“Il mondo non è più per me”. Un richiamo ai cristiani evangelici

di Roger E. Olson

Immagino quale sarà l’immediata reazione di alcuni evangelici e non solo. L’ho pensato anche io. Il vecchio inno “Il mondo non è più per me” deve essere messo da parte perché ci porta a dimenticare il mandato biblico che ci spinge a prenderci cura di questo mondo, in questo “tempo tra i tempi”.

Non posso citare qui tutte le parole del canto ma, per quelli che non lo conoscono, si tratta di un canto molto popolare nelle chiese, quando ero ragazzo, negli anni ’50 e poi ancora successivamente. Era cantato dalle comunità locali così come da artisti che lo registravano per composizioni musicali e da “trio” che lo eseguivano dal vivo. Fu scritto nel 1908 da John T. Benson.

Anni fa e forse ancora oggi in qualche chiesa evangelica il tema della “mia patria celeste” (un altro canto recitava “My treasures are laid up somewhere beyond the blue” tr. lett. Il mio tesoro si trova da qualche parte oltre il cielo) era molto popolare e sentito. Questo era il caso per me, per la mia famiglia e per la mia chiesa, quando eravamo poveri e indigenti. Infatti la “mia” esperienza evangelica è stata molto dura. La nostra unica speranza di vita confortevole, di libertà nei confronti dei lacci del decadimento (che era la nostra condizione) era appunto il cielo.

Questo non significa che non ci preoccupassimo di questo mondo, ma noi combattavamo per sopravvivere tanto da non avere tempo o forza per influenzare il mondo “significativamente”. La nostra preoccupaizone per questo mondo equivaleva a pregare per la nostra nazione per i suoi governanti e a fare la carità. Molti degli evangelici di oggi non ricordano e neanche immaginano a cosa somigliava quel tipo di vita – per molti evangelici di quel tempo. Era una “vita grama”.

Un altro, popolare canto di quei tempi, popolare tra gli evangelici, era “Son soddisfatto della semplice vita” di Ira Stanphill, un prolifico autore di canti evangelici degli anni ’50. C’era una piccola controversia nella chiesa ai tempi della mia infanzia, vale a dire se fosse appropriato cantare quel canto in chiesa. Alcuni infatti volevano che in chiesa si cantasse un altro canto, “Lord give me just a cabin in the corner of gloryland tr. lett. Signore dammi solo un posticino in un angolo della gloria”. Mi rendo conto che tutto questo è un po’ pittoresco, ma si trattava di un disaccordo teologico sul fatto se i cristiani dovessero aspirare alla ricchezza anche in cielo.

Da allora, qualcosa è cambiato per molti evangelici. Siamo diventati agiati e siamo ora di comodo e abbiamo dimenticato tutto del cielo – a parte forse pensarlo come un luogo di pace in cui andare quando si muore. Ma raramente cantiamo ancora di esso e non ho più ascoltato un sermone sul cielo nel corso degli anni. Non ricordo quando è stata l’ultima volta. So per certo che non l’ho ascoltato da molto tempo.

Oggi, naturalmente, poiché la nostra nuova condizione di benessere ci ha dato la capacità di rendere questo mondo un posto migliore per chiunque e specialmente per i poveri e gli svataggiati, e poiché ci ha dato anche la capacità di preoccuparci dell’ambiente, va tutto bene. Ma in questo processo, per come si è verificato o si sta verificando (tra gli evangelici) temo che abbiamo perso nell’insieme ogni interesse per il cielo, eccetto quando muore qualcuno. Ma la speranza per il cielo, per la “cittadinanza celeste”, l’aspirazione al cielo è ampiamente scomparsa dalle chiese così come dalle case degli evangelici. Dove sono i canti che parlano del cielo? Una volta erano frequenti nelle chiese o nelle radio evangeliche, nella devozione e nei “sermoni”.

Certo, anche oggi potrei cantare e citare strofe e inni relativi al cielo. Autori evangelici hanno interi DVD/CD di canti sui cieli nei quali una serie di pastori e altri ancora parlano di ciò che significano per loro i cieli per il fatto che hanno da poco perso qualche loro caro o perché sanno che i loro giorni sulla terra sono contati. Ma questo mi pare un pallido tentativo di ravvivare l’interesse per il cielo.

Quando ero bambino mio padre, il pastore della chiesa e anche colui che intonava gli inni, avrebbe fatto cantare “When We All Get to Heaven” e poi subito dopo “But Until Then, My Heart Will Go on Singing”. Questa enfasi sul cielo era così forte nel cristianesimo in cui sono cresciuto da aver dovuto combattere per molto tempo per riconoscere come mio anche il cristianesimo che virtualmente ignora il cielo. E mentre invecchio e qualche mio caro parente muore per vecchiaia o per malattia (cancro, infarto, ictus) la mia mente torna indietro a quella enfasi sul cielo considerato come la nostra vera casa, “una patria più dolce del sole”.

Sì, lo ammetto, mi sono allontanato da tutto questo per molto tempo, considerandolo un pensiero grossolano, poco sofisticato a causa della sua enfasi sull’eternità che si colloca oltre questo mondo, ma nella mia “seconda ingenuità” (o terza o quarta) lo sto riconsiderando. Come evangelici abbiamo forse oscillato verso l’altra, opposta direzione in cui siamo così radicati in questo mondo, pienamente a nostro agio da dare semplicemente per scontato il cielo? Forse così va bene, ma ho qualche dubio, data la grande enfasi che la Bibbia pone sul cielo come la nostra vera patria.

Martin Lutero credeva fermamente che Gesù sarebbe tornato durante la sua vita. Egli attendeva sempre il ritorno di Cristo. Pensava di vivere nei biblici “ultimi tempi”. Ma quando qualcuno gli chiedeva che cosa avrebbe fatto durante la giornata dal momento che sapeva che Gesù poteva tornare all’indomani, si pensa che rispondesse: “Pianto un albero”. In altre parole, una forte convinzione a proposito del cielo e del ritorno di Gesù Cristo non porta le nostre menti completamente fuori da questo mondo al punto da divenire “così celestiali da non essere puà dei buoni terrestri” .

(Roger E. Olson, 1 Aprile 2020)
Tradotto con permesso

Torniamo alle fonti

Torniamo alle fonti

Se gli esperti hanno opinioni diverse su quali delle fonti siano più accurate, come possiamo fidarci delle nostre traduzioni della Bibbia?
Che cosa intendiamo quando oggi parliamo di Nuovo Testamento? Per i cristiani il concetto ha un significato che va oltre la particolare traduzione che hanno nelle loro mani, e si riferisce ai 27 libri o lettere scritti da una serie di autori diversi circa due millenni or sono. Dato che ci sono diverse differenze tra i documenti antichi e gli studiosi hanno prospettive diverse è legittima la domanda di come facciamo a sapere che il nostro Nuovo Testamento sia il Nuovo Testamento.

Che cos’è un manoscritto?
Il termine manoscritto fa riferimento a qualcosa che è stato scritto a mano. Tecnicamente ogni qualvolta scrivete a mano una parte della Bibbia state creando un altro manoscritto. Tuttavia, quando parliamo dei manoscritti del Nuovo Testamento stiamo di solito parlando di copie che furono vergate prima dell’invenzione della stampa o immediatamente dopo e che sono state copiate a partire da altre copie scritte esse stesse a mano.

Qual è la loro forma?
I manoscritti possono essere scritti su papiro, su pelli di animali o su carta. In genere i manoscritti papiracei non sono successivi al settimo secolo mentre quelli su carta non provengono da un’epoca precedente al decimo secolo. Molti manoscritti del Nuovo Testamento sono in forma di codice il che significa che sono costituiti di pagine cucite da un lato (come un libro). La forma più comune aveva cuciti insieme quattro fogli di papiro o di pelle per produrre un insieme di otto pagine, noto anche col nome di mazzetta. Le mazzette erano poi legate fra di loro da un lato per avere un codice costituito da più mazzette. Ci sono però alcuni manoscritti costituiti da un singolo foglio.

