Da perseguitati a persecutori. Cristianesimo antico e violenza

Pubblichiamo qui la presentazione del Seminario che Giancarlo Rinaldi terrà nell’ambito del prossimo Convegno Nazionale GBU (7–9 dicembre)

L’interpretazione della Bibbia non ha mai costituito un’attività di pensiero neutrale e disinteressata. Agli antichi la dimensione piuttosto moderna del ‘dialogo’ e della ‘tolleranza’ era pressoché sconosciuta. Molto spesso dalla persuasione di essere detentori della verità scaturiva la tentazione di privare l’altro del diritto al dissenso.

La storia dei cristiani non fa eccezione a questa regola generale.

Il cristianesimo nasce come una corrente in seno al giudaismo, ma ben presto si allontana da quest’ultimo, anche fragorosamente, perdendo, così, le tutele giuridiche che il diritto romano riconosceva tradizionalmente a questa etnia con la relativa professione di fede. Nascono, quindi, vessazioni e persecuzioni a carico dei credenti in Gesù. Perché queste iniziative in un contesto religioso pagano e ‘pluralista’? Durante i primi tre secoli, i cristiani, mentre sono sulla difensiva, sviluppano la necessità di definire una ortodossia. Il processo corre parallelo all’altro di denunziare le deviazioni da questo mainstream in quanto eresie. Regione per regione si formano “maggioranze e minoranze” in seno alla cristianità.

Agli inizi del IV secolo Costantino organizza il suo potere riconoscendo ai cristiani libertà di espressione e talvolta favorendone le comunità. Gradualmente, durante questo secolo, la tolleranza si trasforma in favore e quest’ultimo in privilegio. Sta di fatto che questo secolo quarto inizia con la grande persecuzione anticristiana di Diocleziano (303) e termina con il famoso Editto di Tessalonica di Teodosio (380) che stabilisce quale culto dell’impero la religione professata dai patriarchi di Roma e di Alessandria. Ogni altra fede passa dall’essere minoranza all’essere perseguitata.

Le guide della chiesa si trasformano rapidamente in persecutori, dapprima dei culti pagani poi, ancòra più severamente, dei gruppi ereticali. Si assiste alla distruzione di templi antichi e alla negazione dei diritti elementari come castigo degli eretici. Le leggi imperiali contenute nel XVI libro del Codice Teodosiano configurano un crescendo di violenze a danno dei dissidenti. Si contano i morti.

In questo processo la Bibbia ha un suo importante ruolo: la chiesa s’identifica con il Nuovo Israele e rilegge l’epopea della conquista del Canaan e della distruzione dei culti di quella regione (spec. Giosuè e Giudici) come un’anticipazione profetica del ruolo che ora è chiamata a svolgere. I nuovi cananei sono i seguaci dei culti tradizionali di Grecia e di Roma; per loro e per i loro santuari nessuna pietà. Dio lo vuole! Quelle antichissime pagine della Bibbia vengono così spiegate e piegate per consolidare nuovi equilibri di potere. La loro esegesi letteralista è una licenzia per avviare il mondo antico al suo tramonto, un tramonto a volte, purtroppo, rosseggiante di sangue.

La storia non si fa con i ‘se’ e con i ‘ma’, tuttavia se fosse prevalsa un’esegesi più attenta alla contestualizzazione storica la Scrittura non sarebbe servita sic et simpliciter da alibi per chi della fede predicata da Gesù voleva farne uno strumento non di servizio ma di predominio.

Giancarlo Rinaldi

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