Ricordando Teodorico Pietrocola Rossetti. Su un convegno a Vasto

Sabato 14 marzo, nel pomeriggio, si è tenuto a Vasto, città natale di Teodorico Pietrocola Rossetti, un convegno di studi dedicato all’evangelico italiano, tra i fondatori in Italia delle Assemblee dei Fratelli ed anche patriota e letterato. 

Il Convegno è stato organizzato dal Centro Studi Rossettiano di Vasto, insieme al Comune, alle comunità evangeliche della zona, e ha visto la partecipazione di studiosi italiani specialisti della materia. La riunione si è tenuta nella suggestiva cornice del Teatro Rossetti di Vasto, recentemente restituito alla cittadinanza dopo un restauro e che mostra anche l’interesse della cittadina per i suoi illustri intellettuali, tenendo conto che il teatro era gremito di ascoltatori che non provenivano solo dal mondo evangelico. 

Dopo i saluti istituzionali e l’intervento introduttivo del prof. Gianni Oliva, che ha anche ricordato come sia stata importante la predicazione del Vangelo nella zona dell’Alto Sangro, di cui Vasto è la cittadina più illustre e importante, la parola è passata a Massimo Rubboli , che ha introdotto l’argomento, parlando della figura di T.P. Rossetti e inserendola nella cornice della predicazione evangelica in Italia durante il Risorgimento. Pur facendo riferimento, come doveroso, ai lavori di Giorgio Spini sull’argomento, ha ricordato che lo stesso Spini non avesse compreso appieno la figura di Rossetti. Sono stati infatti gli studi di Maselli, dedicati alla storia della Chiesa dei Fratelli in Italia, e la fondamentale biografia di Daisy Ronco che hanno rivalutato la figura e l’hanno collocata nella giusta dimensione di un dissenter che, insieme al conte Guicciardini, da cui fu influenzato, ha cercato di predicare il Vangelo e di fondare una chiesa evangelica “tipicamente” italiana. 

Il Convegno ha avuto come sua prima relazione quella di Eugenio Biagini che insegna all’Università di Cambridge e che è oggi uno dei massimi esperti di storia del protestantesimo congregazionalista. Dopo aver ribadito la collocazione di Rossetti, averne narrato alcune delle vicende che lo portarono in Inghilterra da suo cugino (Gabriele) di cui prenderà il cognome, si è soffermato su uno scritto che scrisse dopo l’unità d’Italia e si intitola La religione di Stato. In questo vero e proprio pamphlet l’A., come ha mostrato Biagini, da una parte ha cercato di mostrare quale fosse l’idea che aveva di religione che non doveva essere compromessa dal rapporto con lo Stato, dall’altra, attraverso uno studio storico, dimostrava come proprio il compromesso con lo Stato avesse in parte corrotto il messaggio cristiano. Rossetti in questo trattato appare essere debitore sia della tradizione svizzera proveniente da Vinet che aveva propugnato il motto della separazione tra chiese e stato nella Svizzera francese, ma anche della tradizione anglosassone americana che propugnava sin dalla fondazione degli Stati Uniti una tale idea. 

Le due relazioni centrali del Convegno hanno invece spaziato sull’impegno letterario di Rossetti. Il predicatore italiano, infatti, aveva iniziato i suoi studi universitari (mai terminati perché coinvolto nei moti risorgimentali). Filippo Falcone da anglista ha discusso delle traduzioni fatte da Rossetti, in particolare quella di Alice nel paese delle meraviglie di L. Carroll e quella del Mercato dei Goblin della cugina Cristina. Rossetti che, durante il suo ministerio, fu anche educatore, non solo nella scuola, ma pensando che per avere un’Italia evangelica, bisognasse istruirla, scelse di tradurre questi due libri di letteratura per l’infanzia (intendendoli in quella maniera) proprio a scopo educativo e riteneva che i racconti di fantasia potessero attrarre i bambini ad un interesse anche di fede, stimolando l’immaginario. Le traduzioni di Rossetti erano sempre piuttosto enfatiche anche per l’epoca, ma anche leggendo i suoi scritti e la sua innologia lo possiamo ben comprendere. Sempre sull’opera letteraria si è soffermato anche il prof. Mario Cimini, dell’Università G. D’Annunzio che è stato, tra l’altro, il curatore della pubblicazione della monografia che Teodorico aveva dedicata allo zio Gabriele. G. Rossetti era stato anche lui un intellettuale mazziniano che era dovuto scappare in Inghilterra dove insegnò italiano al King’s College e fu autore di una celebre interpretazione della Commedia, poi confutata dagli studi successivi, ma che ebbe un certo successo. La biografia su Gabriele mostra tutta l’ammirazione che il giovane predicatore evangelico aveva per lo zio con qualche cruccio per la non conversione a Cristo (che, per altri, in realtà avenne) e mostra anche il talento letterario dello stesso Autore. 

Le relazioni si sono concluse con quella di Giacomo Carlo di Gaetano che si è soffermato su un quaderno ritrovato in Casa Rossetti a Spinetta Marengo e che contiene una ampia recensione della Vita di Gesù di E. Renan. Renan era un autore di successo e precedeva, per certi versi, la fase modernista della teologia cattolica. Rossetti qui si dimostra attento lettore di questo testo, dimostrando le sue doti teologiche ed anche il suo acume nel comprendere (e nel non essere d’accordo) con le conclusioni dello studioso francese, dimostrando di saper entrare con competenza nel dibattito teologico a lui coevo, benché non abbia mai scritto una teologia. 

Il Convegno è stato concluso dal concerto della corale delle Assemblee di Chieti e Manfredonia che hanno cantato alcuni degli inni composti (o tradotti) da Rossetti e che sono entrati a far parte per diversi decenni della tradizione evangelica italiana.  

La serata di studi e canti è servita a ribadire una questione importante che, negli ultimi decenni, il mondo evangelico italiano ha testo a perdere. Benché il nostro mondo sia stato minoritario, abbia sempre avuto influenze estere, ha anche cercato di costruire un proprio percorso autonomo che adattasse (non modificasse) e contestualizzasse il messaggio del Vangelo (che in Rossetti è sempre centrale) alla situazione storica e politica peculiare dalla nostra Nazione. Riflettere su Rossetti o su altri autori serve proprio a ribadire questo: l’esistenza, seppur in forma minoritaria, di un mondo evangelico italiano che merita di essere ricordato, studiato e, perché no, cantato. 

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU 

Cristianesimo relativistico: un ricordo di Dario Antiseri

A metà della scorsa settimana è venuto a mancare Dario Antiseri, filosofo italiano che si è sempre professato credente e cattolico. 

Antiseri è stato un grande divulgatore della filosofia in Italia, avendo scritto ormai più di quaranta anni fa insieme con Giovanni Reale (che è stato uno dei maggiori esperti del pensiero antico in Italia), un importante manuale di storia della filosofia su cui si sono formati diversi studenti liceali ed anche universitari e di cui la editio maior (quella in più volumi) è opera di consultazione da parte degli studiosi di storia della filosofia.

Il suo credere in Dio è argomento di interesse, perché Antiseri non ha mai messo da parte l’essere un cattolico e allo stesso tempo l’essersi avvicinato a pensatori del mondo occidentale che non potevano essere annoverati tra i credenti ed a scuole filosofiche che, apparentemente, erano maggiormente affiancate all’ateismo che al teismo.

Dopo essersi laureato in Italia, si era avvicinato alla filosofia del mondo anglosassone, in particolare a quella di Popper, di cui si diceva discepolo. Popper è stato un pensatore di assoluta importanza nel XX secolo e ha lavorato essenzialmente in due campi: quello della logica della conoscenza scientifica e quello della filosofia politica. Antiseri ha seguito il maestro occupandosi, dal punto di vista accademico, principalmente di queste due branche della filosofia.

Occuparsi di teoria della conoscenza significa dover trattare il problema della Verità. Il filosofo italiano si professava (in maniera assolutamente originale) un credente relativista. Se a noi il termine relativismo può sembrare contradditorio bisogna però spiegare cosa si intedesse con questo binomio: da una parte si voleva dire che l’essere umano non poteva arrivare da solo a certezze razionali assolute (il suo maestro parlava di una ricerca che non poteva avere mai fine di una verità scientifica sempre in continuo movimento ed evoluzione) e che il piano della fede rimane distinto da quello della razionalità scientifica, non nel senso che non possano concordare, ma che appartengono a sfere di influenza diverse. Non è un caso che i due filosofi credenti, invece, cui ha più dedicato spazio nelle sue opere siano stati Pascal e Kierkegaard, due pensatori che mettevano al primo posto la fede, uno anche valente fisico e matematico, il secondo noto soprattutto per la sua analisi dell’esistenza umana e per la sua profonda fede protestante. 

Queste ispirazioni filosofiche hanno reso quindi Antiseri un cattolico anomalo nel panorama italiano, dove il rapporto e la relazione tra fede e ragione è stata sempre intesa in maniera tradizionale e sulle tracce di un pensiero che si rifà a Tommaso d’Aquino e che è ben descritto e riaffermato nell’enciclica Fides et Ratio.

Un’altra anomalia riguarda le sue idee politiche: mentre in Italia i Cattolici hanno oscillato tra un pensiero “popolare” di sinistra che si avvicinava molto alle idee del socialismo (anche se con un lato meno conflittuale e più umano) ed uno più chiaramente di destra (che propugnava comunque uno statalismo assistenziale e corporativistico), Antiseri si professava liberale, rifacendosi anche in questo caso a due fonti, una che era quella del suo maestro Popper sempre visto come un fautore del pensiero liberale contemporaneo per la sua polemica con il marxismo ed anche con il fascismo. L’eredità liberale però non proveniva solo dal pensiero popperiano, ma anche da quello italiano di stampo risorgimentale, ovvero da quel cattolicesimo liberale di Gioberti che aveva auspicato la nascita di uno stato unitario e che vedeva nella libertà di pensiero, anche senza il controllo della Chiesa, un’importante conquista. Le idee liberali hanno portato Antiseri ad insegnare (assumendo anche la carica di Preside della Facoltà di Scienze Politiche) in uno dei più prestigiosi atenei privati italiani, la Luiss, perfettamente laico e non legato all’istruzione cattolica.

A questo ultimo punto possiamo fare riferimento per parlare della terza caratteristica (dal punto di vista della fede) di questo pensatore: la laicità. Benché cattolico (in un panorama di credo in cui la divisione tra stato e chiese è stata una conquista molto tarda) il filosofo ha sostenuto, in più scritti, che la laicità fosse un valore che nascesse dentro l’alveo del cristianesimo e che non fosse assolutamente dato dalla cultura greca in cui il lato sacro era rimasto sempre fuso con quello politico. La distinzione ben chiara tra affari politici (che concernono lo Stato) ed affari di chiesa era per lui ben chiara e, a nostro parere, continuava a derivare più dalla tradizione anglosassone che da quella della Chiesa.

Proprio per questo era stato definito un cattolico anomalo, e lo si vede anche nel dialogo che ha intessuto con il filosofo G. Vattimo (di cui abbiamo parlato io Giacomo Carlo di Gaetano in Cristianesimi) in cui il cattolico, da un punto di vista teologico e filosofico, sembrava più Vattimo che Antiseri.

Cosa rimaneva del Cattolicesimo in Antiseri? Sicuramente il provenire da una tradizione di studi ancorata a quel mondo (era stato allievo di Rigobello e di Ugo Spirito)  e, nella sua separazione tra affari della Chiesa ed affari politici, lo rendeva un cattolico anomalo che, però, aveva una profonda fiducia nel Magistero e nella gerarchia cattolica e ne riconosceva i dogmi che, per lui, andavano al di là della discussione sulle possibilità della conoscenza umana. Rimaneva assolutamente convinto che l’opzione di un pensiero liberale fosse la migliore per un cattolicesimo militante, al contrario di quello che normalmente si pensa.

Cosa rimane a noi evangelici del suo pensiero? La prima costatazione è quella che Antiseri rappresenta una della possibili forme che può assumere il Cattolicesimo in Italia e nel mondo occidentale. Cercare di catalogare il cattolicesimo in una sola variante appare difficile: il cattolicesimo liberale fa parte (anche se in maniera minoritaria) della nostra tradizione italiana. La seconda è quella del rapporto tra Verità di Dio e verità degli uomini: Antiseri insegna che l’essere umano non può raggiungere verità assolute e quindi può essere relativista soprattutto nel campo del riconoscimento dei limiti della propria conoscenza, un qualcosa sicuramente su cui rifletttere. In ultimo, i suoi scritti sulla laicità vanno letti con attenzione perché ricordano come questa idea sia nata nel mondo cristiano e non abbia nulla a che fare con il laicismo, oggi in voga e su cui proprio gli evangelici in questo periodo dovrebbero iniziare a riflettere con più attenzione.

 

Valerio Bernardi – Dirs Gbu

Una Madre di fede: fine della corredenzione. Brevi considerazioni sulla figura di Maria dopo la nota vaticana.

di Valerio Bernardi

 

Lo scorso mese, il Dicastero per la dottrina della fede del Vaticano (l’ex Sant’Uffizio) ha pubblicato una nota chiarificatrice sui titoli che si possono attribuire a Maria. Il documento è stato controfirmato da Papa Leone XIV e, per questo motivo, assume ancora più importanza, poiché significa che l’attuale Pontefice è pienamente d’accordo con quanto detto.

I commenti al documento da parte degli evangelici sulla rete sono stati numerosi in Italia e si sono legati soprattutto al fatto che si dica chiaramente che Maria non è “corredentrice”, ovvero non partecipa all’opera salvifica di grazia, dovuta al suo figliolo Gesù che (viene detto più volte nel testo citando passi biblici) è l’unico mediatore di salvezza tra Dio e uomo.

La nota ha pertanto suscitato abbastanza sensazione, anche se conviene ricordare alcune cose prima di soffermarsi su analisi che vanno al di là di questo aspetto. 

In   primis, la Chiesa Cattolica non ha mai promulgato un dogma (ovvero qualcosa di cui si deve credere per forza in quanto cattolici) sull’idea di Maria come corredentrice. Come ribasce il testo, si è trattato di un’idea che è stata presente nella Chiesa ma che il Magistero (a parte qualche affermazione di Giovanni Paolo II) ha sempre scartato. Il testo, tra l’altro, va letto in complementarità con le Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, pubblicato nel maggio del 2024 (e voluto, in questo caso, da Papa Francesco) dove se da un lato di fatto si ammetteva che anche a Medjugorie forse era apparsa Maria, dall’altra si prendeva le distanze da diverse idee diffuse da coloro che in Bosnia avevano detto di aver visto Maria compreso il titolo di Corredentrice.

Il documento, quindi, vede una presa di distanza da questo titolo che implica anche una velata critica ad alcune espressioni usate da Giovanni Paolo II ed una presa di distanza da alcune manifestazioni di cattolicesimo popolare.

Fatte queste precisazioni, vale la pena soffermarsi su alcuni altri aspetti del documento che, a nostro parere, sono ugualmente importanti.

In secondo luogo, il testo ribadisce la differenza tra religiosità popolare e ufficialità teologica. La Chiesa Cattolica è fatta di entrambi gli aspetti: il primo viene tollerato ed è anche un qualcosa su cui i credenti evangelici hanno dato sempre poca attenzione se non per condannare questa religiosità come una forma di superstizione senza farne una accurata analisi, il secondo è un aspetto, invece, cui si deve obbedienza ed a cui ogni credente si deve attenere. Si tratta di un approccio classico che ha sempre avuto la funzione di tenere le masse all’interno della Chiesa e di controllarle con i dogmi e con il Magistero pur lasciando dei margini di libertà di espressione. Anche questa nota quindi fa riflettere sulla molteplicità del cattolicesimo e sul fatto che risulta improprio trattarlo come un blocco monolitico.

Un altro aspetto interessante è il lato dogmatico del documento: sono ribaditi i classici tre dogmi mariani, quello della perpetua verginità, di Maria come Madre di Dio e dell’Immacolata Concezione. Il documento sembra quasi ignorare l’ultimo dogma, quello dell’Assunzione. Tutto ciò potrebbe avere una sua spiegazione nell’avvicinamento che il cattolicesimo ha fatto nei confronti dell’ortodossia dove quest’ultimo dogma non è accettato. Si vedano inoltre le copiose citazioni dei Padri della Chiesa, quasi tutti orientali, con l’ammissione che il culto mariano si sia diffuso prima ad Oriente e poi sia arrivato ad Occidente con l’accettazione dei dogmi di alcuni Concili.

Una certa attenzione merita l’analisi scritturale nel testo, piuttosto accurata. Se da un lato questa analisi serve a ribadire l’unicità della salvezza che proviene da Cristo e in Cristo, dall’altra le attribuzioni che sono fatte a Maria appaiono singolari: dall’essere la prima Chiesa (perché ha accettato la Volontà del Signore al momento dell’Annunciazione da parte di Gabriele), a supremo esempio di fede perché l’ha mantenuta anche durante la Crocifissione. Interessante è anche l’analisi del termine Donna e Madre rivolto da Gesù a Maria e a cui gli estensori della nota danno attenzione, ritenendo che il termine donna sia per certi versi superiore (e non di estraneità come molti evangelici credono) rispetto a quello di madre. Ci sono qui anche echi di certe letture femministe del testo biblico che vengono usate per supportare l’importante ruolo della madre di Gesù.

Il titolo che viene attribuito a Maria in questa nota è di essere Madre fedele del popolo di Dio. Pur ribadendo l’umanità di Maria, allo stesso tempo se ne sottolinea l’esemplarità per i credenti e per la Chiesa (definita nel cattolicesimo come Popolo di Dio soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II).

Si tratta quindi di una lettura interessante per gli evangelici non tanto per il mancato dogma, quanto per quello che viene ribadito e per il come viene fatto.

Il metodo cattolico rimane sempre quello: il richiamo ad una Rivelazione divina che è fatta non solo di testo biblico (che, comunque, è ampiamente citato), ma anche di tradizione che va dalle citazioni dei Padri della Chiesa a quelle degli ultimi tre pontefici. Per il Cattolicesimo l’autorità magisteriale rimane importante ed anche la funzione della Chiesa come autorità che chiarifica il significato del testo biblico e di quanto detto nella storia. Si tratta sicuramente di un approccio diverso da quello evangelico, ma in cui forse non va trascurata l’attenzione che bisogna dare ai passi biblici su Maria ed alla loro interpretazione. 

In secondo luogo, l’attenzione a Maria. Benché il testo è scritto soprattutto per dire che non esiste un dogma della corredenzione e che Cristo rimane l’unico mediatore di salvezza (al contrario di alcune forme di devozione popolare, ma anche di un dibattito teologico realmente avvenuto), è anche vero che il posto della Madre di Gesù rimane centrale, perché risulta esempio per tutti i credenti e “primizia” tra di essi. Sebbene non esista il concetto di mediazione salvifica di Maria, rimane quello della possibilità che possa intercedere per gli uomini a Dio. L’importanza di Maria nella Chiesa non è quindi assolutamente ridimensionata, ma solo riordinata da una corrente teologica sicuramente meno mariana ma che non abolisce culto dei santi e di Maria dalla Chiesa.

Il documento ci dice molto anche su questo Pontefice che mostra di essere un mediatore ma anche uno che vuole controllare bene l’andamento della vita ecclesiastica.

Questi aspetti sono tutti ottimi spunti di riflessione per una valutazione dell’attuale cattolicesimo e dei suoi variegati aspetti.

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU