Il concetto di plausibilità in apologetica

Plausibile / plausibilità
Il termine “plausibilità” rimanda a due universi di significati ben precisi, secondo la concisa presentazione che ne fa l’enciclopedia Treccani: il primo è un universo logico e argomentativo in cui plausibile è quasi sinonimo di razionale. Il secondo universo di significati, più fedele all’etimologia, rimanda al piano del processi sociali: plausibile è ciò che è degno di plauso, di essere apprezzato, approvato e ciò richiama alla mente uno scenario in cui il plauso viene fatto da qualcuno in carne e ossa nei confronti di qualcun altro o di altri. Nella plausibilità si esprime dunque una dinamica sociale e non una semplicemente logico–intellettiva.

Ecco le due definizioni della Treccani:
«plauṡìbile agg. [dal lat. plausibĭlis, der. di plaudĕre, part. pass. plausus]. – 1. letter. Degno di plauso, di approvazione, meritevole d’essere apprezzato. 2. Che è accettabile dal punto di vista logico, che appare ragionevole e convincente: ha dato una spiegazione p. delle sue azioni; spesso fa le cose senza una ragione p.; una teoria p., anche se non dimostrabile».

Il concetto di struttura di plausibilità è stato elaborato da Peter Berger e Thomas Luckmann in un famoso testo degli anni ’60, La realtà come costruzione sociale (Il Mulino, 1969, abbr. RCS) e da allora in poi ha continuato a emergere in continuazione in molti discorsi concernenti soprattutto, per quello che ci concerne qui, la riflessione teologica e apologetica[1].

Ed Shaw, per esempio, introduce il concetto di plausibilità nella riflessione relativa alla sessualità umana (L’etica sessuale nella Bibbia. Una questione di plausibilità, Edizioni GBU, 2019); egli presenta un’accezione di sessualità molto ampia che include non solo il suo disegno generale secondo una visione d’insieme della Bibbia – il sesso è per il matrimonio, e il matrimonio è l’unione permanente tra un uomo e una donna ­– ma anche le aree critiche (p.es. l’attrazione verso lo stesso sesso). Ecco le sue parole
«Abbiamo un problema di plausibilità: ciò che la Bibbia inse­gna chiaramente sembra irragionevole per molti di noi oggi. E quindi viene respinto (non irragionevolmente!) dappertut­to. … cosa possiamo fare? … dobbia­mo solo rendere nuovamente plausibile ciò che la Bibbia comanda chiaramente» (p. 21).

In questa accezione, e astraendo per il momento dallo scenario in cui Shaw la introduce, è evidente che il concetto di plausibilità viene richiamato e introdotto in un contesto apologetico: la plausibilità viene convocata per la difesa della fede cristiana e delle sue conseguenze etiche.

Apologetica
Se pensiamo all’apologetica non può sfuggirci un elemento problematico nell’incastro con il tema delle strutture di plausibilità. L’apologetica è un’impresa preminentemente logico–argomentativa.

«La parola greca apologia, dalla quale deriva il termine italiano apologetica, viene spesso tradotta “dare una riposta”, ma il suo significato è molto più intenso. Nel greco classico, era un termine legale e voleva dire difendersi da un’accusa, significato avvalorato da diversi esempi biblici» (Dictionary of Christian Apologetics, IVP, 2006)

Essa si inserisce nella più ampia impresa di condivisione del vangelo, l’evangelizzazione.

«L’apologetica cristiana non è altro che il compito di difendere e raccomandare la veridicità del vangelo di Gesù Cristo in una maniera che sia cristiana (christlike), sensibile al contesto e adatta al tipo di interlocutore (audience)».
«Nella maggior parte dei casi, i nostri sforzi apologetici non sono altro che un piccolo tratto nel viaggio lungo e tormentato di qualcuno, viaggio che si spera possa culminare in una relazione di questo qualcuno con Gesù Cristo». (J. Beilby)

Considerando la seconda definizione, che ci pare più pertinente anche al recupero del senso autentico dell’apologetica cristiana dei primi momenti della diffusione del cristianesimo (si veda A. Dulles e la sua Storia dell’apologetica), potremmo giungere a una conclusione del genere:

L’evangelizzazione senza l’apologetica presenta dei vuoti!
L’apologetica senza l’evangelizzazione è cieca e non raggiunge il suo obiettivo!

Non sfugge però il fatto che l’apologetica resta pur sempre un’impresa dal carattere logico, intellettivo, argomentativo, proposizionale. E l’impressione si rafforza se passiamo in rassegna tutte le forme assunte dall’pologetica cristiana negli ultimi cinquant’anni: evidenzialista, coerentista, probabilistica, presupposizionalista.

Strutture di plausibilità
Se al contrario andiamo a ripercorrere la genesi del concetto di plausibilità troviamo che l’orizzonte di riferimento (la solciologia della conoscemza) è completamente diverso: «La sociologia della conoscenza si deve occupare di tutto ciò che passa per “conoscenza” nella società» (RCS, p. 29, enfasi aggiunta). Deve occuparsi della costruzione sociale della realtà, in quanto concerne quello che la gente “conosce” come “realtà” nella vita quotidiana a livello pre–teoretico o non–teoretico. Questa “conoscenza” della gente comune costituisce il «tessuto di significati senza il quale nessuna società potrebbe esistere» (RCS, p. 30). Da questo sapere, da questa “conoscenza”, sono escluse le dimensioni teoretiche, filosofiche o anche mitologiche della realtà.
La tesi centrale di Berger è che mediante i tre momenti della esteriorizzazione, oggettivazione e interiorizzazione giungiamo al cospetto di una realtà oggettiva che si è alienata da chi l’ha generata ma che nel contempo mantiene nel soggetto una sua dimensione coscienziale: la realtà costruita è oggettiva e soggettiva.
Dopo questo primo momento Berger introduce il tema della legittimazione della realtà costruita socialmente e snocciola tutte le fasi di un tale processo mediante i canali della socializzazione – primaria, avanzata, etc. – (vocabolario; proverbi e massime; educazione; universo simbolico).
Gli universi simbolici sono ciò che viene oggettivato; si sedimentano e si accumulano. E naturalmente svolgono una funzione sociale, sono una sorta di cupola al di sotto della quale si svolge la vita degli individui. Gli universi simbolici sono poi teorizzati, in ragione di alcuni fenomeni storici, epocali, culturali quali: l’eresia; il confronto culturale; la presenza di universi simbolici alternativi.
A questo punto sorge la necessità di preservare tali universi simbolici (che, ricordiamo, sono apparati legittimanti della realtà socialmente costruita); la conservazione è anch’essa di ordine sociale e agisce a livello della realtà soggettiva, come è percepita e pensata la realtà dal soggetto.
È a questo punto che incontriamo il concetto di struttura di plausibilità (SP):

«La realtà soggettiva dipende da precise strutture di plausibilità, cioè dalla particolare base sociale e dai processi sociali richiesti per la sua preservazione» (RCS, p. 229).

Berger tenta di rilevare la consistenza delle SP andando ad analizzare i fenomeni di ristrutturazione, vale a dire allorquando un individuo muta la realtà soggettivamente intesa; l’esempio per eccellenza è la conversione religiosa (si sofferma su Saulo/Paolo) e in questo contesto individua la SP nella comunità cristiana:

«Fare l’esperienza di una conversione non è poi una gran cosa: il difficile è essere capaci di continuare a prenderla sul serio, di osservare il senso della sua plausibilità. È qui che interviene la comunità religiosa: essa fornisce l’indispensabile struttura di plausibilità per la nuova realtà» (RCS, p. 234).

