“Occhiacci di legno”. Distanza dello storico e vicinanza dell’intellettuale. In ricordo di Carlo Ginzburg

di Valerio Bernardi – DiRS GBU

 

La notizia della morte di Carlo Ginzburg mi ha colto proprio mentre avevo iniziato a leggere l’ultima sua raccolta di saggi intitolata Il vincolo della vergogna. Nella prefazione l’A. descrive sé stesso come una persona che sa poco e che ha cercato nella sua vita di fondere saperi e di guardare sempre con rispetto ad altri ambiti disciplinari oltre il suo.  

In effetti, scorrendo rapidamente il numeroso elenco delle sue opere, troviamo una varietà di interessi poco condivisa da altri intellettuali italiani che si sono o sempre occupati delle stesse questioni o sono andati a finire nei salotti televisivi dando giudizi approssimati su questioni di cui non sono competenti. Ginzburg non ha fatto nulla di tutto questo: ha continuato la sua opera di storico ed è anche intervenuto nella sfera pubblica, sempre con discrezione, mai con spettacolarità e sempre con assennatezza.  

Partiamo principale operato: quella di storico, uno studioso che si sono contesi molte università straniere per la sua capacità e per l’originalità delle sue ricerche. Gli evangelici italiani, oltre alla sua origine ebraica, lo devono ricordare soprattutto come uno dei maggiori esperti di letteratura e mentalità religiosa del XVI secolo in Italia, periodo in cui le idee dell’umanesimo mandano in crisi il sistema di pensiero tradizionale cattolico, non solo a livello intellettuale ma, come dimostrato proprio dallo storico italiano, anche quello popolare. I suoi saggi sul Nicodemismo, che è stata una delle posture tipiche degli intellettuali italiani che si rendevano conto che l’impalcatura cattolica scricchiolava spiritualmente ma rimaneva potente dal punto di vista politico e su personaggi assolutamente originali come i Benandanti danno idea della vastità delle “scoperte” storiche che Ginzburg ha fatto.  

In questo vasto panorama di scritti mi sento di segnalarne due che rimangono assolutamente significativi. Il primo è il resoconto del “rivoluzionario” seminario che insieme ad Adriano Prosperi fu fatto a Bologna sul Beneficio di Cristo, il “best seller” della spiritualità evangelica italiana del XVI secolo. Ginzburg e Prosperi in Giochi di pazienza, mostrano come lo scritto non possa totalmente essere fatto risalire alla spiritualità luterana, ma che abbia dei tratti assolutamente originali.  

L’altro testo si intitola Il formaggio e i vermi, un libro in cui si ricostruisce in maniera esemplare la storia di Menocchio, un mugnaio (quindi esponente del livello “popolare” della popolazione) che ha originali idee religiose, applicate anche al campo politico e che rappresentano nella loro originalità, l’irrequietezza spirituale che attraversava l’Italia del XVI secolo. Il libro è un vero capolavoro che permette ancora oggi di comprendere cosa sia la religiosità italiana e come possa essere presente anche negli strati meno colti (apparentemente tali) della popolazione italiana. 

La storia di Menocchio (che ha affascinato chiunque l’abbia letta) ci porta al secondo aspetto della ricerca di Ginzburg: quello della metodologia storica, ma, potremo dire, della ricerca in genere nel campo delle scienze sociali. Rifacendosi, in maniera del tutto originale, alla scuola francese delle Annales ed interrogandosi sin dal suo primo scritto con Prosperi sul metodo da usare per l’indagine storica in un’epoca di apparente crisi della razionalità. Da questo clima culturale viene fuori il saggio Spie. Radici di un paradigma indiziario. Lo storico è visto come un investigatore che cerca una serie di segnali che, nella lacunosità delle fonti, possano direzionare la ragione verso la scoperta di quanto accaduto. Tutto questo, come affermato nel saggio che dà il titolo a questo scritto (Occhiacci di legno) sempre con una certa distanza e comprendendo come distanza e vicinanza ci daranno sempre un’imprecisione. La ricerca di Ginzburg si è volta spesso a quella che è stata definita microstoria: la minuzia della vicenda di Menocchio o di personaggi più illustri come Piero della Francesca (in Indagini su Piero) servono a comprendere meglio la mentalità di un’epoca più di quanto lo farebbe un trattato sulle idee del XVI secolo. Sempre in questo campo non va dimenticato anche la lettura, per certi versi ermeneutica dei fatti, che l’A. dà ne La lettera uccide, dove in una celebrazione raffinatissima dell’indagine umanistica filologica di Lorenzo Valla, dimostra come Paolo avesse ragione nel criticare l’interpretazione letterale anche della letteratura non solo biblica e come questa idea paolina si coniuga anche con il s uo ebraismo. 

