Habermas per chi non ha tempo

La casa editrice Morcelliana (come anche altre case editrici italiane) ha inaugurato da non molto tempo una collana intitolata “Piccoli fuochi”, dove vengono proposti in forma di libriccino, dei saggi importanti di autori che hanno scritto testi significativi per il pensiero e la cultura occidentale. Tra gli ultimi testi pubblicati vi è il saggio Rinascita delle religione e secolarismo, scritto da J. Habermas, uno dei maggiori filosofi viventi, circa nove anni fa e che riassume il pensiero del francofortese a riguardo del rapporto tra società e religione nel XXI secolo, riprendendo alcune delle questioni affrontate in maniera più ampia da Scienza e fede e Verbalizzare il sacro, editi in Italia entrambi da Laterza e di quanto da lui affermato precedentemente nei confronti con l’allora cardinale Ratzinger e Böckenförde, filosofo del diritto tedesco di origine cattolica.

Il saggio pubblicato dalla casa editrice bresciana ha una nota prefattiva di Leonardo Ceppa che espone e colloca il testo all’interno della produzione dell’ultimo Habermas e della revisione che egli ha fatto del suo pensiero sicuramente in senso più moderato, ma anche molto più aperto al fatto religioso. Ceppa cita come antesignano di questo interesse uno dei maestri di Habermas: M. Horkheimer. Anche Horkheimer nel suo periodo finale aveva parlato di una Nostalgia del totalmente altro, anche se la sua visione era più disperante di quella habermasiana e meno propositiva della stessa. Per Ceppa infatti Habermas ha un atteggiamento maggiormente positivo nei confronti della religione, grazie anche al confronto con i pensatori del mondo anglosassone, che hanno rivisto il concetto di secolarizzazione della società.

Il saggio di Habermas inizia con una riflessione sulla secolarizzazione, ammettendo che le interpretazioni sociologiche classiche che hanno visto nel XIX e XX secolo la fine della religione ed avevano preconizzato la sparizione della stessa erano sbagliate, non solo hanno sbagliato nelle loro previsioni ma hanno sopravvalutato le loro osservazioni, sottovalutando l’importanza del fatto religioso. Allo stesso tempo l’A. Ritiene che il processo di secolarizzazione della società che non significa l’aumento di un professante ateismo, quanto l’applicazione nel campo politico e sociale di una legislazione diversa da quella propugnata dai valori religiosi.

Il filsofo tedesco ritiene anche che la maggiore “visibilità” della religione avutasi negli ultimi decenni non derivi semplicemente dall’aver visto con più attenzione al mondo emergente (i continenti diversi da quello europeo), ma dall’affermarsi dei fondamentalismi in tutte le religioni che hanno fatto parlare più di prima del fatto religioso e dalla differente interpretazione che è arrivata all’idea che esso divenisse il motivo principale dei conflitti, come ha sostenuto da Huntington parlando di conflitti di civiltà. Pur non essendo d’accordo con le idee di Huntington, l’A. ammette che il fondamentalismo ha visto le religioni intervenire di più nel campo politico volendo portare avanti i propri programmi e le proprie idee in maniera più risoluta di quanto lo fosse stato fatto nell’immediato secondo dopoguerra.

Per questo motivo non è possibile pensare che lo Stato metta tra parentesi i credi religiosi nella sua opera politica e amministrativa. Benché la comunità sociale sia oggi pluralista e tenda, soprattutto nelle democrazie di stampo occidentale, a voler ignorare il religioso nelle sue decisioni, ogni esponente politico porta le sue idee e credenze quando agisce e non si può ignorare che, anche in Occidente, ci siano politici che hanno le loro idee religiose. Tali idee non vanno scartate, ma possono essere anche un arricchimento in un mondo dove esistono una pluralità di prospettive.

Proprio per questo Habermas, al termine del saggio, propone che lo Stato debba adottare una sorta di agnosticismo dei valori, in cui sospendere il giudizio sulle religioni, ammettendole nel dibattito politico e dandole il giusto spazio, senza per questo dare pieno appoggio ad esse. Si tratta di una notevole concessione da parte di un filosofo laico.

Il breve testo non è sempre di facile lettura, perché la prosa di Habermas è piuttosto complessa anche se il lettore viene ben guidato dalla nota di prefazione. E’ chiaro che chi conosce l’idea di Habermas sulla visione di un mondo moderno che è post-metafisico comprende meglio il suo ragionamento, ma il testo ha valore di per sé e può essere inizio per comprendere il rapporto che, negli ultimi anni, il filosofo ha sviluppato con la religione. Si tratta di un saggio di poche pagine che dà un’idea precisa del suo pensiero a riguardo.

Per il lettore evangelico la lettura di Habermas è interessante perché si tratta di un pensatore laico che non ha avuto paura di confrontarsi con il tema religioso e che ritiene che una “fede pubblica” non sia vietata e che abbia anzi la sua importanza. Nella lettura dei suoi testi rimane però il dubbio su quanto tutto ciò debba contare e su quale sia il modello che si proponga per le religione nel loro intervento politico che è poco delineato nel suo pensiero.
(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

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