Difendere o curare la fede? 

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Della seconda opzione “difendere la fede” abbiamo già un’idea: secoli di cristianesimo hanno fatto dell’apologetica sia una disciplina accademica rispettata sia un passaggio da cui non si può prescindere quando si vuole anche solo condividere il vangelo. Ne dovrebbero sapere qualcosa gli studenti universitari cristiani che, nello sforzo di condividere il vangelo “da studente a studente”, si trovano spesso nella necessità di rispondere a sfide che insinuano la falsità o l’irrilevanza di alcuni tratti della fede.

Sulla prima opzione, “curare la fede”, al contrario, siamo più incerti. Che cosa potrebbe mai significare? Il percorso è accidentato anche per il fatto che quando si parla di “fede” si corre il rischio di mescolare piani diversi: da quello antropologico dell’atto del credere, comune a tutte le culture e indifferente agli “oggetti di fede”, a quello epistemologico in cui  ci si interroga se una credenza, vera, possa mai essere giustificata e razionale, sino a quello più propriamente teologico espresso nella famosa formula latina del credo quia absurdum e che, secondo tutte le tradizioni cristiane sarebbe, insieme alla salvezza che ottiene, un “dono” (Ef 2).

Forse, per tentare di aprirci un varco nella giunga delle definizioni della fede al cui rigoglio hanno contribuito tutte le più grandi intelligenze della storia del cristianesimo (da Agostino a Calvino, passando per Tommaso e giungendo a Kierkegaard, Barth etc.), potrebbe venirci incontro la distinzione di scuola tra la fede nella sua accezione soggettiva, nel senso di “credere che”, scenario questo implicante assenso, fiducia, adesione, etc. (fides quae) e la fede nella sua accezione oggettiva, sinonimo di contenuti cognitivamente delineabili (dogmi, dottrine o più semplicemente proposizioni teologiche) – fides qua.

Ebbene, a prima vista, sulla scorta di questa distinzione, non avremmo dubbi nel destinare alle mani della “cura” la prima accezione di fede.

Un altro passo opportuno nel cercare di dimostrare la necessità della cura per la fede è quello di identificare quali possano essere le possibili malattie. A questo proposito si potrebbe dire che, in prima approssimazione, le aree o i contesti all’interno dei quali sembrano presentarsi le patologie del credere siano sostanzialmente due: una ad extra e l’altra ad infra.

Una fede malata potrebbe manifestarsi nel modo in cui essa tenta di comunicare i suoi contenuti all’esterno, a chi credente non è (da fede e a fede).
Nella stagione del “nuovo ateismo” i campioni di questo movimento, dai contorni e dalle fattezze più anglosassoni – bisogna dirlo – sostenevano che la religione, e il cristianesimo in particolare, fa male alle persone e alle società. Questa pregiudiziale ha fatto scorrere fiumi di inchiostro apologetico per dimostrare il contrario, vale a dire che il cristianesimo non fa male alla gente.
Tuttavia gli apologeti più acuti hanno saputo cogliere in questa insinuazione un segnale, un indizio sul fatto che dall’altra parte della barricata della fede il malessere non sorgeva solo e unicamente da posizioni ateistiche o agnostiche pregiudiziali. No, il malessere poteva sorgere per le posture e le forme del credere.

L’impennata e la diffusione negli ultimi vent’anni dell’interazione social ha drammaticamente dimostrato che l’intuizione era vera. Nei blog, nelle chat e nelle discussioni tematiche è ormai consuetudine assistere a virulente contrapposizioni condite da hate speech, tutte in nome di una conclamata volontà di difendere il cristianesimo contro una serie di nemici più o meno immaginari.

E poi c’è stata l’era trumpiana, con il motore della galassia evangelicale (ricorriamo volutamente un termine che non ci piace), vale a dire l’evangelismo nordamericano, che è si è letteralmente ingrippato nell’incapacità di gestire il rapporto tra fede e politica, nella risorgente questione razziale e nell’ossessione per i peccati sessuali, etc.

E poi c’è stata la pandemia, con il corollario di NO MASK, NO VAX, restrizioni alla libertà, con una punta di anticristo, microchip e compagnia cantando.

Dal 13 al 15 Maggio si terrà il 15° Convegno di Studi Nazionale GBU. Vedi le info nella pagina dedicata di questo sito

C’è qualche cosa che non va nella fede … e abbiamo solo guardato in casa nostra; non ci permettiamo di gettare lo sguardo nelle tradizioni altrui (cattolicesimo, mondo ortodosso, protestantesimo storico che si usa definire liberale), per tema di non cadere nel rimprovero del Maestro sul fuscello e la trave!

Possiamo poi fare una puntata nella storia per renderci conto che la necessità di “curare” la fede è un’esigenza riaffiorante continuamente nella storia del cristianesimo.

Pensiamo per un attimo ai tanti mea culpa che le chiese cristiane hanno espresso all’indomani della shoah; il cristianesimo che ha partorito l’olocausto (non solo quello dei cristiani nazionalsocialisti) è un esempio lampante di un credere malato che ha condotto a una prassi (lo sterminio degli ebrei) non solo atea e incredula o miscredente ma addirittura diabolica (si ricordi, … anche i demoni credono …). Sì, tutto ciò che ha portato i “cristiani”, tutti i cristiani, incluso i “nati di nuovo”(born again o wiedergeboren), a chiedere perdono e a rivedere e ripensare che cosa, nel loro credere, ha portato a un così clamoroso autogol, è una dimostrazione che la fede, il credere può essere malato in forme più o meno gravi e dunque bisognoso di cura.

Fin qui abbiamo parlato del contesto ad extra in cui si può manifestare una fede bisognosa di cura. Dovremmo parlare dello scenario ad infra, vale a dire dell’enorme bisogno di cura che la fede ha quando la usiamo come moneta di scambio – la intendeva più o meno così Paolo quando scriveva la famosa Lettera ai Romani ai cristiani della capitale dell’Impero – tra persone, gruppi, chiese, organizzazioni che sostengono di avere una fede “comune”. Oggi trovarsi d’accordo su un qualcosa su cui costruire è un’impresa con difficoltà accresciuta a cui non bastano le panacee delle formule organizzative: alleanze, coalizioni, comunioni, accordi, etc. Se solo pensassimo alla tematica della tutela sanitaria, scopriremmo che la divisione su questo punto è trasversale a tutte le famiglie evangeliche.

Esiste dunque una fede da curare; essa si manifesta all’esterno, e ci fa fare brutta figura, quando non ci fa passare per ipocriti; e si manifesta all’interno, rendendo instabile e scivoloso qualsiasi terreno comune.

Veniamo allora al discorso delle patologie che sarebbero dunque tutte dalla parte dei soggetti, individuali o collettivi, chiese, denominazioni/confesisoni, tradizioni teologiche ma anche semplici opinionisti dietro una tastiera che declamano la propria fede sui social. Cerchiamo di delineare tipologie di patologie della fede, di stilare una casistica.

Il dubbio è sicuramente un antico male che serpeggia nelle pieghe del credere. Fa capolino qua e là anche nei documenti della rivelazione ebraico-cristiana. A volte è associato alla sofferenza (Giobbe?) altre volte al consumarsi del tempo e allo sterilizzarsi delle aspettative (2 Pietro). Il dubbio, anch’esso, ha molte facce. C’è un dubbio amico della fede, che stimola il credere affinché giunga a certezze. Cartesio lo aveva reso metodico; Pascal lo trasforma in una scommessa. Ma non è questo il dubbio che rende la fede da curare. Tutt’al più la rende onesta!
Una fede da curare, perché contagiata dal dubbio, è forse una fede che non riesce a scorgere più la trascendenza del suo oggetto di fede. Se razionalmente e proposizionalmente questa fede può articolare il suo credo nella sovranità di Dio, nella presenza dello Spirito, dall’altro lato si si insinua il sospetto se sia questo il modo giusto di rapportarsi a ciò o a chi si crede.
E siccome gli oggetti di fede non sono disponibili (le qualità di Dio sono invisibili, ricorda Paolo in Romani e bisognose di un lavoro di decifrazione), ecco che il dubbio si imbarca in progetti di gestione di ciò che non si vede e non si dispone. Se lo Spirito una volta è stato spettacolare e se può esserlo ancora, magari solo qualche volta, allora bisogna costruire per lui delle strade che lo obblighino a essere sempre disponibile! Questa è l’altra faccia della medaglia di una fede malata di dubbio: il tentativo di curarla con iniezioni di professionalismo religioso.

La presunzione e l’arroganza sono al contrario manifestazioni di una fede che ha scambiato il trascendente per una certezza positiva. Le dottrine complesse, i passaggi poco chiari, niente impensierisce il credente presuntuoso. La lettura del testo biblico non rivela la presenza di hard sayings; la composizione del creduto è simile alla composizione di un composto chimico: una molecola di pessimismo, tre di escatologismo di tutti i tipi, un po’ di demonologia, il tutto diluito in una soluzione di analisi pseudo–sociali ed economiche (big pharma, massoneria, piani segreti del vaticano per riportarci a Roma, etc.). Il credente presuntuoso è un alchmista quanto a capacità di maneggiare la Bibbia, la teologia e la tradizione. Ma non ha dubbi.
Solo che in questo caso la certezza raggiunta non è l’antidoto alla patologia precedente (il dubbio spirituale); piuttosto una patologia di altra natura. La cosa singolare è che la fede presuntuosa si contrappone alla scienza ma fa suo l’impianto epistemologico del peggiore scientismo. Lo si vede nelle forme estreme di creazionismo: la terra giovane e altre curiose certezze hanno il valore di postulati scientifici in quanto “fondati” su comparazioni punto a punto tra un versetto e la dimostrazione scientifica. Che Dio abbia creato non è più un articolo di fede (per fede intendiamo che … Ebrei 11) ma una certezza scientificamente dimostrabile!

Il dogmatismo; questa è forse la patologia dei credenti giovani, instancabili, belli e dedicati totalmente e fedelmente a una tradizione teologica. Ne conoscono i simboli, ne rivisitano le pagine gloriose, magari nascondendo quelle meno presentabili come i conflitti e l’intolleranza (tutte le tradizioni teologiche divengono intolleranti non riuscendo a gestire la dissidenza interna). Nel dogmatismo il fondamento della fede non è Gesù Cristo ma una scatola che lo contiene e fatta di credi e confessioni dell’anno x piuttosto che dell’anno y. Se la seconda patologia ama i social e i post delle bacheche, questa ama i mezzi scintillanti della tecnologia web. Sfondi scuri fanno emergere divi del pulpito che ci raccontano come bisogna essere centered, ma nel frattempo ci stanno rifilando una tradizione dogmatica. Perché la fede che cerca un qualificativo tratto da una tradizione teologica, che si esprime vantando un’identità teologica è una fede malata e da curare. Già solo il discorso su dove si poggia l’atto del credere sarebbe sufficiente per una diagnosi allarmata. Ma c’è il problema più serio di come lo spazio della fede comune risulti ingombrato dalla necessità di gestire le differenze delle fedi dogmatiche. In genere la soluzione si trova sul piano della gestione delle influenze, del “potere”. Esiste nella galassia evangelica un problema relativo al “potere”; lo denunciavano a Città del Capo gli ideatori del Terzo Congresso di Losanna, tra le tre gravi forme di idolatria dell’evangelismo mondiale.

Potrebbero esserci altre patologie; ne segnaliamo un’altra, molto particolare. Dal clima velenoso che si respira nei social, frequentato con incursioni più o meno “spirituali” da parte di “credenti” di varia provenienza, potrebbe sorgere facilmente un’obiezione, che potrebbe anche essere una sorta di diagnosi per quest’altra patologia: e voi che parlate di fede da curare, chi siete? non è forse da curare la vostra fede che appare liberal, soggetta al politically correct, tiepida, che flirta con posizioni progressiste, etc?

Quando si parla di social e si parla NEI social, difficilmente si esce dalla palude “del chi sono io e chi sei tu”; e forse anche questa è una manifestazione precipua di una fede da curare. A nulla serve l’esibizione di titoli, percorsi accreditanti, etc. Allora accogliamo la sfida e collochiamoci anche noi tra coloro che hanno una fede da curare.
Come rispondiamo? Certo, una fede che si esprime con proposizioni ipotetiche, che sembra corteggiare piuttosto che rimproverare, accarezzare piuttosto che scuotere … è sicuramente una fede che fa pensare, o meglio preoccupare.