Ginzburg è stato un intellettuale a tutto tondo. Militante negli anni 1960-1970 di gruppi extraparlamentari di sinistra, fautore di un comunismo non dogmatico che si contrapponeva a quello più ingessato del Partito Comunista ed ebreo di nascita che, seppur laico, non rinnega le sue radici e sente di essere parte della diaspora ebraica legata anche alle vicende dello Stato di Israele.  

Dal punto di vista politico (sempre tenendo conto della formazione storica) lo scritto più importante è stato il Giudice e lo storico, un’analisi del processo ad Adriano Sofri avvenuto decenni dopo l’imputazione e che è una lezione di come le sentenze siano cose diverse dal giudizio storico e di come il giudice, benché si muova su un piano analogo, rivesta un compito diverso che però non esime lo storico dal poter criticare le sentenze, pur basandosi sulle stesse fonti. Il giudizio, infatti, fu chiaramente di condanna della sentenza, eseguita con un’accurata analisi metodologica e senza sensazionalismi. 

L’ebraicità di Ginzburg non è mai stata celata ed è anche uno dei motivi per cui la sua ricerca storica (ed anche antropologica) si è rivolta ad esempi di marginali o di persone che venivano viste come “diverse” (non abbiamo citato i suoi studi di storia antropologica, come quelli di Storia notturna, che fanno parte di questo filone). Proprio uno dei suoi ultimi saggi, ll vincolo della vergogna, che si richiama all’idea di vergogna nella cultura mediterranea vista come un valore che discende proprio dall’ebraismo (più che dal mondo greco), ritiene che questa caratteristica della mentalità umana sia fondamentale anche per il procedere della vita umana. 

In questo senso Ginzburg in uno dei suoi ultimi discorsi, riportato dal Manifesto e riferito alla situazione del conflitto tra Israele e Gaza, pur ribadendo l’atrocità di quanto accaduto il 7 ottobre 2023, diceva di provare vergogna per quanto stava facendo a Gaza il governo di Israele, schierandosi così con altri esponenti dell’ebraismo italiano come Lerner e Anna Foa.  

La lezione di Ginzburg è importante, perché mostra anche a noi evangelici come si possa essere uno studioso serio, riuscendo a tenere insieme pensieri propri e scienza interpretativa della storia, spaziando nei vari campi del sapere umanistico, avendo amore per la Verità, pur non credendo nel Dio dei propri padri ed essendo capace di prendere posizione, senza gridarla, ma ragionandoci sopra in un dialogo sempre aperto e paziente, proprio come quello proposto sul Beneficio. 

Valerio Bernardi – DIRS GBU 

Ricordando Teodorico Pietrocola Rossetti. Su un convegno a Vasto

Sabato 14 marzo, nel pomeriggio, si è tenuto a Vasto, città natale di Teodorico Pietrocola Rossetti, un convegno di studi dedicato all’evangelico italiano, tra i fondatori in Italia delle Assemblee dei Fratelli ed anche patriota e letterato. 

Il Convegno è stato organizzato dal Centro Studi Rossettiano di Vasto, insieme al Comune, alle comunità evangeliche della zona, e ha visto la partecipazione di studiosi italiani specialisti della materia. La riunione si è tenuta nella suggestiva cornice del Teatro Rossetti di Vasto, recentemente restituito alla cittadinanza dopo un restauro e che mostra anche l’interesse della cittadina per i suoi illustri intellettuali, tenendo conto che il teatro era gremito di ascoltatori che non provenivano solo dal mondo evangelico. 

Dopo i saluti istituzionali e l’intervento introduttivo del prof. Gianni Oliva, che ha anche ricordato come sia stata importante la predicazione del Vangelo nella zona dell’Alto Sangro, di cui Vasto è la cittadina più illustre e importante, la parola è passata a Massimo Rubboli , che ha introdotto l’argomento, parlando della figura di T.P. Rossetti e inserendola nella cornice della predicazione evangelica in Italia durante il Risorgimento. Pur facendo riferimento, come doveroso, ai lavori di Giorgio Spini sull’argomento, ha ricordato che lo stesso Spini non avesse compreso appieno la figura di Rossetti. Sono stati infatti gli studi di Maselli, dedicati alla storia della Chiesa dei Fratelli in Italia, e la fondamentale biografia di Daisy Ronco che hanno rivalutato la figura e l’hanno collocata nella giusta dimensione di un dissenter che, insieme al conte Guicciardini, da cui fu influenzato, ha cercato di predicare il Vangelo e di fondare una chiesa evangelica “tipicamente” italiana. 

Il Convegno ha avuto come sua prima relazione quella di Eugenio Biagini che insegna all’Università di Cambridge e che è oggi uno dei massimi esperti di storia del protestantesimo congregazionalista. Dopo aver ribadito la collocazione di Rossetti, averne narrato alcune delle vicende che lo portarono in Inghilterra da suo cugino (Gabriele) di cui prenderà il cognome, si è soffermato su uno scritto che scrisse dopo l’unità d’Italia e si intitola La religione di Stato. In questo vero e proprio pamphlet l’A., come ha mostrato Biagini, da una parte ha cercato di mostrare quale fosse l’idea che aveva di religione che non doveva essere compromessa dal rapporto con lo Stato, dall’altra, attraverso uno studio storico, dimostrava come proprio il compromesso con lo Stato avesse in parte corrotto il messaggio cristiano. Rossetti in questo trattato appare essere debitore sia della tradizione svizzera proveniente da Vinet che aveva propugnato il motto della separazione tra chiese e stato nella Svizzera francese, ma anche della tradizione anglosassone americana che propugnava sin dalla fondazione degli Stati Uniti una tale idea. 

Le due relazioni centrali del Convegno hanno invece spaziato sull’impegno letterario di Rossetti. Il predicatore italiano, infatti, aveva iniziato i suoi studi universitari (mai terminati perché coinvolto nei moti risorgimentali). Filippo Falcone da anglista ha discusso delle traduzioni fatte da Rossetti, in particolare quella di Alice nel paese delle meraviglie di L. Carroll e quella del Mercato dei Goblin della cugina Cristina. Rossetti che, durante il suo ministerio, fu anche educatore, non solo nella scuola, ma pensando che per avere un’Italia evangelica, bisognasse istruirla, scelse di tradurre questi due libri di letteratura per l’infanzia (intendendoli in quella maniera) proprio a scopo educativo e riteneva che i racconti di fantasia potessero attrarre i bambini ad un interesse anche di fede, stimolando l’immaginario. Le traduzioni di Rossetti erano sempre piuttosto enfatiche anche per l’epoca, ma anche leggendo i suoi scritti e la sua innologia lo possiamo ben comprendere. Sempre sull’opera letteraria si è soffermato anche il prof. Mario Cimini, dell’Università G. D’Annunzio che è stato, tra l’altro, il curatore della pubblicazione della monografia che Teodorico aveva dedicata allo zio Gabriele. G. Rossetti era stato anche lui un intellettuale mazziniano che era dovuto scappare in Inghilterra dove insegnò italiano al King’s College e fu autore di una celebre interpretazione della Commedia, poi confutata dagli studi successivi, ma che ebbe un certo successo. La biografia su Gabriele mostra tutta l’ammirazione che il giovane predicatore evangelico aveva per lo zio con qualche cruccio per la non conversione a Cristo (che, per altri, in realtà avenne) e mostra anche il talento letterario dello stesso Autore. 

Le relazioni si sono concluse con quella di Giacomo Carlo di Gaetano che si è soffermato su un quaderno ritrovato in Casa Rossetti a Spinetta Marengo e che contiene una ampia recensione della Vita di Gesù di E. Renan. Renan era un autore di successo e precedeva, per certi versi, la fase modernista della teologia cattolica. Rossetti qui si dimostra attento lettore di questo testo, dimostrando le sue doti teologiche ed anche il suo acume nel comprendere (e nel non essere d’accordo) con le conclusioni dello studioso francese, dimostrando di saper entrare con competenza nel dibattito teologico a lui coevo, benché non abbia mai scritto una teologia. 

Il Convegno è stato concluso dal concerto della corale delle Assemblee di Chieti e Manfredonia che hanno cantato alcuni degli inni composti (o tradotti) da Rossetti e che sono entrati a far parte per diversi decenni della tradizione evangelica italiana.  

La serata di studi e canti è servita a ribadire una questione importante che, negli ultimi decenni, il mondo evangelico italiano ha testo a perdere. Benché il nostro mondo sia stato minoritario, abbia sempre avuto influenze estere, ha anche cercato di costruire un proprio percorso autonomo che adattasse (non modificasse) e contestualizzasse il messaggio del Vangelo (che in Rossetti è sempre centrale) alla situazione storica e politica peculiare dalla nostra Nazione. Riflettere su Rossetti o su altri autori serve proprio a ribadire questo: l’esistenza, seppur in forma minoritaria, di un mondo evangelico italiano che merita di essere ricordato, studiato e, perché no, cantato. 

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU