Dio è morto…ma poi risorge. In ricordo di Francesco Guccini

di Valerio Bernardi – DIRS GBU

Si è spento nella mattina del 6 agosto Francesco Guccini, uno dei più importanti cantautori italiani e sicuramente, insieme a Fabrizio De André, uno dei più colti. La sua produzione discografica è notevole e si è prolungata per un cinquantennio e, negli ultimi decenni, si è affiancata a quella di scrittore vero e proprio che ha pubblicato libri di un certo successo.

Il percorso di Guccini come cantante inizia nel 1967 con un album dal titolo Folk Beat n. 1, anche se aveva già composto alcune delle canzoni in precedenza. Al contrario degli esponenti del cantautorato genovese (che si ispiravano agli chansonnier francesi), Guccini fa, già nel titolo del disco, riferimento al folk americano, paese che guarda sempre con interesse, ed ai cantautori americani di quegli anni. Di questo primo album sicuramente la canzone più famosa sarà La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), scritta nel 1964 e interpretata prima dall’Equipe 84, in cui si denuncia quanto avvenuto nella Shoah, proprio nel momento in cui il dibattito sulla questione si era aperto a livello internazionale (il libro di Primo Levi era diventato un long-seller e Hannah Arendt aveva appena pubblicato il suo reportage sul processo ad Eichmann).

La relazione di Guccini, emiliano di sinistra, sicuramente ateo, con la fede è piuttosto complessa, ma raggiunge un momento di confronto molto interessante con la canzone Dio è morto, scritta nel 1965, canzone con un chiaro significato politico, dove la morte di Dio viene intesa come quella che avvolge la civiltà consumistica che in Italia proprio in quegli anni (quelli del boom economico) inizia ad affacciarsi. Guccini denuncia la società materialistica, alla ricerca di una giustizia che può sorgere proprio dal Dio che risorge. Il testo suscitò all’epoca scalpore e la Rai democristiana lo censurò e non lo trasmise, non invitando per anni il cantautore a nessuna trasmissione. Il paradosso tutto italiano è che invece, nel pieno clima postconciliare, sarà trasmessa da Radio Vaticana, che ritenne il testo di estremo interesse per la coniugazione che vi era tra la società consumistica che faceva morire Dio e la giustizia divina, fatta di speranza di riscatto.

Gli anni di maggiore successo del cantautore di Pavana sono quelli del decennio 1970. Si collocano qua due degli album che lo hanno reso celebre e che, probabilmente, più di altri ne racchiudono l’essenza. Si tratta di Radici, una sorta di ricerca nel passato dell’Emilia e del suo passato in cui vi sono brani che riprendono canti tradizionali come La canzone dei dodici mesi e la Locomotiva, ballata chiaramente influenzata ancora una volta dal folk americano e che rievoca un episodio del XIX secolo dell’anarchia emiliana.

Il chiaro schieramento politico di Guccini non gli impedisce di comporre canzoni come Incontro o Canzone quasi d’amore o altri pezzi che hanno una vena più romantica e che si rifanno alle classiche canzoni d’amore. Nel 1976 Guccini pubblica via Paolo Fabbri 43 (prendendo il nome della sua residenza bolognese) dove ne L’avvelenata, uno dei suoi brani più cantati, critica soprattutto coloro che volevano trovare messaggi e vedere in lui una bandiera politica. La ballata  è una sorta di Like a Rolling Stones del cantautore emiliano che riconosce l’importanza delle battaglie sociali, della lotta all’ingiustizia, ma che riconosce che le canzoni sono soprattutto poesia e che l’interesse per il successo deve essere relativo.

Il percorso canoro di Guccini continuerà negli anni successivi con album di grande interesse come Amerigo e Autogrill ad esempio. Interessanti sono anche gli album a tema (cosa che nella produzione italiana di oggi sta scomparendo) come Metropolis, dove vi sono canzoni dedicate alle città (la più famosa è quella dedicata a Bologna) anche del passato come Bisanzio, dove la cultura del cantautore si vede nelle sue punte più alte.