Si potrebbe dire, però, che di tutte le patologie elencate abbiamo parlato della modalità di espressione della fede. Bisogna decidere se la fede da curare nella sua espressione sia un epifenomeno  una fede che abbia rinunciato a posizioni “di fede” forti. Ma questo sarebbe tutto da dimostrare. E chi scrive non crede che una fede da curare, che sia del tipo dubbiosa o arrogante o dogmatica abbia di per sé rinunciato o abdicato a fondamenti indispensabili affinché quella fede sia una fede cristiana.
Tuttavia aggiungiamo anche quest’altra patologia: la chiameremo una fede liberal.

Come se ne esce? E quali rimedi?

La fede, nella migliore tradizione evangelica dovrebbe essere il luogo in cui si manifesta la grazia, posto che sia irrinunciabile l’assunto riformista: siamo salvati per grazia mediante la fede (sola fide). Che cosa accade se nel luogo in cui si dovrebbe incontrare la grazia, chi ci guarda scopre l’orgoglio identitario e la certezza positivista o anche il tentennamento e l’indecisione liberal? La fede dovrebbe essere, per noi evangelici, il luogo e lo spazio della rinuncia a se stessi e il posto in cui si canta, e si vive, Just As I am (Così qual sono) e Amazing grace (Stupenda grazia).

E la fede – come dicevamo sopra – è anche una moneta che ci scambiamo fra di noi: il Nuovo Testamento parla spesso della fede “che ci è comune”. Quale? Verrebbe da chiedersi, dopo aver passato in rassegna, anche solo superficialmente, la tassonomia delle patologie della fede da curare. C’è modo veramente di chiedersi che cosa unisce i cristiani che dicono di sottomettersi all’autorità della Bibbia.

La natura non strutturata di queste riflessioni porta necessariamente a essere intuitivi e destrutturati nella risposta. Fedeli a questa impostazione ci sembra opportuno rilanciare, a mo’ di sfida a tutti quanti noi, solo due dei tanti scenari che la Bibbia (entrambe le due parti) costruisce intorno alla fede che rivela grazia e riesce a far concordare.

Da un lato abbiamo l’immagine della fede come appoggio (Isaia 7: la fede fa sussistere). Questa immagine implica la coscienza netta e nitida di quale sia l’appoggio, dove ci si sta appoggiando, veramente (Paolo parlerà di fondamento). Per curare la fede dobbiamo sempre e nuovamente chiederci se nel nostro atto di abbandono intravediamo Gesù Cristo e la sua croce. È lì che siamo chiamati ad appoggiarci ed è questo dipendere da Cristo e dalla croce che dovrebbe essere visto all’esterno.

Dall’altro lato abbiamo un risvolto etico della fede. Paolo parla “dell’ubbidienza della fede” (Rom 1); l’espressione è complessa, non c’è dubbio. Ma è altrettanto indubbio che essa, lungi dal richiamare pastoie tridentine o inciuci tra fede e opere, evoca immancabilmente il piano etico. Dobbiamo ricordarci di Giacomo 2. La fede ha in sé un principio di ubbidienza e l’ubbidienza è un incipit per un’etica segnata dalla croce (l’ubbidienza del Figlio).

È indubbio dunque che una fede sana, che vuole sanificarsi, deve continuamente indagare la natura del proprio fondamento e interrogarsi sulle implicazioni etiche di ciò che crede. In che modo allora il nostro credere è cifra, indizio, di un qualcosa di migliore, di benedetto, al quale il primo a tendere, senza pensare di esservi giunto definitivamente è proprio il credente?

Forse potremmo concludere questa lunga galoppata, sperando di unire tutti nel desiderio di curarci quanto al nostro modo di credere, facendo nostre le parole di un fortunato interlocutore del nostro Maestro: Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità!

 

Quattro modi in cui i cristiani possono influenzare il mondo.

 

 

Riapriamo i contributi del Dirs, proponendo la traduzione di una predicazione di John Stott, pubblicato con il permesso della rivista Christianity Today, che qui ringraziamo. Il 2021 è l’anno per le celebrazioni di Stott, perché cade il centenario della nascita e il decennale della sua dipartita da questo mondo. Il predicatore inglese è stato uno delle persone più influenti del panorama evangelico del XX secolo. Ha dato alla missione cristiana uno spessore culturale notevole e, oltre ad essere stato l’ispiratore del Movimento di Losanna, ha ispirato diverse generazioni di pensatori evangelici. Abbiamo scelto di celebrare questo “gigante” della fede, dando la parola direttamente a lui, proponendo una sua predicazione, in cui si vede la sua profondità e tutta la sua grandezza come uomo di fede. Riteniamo anche che lo scritto sia di estrema attualità anche oggi e che la sua lettura del mondo contemporaneo fatta in diversi suoi libri (alcuni dei quali tradotti in italiano dalle Edizioni Gbu: il testo qui presentato riecheggia sicuramente Il messaggio del Sermone sul Monte,  https://edizionigbu.it/libreria/il-messaggio-del-sermone-sul-monte/ ) sia una delle più efficaci. Tale lettura del mondo moderno si allinea perfettamente a quella di un movimento che vuole portare il Vangelo nel mondo accademico. Buona lettura. (Valerio Bernardi)

 

Quattro modi in cui i cristiani possono influenzare il mondo.

Come possiamo essere sale della terra.

di John Stott.

 

Alienazione è in origine una parola marxista e Karl Marx indicava con essa l’alienazione dei lavoratori dal prodotto del proprio lavoro. Quando ciò che ha prodotto è venduto dal padrone della fabbrica, è alienato dal frutto del proprio lavoro. Ma al giorno d’oggi la parola alienazione ha il più ampio significato di impotenza. Ogni volta che ci si sente impotenti da un punto di vista politico od economico, ci si sente alienati. Jimmy Reid, un ben noto consigliere marxista a Glasgow e leader dei lavoratori portuali del Clydeside, quando era rettore dell’università di Glasgow, ha detto, “L’alienazione è il grido degli uomini che si sentono vittime delle cieche forze economiche oltre il loro controllo. L’alienazione è la frustrazione delle persone comuni che sono escluse dai processi decisionali”. Abbiamo una qualche influenza? Abbiamo un qualche potere? Questo è il problema.

La parola influenza può talvolta essere usata per una sete di potere auto-rerefenziale, come nel famoso libro di Dale Carnegie Come trattare gli altri e farseli amici. Ma si può anche usare per indicare il modo disinteressato dei Cristiani che rifiutano di accettare lo status quo, che sono determinati a vedere che le cose cambino nella società e che desiderano di avere una qualche influenza per Gesù Cristo. Sono senza potere? La ricerca del cambiamento sociale è senza alcuna speranza ancor prima che iniziamo? O i Cristiani possono esercitare una qualche influenza per Gesù Cristo?

C’è molto pessimismo oggi che afferra e paralizza le persone. Alzano le braccia in una sorta di sacro sgomento. La società è marcia dentro. Ogni cosa è senza speranza; non c’è nessuna speranza se non nel ritorno di Gesù Cristo. Come Edward Norman, decano della Peter House a Cambridge, ha detto una volta in un’intervista alla radio, “La gente è spazzatura”.

Ma la gente non è spazzatura. La gente è composta da uomini e donne fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Sono in realtà caduti, ma l’immagine di Dio non è stata distrutta. Sono capaci di fare qualcosa di buono? La dottrina della totale depravazione, che significa che ogni parte del nostro essere umano è stato contaminato dalla Caduta, non significa che siamo incapaci di fare qualcosa di buono. Gesù stesso ha detto che sebbene siamo malvagi, siamo capaci di fare cose buone e dare buoni doni ai nostri figli. Ora, naturalmente crediamo nella Caduta. Crediamo che Cristo è venuto di nuovo per mettere le cose a posto. Se si sviluppa una mentalità cristiana, non ci si sofferma esclusivamente sulla caduta dell’uomo e del sul ritorno di Cristo. Si pensa anche alla creazione ed alla redenzione per mezzo di Gesù Cristo. E dobbiamo permettere alla Creazione di essere, come lo è stata, qualificata dalla Caduta e la Caduta dalla Redenzione e la Redenzione dal Compimento. E la mente cristiana pensa nei termini di questo scopo totale di Dio, che include la Creazione, la Caduta, la Redenzione ed il Compimento.

Se siamo pessimisti e pensiamo che non siamo capaci di fare alcunché nella società umana di oggi, mi azzerderei ad affermare che siamo estremamente sbilanciati da un punto di vista teologico, se non addirittura eretici e nocivi. E’ ridicolo dire che i Cristiani non possono influenzare la società. E’ sbagliato biblicamente e storicamente. Il cristianesimo ha avuto una enorme influenza nella società attreverso la sua lunga e movimentata storia. Si guardi a questa conclusione di Kenneth Latourette nella sua opera in sette volumi sulla storia dell’espansione del cristianesimo:

“Nessuna vita mai vissuta su questo pianeta è stata così influente nelle vicende degli uomini come la vita di Gesù Cristo. Da quella breve vita e dalla sua apparente frustrazione è scaturita una forza più potente per la trionfante vittoria della lunga battaglia dell’uomo di ogni altra che sia stata conosciuta dalla razza umana. Da ciò milioni sono stati sollevati dall’analfabetismo e l’ignoranza e sono stati collocati sulla strada di una crescente libertà intellettuale e controllo sull’ambiente fisico. Ha fatto più per alleviare i dolori fisici della malattia e della fame di ogni altro impulso conosciuto dall’uomo. Ha emancipato milioni dalla schiavitù dei beni mobili e altri milioni dall’assuefazione al vizio. Ha protetto decine di milioni dallo sfruttamento dei loro compagni. E’ stato la fonte più fruttuosa per diminuire gli orrori della guerra e nel porre le relazioni tra uomini e nazioni sulla base della giustizia e della pace.”

Cristo e la sua chiesa hanno avuto un’enorme influenza. E se solo fossimo strenuamente impegnati per Gesù Cristo nella pienezza del nostro impegno, allora dovremmo avere ancora più influenza di quanto ne abbiamo.

Pertanto, via dal pessimismo e via anche dal cieco ottimismo, come se pensassimo che l’utopia fosse dietro l’angolo. No, i cristiani sono persone dalla mente sobria, realisti biblici, che hanno una dottrina ben bilanciata della redenzione e del compimento. Non siamo impotenti. Ho paura che siamo piuttosto spesso pigri e miopi, non fiduciosi e disobbedienti al mandato di Gesù.

 

Oltre la semplice sopravvivenza

Per molti di noi, i versetti di Matteo 5 diventano sempre più familiari. Vediamo la loro grande importanza oggi ed iniziamo a vederli di nuovo. Nel Sermone sul Monte, Gesù proclama, nel versetto 13: “Voi siete il sale della terra”. Versetto 14: “Siete la luce del mondo”. Versetto 16: “Così la vostra luce risplenda di fronte agli uomini, in modo che vedano le vostre buone opere e glorifichino vostro Padre, che è nel cielo”.

In tutte queste metafore del sale e della luce, Gesù insegna quale sia la responsabilità dei Cristiani in una società non-cristiana, o sub-cristiana, o post-cristiana. Mette in evidenza la differenza tra cristiani e non cristiani, tra chiesa e mondo, e mette in evidenza l’influenza che i cristiani dovrebbero avere su un ambiente non cristiano. La distinzione tra i due è chiara. Il mondo, dice, è come carne putrefatta. Ma si deve essere il sale del mondo. Il mondo è come una notte oscura, ma si deve essere la luce del mondo. Questa è la fondamentale differenza tra i cristiani e i non cristiani, la chiesa e il mondo.

Poi va dalla distinzione all’influenza. Come il sale nella carne marcia, i cristiani devono ostacolare la decadenza sociale. Come la luce nel buio prevalente, i Cristiani devono illuminare la società e mostrare una via migliore. E’ molto importante comprendere questi due stadi nell’insegnamento di Gesù. Più cristiani accettano che c’è una distinzione tra cristiani e non cristiani, tra la chiesa ed il mondo. La nuova società di Dio, la chiesa, è differente dalla vecchia società come il sale dalla carne putrefatta e la luce dalle tenebre.

Ma ci sono troppe persone che si fermano qui; troppe persone la cui sola preoccupazione è con il sopravvivere, ovvero con il mantenere la distinzione. Il sale deve mantenere la sua sapidità, dicono. Non deve diventare contaminato. La luce deve mantenere la sua brillantezza. Non deve essere soffocata dalle tenebre. E’ vero. Ma questo è semplicemente sopravvivenza. Sale e luce non sono soltanto un po’ differenti dal loro ambiente. Il sale deve essere sparso sulla carne per evitare che marcisca. La luce deve brillare nelle tenebre. Deve essere sistemata in una plafoniera e deve dare luce all’ambiente. Questo significa influenzare l’ambiente ed è piuttosto differente dalla semplice sopravvivenza.

Quattro poteri

 

Qual è la natura di questa influenza? Voglio suggerire alcuni modi in cui noi cristiani abbiamo potere.

In primo luogo, c’è potere nella preghiera. Vi supplico di non considerarlo un pio luogo comune. Non lo è. Ci sono dei cristiani che sono degli attivisti sociali che non smettono mai di pregare. Hanno torto non è vero? La preghiera è una parte indispensabile della vita dei cristiani e della vita della chiesa. Ed il primo dovere della chiesa verso la società e suoi leader è pregare per loro. “Esorto, dunque, prima di tutto”, scrive Paolo nella sua prima epistola a Timoteo, “a fare suppliche, preghiere, intercessioni, rendimenti di grazie per i re e per tutti quelli che sono in posizione di preminenza, perché trascorriamo un’esistenza quieta e calma, in tutta pietà e dignità”.

Se nella comunità c’è più violenza che pace, più indecenza che modestia, più oppressione che giustizia, più secolarismo che religiosità, è perché la chiesa non sta pregando come dovrebbe? Credo che nei nostri normali culti, dovremmo prendere con maggiore serietà i cinque o dieci minuti di intercessione, in cui, come comunità, ci inginocchiamo davanti a Dio e portiamo a lui il mondo ed i suoi leader, e gli richiediamo di intervenire. E lo stesso è vero nelle nostre riunioni di preghiera, nei gruppi di fratellanza, e nelle nostre preghiere private. Penso che molti di noi, me stesso incluso, siamo più provinciali che globali nelle nostre preghiere. Ma non siamo cristiani globali? Non condividiamo le nostre preoccupazioni globali con il nostro Dio globale? Dovremo esprimere le nostre preoccupazioni nelle nostre preghiere.

In secondo luogo, c’è il potere della verità. Tutti noi crediamo nel potere della verità del Vangelo. Amiamo dire “Infatti, non mi vergogno del vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom. 1: 16). Siamo convinti della potenza del vangelo nell’evangelismo, che porta salvezza e redenzione a coloro che rispondono e credono in Gesù. Ma non è soltanto il Vangelo che è potente. Tutta la verità di Dio è potente. La verità di Dio di qualunque tipo è molto più potente delle bugie del Diavolo. Lo credete, o siete pessimisti? Pensate che il Diavolo è più forte di Dio? Pensante che le bugie siano più forti della verità? I cristiani credono che la verità è più forte delle bugie, e che Dio è più forte del Diavolo. Come Paolo scrive in II Corinzi, 13: 8: “Non possiamo nulla contro la verità, ma solo a favore della verità”. Come Giovanni ha detto nel suo prologo per il quarto vangelo: “La luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non prevaranno”. Naturalmente non possono; quella luce è la verità di Dio.

Aleksandr Solzhenitsyn, il leggendario dissidente sovietico, credeva nel potere della verità sopra le bugie. Quando ricevette il premio Nobel per la letteratura, fece un discorso intitolato “Una parola di Verità” Gli scrittori, dice, “non hanno missili da far esplodere. Non…guidiamo neanche il più insignificante veicolo di supporto. Non abbiamo nessun potere militare. Pertanto cosa può fare la letteratura di fronte all’assalto spietato della violenza manifesta?” Solzhenitsyn non dice che non abbiamo alcun potere. Dice: “Una parola di verità prevale sul mondo intero”. Se qualcuno dovrebbe chiedere una cosa del genere sono i Cristiani. E’ vero. La verità è molto più potente delle bombe, dei carri armati e delle armi.

Come vedremo il potere della verità all’opera? Persuasione attraverso l’argomentazione. Abbiamo soltanto bisogno di apologeti della dottrina nell’evangelismo che sostengano la verità del Vangelo, alla stessa maniera ci occorrono apologeti dell’etica nell’azione sociale per sostenere la verità e la bontà della legge morale di Dio. Abbiamo bisogno di pensatori cristiani che usino le loro menti per Gesù Cristo, che vogliano parlare e scrivere e parlare alla radio ed andare in televisione con lo scopo di influenzare la pubblica opinione.

Vi farò velocemente qualche esempio. Non si possono forzare le persone ad andare in chiesa facendo una legge. Non li puoi forzare a riposare la domenica. Non possiamo semplicemente citare dalla Bibbia come se così risolvessimo il problema. Ma dobbiamo portare avanti le nostre migliori argomentazioni. Dobbiamo argomentare che, psicologicamente e fisicamente, gli esseri umani hanno bisogno di un giorno di riposo ogni sette, e che socialmente è bene per la famiglia che sono separate durante la settimana di stare un giorno insieme la domenica. Possiamo essere a favore di una legislazione che protegge i lavoratori dall’essere costretti a lavorare ed incoraggi la vita famigliare. In questo esempio, non stiamo né imponendo la nostra visione cristiana, né stiamo lasciando i non cristiani soli nelle loro idee, né stiamo citando la Bibbia in maniera dogmatica. Stiamo semplicemente usando ogni argomentazione (fisica, psicologica, sociologica) per raccomandare la saggezza e la verità dell’insegnamento biblico. Perché? Perché crediamo nel potere della verità.

Se si dubita della potenza delle forme secolari delle argomentazioni per illuminare la verità biblica, allora si consideri un articolo apparso nella rivista americana Seventeen intitolato “Il caso contro la convivenza”. E’ un’intervista con Nancy Moore Clatworthy, una sociologa dell’Ohio State University. Per dieci anni, Clatworthy aveva studiato il fenomeno delle coppie non sposate che vivevano insieme. Quando aveva iniziato, era favorevole a tale pratica. “I giovani”, diceva, “ci hanno detto che è una cosa meravigliosa”. E diceva che gli credeva. Le sembrava che fosse un accordo opportuno, un passo utile nel corteggiamento in cui le coppie si conoscevano meglio. Ma la sua ricerca che comprendeva test fatti a centinaia di persone, sposate e non sposate, l’ha portata a cambiare idea. Ed è arrivata alla conclusione che convivere non stava funzionando come le coppie si aspettavano, in special modo per le ragazze. Le aveva trovate tese, timorose, guardando al di là di ogni retorica al possibile dolore ed agonia.

Clatworthy fa due considerazioni: nell’area della felicità, rispetto ed accomodamento “le coppie che convivono prima del matrimonio hanno più problemi della coppie che si sposano prima”. In ogni campo, le coppie che convivono prima del matrimonio sono in disaccordo più spesso delle coppie che non lo hanno fatto. Convivere, conclude, non risolve i problemi.

La sua seconda considerazione era sull’impegno, le aspettative che una persona ha sui risultati di una relazione. L’impegno è ciò che permette al matrimonio ed al convivere di funzionare. Ma qui sorge il problema: “Sapere che qualcosa è provvisorio, come convivere non sposandosi, influisce sul grado di impegno in esso. Così le coppie non sposate sono meno impegnate nel far funzionare e nel proteggere la propria relazione. E, di conseguenza, il 75 per cento di loro interrompono la relazione. E specialmente le ragazze sono fortemente ferite da ciò.” Conclude, “statisticamente si sta molto meglio sposandosi che convivendo, perché per le persone che sono innamorate, nulla meno di un impegno è una scappatoia.”

Ora non penso che Clatworthy sia cristiana. Il suo appello non è all’autorità della Scrittura ma ai risultati delle ricerche sociologiche. E tuttavia la sua ricerca sociologica difende l’etica cristiana e la sua applicazione all’istituzione del matrimonio. Ci ricorda che la verità di Dio ha potenza, sia nella forma biblica che non biblica.

Il nostro terzo potere è il potere dell’esempio. La verità è potente quando è argomentata. E’ ancora più potente quando è mostrare. Alle persone non occorre soltanto comprendere l’argomentazione. Gli occorre vedere i benefici dell’argomentazione con i propri occhi. E’ difficile esagerare la potenza per il bene che una famiglia realmente cristiana può esercitare, per esempio, nello sviluppo di un vicinato di case popolari. L’intera comunità può vedere marito e moglie che si amano e si onorano a vicenda, che sono devoti e fedeli l’un l’altro, e trovano compimento l’uno nell’altro. Vedono i bambini crescere nella sicurezza di una casa amorevole e ben regolata. Vedono una famiglia non ripiegata su sé stessa, ma che si volge all’esterno, che si intrattiene con gli estranei, facendoli sentire i benvenuti, mantenendo la propria casa aperta, cercando di essere coinvolti nei problemi della comunità. Un’infermiera cristiana in un ospedale: un insegnante cristiano in una scuola; un cristiano in un negozio, in una fabbrica, o in un ufficio potranno fare la differenza, per il bene o per il male.

I cristiani sono persone segnalate. Il mondo sta guardando. E il modo maggiore per Dio di cambiare la vecchia società è impiantare in essa la sua nuova società, con i suoi valori differenti, i suoi standard differenti, le gioie differenti e gli scopi differenti. La nostra speranza è che il mondo che guarda vedrà queste differenze, e le troverà attraenti, che “vedano le vostre buone opere e glorifichino vostro Padre che è in cielo” (Mat. 5: 16).

In quarto luogo, i cristiani hanno il potere di un gruppo solidale, il potere di una minoranza dedicata. Secondo il sociologo americano Robert Belair, dell’Institute for Advanced Study dell’Università di Princeton, “Non dovremo sottostimare il significato di piccoli gruppi che hanno la visione di un mondo giusto e gentile. La qualità di un intera cultura potrebbe essere cambiate quando il due per cento delle proprie persone hanno una nuova visione.”

Quella era il modo in cui agiva Gesù. Ha iniziato con un piccolo gruppo composto da solo 12 persone dedicate. Entro pochi anni, gli ufficiali romani si lamentavano che stava mettendo il mondo sotto sopra. C’è una grande necessità di gruppi di cristiano dedicati ed impegnati reciprocamente, impegnati per una visione di giustizia, impegnati per Cristo; gruppi che vogliono pregare assieme, pensare insieme, formulare politiche insieme e mettersi all’opera insieme nella comunità.

Volete vedere la nostra vita nazione essere più gradevole a Dio? Avete la visione di una nuova religiosità, una nuova giustizia, una nuova libertà, una nuova equità, una nuova compassione? Volete pentivi del pessimismo sub-cristiano? Volete riaffermare la vostra fiducia nella potenza di Dio, nella potenza della preghiera, della verità, dell’esempio, dell’impegno di gruppo, e del vangelo? Offriamo noi stessi a Dio, come strumenti nelle sue mani, come sale e luce nella comunità. La chiesa potrebbe avere un enorme influenza per il bene, in ogni nazione sulla terra, se vogliamo impegnarci totalmente per Cristo. Diamo noi stessi a lui che ha dato sé stesso per noi.

(tr. it. Valerio Bernardi, per gentile concessione di Christianity Today, articolo originale al seguente link: https://www.christianitytoday.com/ct/2011/october/john-stott-four-ways-christians-can-influence-world.html)

Indizi inequivocabili

di Luca Basta

L’Accademia svedese delle scienze ha assegnato il Nobel per la fisica 2020 per metà a Roger Penrose “per la scoperta che la formazione dei buchi neri è una solida previsione della teoria generale della relatività” e per l’altra metà, congiuntamente, a Reinhard Genzel e Andrea Ghez  “per la scoperta di un oggetto compatto supermassivo al centro della nostra galassia“.

Per capire quale sia stato il contributo di Penrose, dobbiamo prima comprendere il punto in cui si trovava la ricerca sui buchi neri all’inizio degli anni ’60.

Einstein, agli inizi del 1900, pubblicò la sua sorprendente teoria della relatività. Questa, sintetizzando in modo estremo, spiega come la gravità nasca dalla distorsione dello spazio tempo, una varietà quadri-dimensionale che combina le tre dimensioni spaziali con la dimensione temporale. Possiamo immaginarci lo spazio tempo come un lenzuolo sospeso e gli oggetti cosmologici (stelle e pianeti) come dei pesi su questo lenzuolo: ogni oggetto stiracchia il lenzuolo verso il basso, deformandolo. Esplorando le equazioni di Einstein, nel 1916 Schwarzschild teorizzò che in presenza di un oggetto abbastanza massivo, questo riesca a fare un buco nel lenzuolo dello spazio tempo (sarebbe più corretto dire che stirerebbe il lenzuolo talmente in basso da sembrare che ci sia effettivamente un buco..)! In queste regioni la gravità è talmente intensa da deformare lo spazio-tempo in modo tale che nulla, neppure la luce, può scapparne: da qui il nome (John Archibald Wheeler, in un’intervista del 1968: “se l’oggetto si trovasse a passare davanti allo sfondo pieno di stelle della nostra galassia, l’osservatore sulla Terra non potrebbe vedere l’astro, ma vedrebbe nella sua posizione un BUCO NERO rispetto allo sfondo luminoso”). Le equazioni di Einstein furono rivoluzionarie e la comunità scientifica cominciò a studiarle a fondo. Ma la convinzione generale, e quella dello stesso Einstein, era che questi buchi neri fossero degli escamotage teorici e non delle entità reali. La formazione di un buco nero era stata descritta solamente introducendo parametri ideali, per lo più irrealistici (simmetrie perfette, ad esempio..). Come se per sapere esattamente quante mucche possano entrare in una stalla le dovessimo approssimare dando loro una perfetta forma sferica e metterle sotto vuoto..! Qualcosa che in realtà si fa spesso, per avvicinarci ad una migliore comprensione di un sistema, ma che ovviamente non ci assicura che la descrizione prevista sia poi effettivamente corrispondente alla realtà…

In quegli anni, Roger Penrose si stava laureando e dottorando in matematica a Cambridge. Il suo ambito di ricerca era la topologia, quella branca della matematica che descrive le proprietà degli oggetti geometrici e come possono essere deformati, compressi o stiracchiati. Negli anni ’50, insieme a suo padre (uno psichiatra), concepì e rese famoso il “triangolo di Penrose”, che molto probabilmente avete visto come esempio di illusione ottica (nonostante fosse già stato ideato dall’artista svedese Oskar Reutersvärd circa vent’anni prima). Penrose lo definì “l’impossibilità nella sua forma più pura”, e lo troviamo spesso nelle opere dell’artista Escher. Si interessò alla astrofisica grazie al suo amico Dennis Sciama, un cosmologo anche lui a Cambridge al tempo. Cominciò a pensare alla “geometria interna di un buco nero, a come i raggi luminosi si comportano, a come si concentrano, e cose del genere..” (come lui stesso racconta). E così sviluppò un’idea innovativa, che poi definì “superfici intrappolate”, per descrivere il “collasso gravitazionale di un oggetto estremamente massivo che raggiunge il punto di non ritorno e che non dipende da alcuna simmetria o parametri simili”. Nel 1965, Roger Penrose fu il primo a dimostrare matematicamente che i buchi neri fossero una conseguenza naturale della teoria della relatività e non soltanto fantascienza. Nello specifico, Penrose dimostrò che se un oggetto come una stella morente collassa, ad un certo punto non c’è nulla che possa impedire alla gravità di diventare talmente intensa da generare una singolarità: un punto a densità di massa infinita in cui le leggi della fisica che conosciamo smettono di esistere.
Il suo lavoro diede una nuova spinta allo studio teorico e sperimentale sui buchi neri.

Veniamo ora ad Andrea Ghez e Reinhard Genzel. Qualche anno prima, nel 1931, Karl Jansky, uno dei padri della radio astronomia, aveva scoperto un segnale radio proveniente dal centro della Via Lattea (la galassia a cui appartiene il nostro sistema solare), nella direzione della costellazione del Sagittario. Successivamente si scoprì che la sorgente di questo segnale radio era in realtà la sovrapposizione di più componenti e nel 1974 ne venne identificata una particolarmente intensa e compatta: Sagittarius A*. E’ purtroppo impossibile osservare nello spettro del visibile il centro della nostra galassia, ovvero con i classici telescopi che possiamo facilmente comprare per studiare la luna, o le lune intorno a Giove. Questo perché la polvere e il gas interstellare che sono nel mezzo, assorbono e disperdono la radiazione elettromagnetica (e quindi anche la luce visibile). Un fenomeno detto estinzione. Al tempo stesso, la turbolenza della nostra atmosfera deforma in maniera casuale il cammino della radiazione elettromagnetica, distorcendolo.

Per limitare il più possibile questi problemi, nel 1995 fu costruito il telescopio Keck. A 4200 m di altitudine, sul vulcano dormiente Mauna Kea, alle Hawaii dove l’atmosfera è più sottile e l’inquinamento è minore. Il suo specchio iperbolico è composto da 36 segmenti, per un totale di 10 metri di diametro e un peso di 270 tonnellate. Per ridurre gli effetti della turbolenza atmosferica, un potente computer muove singolarmente ogni segmento dello specchio (ogni mezzo secondo), creando così un’ottica adattiva dalla precisione inimmaginabile (un milionesimo di mm). Osservando Sagittarius A* nell’infrarosso inoltre, invece che nel visibile, il fenomeno dell’estinzione si riduce notevolmente, permettendo così di seguire circa 30 stelle nelle loro rotazioni intorno al centro della galassia. Analizzando i dati raccolti nei primi venti anni di osservazioni, Andrea Ghez e il suo gruppo di ricerca hanno dimostrato che l’oggetto al centro delle orbite (ovviamente ellittiche) delle 30 stelle che furono seguite ha una massa di circa 4 milioni di volte quella del sole (massa solare) ed è limitato in una regione spaziale di 45 unità astronomiche (45 volte la distanza tra il Sole e la Terra, circa 7 miliardi di chilometri). Parallelamente Reinhard Genzel, con i suoi collaboratori, contribuiva in modo decisivo allo sviluppo dell’imaging astronomico ad alta definizione, in particolare nell’infrarosso. Con i suoi progressi e grazie al Very Large Telescope in Cile, riuscì a misurare il periodo di rotazione di una stella in particolare, nel centro della nostra galassia, che corrispondeva all’incredibile velocità di 5000 km/s su un’orbita grande come il nostro sistema solare, intorno ad un oggetto supermassivo (in confronto la Terra ha una velocità orbitale media di 30 km/s, mentre Nettuno orbita a 5 km/s).
L’unico oggetto che può avere queste caratteristiche è un buco nero.

Come abbiamo appena visto, negli ultimi anni la scienza ci ha condotti in un viaggio colmo non soltanto di sorprese, ma anche di mistero. La cosmologia su scala infinitamente grande, insieme alla fisica delle particelle su scala infinitamente piccola, ci hanno gradualmente dischiuso la struttura spettacolare e meravigliosa dell’universo nel quale viviamo. La domanda allora sorge spontanea: cosa siamo noi esseri umani in tutto ciò? Siamo semplicemente dei minuscoli esseri transitori nati per caso, oppure l’universo stesso ci fornisce qualche indizio per poter ritenere che noi esseri umani abbiamo qualche importanza?

Parlando di scienza non possiamo non riconoscere come il fondamento del metodo scientifico stesso affondi nell’intellegibilità razionale dell’universo. A questo proposito Einstein commentò: “La cosa più incomprensibile dell’universo è che esso sia comprensibile. […] A priori ci si aspetterebbe un mondo caotico, che in nessun modo possa essere compreso dall’intelletto […]; il genere di ordine creato dalla teoria della gravitazione di Newton, per esempio, è del tutto differente. Il successo delle teorie scientifiche presuppone un elevato grado di ordinamento del mondo oggettivo, e questo non può essere previsto a priori”.

Perché siamo capaci di descrivere l’universo in termini matematici? E’ estremamente sorprendente come i concetti matematici più astratti, che sembrano essere delle pure invenzioni della mente umana, possano rivelarsi di fondamentale importanza per alcune branche della scienza, con una vasta gamma di applicazioni pratiche. Lo stesso Roger Penrose afferma: “Deve esserci qualche ragione profonda per l’accordo tra matematica e fisica.  È difficile per me credere che simili teorie eccezionali possano essere nate puramente mediante una qualche selezione naturale casuale”.

L’unica valida risposta, io credo, è che l’intellegibilità dell’universo sia fondata sulla natura della razionalità intima di Dio: tanto il mondo reale quanto la matematica sono riconducibili alla Mente di Dio che creò sia l’universo che la mente umana. Pertanto non è sorprendente che le teorie matematiche elaborate da menti umane create ad immagine della Mente di Dio trovino delle applicazioni in un universo il cui architetto fu quella stessa Mente creativa.

Ma, facendo un passo indietro, cosa possiamo dire sull’esistenza stessa dell’universo?

Arno Penzias, premio Nobel per la fisica nel 1978 per la scoperta della radiazione cosmica di fondo, afferma: “L’astronomia ci conduce verso un evento unico, un universo creato dal nulla, con quell’equilibrio assai delicato necessario per offrire esattamente le giuste condizioni richieste per consentire la vita, e con un progetto sottostante (si potrebbe dire soprannaturale)”. Il quadro straordinario che emerge dalla cosmologia (come dal resto della fisica) moderna è quello di un universo le cui forze fondamentali risultano essere, in maniera sbalorditiva, equilibrate o “finemente regolate” affinché l’universo possa consentire la vita (si parla di “fine-tuning”).

Prendiamo la densità di massa dell’universo ad esempio. Se fosse solo leggermente maggiore di quello che è, il deuterio (un isotopo dell’atomo di idrogeno, con un neutrone in più) sarebbe troppo abbondante, le stelle brucerebbero troppo rapidamente e non avremmo vita nell’universo. Se fosse solo leggermente minore, non ci sarebbe abbastanza elio nell’universo, e questo porterebbe ad una carenza degli elementi più pesanti (C, O, Fe, …). Paragoniamo l’universo ad una flotta di 1 000 miliardi di navi portaerei, ognuna lunga 330 m e pesante 100 000 tonnellate. Se questa flotta fosse calibrata con la stessa precisione della densità di massa dell’universo, sottraendo un miliardesimo della massa di un singolo elettrone, causeremmo l’affondamento dell’intera flotta!

Consideriamo la costante cosmologica, che regola come una forza repulsiva contrasti la gravità portando all’espansione dell’universo. Una variazione nell’ordine di 10120 (1 seguito da 120 zeri) e l’universo non potrebbe sostenere la vita. Pensate che la probabilità di centrare una monetina dall’altra parte dell’universo, distante 20 miliardi di anni luce da noi, è circa 1060 (1 seguito da 60 zeri). Ora aggiungete altri 60 zeri…una probabilità decisamente piccola.

Infine, consideriamo l’intero universo come lo conosciamo (con tutte le stelle, i pianeti, le galassie, i buchi neri..) e condensiamolo in un minuscolo puntino (della dimensione della lunghezza di Planck, la più piccola distanza possibile: 10-34m). Così compresso deve essere necessariamente più ordinato, e quindi meno caotico e con una entropia molto minore dell’universo attuale. Penrose stesso ha calcolato la probabilità che un universo in tale stato di bassissima entropia possa apparire dal nulla, per caso: 1010^123. “Anche se potessimo scrivere uno zero su ogni singola particella dell’universo (elettroni, protoni, neutroni, ecc..) non avremmo zeri a sufficienza. La precisione necessaria per indirizzare l’universo è […] straordinaria”.

Allan Sandage, uno dei padri della moderna astronomia, scopritore dei quasar e vincitore del premio Crafoord (l’equivalente del Nobel per l’astronomia), afferma: “Trovo assai improbabile che un simile ordine sia emerso dal caos. Deve esserci un principio organizzatore. Dio per me è un mistero, ma è la spiegazione del miracolo dell’esistenza: perché vi è qualcosa anziché il nulla”.

Anche Stephen Hawking, probabilmente il più famoso cosmologo e ateo convinto, riconosce “degno di nota che i valori delle costanti della fisica sembrino essere state finemente regolate per rendere possibile lo sviluppo della vita”.

Infine, Charles Townes, premio Nobel per la fisica nel 1964 (per la scoperta del maser, il precursore del laser) scrive: “A mio parere, la questione dell’origine sembra rimanere senza risposta se la esaminiamo dal punto di vista scientifico. […] Io credo nel concetto di Dio e nella sua esistenza”.

Personalmente credo che tutti questi siano indizi inequivocabili dell’esistenza di un Creatore, un Architetto dietro l’universo e la vita che conosciamo e investighiamo. Einstein afferma: “Questo [l’esistenza di un disegno, di un progetto] è il “miracolo” che viene continuamente rafforzato a mano a mano che le nostre conoscenze si espandono”.

Qual è questo progetto? Perché un Architetto avrebbe voluto creare un universo su misura per noi, tale sia da sostenere la nostra esistenza, che da permetterci di studiarlo e comprenderlo? Vi invitiamo a leggere la Bibbia e seguirci o contattarci per andare più a fondo ed esplorare la risposta a questa domanda.

 

Fonti:

  • Ragioni per Dio – Tim Keller
  • Dio e la Scienza – John C. Lennox
  • nature.com
  • astrobites.com
  • ox.ac.uk
  • bbc.com

 

Luca Basta è laureato in Fisica della Materia presso l’Università di Pisa. Ora sta completando il suo Perfezionamento (Dottorato di ricerca) in Nanoscienze presso la Scuola Normale Superiore; è anche uno dei coordinatori GBU di Pisa.

Protesto, perciò credo

di Miroslav Volf

Le catastrofi nel mondo ci sono sempre state e disastri localizzati sono sempre stati presenti. Anche le pandemie non sono ignote all’uomo e, anzi, questa legata al COVID-19, almeno per ora sembra essere una delle meno tragiche nei suoi risultati di vittime. Basterebbe vedere cosa è successo durante l’influenza spagnola subito dopo il Primo Conflitto mondiale per capire come la portata odierna sia più limitata, anche se ugualmente tragica.
Quando ci si trova di fronte alla tragedia del male e della morte talvolta il cristianesimo sembra essere sotto scacco. Come ci ricorda Blocher, nel suo Il male e la croce (pubbblicato dalle edizioni Gbu in italiano, https://edizionigbu.it/libreria/il-male-e-la-croce) il cristianesimo non può rispondere al quesito in maniera semplicistica e ostentando un facile ottimismo. La presenza del male nel mondo, infatti, è rappresentato dalla stessa Croce.
Colui che crede in Dio spera nel Cristo che asciugherà le lacrime, ma, allo stesso tempo si interroga, e, come ci ricorda il testo biblico, si lamenta per la sua condizione chiedendo conforto al Dio in cui crede.
Qualche settimana fa il teologo anglicano Tom Wright sull’autorevole rivista Time, ci ha ricordato il diritto al Lamento che ha il credente ed anche al non dover dare per forza delle risposte.
Sedici anni fa l’umanità del sud-est asiatico fu colpita da un disastroso Tsunami, un evento “naturale” che portò via migliaia di vite. In quell’occasione il teologo americano-croato Miroslav Volf si interrogò sull’accaduto in questo breve scritto, pubblicato nella rivista Christian Century e poi riproposto nel libro Contro la marea, che le eduzioni Gbu hanno in corso di pubblicazione.
Riproponiamo questo articolo, proprio perché in questi giorni lo stesso Volf lo ha riproposto e perché ci sembra di stringente attualità. (Valerio Bernardi

Protesto, perciò credo

Ad una cena in onore di un ospite importante, ero seduto vicino ad una signora che lavorava per la  CBS. Lo tsunami aveva appena colpito la costa di Sumatra con tutta la sua forza distruttiva, e stavamo parlando della grandezza della desolazione, la grave condizione delle vittime e la follia dell’evento. Sapeva che ero un teologo, così ha affrontato il problema di Dio. “Dove era Dio”, disse bruscamente, “Come si può credere in un Dio buono di fronte a tale sofferenza?” E qui io ho commesso il mio errore.

La cosa buona era che, suppongo, l’errore non fosse tanto cattivo quanto poteva sembrare. Potevo tentare di giustificare Dio. Dopo tutto, Dio era sotto attacco, ed io ero un teologo – ed un teologo che trova Dio profondamente attraente, anche se talvolta totalmente sconcertante e perturbante. Ma mi sono ricordato del terremoto che aveva distrutto Lisbona nel 1755 ed il Candido di Voltaire, un devastante e spiritoso attacco nei confronti dell’ottimismo filosofico e teologico e scritto parzialmente a risposta. Due terzi di Lisbona erano stati distrutti e circa trentamila persone erano morte, molti a seguito di un maremoto e di un incendio che avevano seguito il terremoto. Era il giorno di Tutti i Santi, e “le chiese, con le candele che bruciavano, si sbriciolarono sui fedeli”. I bordelli furono quasi tutti risparmiati, come Voltaire faceva argutamente notare.

Da quando ho letto il Candido, non sono stato capace di portare me stesso a cercare di difendere Dio contro il carico di impotenza o la mancanza di attenzione riguardo i mali orribili. Non riuscivo a rendere plausibile a me stesso affermazioni quali “qualunque cosa succeda, è giusta” o “la malattia parziale è per  il bene universale”. Non c’è voluto molto per giungere alla conclusione che un tale argomento dovesse essere sbagliato.  Può darsi che sarò persuaso da ciò una volta che la storia avrà fatto il suo corso e Dio causerà redenzione e dannazione, e sarò capace di pensare con una mente chiara un mondo reso unitario dall’interno. Quello è ciò che Martin Lutero ha suggerito che sarebbe accaduto nel suo trattato Sul servo arbitrio. Ma qui ed ora, invischiato come sono in un mondo in cui la sofferenza si assomma ad altra sofferenza nel corso di una storia senza fine, trovo tale argomentazione improbabile, zoppicante e persino un po’ irritante. La bontà della interezza sembra terribilmente astratta e senza alcuna plausibilità o consolazione per un essere umano colpito dalla sofferenza. “Quando la morte coronerà le malattie dell’uomo sofferente, che grande consolazione sarà essere mangiato dai vermi!” scriveva Voltaire con il suo caratteristico sarcasmo.

Non ho fatto l’errore di giustificare Dio, in due minuti o meno. Ma ho cercato di fare qualcosa di ugualmente complesso, sebbene più plausibile. Ho suggerito alla mia commensale che una reale protesta contro Dio di fronte al male presuppone l’esistenza di Dio. In quanto siamo disturbati dalla forza cieca e bruta degli tsunami che spengono le vite delle persone, incluse quelle dei bambini che erano stati attirati, come se ci fosse qualche sinistro architetto, sulle spiagge dai pesci lasciati esposti sulle secche perché le acque si erano ritirate poco prima che arrivasse il maremoto. Se il mondo è solo questo, ed il mondo con le placche tettoniche in movimento è il mondo in cui è capitato di vivere, cosa c’è da lamentarsi? Dobbiamo fare cordoglio, abbiamo perso qualcosa di terribilmente caro. Ma non ci possiamo realmente lamentare e non possiamo certamente protestare in maniera legittima.

L’aspettativa che il mondo debba essere un posto ospitale, senza devastanti contrattempi, è collegata alla credenza che il mondo debba essere fatto in una certa maniera. E quella credenza –distinta da quella per cui il mondo è così come è – è in sé stessa collegata alla nozione di creatore. E ciò ci porta a Dio. È Dio che rende possibile la nostra protesta nei confronti del male che è nel mondo. Ed è Dio contro cui protestiamo. Dio è sia il fondamento che l’obiettivo del nostro protestare. In maniera quasi paradossale, noi protestiamo con Dio contro Dio. Come posso credere in Dio quando lo tsunami colpisce? Protesto, perciò credo.

Era un errore, comunque, cercare di portare avanti questo ragionamento durante quella cena. Non è che sono giunto a pensare che il ragionamento non sia valido. E’ un buon ragionamento, anche se ti lascia con una fede che sembra in contrasto con sé stessa, con un Dio che è difficile da abbandonare ma anche difficile da abbracciare. Non era neanche il fatto che la mia interlocutrice non fosse capace di seguire il ragionamento, anche in una forma così condensata e pronunciato tra un’insalata ed il primo. Era abbastanza intelligente per tutto ciò. Tuttavia non lo avrei dovuto offrire, non allora e lì, e non come prima cosa da dire sullo Tsunami.

“Come si può credere in un buon Dio di fronte ad una tale sofferenza?” La risposta a questo problema dipende in parte dall’altra questione che il mio interlocutore mi aveva chiesto quella sera. “Dove era Dio?”. Il mio errore consisteva nel fatto che avevo cercato di rispondere alla prima domanda senza rispondere alla seconda. Proprio come Dio era presente in maniera misteriosa nel Crocifisso, così Dio era presente nel mezzo della carneficina dello tsunami, ascoltando ogni sospiro, raccogliendo ogni lacrima, risonante con ogni cuore tremante colpito dalla paura. E proprio come Dio è presente nel Risorto, così Dio era in ogni mano che aiutava, in ogni decisione di sacrificare la propria perché un altro potesse vivere. Dio soffriva e Dio aiutava. So anche che, simultaneamente, Dio era anche assiso sul Suo trono celeste. Perché l’onnipotente e misericordioso Uno non fa qualcosa prima che lo tsunami colpisca? Non lo so. Se lo sapessi, potrei giustificare Dio. Ma non posso. Questo è il motivo per cui sono ancora turbato dal Dio verso cui sono immensamente attratto e che non mi lascia andare.

Mirislav Volf, Teologo protestante croato che da molti anni vive negli Stati Uniti, è Henry B. Wright professore di teologia e Direttore del Yale Center for Faith and Culture presso l’Università di Yale.

Foto di Gabriele Magnano

Dio ha creato virus e batteri che possono rivelarsi letali per l’uomo?

di Luca Basta

Gran parte della popolazione mondiale è alle strette per il rapido diffondersi della malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2 (o semplicemente COVID-19). In mezzo alle difficoltà e alla sofferenza che il contagio sta causando, questa domanda sorge naturale.

Dio ha creato i virus, come parte di una creazione buona e perfetta

I virus sono fondamentali per l’abbondanza e la diffusione della vita che vediamo sulla terra. Infatti, sappiamo bene che la vita di ogni complesso organismo multicellulare, dipende dalla convivenza con un’altra forma di vita molto semplice: i batteri. E questi devono essere costantemente presenti in una certo numero equilibrato e una diversità ottimale. Una funzione estremamente benefica dei virus è quella di mantenere la popolazione batterica sotto controllo. Senza l’azione di frammentazione e uccisione dei batteri da parte dei virus, che avviene costantemente al giusto rate e nelle giuste condizioni, il nostro pianeta sarebbe un informe ammasso di batteri, che consumerebbero tutte le risorse essenziali per la vita (prima di morire essi stessi).

Virus e batteri sono anche parte delciclo dell’acqua, che molti ricordiamo dalle scuole elementari. L’avanzato livello di globalizzazione dell’umanità sarebbe impossibile senza che il ciclo dell’acqua provvedesse abbondanti e costanti precipitazioni. Ma pioggia, nebbia, neve, grandine e nevischio, ogni tipo di precipitazione, richiede un microscopico “seed”, un centro di nucleazione, per formarsi. E nella maggior parte delle situazioni, i nuclei più importanti sono proprio virus e frammenti di batteri distrutti dai virus. Il vento porta questi nuclei in atmosfera, dove intorno ad essi si formano dei piccoli cristalli di ghiaccio. L’acqua liquida poi si aggrega nel cristallo, e questi cristalli diventano pioggia, neve, o altro. Anche granelli di polvere o fuliggine possono fungere da nuclei, ma virus e batteri ne permettono la formazione già ad una temperatura più alta. Dovendo contare solo sul particolato (senza virus) non avremmo sufficienti precipitazioni per sostenere la nostra agricoltura e perciò la nostra civilizzazione.

Infine, virus e batteri sono fonte di carbonio, che è la sostanza alla base di ogni struttura organica, e quindi della vita sulla terra. Precipitando (come visto prima) virus e batteri si raccolgono sulla superficie degli oceani, per poi lentamente scendere nelle profondità marine. Mentre affondano, sono una fondamentale fonte di nutrienti sia per la vita nelle profondità oceaniche che per la vita dei fondali acquatici (alghe, molluschi, artropodi, ecc..). Infine il movimento delle placche tettoniche sottomarine porta la maggior parte di questa sostanza carboniosa nella crosta e nel mantello terrestre, per tornare in atmosfera tramite violente eruzioni vulcaniche. Questo ciclo permette quindi sia la attuale diversità animale che il bilanciamento di anidride carbonica e metano in atmosfera, indispensabile per la vita.

Possiamo veramente lodare Dio per la bellezza della Sua creazione (SALMO 104:13 – “Egli [Dio] annaffia i monti dall’alto delle sue stanze; la terra è saziata con il frutto delle tue opere”) e comprendere perché Dio stesso la veda buona (GENESI 1:31 – “Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono”).

Virus e batteri letali sono una conseguenza della caduta dell’uomo, del peccato

Se solo avessimo sempre seguito le indicazioni di igiene e salute elencate nell’Antico Testamento, molto probabilmente non avremmo mai dovuto combattere contro virus come l’HIV, la SARS-1, il MERS, ed infine la SARS-CoV-2 (responsabile della COVID-19). Questi infatti sono tutti virus presenti solo negli animali, che hanno poi “saltato” dalla loro specie di origine all’uomo. Questi salti sono molto più probabili in presenza di una densità di popolazione esagerata e/o la presenza di animali selvatici a stretto contatto con addensamenti di popolazione. Più siamo addensati, più aumenta lo stress sia dell’uomo che degli animali, e più aumentano le possibilità che un virus potenzialmente benigno possa mutare in un virus letale per l’uomo. Per prevenire una pandemia di questo genere dovremmo drasticamente cambiare il modo in cui gestiamo e commerciamo i nostri animali domestici, per minimizzare il loro stress, il loro sovraffollamento e il contatto con addensamenti umani. Allo stesso tempo minimizzare lo stress e massimizzare la salute, il benessere fisico e l’igiene dell’uomo, specialmente tra i poveri, è estremamente importante. Dio ci ha originariamente posti nel giardino dell’Eden come curatori della Sua perfetta creazione, per averne cura e farla prosperare (GENESI 1-2), non per abusarne e sfruttarla all’estremo come stiamo facendo da secoli.

Un esempio di come l’uomo non abbia prestato attenzione al suo ruolo di curatore della natura lo ritroviamo nelle zanzare. Si stima che le zanzare nell’antichità occupassero solo il 10% della superficie terrestre, pulendola dai detriti organici (escrementi degli animali di piccola taglia) e provvedendo nutrimento per molte specie acquatiche di acqua dolce. Poi, l’addomesticamento e il conseguente sovraffollamento degli animali, insieme alla massiccia deforestazione, alla capillare irrigazione e al recente riscaldamento globale, hanno portato alla proliferazione delle zanzare, e delle relative malattie trasmissibili. Ora le zanzare occupano il 99% della superficie terrestre.

Inoltre, a causa del peccato dell’uomo, l’intera Creazione è stata maledetta (GENESI 3:17-19 – “il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto”) e la morte e la rovina, la degradazione degli esseri viventi ha avuto inizio (ROMANI 5:12 “Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”)[a]. Calvino scrive: “Prima della caduta il mondo era la migliore immagine possibile del delizioso divino favore paterno di Dio verso l’uomo. Ora, in ogni elemento, percepiamo la maledizione conseguente al peccato. […] Perciò, possiamo dedurre, che la corruzione deriva dal peccato.” E le osservazioni scientifiche a riguardo sono perfettamente consistenti con il concetto che molte infezioni sono il prodotto di cellule sane che si sono rotte e degradate. Queste imperfezioni biologiche non sono un’evidenza contro l’esistenza di un Creatore, quanto piuttosto supportano l’affermazione biblica che il peccato dell’uomo abbia causato l’inizio della degradazione della Creazione.

Alcuni esempi sono i batteri Vibrio e Bacillus anthracis. I batteri Vibrio, alcuni dei quali responsabili del colera, producono molecole che interagiscono specificatamente con l’epitelio (la pelle) di pesci e calamari permettendo la bioluminescenza di cui hanno bisogno per cacciare e nutrirsi. Le proteine dei batteri Vibrio diventano fattori virulenti solo in ambienti per loro inappropriati come il corpo umano. L’antrace è un’infezione acuta causata dal batterio Bacillus anthracis. Tutti i ceppi virulenti del B. anthracis presentano due plasmidi[b]: uno, il pXO1, è portatore del gene necessario alla produzione della tossina causa dell’antrace, l’altro, il pXO2, contiene i geni necessari per incapsulare il batterio e permettergli di entrare nell’organismo umano. Senza questi plasmidi il B. anthracis sarebbe inoffensivo e indistinguibile dagli altri ceppi non virulenti. La sequenza del plasmide pXO1 è stata pubblicata nel 1999 e si è rivelata essere circa 400 nucleotidi più corta della media dei geni di un cromosoma. Questo ed altri dettagli scoperti nel genoma sono consistenti con un danneggiamento a causa di una puntuale mutazione degradante, che ha reso un innocuo batterio un killer inarrestabile.

Anche la Natura sarà redenta in Cristo

Anche nel buio di questa triste realtà, però, brilla una speranza che non può essere sopraffatta neppure dal peccato né dalla morte. La Bibbia afferma che in Cristo, esattamente come noi, anche la Natura sarà redenta. Il suo carattere perfetto e buono sarà ripristinato. E resterà stabile in eterno, nelle mani del suo Creatore.

«Infatti, i nuovi cieli e la nuova terra che io sto per creare
rimarranno stabili davanti a me», dice il SIGNORE
ISAIA 66:22

Note

[a] Alcune interpretazioni vedono la morte degli animali e delle piante fondamentale per il giusto equilibrio della Creazione, già prima della caduta, e questi passi si riferirebbero alla morte spirituale dell’uomo. Anche in questo caso, a mio parere, rimane consistente affermare che la degradazione dovuta alla corruzione dell’informazione genetica sia il risultato della corruzione conseguente al peccato, e non già parte di una buona e perfetta Creazione originale (Si veda in proposito H. Blocher, La creazione, l’inizio della Genesi, Edizioni GBU, 1984.

[b] I plasmidi sono piccoli filamenti circolari di DNA capaci di replicarsi in modo indipendente dal cromosoma principale del batterio. Essi sono estremamente utili: alcuni ceppi di Pseudomonas presentano plasmidi che producono geni necessari per il metabolismo del toluene e altre sostanze chimiche tossiche, favorendo in tal modo la bonifica di ambienti inquinati. Le specie di Rhizobia presentano plasmidi che permettono ai batteri di vivere in simbiosi con legumi come piselli e fagioli, provvedendo una tale abbondanza d azoto alle piante ospiti, che queste lo depositano nel suolo, a disposizione di altre specie vegetali, favorendone la crescita.

Riferimenti

K. Deyoung – The Coronavirus Is a Result of the Fall. https://www.thegospelcoalition.org/blogs/kevin-deyoung/the-coronavirus-is-a-result-of-the-fall/
H. Ross – Viruses and God’s Good Designs. https://reasons.org/explore/blogs/todays-new-reason-to-believe/read/todays-new-reason-to-believe/2020/03/30/viruses-and-god-s-good-designs?fbclid=IwAR2G5Tifuz0pm3NnVKpQ2kcm32xvysUoNi6Nj_Ck7JKz2SeqWuWNp8HhtlQ
F. Rana – Viruses and God’s Providence Revisited. https://reasons.org/explore/blogs/todays-new-reason-to-believe/read/tnrtb/2009/11/26/viruses-and-god’s-providence-revisited
B. Thomas – Where Did Flesh-eating Bacteria Come From? https://www.icr.org/article/where-did-flesh-eating-bacteria-come-from/
T.C. Wood – The Terror of Anthrax in a Degrading Creation. https://www.icr.org/article/312/
T.C. Winegard – The Mosquito: A Human History of Our Deadliest Predator. https://www.vox.com/the-highlight/2019/8/13/20754834/mosquitoes-blood-type-zika-dengue
C.S. Lewis – La mano nuda di Dio. Uno studio preliminare sui miracoli, Edizioni GBU, 1987.

Luca Basta è laureato in Fisica della Materia presso l’Università di Pisa. Ora sta completando il suo Perfezionamento (Dottorato di ricerca) in Nanoscienze presso la Scuola Normale Superiore; è anche uno dei coordinatori GBU di Pisa.

Credere in Dio è come credere in Babbo Natale?

Credere in Dio è come credere in Babbo natale?
(G.C. Di Gaetano)

La domanda è quasi d’obbligo in clima natalizio. Ma è anche un classico, dopo la stagione del nuovo ateismo (Hitchens & Co, non dimenticando l’italiano Odifreddi). In quegli anni, infatti, un filosofo dallo spessore indiscutibile come Maurizio Ferraris scriveva un gustoso libretto dal titolo Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede, Bompiani, Milano, 2006.
L’argomentazione e la mossa concettuale non sono nuove e per esse si possono scomodare precedenti sicuramente più blasonati (Kant, Hume, etc.) anche se questi non pensavano a Babbo Natale. Il problema concerne la corrispondenza reale delle credenze, in questo caso della credenza teistica: Dio esiste? Di fatto, questa è l’insinuazione, visto che non riusciamo a dimostrare la realtà di un essere supremo che chiamiamo Dio, allora una delle spiegazioni della credenza che intratteniamo su di un tale essere sta nel paragonarla a quella in Babbo Natale, della cui non esistenza siamo tutti convinti. Anzi, visto che quest’ultima credenza è legata alle fasi fanciullesche dello sviluppo di un normale bambino “cristiano”, per estensione, è probabile che la credenza nell’esistenza di Dio sia il sintomo di una condizione non adulta dell’umanità.
Anche in questo caso, se volessimo versioni più raffinate di questa spiegazione eziologica della fede in Dio potremmo scomodare i famosi maestri del sospetto (come li definì Paul Ricoeur), Marx, Fuerbach e Freud i quali, ognuno per suo conto, provarono a spiegare la ragione ultima di questa credenza (Dio esiste).

Eppure, dopo tanti sforzi, magari sollecitati dal confronto natalizio con chi ci crede in Babbo Natale (i bambini), se per caso, in questo clima natalizio ci sentiamo rimandati all’altra credenza, quella nell’esistenza di Dio, allora ci toccherà ammettere e riconoscere che essa è ancora ben presente in buona parte dell’umanità. Peter Berger, dopo aver ragionato a lungo sulla secolarizzazione intesa come rimozione o scomparsa del riferimento a Dio nella società postmoderna, ha dovuto ricredersi e, verso la fine della sua vita, ha dovuto parlare di de–secolarizzazione del mondo per spiegare il fatto che le credenze religiose, tra cui quelle teistiche, lungi dall’essere scomparse hanno dato vita a nuovi fenomeni sociali.


Tornando alla nostra ipotesi di partenza (credere in Dio è come credere in Babbo Natale?) dobbiamo segnalare la controdeduzione di coloro che vogliono ribadire la differenza (ontologica?) dei due oggetti di fede (Dio e Babbo Natale): non possiamo sradicare dalla condizione umana una simile credenza (in Dio). La tradizione apologetica cristiana lo aveva detto e vede confermato questo dato. La credenza teistica non è né insensata né irrazionale. Si direbbe che è una credenza di fondo, che appartiene a quel grappolo di credenze che per essere professate, e condivise, non necessitano del ricorse a evidenze. Ne abbiamo tante, solo se ci pensiamo e se ci atteniamo a un ragionevole criterio di “evidenza”.

Viviamo poi tempi in cui questa credenza è stata caricata di valenze che esulano dallo stretto campo d’indagine filosofica e teologica; ci sono infatti pesanti tare sociologiche che arricchiscono il bouquet di ciò che si può credere, credendo nell’esistenza di Dio: dall’armamentario sacrale della spiritualità cattolica (dal presepe al rosario), fino alla rarefatta atmosfera dei “valori cristiani” che contrapponiamo a tutte le forme di presunte invasioni culturali.

Tuttavia resta il tema da cui siamo partiti, quello della referenza reale dell’oggetto di fede: in che cosa crede chi dice di credere?

Due risposte, che sono altrettante domande.

La prima risposta si interroga su quale sia il concetto di “realtà” con il quale stiamo operando? Si deve soprattutto al filosofo Ludwig Wittgenstein l’espressione di una simile cautela. Il concetto di realtà a cui ci hanno abituato le scienze esatte può riassumere e definire in sé tutta la realtà di cui possiamo parlare? Certo, sappiamo che non troveremo mai un indirizzo corrispondente a una località geografica a cui inviare una lettera a Santa Klaus, e dunque sappiamo che i regali sotto l’albero non li mette un signore in barba bianca e cappello rosso.

Ma, e questa è la prima risposta, che altro non è se non una contro–domanda: dobbiamo per froza ragionare intorno all’esistenza di Dio negli stessi termini in cui parliamo di una realtà definita e circoscritta dal naturalismo filosofico? Attenzione, il naturalismo filosofico è cosa ben diversa dal naturalismo metodologico, quell’approccio al sapere che si confà alle nostre capacità cognitive, magari anche ricorrendo all’ipotesi di metodo secondo la quale Dio possa non esistere, mentre mettiamo l’occhio al microscopio per scrutare il microcosmo (a tal fine si consiglia la lettura di Nicola Berretta, Fede relazionale, Edizioni GBU, 2019).
Ma, ancora, è questa l’unica accezione di realtà alla quale siamo confinati?

L’altra risposta, pur prendendo in carico l’accezione naturalistica della realtà e di ciò che è reale (all’interno delle coordinate dello spazio e del tempo), contro–domanda se ci sia preclusa qualsiasi possibilità di argomentare intorno all’esistenza di Dio. Sebbene sappiamo che non potremo mai giungere a una conclusione condivisa, in quanto, come diceva Alvin Plantinga, siamo in possesso di buoni argomenti che dimostrano l’esistenza di Dio ma anche di buoni argomenti che ne dimostrano la non esistenza (a-teologia), ciò non depone a favore dell’assimilazione di Dio allo status di  Babbo Natale.

Al di là dei tentativi ontologici, cosmologici, evidenzialisti, probabilistici (non dimostro l’esistenza di Dio ma giungo alla conclusione che la sua esistenza sia più probabile della sua non esistenza), cumulativi (le evidenze a favore sono cumulativamente più grandi di quelle a sfavore), questa riflessione vorrebbe suggerire che una via per ragionare intorno all’esistenza di Dio ci viene proprio con l’arrivo di  Babbo Natale.

Siamo a Natale, e il Natale cristiano intende ricordare la nascita di un uomo la cui realtà nessuno discute (a parte data e circostanze); l’affermano gli Ebrei, l’ammettono i Musulmani, vedendovi qualcosa di più di un semplice individuo; la confessano i cristiani che la identificano come la manifestazione di Dio in carne.

Ebbene credo che la via della memoria storica sia l’unica vera via che ci è lasciata per affermare l’esistenza di Dio. Ciò che inizia a Natale è un’esperienza storica che si chiude la domanica di Pasqua. E questa esperienza è documentata; esistono fonti e documenti. Gesù di Nazareth è esistito e nel leggere quelle fonti non possiamo ignorare il riferimento interno che fanno alla dimensione ulteriore dell’esistenza dell’uomo Gesù: la risurrezione, le testimonianze alla risurrezione sono ciò che differenzia il contenuto della credenza nell’esistenza di Dio dal contenuto di qualsiasi altra entità di ogni ordine e  grado di realtà. Paolo lo aveva intuito e lo afferma nella sua Lettera ai Corinzi.

Certo, postilla conclusiva, non disponiamo del resoconto di una tropue della CNN dall’interno del sepolcro, o, per restare a natale, della comparsa dei cori angelici nella notte di Betlemme né tanto meno della stella che conduce i sapienti di Oriente; ma siamo sicuri, in clima di negazionismo e di postverità, che anche un simile documento sarebbe stato necessario a fugare i dubbi dei complottisti?

È vero, la realtà storica della vita di Gesù come manifestazione della vita divina (1 Gv 1) non è una realtà storica “positiva” nel senso di un realismo naturalistico che influenza anche le scienze dello spirito di cui fa parte la storia. Il fervore apologetico non riuscità a replicare né Natale né Pasqua. Tant’è vero che ai credenti è promessa non la replica in laboratorio ma una nuova fase della storia (mi rivedrete tornare come mi vedete partire – Atti 1).

Tuttavia l’indagine è possibile ed è possibile anche arrivare a qualche conclusione. La storia di Gesù, quella che si tornerà a raccontare in questi giorni, grazie anche a Babbo Natale, è l’unica cosa che ci resta per tornare a punzecchiare i nostri contemporanei, ricordando loro di aguzzare la vista e guardare meglio in ciò che si appresta a manifestarsi nella stalla di Betlemme.
Vogliamo discutere di esistenza di Dio: seguiamo la stella … e vediamo dove ci porta.

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere. (Gv 1:18)

Torniamo alle fonti

Torniamo alle fonti

Se gli esperti hanno opinioni diverse su quali delle fonti siano più accurate, come possiamo fidarci delle nostre traduzioni della Bibbia?
Che cosa intendiamo quando oggi parliamo di Nuovo Testamento? Per i cristiani il concetto ha un significato che va oltre la particolare traduzione che hanno nelle loro mani, e si riferisce ai 27 libri o lettere scritti da una serie di autori diversi circa due millenni or sono. Dato che ci sono diverse differenze tra i documenti antichi e gli studiosi hanno prospettive diverse è legittima la domanda di come facciamo a sapere che il nostro Nuovo Testamento sia il Nuovo Testamento.

Che cos’è un manoscritto?
Il termine manoscritto fa riferimento a qualcosa che è stato scritto a mano. Tecnicamente ogni qualvolta scrivete a mano una parte della Bibbia state creando un altro manoscritto. Tuttavia, quando parliamo dei manoscritti del Nuovo Testamento stiamo di solito parlando di copie che furono vergate prima dell’invenzione della stampa o immediatamente dopo e che sono state copiate a partire da altre copie scritte esse stesse a mano.

Qual è la loro forma?
I manoscritti possono essere scritti su papiro, su pelli di animali o su carta. In genere i manoscritti papiracei non sono successivi al settimo secolo mentre quelli su carta non provengono da un’epoca precedente al decimo secolo. Molti manoscritti del Nuovo Testamento sono in forma di codice il che significa che sono costituiti di pagine cucite da un lato (come un libro). La forma più comune aveva cuciti insieme quattro fogli di papiro o di pelle per produrre un insieme di otto pagine, noto anche col nome di mazzetta. Le mazzette erano poi legate fra di loro da un lato per avere un codice costituito da più mazzette. Ci sono però alcuni manoscritti costituiti da un singolo foglio.

Quanti manoscritti ci sono?
Il numero dei manoscritti del Nuovo Testamento e difficile da determinare. Le pagine possono essere suddivise così che da un manoscritto se ne ottengono diversi, oppure i manoscritti possono essere distrutti o possono perdersi pur restando nella lista. C’è poi un dibattito se gli scritti riportati su pezzi di vasellame (ostraca), su mosaici o palazzi debbano essere considerati come fonti di evidenza accanto ai manoscritti. Anche se si giungesse a concordare sul numero dei manoscritti bisogna aggiungere che essi non sono tutti uguali in quanto alcuni sono manoscritti dell’intero Nuovo Testamento altri riportano piccoli frammenti. Un numero molto alto è costituito da lezionari che contenevano passaggi usati per il servizio della chiesa
A seconda del modo in cui si definisce un “manoscritto” possiamo dire che ci sono più o meno 5000 esemplari del Nuovo Testamento in greco ma questi non coprono uniformemente tutto il Nuovo Testamento. Abbiamo allora che se i manoscritti di Apocalisse sono stati contati in circa 300, si pensa che ce ne siano più di 1600 del capitolo 18 Giovanni. Ancora, un manoscritto potrebbe consistere solo di poche lettere pervenuteci o di centinaia di pagine complete. Il conto dei manoscritti deve tener conto di queste distinzioni.
La lista accademica ufficiale dei manoscritti greci del Nuovo Testamento è chiamata Kurzgefasste Liste (lista concisa) e la si può trovare a questo link (http://ntvmr.uni-muenster.de/liste). La lista è mantenuta dall’Institut für Neutestamentliche Textforschung di Münster, che è considerato il principale Centro di ricerca per le informazioni sui manoscritti del Nuovo Testamento.

 Il Centro di ricerca di Tyndale ha una particolare prospettiva nei confronti del testo del Nuovo Testamento?
Come Istituto di ricerca evangelico non crediamo che la Bibbia appartenga esclusivamente ai cristiani. Per questo incoraggiamo tutti a leggere il NT e a tutti coloro che possono a fare ricerca sul suo testo. Come istituzione di ricerca abbiamo prodotto la nostra propria edizione del Nuovo Testamento nella sua lingua originale del greco koine, poiché abbiamo ritenuto di essere all’altezza di offrire un miglioramento nell’accuratezza rispetto alle edizioni precedenti (https://academic.tyndalehouse.com/thgnt). Tuttavia, riteniamo questa edizione, fondata sulle prove disponibili, una versione provvisoria. I curatori credono che il proprio compito sia come quello di un antico copista, vale a dire tramandare semplicemente e il più accuratamente possibile ciò che hanno ricevuto.

 Che cosa c’è ancora da studiare sui manoscritti?
Lo studio del comportamento degli scribi è ancora ai suoi esordi. Per molti importanti manoscritti ancora non sappiamo quanti scribi fossero coinvolti nel copiarli. In ogni epoca e per ogni manoscritto e tipo di manoscritto abbiamo bisogno di documentare il genere di errori di copiatura che venivano commesso. Spesso gli studiosi hanno lavorato solo con idee generali concernenti il tipo di errori. Queste idee generali devono essere sostituite da un sapere più accurato e preciso.

Possiamo fidarci del testo del Nuovo Testamento?
Se facciamo il paragone con altre opere letterarie dell’antichità possiamo dire che il Nuovo Testamento ha un corpo di manoscritti di supporto (o “attestazioni”) veramente enorme e ricco. Anche l’ultimo ben documentato libro del NT l’Apocalisse ha un livello di attestazione che per ogni altra opera proveniente dal periodo antico (all’incirca dall’VIII secolo a.C al V d.C) sarebbe considerato abbondante. I manoscritti greci che si sono pervenuti provengono da un ampio spettro di nazioni, condizioni storiche e giurisdizioni, inoltre la continua citazione del Nuovo Testamento il suo uso nella liturgia e la varietà di linguaggi in cui è stato tradotto significa che può essere esclusa la possibilità che dei libri fossero cambiati sostanzialmente dopo la loro composizione.

Gli studiosi di ogni orientamento hanno una sufficiente fiducia nella stesura del Nuovo Testamento tanto da compiere studi dettagliati sugli stili individuali e sul vocabolario dei suoi autori. È dunque importante per la chiesa avere esperti formati nella ricerca biblica che possano valutare nuove scoperte e trasmetterle agli altri – e queste ricerche possono avere qualche effetto su ciò che viene stampato nelle moderne traduzioni della Bibbia. Questi cambiamenti non porteranno però a una rivoluzione nel testo quanto piuttosto un raffinamento che solo i lettori attenti potranno cogliere. Tuttavia, l’importanza di questa ricerca non deve essere svalutata per il fatto che sia bassa la probabilità di cambiare le traduzioni moderne della Bibbia. Piuttosto, la ricerca deve essere considerata importante perché è lo stesso Nuovo Testamento a essere importante

Peter J. Williams è Principal di Tyndale House, un Centro di ricerca evangelico specializzato nelle scienze bibliche e di base a Cambridge, in Inghilterra (http://www.tyndale.cam.ac.uk/)

Vedi anche:
Possiamo fidarci dei documenti del Nuovo Testamento?, di F.F. Bruce, Edizioni GBU, 2016.

Rendere ragione della speranza. Condurre una conversazione apologetica

Qualcuno ha definito l’apologetica come «la scienza e l’arte della persuasione»; questa definizione ha il merito di riunire i due principali rivoli lungo i quali si disperde l’impresa apologetica, in particolare quello della teorizzazione dei limiti, dei metodi e delle possibilità dell’apologetica che, nell’ambito delle discipline teologiche, definisce per l’apologetica i contorni di una vera e propria scienza; dall’altro lato il rivolo richiamante l’ambientazione reale e concreta della dinamica apologetica che emerge e si evidenzia nei contesti dialogici, dove è necessario una competenza comunicativa ed empatica (un’arte).

Alcuni hanno voluto distinguere questi due rivoli riservando il termine di apologetica al sapere teologico vero e proprio e riservando invece il termine apologia alla conversazione in cui si rende necessario “difendere” o argomentare della “speranza che è in noi” (1 Pt 3:15).

