre più avanzato dei programmi di IA. Sulla base di una solida tradizione cattolica, quindi, si mette in evidenza come l’attività lavorativa abbia una sua dignità che deve continuare ad essere tutelata. La terza idea presente nel quarto capitolo è quella che ha a che fare con una teologia dell’amore. Per regolare la dignità umana del lavoro in una società sempre più dominata dalle multinazionali, ci si richiama al criterio di responsabilità (la prima volta presente chiaramente nell’enciclia). Si tratta di una teologia del lavoro non nuova (se non per l’importanza degli aspetti educativi), dove la fiducia nell’amore di Dio che si rispecchia nell’uomo (un’applicazione chiara del principio dell’analogia entis tomista) è abbastanza forte. Ovviamente rimane aperta la questione di come la bontà umana possa prevalere sul male.

Il capitolo finale dell’enciclica, invece, torna ad altri tipi di problemi che l’umanità sta affrontando in questo momento e cerca anche qui di applicare una teologia dell’amore. Penso che la sintesi migliore di questa parte finale, dedicata in parte alla questione bellica ed a quella ambientale, si risolva nella frase citata dal pontefice del Gandalf del Signore degli Anelli: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.” Si tratta di un’escatologia realista che cerca comunque nella speranza una possibile svolta anche per il futuro.

Cosa dire in generale del testo? Sicuramente la lettura cattolica dell’intelligenza artificiale e dei suoi aspetti da un punto di vista etico-sociale, ha i suoi pregi. In realtà non si discosta molto (se non per le motivazioni teologiche) dalle posizioni di alcuni filosofi italiani sull’argomento, da Luciano Floridi (noto negli ambienti anglosassoni e sicuramente di ispirazione per alcune riflessioni) e da Roberto De Caro, che è un pensatore di chiara ispirazione cattolica. L’inserimento della problematica all’interno della dottrina sociale della Chiesa fa parte di un tentativo di lettura del mondo contemporaneo, con cui le Chiese (tutte bisogna ammetterlo) hanno difficoltà a confrontarsi serenamente.

Come spesso accade nella concezione antropologica cattolica, manca un chiaro richiamo alla responsabilità individuale, piuttosto che a forme di convivenza che possono essere generate dalla solidarietà. L’uomo, però (non vogliamo discutere adesso il concetto di grazia comune in questo scritto), va visto sia come individuo che come comunità e in questo scritto talvolta manca la considerazione dell’individualità per uno sguardo molto volto alla società in generale.

Il richiamo ad una teologia del lavoro rimane interessante anche se non originale, perché si tratta di un solco che la dottrina cattolica ha iniziato con Leone XIII, passando per la Laborem Exercens ed arrivando all’attuale enciclica. Una teologia del lavoro che si agganci anche al concetto di doppia vocazione è estranea a questo tipo di teologia, ma la dignità del lavoro e la sua rivalutazione è importante.

La conclusione mariana, con il richiamo al Magnificat, è interessante, perché nuovamente la figura di Maria, più che oggetto di venerazione, viene vista come ideale dell’umanità, come ribadito nei documenti precedenti.

In conclusione, si tratta di un testo da leggere ed apprezzare, anche se mancano alcune questioni che, invece, sono presenti in documenti del mondo evangelico (o articoli come quelli da noi tradotti) e che rimangono aperte e, direi, senza risposte nell’enciclica.

A nostro parere, infatti, ci sarebbe bisogno di una riflessione sull’IA e sul suo apporto all’annuncio del Vangelo, cosa non centrale in questo testo, e su come la responsabilità umana, oltre che nell’applicazione del concetto di solidarietà, sia realmente coinvolta nello sviluppo di questa nuova tecnologia e su come si debba mantenere sempre attenzione per l’umano, nonostante il rischio di correre verso quello che viene definito transumanesimo.

 


Nota: I due contributi che qui pubblichiamo sono parte di una riflessione autonoma, ma complementare, fatta dai due autori, sull’enciclica papale Magnifica Humanitas. Fanno parte degli articoli che servono ad “avvicinarci” al Convegno di Studi GBU di questo prossimo dicembre. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero dei singoli redattori e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI

L’umanità magnifica di Papa Leone XIV – Parte II

Alcune riflessioni sull’ultima enciclica papale – Parte II

di Stefano Molino

Nota: I due contributi che qui pubblichiamo sono parte di una riflessione autonoma, ma complementare, fatta dai due autori, sull’enciclica papale Magnifica Humanitas. Fanno parte degli articoli che servono ad “avvicinarci” al Convegno di Studi GBU di questo prossimo dicembre.

Leggi la Parte I cliccando QUI

Il titolo esplicito dell’enciclica ne riassume bene il contenuto: l’IA è uno strumento che comporta dei rischi, primo tra i quali quello di compromettere la dignità umana. L’introduzione precisa di voler intavolare un dialogo con “tutti gli uomini” che abbiano come fine “nuove strade per il bene comune e una vita dignitosa per tutti” (§2), in quanto questo dialogo “ è parte integrante della vocazione della chiesa”.

Il rischio che Prevost individua fin dall’inizio (§5) è quello della detenzione dell’innovazione tecnologica da parte di privati, senza il necessario intervento di una regolamentazione normativa da parte degli stati. Questo dato è particolarmente significativo se si pensa che l’enciclica è stata presentata il 26 maggio in presenza di Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, una delle società di big data, potenziale bersaglio delle critiche dell’enciclica.

Fronte a questa situazione lo sviluppo dell’IA può seguire due vie, ed il pontefice coglie con efficacia rappresentativa e pertinenza applicativa due importanti immagini bibliche: si può scegliere di seguire la via della costruzione della torre di Babele che “è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione”; oppure, si può scegliere quella della ricostruzione delle mura di Gerusalemme a seguito del rimpatrio degli ebrei dalla cattività Babilonese, guidata da Neemia: quest’opera progredisce attraverso “la responsabilità condivisa di tutto il popolo” ed “ha Dio al centro”. L’incoraggiamento di Leone XIV è ovviamente quello di evitare la “sindrome di Babele” che potrebbe portare distruzione e ingiustizia, perseguendo piuttosto la “via di Neemia”, che indica un cammino di costruzione in cui ci sono divisioni, ma nel pluralismo si cerca coesione: “i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo” (§10). Il rischio della tecnica è quindi quello di creare una società ingiusta che fa l’interesse solo di alcuni lasciando altri indietro, pertanto il papa reclama criteri che permettano sì lo sviluppo, ma preservando la dignità di tutti e in particolare degli ultimi che rischiano di essere scarti della società. Si può apprezza il tono pacato di questa introduzione e l’inserimento del messaggio della chiesa in una posizione dialogante piuttosto che impositiva.

A prima vista, per un non cattolico, l’idea per cui i cristiani (presumo che con questi il Papa intenda soprattutto quelli di confessione cattolica) debbano avere il ruolo di “orientare l’agire a Dio” può sembrare sospetta: quali sono i limiti di questa influenza e in che misura potrebbero intaccare il principio di laicità dello Stato? Non sono mancate ingerenze da parte della Chiesa cattolica nello Stato italiano; tuttavia, le vie suggerite nel seguito dell’enciclica rassicurano, e paiono limitarsi a porre attenzione al tema dell’IA, senza anatemi e con indubbio buon senso, condiviso con altre indicazione dati da diversi osservatori. Rimane tuttavia problematico un punto: è molto difficile pensare che l’umanità intera possa costruire qualcosa che abbia Dio al centro: lo dico da cristiano non cattolico, che vede un tratto di discontinuità decisiva tra chiesa e società: se la chiesa può ispirare, e in certi casi guidare, come potrebbe convincere l’umanità a mettere “Dio al centro”, senza che questa umanità sia prima inglobata nella chiesa stessa? Ci vorrebbe un appello, che manca, ad una radicale conversione a Cristo.

Il primo capitolo è un excursus storico sulla dottrina sociale della chiesa che dalla Rerum Novarum dell’omonimo Leone XIII del 1891 ad oggi si è sviluppata organicamente. Se quella prima enciclica poneva il problema della classe operaia, la presente deve fare fronte alla “trasformazione” comportata dalla rivoluzione dell’IA. Il secondo capitolo contiene quindi i fondamenti di detta dottrina sociale che potrebbero essere riassunti come segue: la dignità dell’uomo dipende dal suo essere creato ad immagine di Dio e non dalle competenze o dall’efficacia di ciascuno. I diritti umani hanno come base il diritto alla vita, che sia l’aborto che l’eutanasia negano, ma rischiano di rimanere puramente formali in una società che punta tutto sull’efficienza. Cinque sono i pilastri su cui questo diritto di base poggia: il bene comune;  la destinazione universale dei beni (proprietà privata e intellettuale come beni da condividere); la sussidiarietà, che riguarda il modo in cui famiglie, associazioni, corpi intermedi partecipano alla società e vanno quindi implicate nelle scelte che coinvolgono tutti, e che più rischiano di essere escluse dagli eventuali benefici dell’IA; lo sviluppo umano integrale, vale a dire un modello di sviluppo che è interamente rivolto all’uomo, e infine un criterio di autovalutazione: grazie alla sua dottrina sociale la chiesa stessa si mette alla prova e verifica la misura in cui è fedele al suo mandato.

Su questi due primi capitoli si potrebbe osservare che ben prima che Leone XIII si fosse deciso con la Rerum Novarum  a dare inizio ad una dottrina sociale della chiesa,  la riflessione della teologia sia cattolica che protestante aveva già affrontato la questione operaia: teologi come Lamennais avevano immaginato un cristianesimo sociale, seguito da proposte concrete  bocciate dalla Santa Sede, mentre da parte protestante movimenti come L’esercito della Salvezza di William Booth (1865), o il Social Gospel che nasce nei primi anni Settanta dell’Ottocento in America avevano già offerto una risposta teologica concreta alla questione operaia. Ben venga comunque che la Chiesa Cattolica abbia, dopo altri, preso atto dell’urgenza delle cose nuove, e che continui a riflettervi sopra. Faccio questa osservazione senza alcuno spirito di polemica, ma semplicemente perché più avanti, in merito alla questione della schiavitù e della trasparenza, papa Leone XIV ha dimostrato di saper riconoscere errori della chiesa, e forse anche su questa.

Solo al terzo capitolo si entra nello specifico dell’IA: il grosso rischio della tecnica, secondo Prevost, è che il paradigma tecnocratico, che ha come metro di valutazione l’efficienza, diventi il criterio di valutazione delle scelte umane. “La tecnica non è un semplice strumento e (…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante” (§ 92) Con l’IA la tecnica aumenta il suo potere ed acquisisce una dimensione ancora più pervasiva, e tenuto conto che chi la gestisce sono dei privati, i rischi di controllo e manipolazione dell’umano sono enormi. Il tentativo di definizione dell’IA è complesso e si aggiorna di continuo, ma il pontefice afferma, per via negativa, una sua prima caratteristica, che mira a differenziarla sostanzialmente dall’intelligenza umana: “Questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze.” (§ 99) Possono imitare linguaggi senza capire cosa dicono e per quanto esse possano essere un utile aiuto, una loro adozione acritica e rapida presenta rischi  elevati: ambientali (per le elevate risorse di energia e acqua che richiedono), etici quando intervengono in scelte umane in modo non trasparente. Le intelligenze artificiali vanno quindi disarmate e, in nome del principio del bene comune, devono essere rese appannaggio di tutti, e non solo dei pochi che ora ci guadagnano. Un appello specifico è rivolto agli sviluppatori di IA (111) perché se la loro opera potrebbe essere una partecipazione all’atto creativo, al contempo deve porsi la responsabilità della custodia dell’umano, evitando che il paradigma tecnocratico, che fonda la sua sicurezza sul controllo dell’imprevisto, prenda il sopravvento. È importante la denuncia dei pericoli delle prospettive del transumanesimo e del postumanesimo che auspicano una sorta di ibridazione uomo-macchina volta a superare ciò per cui l’umano è limite. Il pontefice vede in questo desiderio di superamento della condizione umana così fortemente segnata da limiti (malattia, vecchiaia, sofferenza, mancanza) un grosso rischio. Poiché “È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio” (§  119). Il limite è quindi costitutivo dell’umano e anche laddove questo limite, che può assumere il volto del male intrinseco alla corruzione della condizione umana, produce orrori, si distingue un’umanità che cerca di lottare contro questo male. Il papa provvede esempi sia all’interno della chiesa che al di fuori di uomini esemplari che hanno combattuto il male. Esiste quindi una possibilità di superare l’umano, che è stata prospettata ben prima dello sviluppo possente della tecnica, e questo non è altro che il messaggio della grazia: la grazia di Dio interviene come trasformazione del limite umano e come “ricreazione” della natura (affermazione supportata da citazione di San Tommaso e di 2 Cor 5:17) (§127). è proprio a partire da un limite che l’umano percepisce il bisogno di grazia, che l’IA giudica invece come elemento da scartare. In questo essa  rischia di essere piuttosto un ostacolo alla crescita.

Ritengo molto interessanti in questo capitolo due affermazioni: primo, la definizione della differenza tra l’intelligenza umana e artificiale. La prima ha sempre a che fare con una responsabilità e capisce realmente, cose che non fa la seconda. Secondo, la definizione dell’umano come limitato. In particolare, mi sembra degna di nota l’osservazione per cui non c’è bisogno di inventare un “transumanesimo” o un “postumanesimo” per cui l’uomo potrebbe essere aumentato o migliorato dall’IA: esiste già una categoria teologica fondamentale che permette all’uomo di trascendere se stesso ed è la grazia! Sembra di poter cogliere qui l’eredità agostiniana di Prevost, che proprio citando Tommaso sottolinea “la distanza infinita” tra uomo e Dio. Si tratta forse di una lettura diversamente tomista di Tommaso, ma ben adeguata a rendere conto della “nuova creazione” oggetto della citazione paolina che segue: “Se una è in Cristo è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate. Ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5:17). Si potrebbe interrogare Prevost su cosa pensi realmente della dialettica natura grazia, ma per fedeltà alla Scrittura citata va rilevato un punto: da un punto di vista biblico l’uomo non è semplicemente “limitato”. È deliberatamente peccatore e ribelle al comandamento di Dio. Parlando di limite sarebbe stato opportuno menzionare il problema del peccato, a cui solo la croce pone rimedio. Questo potrebbe far pensare che, nonostante l’agostinismo, il papa resti ancora all’idea tomista di una grazia che si limita a perfezionare i limiti umani. È comunque efficace l’aver segnalato che se l’IA ha come scopo ultimo di trascendere l’uomo, esiste un Dio che lo fa già e che lo fa meglio.

Il quarto capitolo indica quindi la via utile per “custodire l’umano”osservando come la trasformazione comportata dall’IA vada ad impattare sulle tre aree della verità, del lavoro e della libertà. Il problema della verità riguarda la gestione dei dati da parte delle big tech,  che seppure non hanno certo inventato la disinformazione, attraverso la velocità e l’ampiezza di diffusione di notizie l’hanno indubbiamente amplificata. Le informazioni diffuse in rete possono condizionare pesantemente sia la visione della realtà, che l’educazione, che la crescita personale o lo sviluppo dei giovani. È pertanto necessaria una forte operazione di trasparenza sull’origine dei dati, una ricerca di equità per l’accesso alle fonti e questo implica il controllo da parte dello stato e dell’educazione pubblica. Va inoltre posta attenzione a come l’IA può modificare il mondo del lavoro, tagliando posti o stimolando forme di guadagno in cui “il reddito da capitale si sostituisce al reddito da lavoro” (§ 160) Quanto alla libertà, l’attenzione va posta sia alle potenziali dipendenze che al controllo sugli utenti di cui i grandi sistemi profilano i dati. A questo si aggiunge il problema di quei lavori nascosti su cui l’IA si basa, come “etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi – addestramento dei modelli” (§ 173), o materialmente estrazione di materiali per costruire processori, tutti portati avanti da un’umanità (talvolta anche da minori) spesso sottopagata,  e posta in condizioni limitrofe alla schiavitù. Leone XIII riconosce lo sforzo fatto dalla chiesa negli ultimi due secoli quanto alla denuncia di questi mali, e fa mea culpa per come in passato sia mancata una denuncia ferma della schiavitù; sente la necessità di denunciare le nuove forme di colonialismo che ancora oggi separano l’umanità.

L’insieme delle osservazioni del quarto capitolo paiono ampiamente condivisibili indipendentemente dalle posizioni di fede, in quanto additano rischi già evidenziati da numerosi osservatori e critici. Hanno il merito di chiamare in causa i governi perché intervengano legiferando con una buona politica. Si può auspicare, senza troppo illudersi, che la moral suasion papalina pervenga a capi di stato e privati che hanno che hanno le mani sui dai dell’IA.

Il quinto capitolo, infine, affronta il tema della guerra opponendo una civiltà dell’amore ad una cultura della potenza. Depreca la tendenza per cui la guerra, vista fino ai tempi della stessa guerra fredda, come un rimedio estremo, stia diventando la via più breve come strumento di risoluzione delle tensioni internazionali. L’IA in questo offre un potente strumento di propaganda che penetra la cultura e, per la velocità con cui opera, rimuove facilmente la memoria storica dell’orrore delle guerre passate. Il pontefice pone il problema dell’uso dell’IA nelle tecnologie militari che permette di minimizzare i tempi di decisione e di colpire un avversario senza vederne il volto, abbassando necessariamente il livello morale del conflitto. (§ 199) Depreca quindi al perdita di forza del diritto internazionale e degli organismi di mediazione, in nome di un presunto realismo politico. In questo scenario dominato da logiche umane di potenza papa Leone sottolinea con fermezza la necessità di sviluppare una civiltà dell’amore che non va semplicisticamente tacciata di utopia. Il regno di Dio è proprio questa civiltà che cresce in modo discreto (citazione della parabola del seme che da sé cresce Mc 4: 26 – 32) e a cui tutti possono partecipare pur senza essere parte dei grandi decisori della terra, ma semplici individui. “Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì –non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura). (§ 212)

Le osservazioni sulla guerra da parte di un papa agostiniano (ricordiamo che Agostino fu il primo teorico della guerra giusta da parte cristiana[1]) sono particolarmente interessanti, e giungono a proposito se si pensa che l’enciclica viene pubblicata proprio nel pieno della guerra che gli Stati Uniti stanno conducendo contro l’Iran – guerra che ha enormi difficoltà ad essere definita non solo giusta, ma anche soltanto plausibili e che non a caso vede la critica di diversi esponenti del trumpismo militante. La citiamo perché la denuncia del papa sull’uso della guerra come strumento di risoluzione di qualunque tensione è qui particolarmente evidente. È pienamente condivisibile la denuncia di una cultura della potenza che l’IA, indifferente al volto umano, accresce e moltiplica, che si sta affermando mondialmente, e che in Europa vede la questione del rinforzo degli eserciti come prioritaria rispetto ad altre. Va quindi colto l’appello ad una costruzione della civiltà dell’amore, troppo spesso tacciata di utopia o “buonismo”. Nelle alte sfere ciò riguarda i canali come la diplomazia, ma non manca un appello ai singoli: la citazione della parabola del seme, mette infatti in moto la responsabilità individuale erga omnes, ricordando che ognuno deve partecipare alla costruzione di detta cultura.

Il pontefice conclude quindi l’enciclica con un appello ai cristiani alla contemplazione del volto di Gesù come viatico per l’unità e per la garanzia che in lui la dignità umana è pienamente preservata. Una vera spiritualità eucarestica è ciò che permetterà di evitare la dispersione e la frammentazione dell’umano ai tempi dell’IA. In ultima analisi ciò che Maria esprime nel Magnificat contiene elementi profetici validi anche per l’IA: il Dio che ha “disperso i potenti” saprà salvare gli umili e gli oppressi anche in presenza di una tecnologia potente.

Il ruolo profetico di Maria, che non ha visto cambiare il suo contesto socio-politico, ma ha visto la forza del regno che sarebbe arrivato, è una lettura illuminante del Magnificat. Peccato che l’ultimo paragrafo “affidi” a Maria il compito della custodia dei credenti per la realizzazione della cultura di pace; non ci si può affidare ad un’umana deceduta per un simile compito, che può spettare solo all’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tim 2:5).

Un’ultima osservazione: in perfetta armonia con un certo umanitarismo cattolico, il tono dell’enciclica riguardo alle possibilità dell’uomo è piuttosto ottimista, nonostante non ci sia un appello al pentimento. È in fondo possibile portare avanti una cultura della pace. L’IA viene invece considerata con un certo pessimismo, (nonostante il paragrafo 100 “Un aiuto prezioso”) e che va, giustamente, “disarmata” (110).  Nel senso che se ne rilevano soprattutto i lati oscuri o i rischi – per altro, in modo, come già detto, pienamente condivisibile. Manca forse una riflessione su quelli che potrebbero invece essere i risvolti positivi di questa nuova tecnologia da gestire con prudenza, di cui il papa stesso pare aver beneficiato (ricordo di un articolo che raccontava dell’iscrizione di Leone XIV su Duolinguo che non era passata inosservata). In altri termini, l’ottimismo sull’umano, potrebbe aprire anche qualche spiraglio di speranza anche sul prodotto umano, mentre come evidenziato sopra, rimane aperto il problema di come coinvolgere tutta l’umanità, se il progetto è quello di operare mettendo Dio al centro.

Concludendo: ottimi avvertimenti, non necessariamente innovativi, ma pertinenti. Maggior chiarezza sul rapporto tra natura e grazia, senza cui difficilmente si può realmente trasformare l’umanità.

[1]     Vedi a questo proposito l’interessante articolo di Massimo Rubboli, Agostino: la riflessione teologica sulla guerra giusta, https://dirs.gbu.it/agostino-la-riflessione-teologica-sulla-guerra-giusta/

 


Nota: I due contributi che qui pubblichiamo sono parte di una riflessione autonoma, ma complementare, fatta dai due autori, sull’enciclica papale Magnifica Humanitas. Fanno parte degli articoli che servono ad “avvicinarci” al Convegno di Studi GBU di questo prossimo dicembre.

Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero dei singoli redattori e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI

 

Il contesto storico dell’elezione di Celestino V e della Perdonanza

di Francesco Raspanti

 

“Dal 23 al 30 agosto 2026, L’Aquila torna a essere la città del Perdono con la 732ª Perdonanza Celestiniana, la storica manifestazione civile e religiosa promossa, sostenuta e organizzata dal Comune dell’Aquila, dal Comitato Perdonanza e dall’Arcidiocesi dell’Aquila. Nata nel 1294, è riconosciuta dal 2019 come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco”[1].

 

È stata Istituita nel 1294 da Papa Celestino V con la Bolla del Perdono, concede l’indulgenza plenaria a chiunque visiti la Basilica di Santa Maria di Collemaggio pentito e confessato, per questo è stata spesso citata negli articoli sul recente giubileo. Vorrei tuttavia prendere un poco del tempo del gentile lettore per soffermarci non tanto sulla figura – affascinante e controversa per la sua caratura religiosa, spirituale e morale – dell’eremita eletto papa nel 1294, Pietro da Morrone, quanto sulla sua elezione.

 

Vorrei citare alcune parole di un bel libro di Gioacchino Volpe, il quale nel 1978 scriveva: “Aggiungi: il Sacro Collegio ha sempre più accentuate le sue tendenze autonomistiche, anche per la presenza nel Collegio di molti rampolli dell’aristocrazia romane e di molti prelati forestieri, facilmente disposti a farsi strumento di interessi principeschi e nazionali. Divisa è questa stessa oligarchia cardinalizia da antagonismi interni, che rendono nel ‘200 sempre più agitate le elezioni e sempre più lunghi i conclavi: quantunque i conclavi, cioè la clausura e l’isolamento dei Cardinali investiti delle funzioni elettive, sorgessero proprio per sanare lo scandalo di interminabili sedevacanze. Non erano solo gli antagonismi familiari e nazionali, ma anche atteggiamenti religiosi diversi. Anche in alto, si sente qualche soffio delle correnti ideali che agitano la famiglia cristiana! Vi sono, tra il ‘200 e il ‘300, uomini come il cardinale Latino degli Orsini, il cardinal Jacopo Colonna, il cardinale Napoleone Orsini, che mantengono relazioni strette con Giovanni da Parma, con Jacopone da Todi, con Angelo Clareno, iniziatore degli Spirituali, con Arnaldo da Villanova, famoso astrologo e sognatore di riforme ecclesiastiche. Era stato il cardinal Latino, per mettere fine ad un conclave che si trascinava da due anni per città diverse, a pronunciar un nome: Pier da Morrone, semplice e povero eremita della Maiella.”[2]

 

L’elezione del papa avvenne nel 1294, dopo due anni di indecisioni, si ricorda che la più lunga sedevancanza nella storia del papato avvenne poco prima, di circa un ventennio, nel periodo tra il 29 novembre 1268 al 1° settembre 1271, vale a dire tra la morte di Clemente IV e l’elezione di Gregorio X. Proprio da tale sedevanza venne la decisione dell’isolamento della riunione cardinalizia: fu stabilita nel 1274 dal Concilio di Lione II, con la costituzione apostolica Ubi Periculum proprio di papa Gregorio X: per impedire i ritardi, i tentativi di influenza esterna e le corruzioni che in diversi casi si erano verificati. I cardinali dovevano riunirsi in un’area chiusa e non avevano diritto a stanze singole. Nessun cardinale doveva farsi assistere da più di un servitore, a meno che non fosse infermo. Il cibo doveva essere somministrato attraverso una finestra e dopo tre giorni i cardinali avrebbero ricevuto una sola portata per pasto; dopo cinque giorni avrebbero avuto soltanto pane, vino e acqua. Durante il conclave inoltre nessun cardinale poteva ricevere alcuna rendita ecclesiastica. Tutte queste restrizioni erano volte a un’elezione che fosse celere in modo da non lasciare un periodo di sede vacante troppo lungo. Le regole rigide di papa Gregorio X furono in seguito sospese nel 1276 da papa Adriano V, ma papa Celestino V le ripristinò nel 1294, dal momento che per la sua elezione erano stati necessari ben due anni: infine papa Bonifacio VIII le inserì nel diritto canonico nel 1298.

Questo fu il contesto che portò all’elezione da parte degli undici cardinali elettori nel 1294 di Celestino V, che all’epoca aveva almeno 85 anni ed una fama di santità in vita per la sua opera instancabile di asceta ed eremita. Lui stabilì la “perdonanza” nel suo breve pontificato di 4 mesi (dal 29 agosto al 13 dicembre 1294), prima di rinunciare alla carica e di tornare alla sua vocazione eremitica. La storia della chiesa è ricca di episodi durante i quali “si sente qualche soffio delle correnti ideali che agitano la famiglia cristiana!”[3], giova a noi oggi in questa occasione ricordare oltre che la figura di Celestino V e della sua rinuncia al soglio pontificio (rinuncia sulla quale si aprirebbe un mondo di discussione) come si sia arrivati a questa elezione; undici (solamente undici) cardinali, bloccati da correnti politiche, economiche e famigliari contrapposte che spinti da mille ragioni si accordano per eleggere un anziano eremita. Il loro lascito, oggi, è il nostro ripensare al giubileo e al suo significato.

[1] Perdonanza-celestiana.it , https://perdonanza-celestiniana.it/programma/programma-perdonanza-2026/.

[2] G. Volpe, Il medio evo, Firenze Sansoni 1978, pp. 314- 315.

[3] G. Volpe, cit.

 


Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI

Note su Stanley Hauerwas in margine a Luisa Borghesi

L’America e la guerra. Il pensiero politico—religioso di Stanley Hauerwas, Studium, Roma 2026

di Massimo Rubboli

 

i pacifisti cristiani non devono avere a cuore la pace perché sperano in un mondo privo di guerre, ma solo perché è cristologicamente corretto e non possono essere nient’altro che pacifisti

Stanley Hauerwas, A Pacifist Response to the Bishops, 1988

 

Sarebbe interessante capire perché Stanley Hauerwas, uno dei principali teologi dell’ultimo mezzo secolo, sia rimasto quasi sconosciuto in Italia: uno solo dei suoi cinquanta libri è stato tradotto in italiano (Cross-Shattered Christ, Grand Rapids 2020; Il Cristo straziato, Brescia 2020); i riferimenti al suo pensiero e alle sue opere sono pochissimi; nessun teologo italiano si è interessato della sua teologia ed etica cristiana. Forse la scarsa ricezione è da attribuire alla difficoltà di inserirlo in una specifica categoria teologica (anglicano, anabattista, cattolico, ecc.)?

Nell’attesa che qualcuna/o offra una spiegazione ragionevole di questa situazione, che suscita non poche perplessità nei confronti della teologia italiana contemporanea, è opportuno segnalare la pubblicazione di un volume che rappresenta un passo importante per la conoscenza di Hauerwas in Italia: si tratta di L’America e la guerra. Il pensiero politico—religioso di Stanley Hauerwas (Studium, Roma 2026) scritto da Luisa Borghesi, che ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e Scienze filosofico-sociali presso l’Università di Roma Tor Vergata.

Gli ambiti di ricerca della dott.ssa Borghesi si concentrano sul pensiero politico e religioso americano, il realismo politico, la secolarizzazione, la trasformazione dei modelli politici. L’interesse di Borghesi per Hauerwas risale almeno al 2019, quando pubblicò un breve articolo nel quale lo definiva «una delle figure più interessanti del panorama teologico statunitense» (Stanley Hauerwas – Un protestante “cattolico”, “L’Osservatore Romano”, 23 gennaio 2019). Negli anni seguenti, ha analizzato in diversi saggi le posizioni di autori con i quali il teologo americano ha dialogato e si è di volta in volta confrontato, da Reinhold Niebuhr al fratello Helmut Richard, da Francis Fukuyama e Samuel P. Huntington[1], da Robert Bellah a Richard John Neuhaus e molti altri. Charles Taylor. Particolarmente rilevante è il libro[2] dedicato da Borghesi al confronto tra Faith and History di Reinhold Niebuhr e Meaning in History di Karl Löwith, pubblicati entrambi nel 1949, che riguardano la filosofia moderna della storia e la secolarizzazione.

Per arrivare a comprendere Hauerwas, Luisa Borghesi ne ha seguito la formazione e l’evoluzione culturale. Nato nel 1940 in una cittadina vicino a Dallas, in Texas, e cresciuto in una famiglia metodista appartenente alla classe operaia, Hauerwas concluse la sua formazione con un dottorato alla Yale University e iniziò ad insegnare in un’università cattolica, Notre Dame, per passare poi alla Duke Divinity School. Influenzato prima dal ‘realismo cristiano’ di Reinhold Niebuhr e poi dal pacifismo del teologo mennonita John Howard Yoder[3], Hauerwas ha elaborato una teologia e un’etica cristiana fondate sull’idea che la chiesa è una comunità alternativa che incarna un diverso tipo di regno e la cui fedeltà a questo regno è la sua più autentica responsabilità politica e sociale.

Il libro di Borghesi mostra come questa impostazione sostenga la critica di Hauerwas alla teoria della guerra giusta e al nazionalismo cristiano diffuso nelle chiese americane. In opere come Against the Nations. War and Survival in a Liberal Society (1985) e War and the American Difference (2011), Hauerwas elabora una critica teologica del modo in cui gli Stati Uniti comprendono e giustificano la guerra e mostra come «lo stretto rapporto tra il cristianesimo e la democrazia americana sia stato, nel corso del tempo, suggellato dalla guerra […] tramite due tappe fondamentali, […] la guerra civile e […] la Prima guerra mondiale» (L’America e la guerra, p. 15).

La domanda centrale di Hauerwas è se la sequela di Cristo possa convivere con un’identità nazionale che assegna alla forza militare un valore necessario, formativo e persino redentore.

Al centro della sua tesi vi è l’idea che, nella vita pubblica americana, la guerra non sia solo uno strumento episodico della politica, ma una narrazione attraverso cui la nazione interpreta se stessa, si compatta e definisce il proprio scopo morale. Per Hauerwas, essa diventa quindi un elemento strutturale dell’identità nazionale, non una semplice risposta eccezionale a una crisi: modella l’immaginario morale collettivo, presenta la violenza come fonte di significato, unità e fine comune, normalizza l’uccisione e indebolisce le virtù civiche da cui dipende la vita democratica.

Per Hauerwas, la guerra produce danni che non si esauriscono nelle sue conseguenze più visibili. Alla perdita di vite, alle ferite, agli esodi e ai traumi si aggiunge un costo spirituale profondo: compassione, umiltà e capacità di pentimento vengono progressivamente erose.

La sua attenzione si concentra quindi anche sui sacrifici meno immediatamente riconoscibili: la perdita di chiarezza morale, l’indebolimento della fiducia tra cittadini e istituzioni e il peso spirituale sostenuto da soldati e civili. La questione decisiva, dunque, non riguarda soltanto ciò che la guerra pretende di ottenere, ma chi ne sopporta realmente i costi e se i benefici dichiarati possano davvero giustificarli.

Hauerwas analizza il linguaggio della “necessità” con cui il discorso politico americano tende a giustificare l’azione militare. A suo giudizio, questi appelli non descrivono semplicemente vincoli inevitabili, ma spesso mascherano scelte politiche precise e interessi economici.

Le narrazioni dell’eccezionalismo americano e della missione provvidenziale rafforzano questa logica, facendo apparire l’intervento militare come inevitabile, virtuoso o persino sacro. È soprattutto negli Stati Uniti dopo l’11 settembre che la voce di Hauerwas si impone con forza, collocandolo tra i più netti oppositori della guerra in Iraq.

Hauerwas è critico di quella religione civile che celebra la guerra come la sua «funzione liturgica centrale, necessaria a rinnovare in noi la consapevolezza di essere una nazione diversa da tutte le altre»[4]; il suo pensiero va contro ogni teologia politica, contro quel cristianesimo che comprende se stesso non a partire da Cristo ma dalla fedeltà a ideali minori come la patria e la democrazia, percepiti come universali. Nella prospettiva di Hauerwas, un “cristianesimo americano” nel quale le pratiche religiose si sono mescolate al nazionalismo è una definizione di per sé contraddittoria, perché una posizione cristiana che sia davvero tale non può che adottare una prospettiva radicalmente universale.

Borghesi sottolinea anche l’importanza che nel pensiero di Hauerwas ha avuto il problema della rilevanza politica del cristianesimo e la sua critica alla Chiesa che, tentando di essere rilevante, ha dimenticato che il suo primo compito non è «quello di costituire una forza, un movimento, una cultura in grado di influenzare il mondo» ma di essere Chiesa [Borghesi, L’America e la guerra, pp. 93, 103].

In conclusione, il libro di Borghesi non si limita soltanto a introdurre nel dibattito italiano il pensiero politico-religioso di un autore ancora poco conosciuto ma, collocandolo all’interno di una riflessione più ampia sul rapporto tra fede cristiana, identità nazionale e uso della forza, offre anche una chiave di lettura utile per comprendere questioni centrali della cultura politica e religiosa degli Stati Uniti.

[1] Luisa Borghesi, Dalla “fine della storia” allo “scontro delle civiltà”. Il dibattito americano tra Francis Fukuyama e Samuel P. Huntington, Studium, Roma 2025.

[2] Luisa Borghesi, Il senso della storia. Il confronto tra Karl Löwith e Reinhold Niebuhr, Studium, Roma 2021.

[3] Stanley Hauerwas, The Nonresistant Church. The Theological Ethics of John Howard Yoder, in Id., Vision and Virtue. Essays in Christian Ethical Reflection, Fides, Notre Dame, IN 1974, pp. 197-221.

[4] Stanley Hauerwas, La guerra e la diversità americana. Una valutazione teologica, in Aa.Vv., All’origine della diversità, Guerini, Milano 2008, p. 174, cit. in Borghesi, L’America e la guerra, p. 119.

 


Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI

Un giorno per ripartire. Alcune riflessioni su Spiderman: Brand New Day

di Valerio Bernardi

 

Nonostante il caldo notevole (o forse proprio per questo) e l’estate, l’andare al cinema tra luglio e agosto è un nuovo trend dovuto all’uscita quasi in contemporanea di due blockbuster come Odissea di Nolan e Spiderman: Brand New Day. 

Il 2026, quindi, ripropone per certi versi il successo di pubblico che vi è stato nel 2023 con Oppenheimer e Barbie. La situazione è più o meno analoga, in quanto si tratta di nuovo di un film di Nolan e di un blockbuster che nasce da un fumetto (anche se la Marvel Cinematic Universe ha cambiato in un certo modo di fare cinema ed il suo successo è meno estemporaneo di quello di Barbie).

Il nuovo Spiderman è il quarto con Tom Holland e riparte da dove era finito il terzo film. Tutti si sono “dimenticati” (prodigio fatto da Dr. Strange in accordo con Spiderman per salvare il mondo) di chi sia Peter Parker e di chi sia l’Uomo Ragno, compresi gli amici più intimi (compresa la fidanzata MJ). Ciò porta Peter Parker/Tom Holland (molto più adatto a questa interpretazione che a Telemaco) a essere un eroe solitario, quasi troppo preso dal lavoro, che non ha altre amicizie se non quelle all’interno della polizia con cui collabora. 

Un inizio che propone, come una delle chiavi dominanti del film, la solitudine nel mondo contemporaneo e, in particolare, quella giovanile, sin troppo distante dalle relazioni sociali e sempre più collegata ai dati che riceviamo (l’Uomo Ragno è perennemente connesso per controllare dove avvengono i crimini).

Spider-Man cerca di riallacciare i rapporti con gli altri, ma non sempre ci riesce, perché i vuoti di memoria dei suoi amici originari, almeno sino alla fine del film, non glielo permettono. A un certo punto il suo lavoro da supereroe rischia di fargli perdere l’umanità. Proprio qui la trama trova una serie di spunti interessanti che vale la pena citare. 

Il primo riguarda il tentativo di relazionarsi con persone “diverse” come lui. Il primo è Bruce Banner, alias Hulk, da cui vuole imparare a gestire (tecnologicamente) i suoi poteri che stanno mutando. 

Il secondo personaggio (forse il più interessante del film) è quello di The Punisher, interpretato da Jon Bernthal, in cui il contrasto tra bene e male si risolve positivamente, rendendo “redento” anche il giustiziere senza scrupoli e facendo nascere una relazione di amicizia.

Il terzo è il rapporto con la “supercattiva” del film: la telepatica Jane Grey, interpretata molto bene dalla giovane Sadie Sink. Jane, in questo film, è vista come un’adolescente disadattata non conscia delle sue capacità e che, per questo motivo, ha compiuto azioni riprovevoli.

Non manca il rapporto con Mary Jane che è uno dei motivi centrali della trama e che serve soprattutto a rinsaldare la coppia Zendaya/Holland che ha reso celebre questa serie di Spider-Man, ed anche quello con la nuova Vedova Nera, che rappresenta un’anomala supereroina.

Il film non si sottrae agli effetti speciali, alle scene spettacolari che, nel mondo dei superoi, servono ed hanno lo scopo di intrattenere spettatori che o sono a conoscenza in parte della storia fondativa del personaggio o sono al cinema per divertirsi e per passare un paio di ore piacevolmente, riflettendo sulla proprio vita ma senza essere oppressi dai pensieri. 

Quali sono i motivi per vedere un blockbuster di questo tipo e su cosa vale la pensa riflettere?

Anche questo film, come quello di Nolan, è figlio del proprio tempo. Il personaggio di Spiderman ed i suoi film (tutti quanti quelli che sono stati prodotti) sono figli del mondo post-cristiano. Al contrario dei telefilm di Daredevil, la presenza del divino e della religione è del tutto ignorato (ma lo era anche nella storia originale di Stan Lee e Steve Dikto). Questo la dice lunga anche su come i giovani americani percepiscano il cristianesimo (anche negli USA vi è un declino della frequenza ecclesiastica da parte della più giovane generazione e ciò è dovuto anche in parte al chiaro fallimento di un certo approccio evangelico nei confronti della generazione Z). Allo stesso tempo ci sono dei valori che vanno assolutamente esaminati con attenzione e per cui vale la pena andare a vedere il film.

Il primo riguarda l’uso della violenza. Brand New Day propone un conflitto latente tra l’Uomo Ragno e the Punisher. Ci sono dialoghi dove il contrasto tra i due è evidente: mentre Peter Parker salva le persone e cerca di abbassare il livello di criminalità della città in cui vive, Punisher agisce sulla base della vendetta applicando una sorta di legge del taglione. Alla fine nel film vince il metodo dell’Uomo Ragno che, in parte, convince anche il suo amico a usare lo stesso metodo ed a provare sentimenti di solidarietà verso gli esseri umani.

Il nuovo Spiderman trasmette (o cerca di farlo) un’altra serie di altri valori. Intanto è ambientanto pienamente nella nostra società e mostra quello che è uno dei maggiori problemi oggi della civiltà occidentale, cui abbiamo accennato prima: quello della solitudine. Benché Peter Parker sia un ingegno notevole, il fatto che tutti si siano dovuti dimenticare di lui lo fa vivere in una dimensione autonoma e allo stesso nostalgica. Riemerge così il bisogno di comunità e l’esigenza di dover ricongiungersi, in qualche maniera, agli amici del passato. La maturazione del personaggio passa attraverso tutto ciò e il film mostra come gli esseri umani, nonostante l’eccezionalità della loro individualità, hanno bisogno degli altri. La legge dell’amarsi gli uni gli altri, della solidarietà verso gli altri esseri umani nel film è proposta e ben evidenziata.

Un terzo motivo è quello del disadattamento e del sentirsi diverso. L’incontro con Bruce Banner e Jane Grey serve anche a evidenziare questo aspetto: chi ha superpoteri è “diverso”; la lezione che viene implicitamente data è quella che bisogna imparare a vivere con questa diversità e che non si deve avere paura, pur essendo stati malvagi, di chiedere aiuto e di adattarsi alla società in cui si vive, pur rimanendo con le proprie peculiarità. Si tratta di una soluzione importante: in una società dove spesso la diversità diventa un dis-valore, o dove viene attaccata in nome di valori comuni e superiori, i supereroi marveliani che hanno superpoteri e superproblemi sono un po’ tutti noi. Hanno bisogno di aiuto esattamente come ne abbiamo noi. 

Ultimo motivo, presente in tutta l’ultima serie con Tom Holland, è quello dell’amore di coppia. Holland e Zendaya alla fine interpretano bene questo sentimento anche in questo ultimo film. Al contrario di altri film dove l’amore di coppia è sempre problematico, Zendaya ed Holland rappresentano una coppia che si riconosce nell’altro e che, accanto ad avere alcuni aspetti tradizionali nella sua descrizione, è anche molto contemporanea nel vissuto.

Tutti questi motivi di riflessione ci permettono di dire che Spiderman: Brand New Day è un film da vedere, pensando magari a quanto abbiamo detto, ma senza per questo non farsi travolgere dal fascino dei cinecomics che ancora oggi è presente in questo film e che lo rendono sicuramente godibile.

 

Valerio Bernardi – DiRS GBU


Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI

Tra Vangelo e potere

Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump.
P. Naso, Torino, Claudiana, 2026.

Recensione di Filippo Falcone.

Il libro di Paolo Naso esce opportunamente e tempestivamente pochi mesi dopo lo scatto iconico che campeggia in copertina. Centralmente, in primo piano, dietro la Resolute Desk dello Studio Ovale, con il capo chino e le mani congiunte in preghiera c’è Donald J. Trump, 47° presidente degli Stati Uniti. Tutt’attorno a lui pastori e ministri evangelical che gli impongono le mani e pregano per lui. Tra loro, dietro al presidente, Franklin Graham, figlio dell’evangelista Billy, e, accanto a lui, Paula White-Cain, Consigliere Senior dell’Ufficio della Fede della Casa Bianca ed esponente del vangelo della prosperità e del carismatismo di marca evangelical. In un certo senso il libro di Paolo Naso è tutto racchiuso in questa immagine: il volume caratterizza il fondamentalismo evangelico americano, elemento religioso che costituisce un fattore di sostegno decisivo nell’ascesa al potere di Donald Trump, e le sue espressioni variamente rappresentate in questa foto. Tali espressioni sono in gran parte difformi e incompatibili tra loro, ma muovono da matrici comuni e trovano nella figura centrale il catalizzatore di quello che si configura come un vero e proprio patto di potere. Trump usa la religione, la religione usa Trump, ciascuno per i propri scopi. Ciò che traspare immediatamente dall’immagine è che “il muro di separazione”, espressione che Jefferson mutua da Roger Williams, che la costituzione americana erge tra stato e chiesa, è qui abbattuto e il potere civile diventa braccio del potere religioso, il potere religioso propagandista del potere civile. La foto sembra fare il verso alle narrazioni dell’Antico Testamento sui re di Israele circondati dai loro falsi profeti, che dicono al re ciò che vuole sentirsi dire, anziché ciò che Dio vuole dire loro.

L’autore, Paolo Naso, già docente di Scienza Politica alla Sapienza, Università di Roma, e

grande conoscitore di cose americane e movimenti religiosi, fornisce un quadro cronologico dei fondamentalismi americani ad ampio ventaglio con un taglio sociologico e politologico che restituisce in particolare gli effetti di alcune visioni teologiche. Il libro si apre con un’introduzione corredata da un glossario, dove opportunamente viene fornita la spiegazione di alcuni termini ricorrenti nel libro e che identificano gruppi e orientamenti di cui il lettore italiano verosimilmente non ha sentito parlare. Le pagine d’apertura non mancano di notare come nel 2024 l’81% del voto evangelical bianco sia andato al presidente eletto.

Il termine “fondamentalista” va fatto risalire, all’interno del mondo protestante americano, a

una reazione alla teologia liberale europea, al vangelo sociale di Walter Rauschenbusch e, in un secondo momento, alla neo-ortodossia di Niebuhr. Tra il 1910 e il 1915 esce in fascicoli una serie di 90 saggi, poi raccolti in quattro volumi dal Bible Institute di Los Angeles (1917), intitolati The

Fundamentals: A Testimony to the Truth, dove si richiamano i fondamenti imprescindibili della fede cristiana. Il fondamentalismo rifiuta l’approccio storico-critico per un approccio storicogrammaticale e fa sua un’ermeneutica letteralista. Il letteralismo fondamentalista non cerca lo spirito, il significato ultimo, nella lettera del testo, ma fa della lettera il proprio spirito. In questo senso, il fondamentalismo finisce per strumentalizzare la Bibbia, anziché lasciare che sia lei a parlare. Non legge, infatti, la Bibbia attraverso Cristo e non fa dell’evangelo la chiave ermeneutica ultima, unica atta a illuminare il testo e mostrarne lo spirito, il significato autentico, oltre la lettera e il dato storico-culturale. Idolatra piuttosto il segno, la forma esterna che può controllare e possedere come un feticcio.

Il fondamentalismo si declina in varie forme. Paolo Naso ne esamina in particolare quattro:

creazionismi, millenarismi, visioni patriarcali della società e della cultura e pentecostalismi, con i loro vangeli della prosperità. Se questi orientamenti a vario titolo contribuiscono a creare il terreno di coltura del Nazionalismo Cristiano, base principale del consenso trumpiano, il libro non manca di notare come inizialmente il fondamentalismo abbia ragioni principalmente spirituali e porti avanti la propria lotta su un piano accademico. È con la commistione tra religione e politica che il fondamentalismo fa un salto di qualità. I suoi presupposti vengono distorti e si affermano identitarismi sempre più marcati. La fede diventa convenzione socio-culturale e lotta politica. La religione finisce per fare un uso strumentale della politica, la politica della religione. Le porte della Casa Bianca si aprono e i costrutti religiosi si politicizzano, quelli politici vengono rivestiti di religiosità. Là dove la fede poggia sul potere umano, anziché unicamente su Cristo, sfumano i confini tra il “già” e il “non ancora”, l’agenda morale e spirituale invade la sfera civile in senso teonomico e il disegno di Dio si realizza attraverso la forza politica e militare. Viene così anteposta una theologia gloriae alla theologia crucis e l’etica della croce, così com’è ritratta nel sermone sul monte, viene accantonata nell’attesa di un regno futuro.

Nel definire la polarizzazione tra chiese storiche, in progressivo declino, e chiese evangelical, in costante crescita, il libro non trascura la presenza di una componente evangelica che, proprio partendo dalle istanze teologiche “verticali” dell’evangelo trascurate dal liberalismo, rifiuta il nazionalismo cristiano e l’etica identitaria della forza e invoca e si adopera per la giustizia sociale, i diritti e la pace. Il volume si sofferma in particolare su Jim Wallis e i Red Letter Christians. Questi ultimi promuovono un ritorno alla Scrittura, alle parole in rosso, le parole di Gesù nei vangeli così come compaiono in varie edizioni della Bibbia in lingua inglese. Proprio nella lettera delle parole di Gesù, i Red Letter Christians trovano lo spirito dell’evangelo e dell’opera di redenzione e riconciliazione di Cristo. Già K. Barth aveva identificato una terza via tra fondamentalismo e liberalismo. Se da un lato aveva affermato che proprio in forza della sua visione altissima della Scrittura mai avrebbe potuto leggerla in senso letteralistico, dall’altro aveva sostenuto che lo spirito (il senso) senza la lettera altro non è che la sublimazione, più o meno religiosamente verniciata, dei moti dell’animo umano, proiezione dell’io. In aperta polemica con il liberalismo e le sue identità ideologiche, riflesso dello spirito del proprio tempo, dichiarava di non voler scegliere tra l’antica dottrina biblica dell’ispirazione e i metodi critici. Qualora, tuttavia, avesse dovuto scegliere, avrebbe scelto la prima. C. S. Lewis riconduce ogni cosa all’immagine concreta del sole, cui non possiamo rivolgere lo sguardo, ma attraverso il quale vediamo ogni cosa e ne conosciamo il vero significato. Così è di Cristo.

Sebbene generalmente non si soffermi sui motivi teologici iuxta propria principia – altro è il suo intento – Dio benedica l’America fa emergere con lucidità e grande discorsività narrativa interi mondi e dinamiche che informano scelte sociali, culturali e politiche diversamente incomprensibili a chi è digiuno di Scrittura, teologia e storia del cristianesimo. D’altro canto, Paolo Naso traccia altresì implicitamente un confine netto tra i vitelli d’oro di una religiosità identitaria, che fabbrica divinità a propria immagine e somiglianza, e la fede, che poggia unicamente sull’evangelo e che quelle divinità decostruisce, ponendo l’uomo al di fuori di sé in Cristo. In questo senso, quella di Paolo Naso è una voce che profeticamente si fa strada tra la breccia nel “muro di separazione” per contestare tutti i re, con i loro falsi profeti.

 

————————————–

Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI

Vivere e confrontarsi con i cattolicesimi – Parte 2

Quando gli stessi termini sono un’opportunità per la testimonianza al vangelo di Gesù

(leggi la Parte 1)

di Giacomo Carlo Di Gaetano

La testimonianza da rendere al nome di Gesù Cristo, se posta al centro dell’approccio al cattolicesimo, informa il desiderio di condividere il vangelo; in tal modo sottrae i nostri interlocutori cattolici a continue campagne evangelistiche e restituisce alle relazioni una tonalità in cui acquisisce valore anche il vivere insieme, e non solo il confrontarsi.

La testimonianza al nome di Gesù Cristo orienta la conversazione teologica. Quale che sia il tema o il dogma da analizzare l’approccio di un discepolo di Gesù Cristo dovrebbe essere quello di mostrare che “tutte le strade portano a Gesù Cristo”, nel senso che nel confronto teologico la domanda centrale è sempre la stessa: che ne è di Gesù Cristo?

La testimonianza al nome di Gesù Cristo distoglie la nostra attenzione da considerazioni di ordine strategico relative alle “politiche” della Santa Sede sul rapporto con le altre confessioni cristiane e con il variegato mondo protestante ed evangelico.

Infine, e di conseguenza, la testimonianza al nome di Gesù Cristo confessato (solus Christus) ma anche agito e incarnato chiarisce lo spazio della possibile cooperazione in ambito missiologico. Volta per volta valuta, nelle innumerevoli e frequentissime occasioni di scambio, confronto, dialogo quanto spazio sarà dedicato al nome del Signore Gesù Cristo e alla testimonianza che un discepolo può rendergli?

A questo punto dobbiamo prendere in carico la circospezione di chi invita alla cautela e al sospetto, puntando i riflettori sulla possibile confusione che si crea quando ci si rapporta da evangelici ai mondi del cattolicesimo. La precauzione sta nel fatto che diversi termini e concetti sono espressi in maniera speculare se non addirittura sovrapponibile sia da evangelici sia da cattolici. La Chiesa Cattolica Romana, che sia più cattolica o più romana, non importa, confessa il nome di Gesù Cristo, usa la Scrittura, parla di un’offerta di salvezza, si ancora ai grandi Concili Ecumenici dei primi secoli dell’era cristiana, etc.

In un’epoca in cui la pressione ecumenica sembra favorire una convergenza tra le diverse espressioni di cristianesimo il suggerimento è  che “i protestanti evangelici dovrebbero cercare di andare oltre le caratteristiche che appaiono come comuni in virtù di un vocabolario che si vorrebbe condiviso” (L. De Chirico, Stesse parole, mondi diversi, Caltanissetta, 2021, p. 18).

Questa constatazione (usiamo le stesse parole ma “a volte” intendiamo cose diverse) pone il tema della chiarificazione semantica. Che cosa denotiamo quando entrambi confessiamo il nome di Gesù Cristo e parliamo della sua opera di salvezza? Che cosa significa andare oltre le stesse parole?

Qualcosa di simile accadde già all’epoca della Riforma del XVI secolo quando, grazie al qualificativo “sola”, emerse un grande tentativo di chiarificazione: dapprima solus Christus in relazione alla querelle sulle indulgenze e il sola gratia come suo correlato; poi subito dopo venne il sola fide e ancora il sola Scriptura e infine, tempo dopo, il soli Deo gloria. 

L’emersione del qualificativo rivela ancora oggi la ricerca e l’adozione di un metodo di confronto che a nostro giudizion esprime bene il “vivere e confrontarsi con …”. Oggi, senza il rischio di roghi, scomuniche e guerre di religione tipiche di quell’epoca questo metodo è uno stimolo a emulare quello sforzo e non semplicemente a ripetere stancamente le sue formule.

Alla luce delle evoluzioni della teologia cattolica, ma anche del protestantesimo, il qualificativo “sola” non si colloca in una ipotetica operazione di correzione semantica ma è da annoverare appunto tra i tentativi più o meno riusciti per far risplendere la testimonianza a Gesù Cristo, e non alla Riforma, ai Riformatori né tanto meno alla Controriforma.

Qui dunque abbiamo un discernimento e una sfida.

Un discernimento.
L’idea di andare oltre l’uso che i cattolici fanno di termini fondamentali della fede cristiana, termini che usiamo anche noi come evangelici, imprime al confronto una torsione pericolosa. Si tratta di una mossa autoreferenzialmente contraddittoria.

Il teorema “stesse parole mondi diversi” potrebbe essere infatti applicato a una vasta gamma di termini e concezioni tipicamente evangeliche, usate dagli stessi evangelici, rivelando distanze, distinguo e differenze impressionanti, tutte interne a questo mondo. Si pensi ai controversi termini di “predestinazione” o “elezione”, per non dire nulla dell’espressione “battesimo dello Spirito Santo”, “pastore”, “battesimo”, rapimento, etc.
Tutto questo è il frutto della cacofonia evangelica che proviene dai secoli del confessionalismo denominazionale (1600-1800). Le differenze semantiche che richiamano mondi diversi sono evidentissime nonostante si cerchi di camuffarle al di sotto di un surrettizio appello all’unità evangelica.

L’operazione della chiarificazione semantica, dunque, quando si pretende applicarla alla teologia cattolica, può essere compiuta solo a costo di un gioco del tipo fuscello e trave di cui ci parla il Maestro: chiediamo ai cattolici di togliere il fuscello ma non abbiamo contezza della trave nei nostri occhi.

Oltre alla contraddizione su cui esercitare discernimento c’è una sfida epistemologica.

Se termini identici assumono sensi diversi in ragione dei mondi in cui sono inseriti allora abbiamo che quei termini (pensiamo per esempio al termine “Maria”) non solo non possono unire cattolici ed evangelici, in ragione dei mondi diversi in cui sono inseriti, ma non possono neanche dividere poiché una loro comparazione è impossibile, data la differenza dei mondi.
Un esempio: per quanto sia evidente che a basket e a calcio si giochi con un pallone, non possiamo analizzare e comparare i due sport partendo proprio dal pallone, per poi concludere che il calcio è quello più fedele all’idea di sport di squadra.

Ma allora che cosa si può fare? L’alternativa classica, che resta ancora valida, per carità, è quella di prendere la Bibbia, magari salire sul piedistallo della aderenza letterale, e insegnare ai nostri interlocutori che Maria (restando a Maria) non è quella che viene presentata dalla teologia mariana e romana. Tuttavia il ricorso alla sola Bibbia per noi sarà sicuramente decisivo ma per i nostri interlocutori cattolici sarà giudicato riduttivo (e questo ci addolora). Punto, ognuno resta sulle sue posizioni!

Ma noi vogliamo “vivere e confrontarci con…”. Non vogliamo salire sul piedistallo; vogliamo rendere testimonianza a Gesù Cristo!

Un modo alternativo di andare oltre la presupposta sovrapposizione semantica di termini apparentemente identici sta nel fatto che questi termini, lungi dal rappresentare un ostacolo, o una tentazione ecumenica, possono essere usati come ponti. Possono essere tratti di strada da fare insieme con i nostri amici cattolici, come accadeva nella prassi apostolica nelle sinagoghe del primo secolo dell’area mediterranea o sull’areopago della città di Atene.

Il cristianesimo antico, ma anche per certi versi la Riforma (lo abbiamo visto con il ricorso al qualificativo “sola”) ha sempre privilegiato l’immersione nella condizione dell’interlocutore, piuttosto che il restare a distanza e segnare le differenze.

A questo punto una conclusione: meno male che ci sono “stesse parole” nonostante i mondi diversi!
Possiamo dire che questa è una grazia provvidenziale che lo Spirito offre nel nostro tentativo di rendere testimonianza al nome di Gesù Cristo, quando ci troviamo al cospetto di questa cosa enorme, straordinaria, quanto irricevibile per un evangelico, che si chiama cattolicesimo.


Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

Leggi le basi di fede QUI

Per saperne di più sui nostri autori QUI