Alla fine degli anni 1980, Guccini inizia anche pubblicare libri, il cui successo è stato di un certo rilievo. I testi che ha scritto, a partire da Croniche Epafaniche del 1989, partono tutti dalla sua esperienza di vita e, soprattutto, dall’incontro delle sue radici nella montagna modenese con quella di una città più “aperta” come Bologna. La ricerca delle tradizioni ha fatto del maestro modenese, uno dei maggiori esperti di tradizioni popolari dell’Emilia-Romagna.

La produzione discografica originale si ferma al 2012 quando Guccini pubblica l ‘Ultima Thule fatto di brani inediti. Questo ha fatto sì che, pur essendo un padre illustre della canzone d’autore italiana, molti delle ultime generazioni non lo hanno conosciuto e non hanno approcciato la profondità dei suoi testi, anche perché il modello proposto da Guccini rimaneva ancorato al cantautorato degli anni 1970, pur con qualche modernizzazione, dovuta anche alla costante e durevole collaborazione con i Nomadi, un gruppo emiliano di chiare ascendenze rock.

Il giorno della sua morte ha coinciso con l’anniversario della bomba di Hiroshima, proprio lui che aveva anche cantato dell’apocalisse nucleare in Noi non ci saremo.

Perché è importante ricordare Guccini?

In primo luogo, perché, nonostante l’amore per gli States, fa parte della cultura italiana, lo ha ricordato pure il Presidente Mattarella, di un cultura che, anche quando è laica (come abbiamo detto ne I discepoli furono chiamati cristiani), pone grande attenzione alla questione religiosa, perché è stata determinante per la propria formazione. Un testo di una canzone come Dio è morto, dovrebbe ancora oggi

far riflettere diversi dei credenti. Le sue canzoni, come alcuni hanno affermato, terminano quasi sempre con una domanda, con dei dubbi, lasciano aperte le porte al dialogo che Guccini non ha mai scartato come ipotesi, proprio perché apparteneva ad una sinistra non dogmatica (anni fa rivelò di non avere mai avuto la tessera del PCI e di essere sempre stato antisovietico) apparentata più con l’azionismo ed il partito socialista, e che lo ha portato alla ricerca di una giustizia sociale che andasse al di là delle tradizionali barriere politiche.

In secondo luogo, l’esortazione è quella di leggere i testi delle canzoni, perché, oltre quelli famosi, Guccini è stato un grande poeta che ha saputo cogliere le inquietudini dell’essere umano e che, allo stesso tempo, non si è totalmente fatto travolgere da esse. Il richiamo alla convivialità, oltre che alle pene d’amore e alle ingiustizie (passando anche per le analisi storiche) sono sempre state presenti nelle sue canzoni e, per questo, vanno lette con attenzione. La critica sociale ed individuale è sempre stata accompagnata dalla speranza.

In terzo luogo, Guccini è stato un rappresentante di alto livello di quella che si chiama la cultura nazional-popolare (per usare un termine caro ad Antonio Gramsci). Pur non negandosi alle telecamere, pur trovando la sua essenza più propria nei concerti (nonostante quanto affermi ne L’avvelenata), nei suoi testi e nelle sue opere si possono trovare alcune delle indicazioni migliori per capire la società in cui siamo cresciuti ed in un cui ci continuiamo a formare. I testi quindi sono uno specchio della nostra società senza dire banalità e non essendo mai scontati quando se ne dà un’attenta lettura. I suoi concerti erano sempre un dialogo con le persone dove le canzoni venivano anche introdotte e spiegate.

Pertanto gli evangelici, oltre che strimpellare alcune delle sue canzoni con la chitarra (fa parte della nazional-popolarità) devono ascoltare con attenzione i testi per comprendere meglio il tempo che viviamo e per comprendere anche la società in cui ci siamo formati che rimane, rispetto a quelle del Nord Europa e a quella anglosassone, con delle sue peculiarità che sono ben manifeste nell’opera di quello che è stato uno dei maggiori cantautori italiani.

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU

 


Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.

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