Il testo di Pietro fa da bussola per entrambe le possibilità, anche se, inserito com’è nel quadro neotestamentario, fa pendere la bilancia del senso dalla parte del contesto dialogico permettendoci di dire, con Avery Dulles nella sua Storia dell’apologetica, che all’epoca «l’apologetica era intrinseca alla presentazione del kerygma».

E infatti la tesi centrale del seminario è che apologetica ed evangelizzazione si richiamano a vicenda tanto da poter dire che «l’evangelizzazione senza l’apologetica presenta dei vuoti; l’apologetica senza l’evangelizzazione è cieca non raggiungendo il suo obiettivo!». L’annuncio della buona novella della salvezza operata da Dio in Gesù Cristo si articola in segmenti di rivelazione (il senso di “mistero” in Paolo) che “orecchio non ha mai udito” e verità oggettive e riconoscibili che necessitano di sostegno argomentativo; lo vediamo già nella prima predicazione cristiana quando gli apostoli, sia Pietro sia Paolo, a seconda dei contesti in cui proclamano il vangelo, fanno leva su segmenti di saperi che possono essere sottoposti a critica e obiezioni e da qui necessitano di essere difesi o necessitano del supporto di argomentazioni che ne facciano emergere la coerenza con e nel messaggio evangelico.

Si pensi alle tecniche di ricorso all’Antico Testamento per quanto concerne l’uditorio ebraico; o al contrario al ricorso a fonti pagane nel caso dell’uditorio ateniese (At 17).

Ma che cosa diventano quei segmenti argomentativi quando vengono estrapolati da un contesto evangelistico e sono trasformati in vere e proprie dimostrazioni razionali di verità e paradossi che solo l’ubbidienza della fede potrebbe accogliere?

L’evangelizzazione senza l’apologetica presenta dei vuoti; l’apologetica senza l’evangelizzazione è cieca non raggiungendo il suo obiettivo!

La formula iniziale (l’apologetica è la scienza e l’arte della persuasione) ha infine il merito di introdurre nel dibattito una categoria tipicamente neotestamentaria, vale a dire quella della persuasione, concetto molto presente soprattutto nel libro di Atti. Nella sua forma verbale il persaudere ci restituisce la condizione di possibilità di un discorso in cui si può richiamare l’interlocutore a convenire su fatti e dati oggettivi che a loro volta possono illuminare, anche se non spiegare totalmente, la speranza che è in noi, vale a dire Cristo, speranza della gloria.

Quali sono, se ci sono, le tappe dell’apologetica evangelistica o dell’evangelizzazione apologetica che pososno sgombrare il campo da dubbi o equivoci concernenti la fede cristiana? E come si distingue un’azione di persuasione da una manipolatrice? Può forse l’apologetica evangelistica contribuire all’individuazione delle tante fake news che circondano il mondo della fede?

[Paolo] dalla mattina alla sera annunziava loro il regno di Dio rendendo testimonianza e cercando di persuaderli per mezzo della legge di Mosè e per mezzo dei profeti, riguardo a Gesù (At 28:23–24)

(G.C. Di Gaetano)

Violenza monoteista?

La violenza è percepita oggi, almeno in Occidente, come uno dei maggiori problemi del mondo contemporaneo. L’opinione comune, che ne è angosciata e ossessivamente preoccupata, scopre con sorpresa mista a stupore che questa è in parte correlata alla religione. La religione, che nel secolo scorso era ritenuta piuttosto inoffensiva e particolarmente inefficace, è riemersa nel XXI secolo sotto le caratteristiche minacciose del jihadista. La famosa frase di Andre Malraux1 sul religioso XXI secolo, spesso citata con ironia, non fa più sorridere, ma rabbrividire. Nel tentativo di esorcizzare l’ansia cerchiamo di convincerci che la religione non c’entra niente con la violenza, che lo scatenarsi della violenza debba essere attribuito a estremisti canaglie che non hanno compreso nulla della religione che sostengono di servire. Ci affrettiamo a sostenere e ribadire in coro che la religione in questione è una religione di pace, come se l’incantesimo avesse il potere di realizzare quello che ci si augura … senza però che ci crediamo troppo.

In questo clima non sorprende che vengano mosse critiche alla religione stessa. Non è forse vero che essa si ritroverebbe alla radice delle violenze che hanno segnato la storia e che pre­occupano così tanto il tempo presente? Il bersaglio principale di queste critiche contemporanee è il monoteismo. Sorge un dubbio: è per cercare di non stigmatizzare l’Islam che le tre re­ligioni del Dio unico sono unite sotto la stessa riprovazione? Si noterà comunque che le critiche sono rivolte in gran parte, spesso esclusivamente, contro l’Antico Testamento e contro il Cristianesimo. Gli autori del recente rapporto della Commis­sione teologica cattolica internazionale2 sono stupiti, e giu­stamente, in quanto si rendono conto che l’obiettivo prin­cipale della critica contemporanea è la religione monoteista che ai nostri giorni sta compiendo i maggiori sforzi in vista di un dialogo di pace tra le principali religioni, e i cui fede­li, «in molte parti del mondo, sono colpiti da intimidazioni e violenze per la semplice ragione di appartenere [appunto] alla comunità cristiana». Il rapporto presenta alcune interessanti ipotesi sia relative al silenzio verso l’Ebraismo e l’Islam sia sul sorprendente accanimento contro il Cristianesimo.

Il motivo dichiarato della critica è di tipo logico: si pensa di aver trovato nella credenza in un Dio unico la causa del­la violenza. L’argomento è di una semplicità disarmante: se credi che il tuo Dio è l’unico vero, non considererai i segua­ci di altre religioni, o gli atei, come estranei, empi, persino come nemici da abbattere? Come potrebbe, chi non accetta altro Dio che il proprio, tollerare convinzioni e pratiche di­verse dalla propria?

Accuse antiche
Va detto che una simile accusa non è recente. Due brevi accenni permetteranno di apprezzare sia la conti­nuità dei rimproveri sia la peculiarità della critica attuale.

Nel secondo secolo della nostra era il filosofo Celso denun­ciava l’Ebraismo e il Cristianesimo come religioni che pro­muovevano la ribellione, che turbavano il vivere comunitario3 della società antica. Egli non attribuisce esplicitamente que­sto vizio al credere in un solo Dio, ma non riesce a spiegarsi perché i cristiani si rifiutino di immaginare che si possa ado­rare la stessa divinità chiamandola con nomi diversi: «Penso che sia indifferente, afferma, chiamare l’Altissimo Zeus, Zen, Adonai, Sabaoth, Amon come gli Egiziani, Papaeos come gli Sciti» (Origene, Contra Celsum, V, 41; SC 136, v. III, 1969, p. 123).

All’epoca dei Lumi, Voltaire, denunciava con la sua tipica ver­ve i massacri commessi in nome della religione. Nell’articolo “Religion” nel suo Dictionnaire Philosophique (1769), non ha tuttavia in mente il monoteismo come causa della violenza re­ligiosa, sebbene metta sul banco dei colpevoli Ebrei e Cristiani: «i maomettani, scrive, si sono sporcati degli stessi atti inumani ma raramente»

Le altre religioni sono totalmente sdoga­nate: «Per quanto riguarda le altre nazioni, non ne esiste nessu­na dall’inizio del mondo che abbia mai combattuto una guer­ra meramente di religione»5. Poche pagine dopo, menzionan­do esplicitamente il paganesimo, ripete: «La religione pagana ha sparso pochissimo sangue; mentre la nostra ne ha coperto la terra» (in it. p. 2639). Se non incrimina il monoteismo nel suo atto d’accusa è perché non considera la fede in un solo Dio come una specificità dell’Ebraismo e del Cristianesimo: «Fu a quell’epoca, quando il culto di un Dio supremo si era uni­versalmente affermato tra tutti i saggi in Asia, in Europa e in Africa che la religione cristiana ebbe origine» (in it. p. 2655). La stessa convinzione viene espressa a proposito dei Romani, nell’articolo “Dieu, dieux”:

«Questa adorazione di un Dio supremo è attestata da Romolo fino alla distruzione definitiva dell’impero, e della sua religio­ne. Malgrado tutte le follie del popolo che venerava dèi secon­dari e ridicoli, e malgrado gli epicurei che, in fondo, non ne riconoscevano nessuno, è assodato che i magistrati e i savi ado­rarono in ogni epoca un Dio sovrano»6.

La violenza che Voltaire non imputa al monoteismo in sé l’at­tribuisce a ciò che egli chiama teologia. Nell’articolo Religion si oppone a due forme di culto. Nella prima, che considera in­nocua e definisce «religione dello Stato»7, i ministri di culto, gli iman [sic], i preti e i pastori mantengono lo status civile e inse­gnano la morale della gente sotto il controllo delle autorità ci­vili (in it. p. 2661). La seconda, la «religione teologica» è, dice, «l’origine di tutte le idiozie e di tutti i disordini immaginabili; è la madre del fanatismo e della discordia civile; è la nemica del genere umano» (idem).

Il monoteismo è chiamato in causa
La discussione sul monoteismo in quanto tale appare esse­re uno dei tratti specifici che caratterizzano maggiormen­te8 il dibattito contemporaneo.

Questo processo al monotei­smo, ampiamente avviato già negli anni ’90 del ‘900, è sta­to aperto dalle pubblicazioni di autori le cui competenze di base sono esterne al campo della teologia, come ad esem­pio l’egittologo Jan Assmann, in Germania, il sociologo del­la religione Rodney Stark o la specialista di letteratura inglese del diciassettesimo secolo, Regina Schwartz, negli Stati Uni­ti. Una volta avviata, la controversia ha raggiunto logicamen­te il campo della teologia, lo studio dell’Antico Testamento ovviamente, ma anche il Nuovo Testamento e la sistemati­ca, senza dimenticare la storia, grandemente sollecitata. Dal momento che il dibattito investe la società nel suo comples­so, non si riescono a contare gli autori, provenienti da tutti gli ambienti, che hanno voluto a tutti i costi dare il loro con­tributo. …

 

Il dibattito biblico

In teologia non si è persa l’opportunità di cogliere il problema per affrontare nuovamente la questione del monoteismo. Nel­lo studio dell’Antico Testamento il monoteismo è stato, fin dall’avvento della moderna critica biblica, uno dei temi cru­ciali nell’analisi della religione d’Israele. A partire dallo sche­ma evolutivo, che ha visto nel monoteismo il culmine di un progresso religioso, si è cercato di individuare nei testi bibli­ci le tracce di questa evoluzione. Quando apparve il monotei­smo nella storia di Israele? Al tempo di Mosè? Con la riforma di Giosia? Durante l’esilio? Dopo l’esilio? Quali furono le tap­pe che precedettero tale evoluzione? Quali sono stati i fattori interni o esterni che hanno causato o facilitato l’emergere del fenomeno nella storia religiosa dell’umanità? La presunta data di edizione dei testi biblici e loro successive edizioni ha pesato fortemente nell’elaborazione degli schemi proposti, rischian­do di finire sempre in un circolo vizioso a causa del metodo: se il monoteismo appare in un testo ritenuto tardo, si conclu­derà che la dottrina è tarda e, al contrario, se un testo afferma un’idea di tipo monoteista, si dedurrà che tale testo non può essere altro che tardo. …

Il dibattito così avviato può suggerire le seguenti conclusioni.

1) Sembra innegabile che il discorso dell’unico Dio comporti un rischio, almeno latente, di violenza. Non stiamo cercando di determinare se le religioni monoteiste debbano essere rite­nute responsabili di maggiore violenza delle altre. La violen­za colpisce tutte le opere umane, inclusa la religione, per una serie molto ampia di motivi. Ci si limita qui a riconoscere l’e­sistenza di uno specifico fattore di violenza legato alla fede in un unico Dio.

2) Tentare di svincolare il monoteismo dalla violenza di cui è accusato, promuovendo una particolare definizione di mono­teismo, un monoteismo cosiddetto aperto, inclusivo, ponde­rato, compiuto, etc., è un’operazione che non corrisponde né alla testimonianza biblica, di cui saremmo costretti a rifiuta­re una parte notevole né alle credenze rappresentative più co­stanti e caratteristiche delle tre religioni monoteiste. Certa­mente Dio si pone sempre al di là delle nostre rappresentazio­ni umane, ma la rivelazione che la Scrittura pretende di por­tare è ben presentata come l’unica via di verità su Dio …

3) Nella violenza di cui può essere giustamente accusato il Cristianesimo, il legame col potere politico ha avuto un ruolo decisivo …