Quanti manoscritti ci sono?
Il numero dei manoscritti del Nuovo Testamento e difficile da determinare. Le pagine possono essere suddivise così che da un manoscritto se ne ottengono diversi, oppure i manoscritti possono essere distrutti o possono perdersi pur restando nella lista. C’è poi un dibattito se gli scritti riportati su pezzi di vasellame (ostraca), su mosaici o palazzi debbano essere considerati come fonti di evidenza accanto ai manoscritti. Anche se si giungesse a concordare sul numero dei manoscritti bisogna aggiungere che essi non sono tutti uguali in quanto alcuni sono manoscritti dell’intero Nuovo Testamento altri riportano piccoli frammenti. Un numero molto alto è costituito da lezionari che contenevano passaggi usati per il servizio della chiesa
A seconda del modo in cui si definisce un “manoscritto” possiamo dire che ci sono più o meno 5000 esemplari del Nuovo Testamento in greco ma questi non coprono uniformemente tutto il Nuovo Testamento. Abbiamo allora che se i manoscritti di Apocalisse sono stati contati in circa 300, si pensa che ce ne siano più di 1600 del capitolo 18 Giovanni. Ancora, un manoscritto potrebbe consistere solo di poche lettere pervenuteci o di centinaia di pagine complete. Il conto dei manoscritti deve tener conto di queste distinzioni.
La lista accademica ufficiale dei manoscritti greci del Nuovo Testamento è chiamata Kurzgefasste Liste (lista concisa) e la si può trovare a questo link (http://ntvmr.uni-muenster.de/liste). La lista è mantenuta dall’Institut für Neutestamentliche Textforschung di Münster, che è considerato il principale Centro di ricerca per le informazioni sui manoscritti del Nuovo Testamento.

 Il Centro di ricerca di Tyndale ha una particolare prospettiva nei confronti del testo del Nuovo Testamento?
Come Istituto di ricerca evangelico non crediamo che la Bibbia appartenga esclusivamente ai cristiani. Per questo incoraggiamo tutti a leggere il NT e a tutti coloro che possono a fare ricerca sul suo testo. Come istituzione di ricerca abbiamo prodotto la nostra propria edizione del Nuovo Testamento nella sua lingua originale del greco koine, poiché abbiamo ritenuto di essere all’altezza di offrire un miglioramento nell’accuratezza rispetto alle edizioni precedenti (https://academic.tyndalehouse.com/thgnt). Tuttavia, riteniamo questa edizione, fondata sulle prove disponibili, una versione provvisoria. I curatori credono che il proprio compito sia come quello di un antico copista, vale a dire tramandare semplicemente e il più accuratamente possibile ciò che hanno ricevuto.

 Che cosa c’è ancora da studiare sui manoscritti?
Lo studio del comportamento degli scribi è ancora ai suoi esordi. Per molti importanti manoscritti ancora non sappiamo quanti scribi fossero coinvolti nel copiarli. In ogni epoca e per ogni manoscritto e tipo di manoscritto abbiamo bisogno di documentare il genere di errori di copiatura che venivano commesso. Spesso gli studiosi hanno lavorato solo con idee generali concernenti il tipo di errori. Queste idee generali devono essere sostituite da un sapere più accurato e preciso.

Possiamo fidarci del testo del Nuovo Testamento?
Se facciamo il paragone con altre opere letterarie dell’antichità possiamo dire che il Nuovo Testamento ha un corpo di manoscritti di supporto (o “attestazioni”) veramente enorme e ricco. Anche l’ultimo ben documentato libro del NT l’Apocalisse ha un livello di attestazione che per ogni altra opera proveniente dal periodo antico (all’incirca dall’VIII secolo a.C al V d.C) sarebbe considerato abbondante. I manoscritti greci che si sono pervenuti provengono da un ampio spettro di nazioni, condizioni storiche e giurisdizioni, inoltre la continua citazione del Nuovo Testamento il suo uso nella liturgia e la varietà di linguaggi in cui è stato tradotto significa che può essere esclusa la possibilità che dei libri fossero cambiati sostanzialmente dopo la loro composizione.

Gli studiosi di ogni orientamento hanno una sufficiente fiducia nella stesura del Nuovo Testamento tanto da compiere studi dettagliati sugli stili individuali e sul vocabolario dei suoi autori. È dunque importante per la chiesa avere esperti formati nella ricerca biblica che possano valutare nuove scoperte e trasmetterle agli altri – e queste ricerche possono avere qualche effetto su ciò che viene stampato nelle moderne traduzioni della Bibbia. Questi cambiamenti non porteranno però a una rivoluzione nel testo quanto piuttosto un raffinamento che solo i lettori attenti potranno cogliere. Tuttavia, l’importanza di questa ricerca non deve essere svalutata per il fatto che sia bassa la probabilità di cambiare le traduzioni moderne della Bibbia. Piuttosto, la ricerca deve essere considerata importante perché è lo stesso Nuovo Testamento a essere importante

Peter J. Williams è Principal di Tyndale House, un Centro di ricerca evangelico specializzato nelle scienze bibliche e di base a Cambridge, in Inghilterra (http://www.tyndale.cam.ac.uk/)

Vedi anche:
Possiamo fidarci dei documenti del Nuovo Testamento?, di F.F. Bruce, Edizioni GBU, 2016.