La religione è pensata da Berger (si veda il testo successivo, La sacra volta, tr. it. Sugarco, 1984, abbr. SV) come uno di quegli universi simbolici che servono a conservare il mondo socialmente costruito (SV,  p. 54); il suo potere legittimante consiste nella capacità di trasformare un cosmos in un nomos trascendente (la realtà viene giustificata a partire da una realtà trascendente) e il nomos della religione è potente perché capace di integrare le situazioni marginali che mettono in discussione la realtà della vita quotidiana (malattie, disturbi emotivi, morte).
È dunque ancora nel contesto della conservazione e stabilità dei mondi (che non significa fissità in quanto sono prevedibili anche sommovimenti, riforme o rivoluzioni) questa vota legittimati dalla religione e dunque dei mondi religiosi, che Berger afferma:

«i mondi sono socialmente costruiti e socialmente conservati [e] la loro persistente realtà, sia oggettiva (come fattualità comunque accettata per data) che soggettiva (come fattualità che s’impone alla coscienza individuale) dipende da specifici processi sociali, cioè da quei processi che incessantemente ricostruiscono e mantengono i particolari mondi in questione … Pertanto ciascun mondo richiede una “base” sociale per continuare a esistere come mondo che sia reale per i reali esseri umani. Questa “base” può venire definita come la sua struttura di plausibilità» (SV, p. 58).

Come si vede da quste citazioni il contesto di origine del nostro concetto di stutture di plausibilità e dunque dello stesso concetto di plausibilità è chiaramente sociologico, una sociologia o una teoria sociale che cerca di spiegare la realtà come “costruzione”.
Siamo agli antipodi di una visione cristiana in quanto in essa la società e il vivere sociale contemplano almeno tre elementi di fondo:

  1. Dio ha creato (il giardino come prima comunità sociale, Gen 1)
  2. L’uomo ha rovinato (il peccato che ha come conseguenza la vergogna e il conflitto, Gen 3)
  3. Dio fa patti e ricostruisce una dimensione sociale in cui egli è presente (il popolo di Dio, Gen 12).

Emerge dunque il divario tra rivelazione e costruzione sociale della realtà. La rivelazione è tra i presupposti più profondi dell’apologetica cristiana. Se volessimo sintetizzare questo divario e il conseguente contrasto tra il concetto di plausibilità e l’apologetica, potremmo ricorrere a due figure, quella della roccia di chiara derivazione biblica (Dio e la sua parola, la sua rivelazione, sono una roccia) e la sacra volta, immagine usata da Berger per descrivere l’universo simbolico della religione che legittima la costrzione sociale della realtà.

Non mancano i tentativi di coniugare il concetto di struttura di plausibilità e apologetica trasmutando il primo e sottraendolo al suo universo culturale e sociologico; per esempio Joe Carter, in una comunicazione sul network TGC (18 luglio 2014), ritiene che le strutture di plausibilità siano una sorta di filtro per le convinzioni di fede: ogni cosa che crediamo è filtrata dalle nostre stutture di plausibilità (apparati di formazioni delle credenze che fungono da custodi che lasciano passare convinzioni che si combinano con ciò che già crediamo essere vero). In questo modo però le strutture di plausibilità non determinano la verità (non la difendono né l’argomentano) ma semmai mirano alla loro coerenza; assomigliano a visioni del mondo. Si tratta dunque di una intellettualizzazione delle strutture di plausibilità, rispetto a Berger.

Come dunque adoperare una concezione chiaramente di matrice sociologica in uno scenario proposizionale come l’apologetica?
L’unica strada è quella di lasciarsi sfidare dal concetto di plausibilità come è stato ideato da Berger, vale a dire accettando l’idea che una verità sia sostenuta in buona sostanza da una base sociale, da una comunità, per dirla tutta. Una verità è tale perché quella comunità la ritiene tale; al suo interno essa è giustificata e giustificabile (corrisponde alla visone del mondo di quella comunità). Naturalmente questo scenario presta il fianco alle obiezioni che provengono dal versante del pluralismo e del relativismo: un’altra comunità non ritiene plausibile e dunque accettabile la stessa verità!

Eppure la sfida, da un punto di vista biblico, non è assolutamente improponibile.

Se pensiamo alla forma ultima che la dimensione sociale della comunità di fede che fa riferimento al Dio d’Israele come si è manifestato in Gesù, vale a dire la comunità cristiana, scopriamo che essa è il contesto in cui le verità di rivelazione dovrebbero riverberarsi (la luce del mondo e il sale della terra, secondo il Sermone sul monte):

Si pensi all’insegnamento di Gesù sull’amore di Giovanni 13:35 Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri.

Si tratta, a tutti gli effetti, di una strategia apologetica vera e propria. La gente non deve chiedersi se sia possibile un mondo in cui gli uomini possano vivere senza conflitti e nel segno dell’amore ma devono semplicemente constatare la realtà, e di conseguenza la plausibilità, di un simile mondo nella comunità di fede. Il soggetto dell’apologetica diviene dunque plurale e sociale; il suo linguaggio non è più l’argomentazione ma l’azione pratica e la testimonianza di vita!

È possibile andare oltre alla constatatzione della plausibilità, andare oltre la sua base sociale, per aggirare l’alibi relativista? Nella teoria di Berger  c’è un racconto relativo alle origini della realtà socialmente costruita (sono le dimensioni marginali dell’esistenza) ma anche un discorso sulle origini degli universi simbolici.

Si direbbe che un passaggio eziologico sia inevitabile: posto che una verità sia socialmente accettabile, sia plausibile in virtù di una comunità sociale che l’incarna, il passo è quello di chiedersi quale sia l’origine della particolare verità che incarnata si dimostra plausibile. Per non dire nulla sull’origine della comunità stessa che incarna plausibilmente quella verità.

La risposta della visione biblica, anche di una che ha introiettato la lezione relativa alla plausibilità, è quella di riferirsi a un altro racconto delle origini; a questo punto, forse, ricominicia (giustificato) il ciclo dell’impegno apologetico tradizionale.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)


[1] Riferimenti in A.E. McGrath: «I socio­logi della scienza ipotizzano che in ogni società umana vi sia quella che Peter Berger definisce «una struttura di plausibili­tà», vale a dire, una struttura di assunti e di pratiche, avvalo­rata dalle istituzioni e dalle loro azioni, che definisce quali cre­denze sono persuasive. Non la si deve confondere con il puro idealismo di una «visione del mondo». Quello a cui Berger si sta riferendo è un perimetro socialmente costruito che è me­diato e supportato dalle strutture sociali» (La Riforma protestante e le sue idee sovversive, p. 33). «È ormai am­piamente riconosciuto che la plausibilità, legittimità e coesio­ne interna dei sistemi di credenze sono create mediante stru­menti sociali e culturali» (Idem, p. 317).
E in D.A Carson, «Per quanto ne so, l’espressione «struttura di plausibilità» è stata coniata dal sociologo Peter L. Berger. Questi l’adotta per indicare modelli di pensiero ampiamente recepiti e accolti, quasi senza fare domande, all’interno di una particolare cultura. Uno dei corollari della sua argomentazione è che in culture più rigide e monolitiche (come quella giapponese), le strutture di plausibilità fondanti possono essere incredibilmente complesse – quello che intendo dire è che vi può essere una rete di posizioni vincolanti che costituiscono un sostrato di convinzioni, il quale raramente viene messo in discussione. Per contro, in una cultura fortemente eterogenea come quella che caratterizza molti paesi del mondo occidentale, le strutture di plausibilità sono necessariamente più limitate per la semplice ragione, un’ottima ragione a dire il vero, che esiste un numero minore di posizioni comuni. Le strutture di plausibilità che invece permangono tendono a essere ritenute con particolare forza, quasi che vi sia il riconoscimento che senza tali strutture la cultura correrebbe il rischio di sfaldarsi» (L’intolleranza della nuova tolleranza, p. 28)

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