Il più santo degli italiani, il più italiano dei santi
di Giacomo Carlo Di Gaetano (e Francesco Raspanti)
“Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco”[1], con queste parole inizia la prima biografia di Francesco, scritta in soli due anni da Tommaso da Celano, autore colto ed informato che ricevette l’incarico di redigere al vita direttamente da papa Gregorio IX, all’indomani della morte del patrono d’Italia: il 4 ottobre del 1226.
Il pontefice aveva premura che fosse completata la prima agiografia ufficiale prima della canonizzazione di Francesco che avvenne in effetti solamente due anni dopo, in una cerimonia, sfarzosa e grandiosa, ufficiata direttamente dal pontefice, nella città d’origine di Francesco: Assisi, 16 luglio del 1228.
In effetti non sappiamo con certezza la data della sua nascita (1181/1182), non si è certi nemmeno dell’effettivo nome di battesimo, quello che possiamo scrivere è che il suo percorso di conversione iniziò quando aveva circa venti anni, nel 1202, dopo la disastrosa (per le armi di Assisi) battaglia di Collestrada, a seguito della quale un giovane figlio di un ricco mercante fu catturato e tenuto prigioniero per circa un anno. Successivamente (1205/1206) sappiamo di celebri momenti: come l’incontro con un lebbroso verso il quale, oltre all’elemosina, Francesco si sentì pronto ad abbracciarlo e baciarlo[2]. In seguito lo stesso Francesco, che prima di quel giorno non poteva sopportare nemmeno la vista di un lebbroso, scrisse che
“ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d’anima e di corpo” (dal Testamento di san Francesco, 1226). Parimenti importante e molto conosciuta è la visone che ebbe davanti al crocifisso di San Damiano. Per certo nei primi mesi (gennaio- febbraio) del 1206 vi fu la rinuncia pubblica ai beni paterni alla presenza del vescovo di Assisi. Nei venti anni che seguirono, con un’attività instancabile, Francesco diede vita all’ordine che prende il suo nome, promosse la fondazione di monasteri, creò la regola fondata sulla povertà e la spiritualità, viaggiò fino all’Egitto e si occupò insieme ai suoi compagni dei poveri e dei malati in ogni luogo che poteva raggiungere. Abbiamo il suo “Testamento” nel quale esorta a seguire la sua eredità, la Regola. Come scritto sopra il 4 ottobre del 1226 si spense ad un’età di circa 44 anni.
Sono innumerevoli i testi, i documentari, i film sulla sua persona, quindi questi pochi dati sono solo una cornice, un uomo di nome Francesco, convertito intorno ai 25 anni e deceduto a 44/45 anni.
(Francesco Raspanti)
Il capitolo 4 del volume di Daniele Menozzi, Il potere delle devozioni. Pietà popolare e uso politico dei culti in età contemporanea (Carocci, 2022) dal titolo “Il più italiano dei santi”: la nazionalizzazione di san Francesco (pp. 139-187) è forse il più suggestivo anche perché il più attuale.
Pur trattandosi di una documentata ricerca storica, che si ferma allo scoppio della seconda guerra mondiale (le ultime testimonianze relative alla nazionalizzazione bellicista di Francesco sono del 1940) pure non si può non cogliere la portata attuale della questione teoretica: il nesso e l’intreccio tra devozione popolare, politica, e ruolo delle istituzioni ecclesiali ma non solo.
Il tema appare quanto mai attuale nell’anno in cui è stata ripristinata la festività nazionale per San Francesco Patrono d’Italia (il 4 ottobre – purtroppo cadente quest’anno di domenica). Lo affronta direttamente anche Francesca Tasca in un recente volume edito da Claudiana che mette a confronto due figure quasi coetanee ma estremamente parallele nella loro interpretazione della pietà e della spiritualità medievale eppure così lontane nella loro vicenda della storia degli effetti: Valdo di Lione, da cui i Valdesi, bene o male (1140-1205) e appunto Francesco d’Assisi (1181-1226): F. Tasca, Valdo di Lione e Francesco d’Assisi. Due esperienze cristiane (Claudiana, 2026).
Il testo di Menozzi mette subito in chiaro che la ripresa e la manipolazione socio-politica di Francesco presenta molteplici e non sovrapponibili registri ed esiti tutt’altro scontati e lineari (p. 140).
Partendo dalla formula di D’Annunzio (1919) che abbiamo riproposto nel titolo (in realtà Menozzi ne rintraccia la genesi ancor prima in alcune pagine di Vincenzo Gioberti, 1846) ci viene proposta una galleria di rappresentazioni in cui la pietà popolare per l’assisiate presta a operazioni ideologiche operate dal potere tanto affascinanti quanto inquietanti.
Affascinanti poiché alla figura del poverello vengono riportate istanze di riforma sociale, pur nel quadro di riferimento paternalistico del medioevo che definisce il povero in funzione del ricco (p. 144) ma anche ruoli di pacificatore universale negli anni infuocati della Prima Guerra mondiale (p. 157), passando dal ruolo di padre spirituale della “democrazia cristiana” di Romolo Murri (p. 149).
Le manipolazioni politiche diventano inquietanti poiché la figura di Francesco viene rivestita addirittura di una veste militarista e bellicista e finanche imperialista nel momento in cui in Italia si diffondeva e affermava l’ideologia fascista.
Non va dimenticato a questo proposito che la celebrazione della festività nazionale del 4 ottobre 1926 avvenne su iniziativa del governo guidato da Mussolini. Francesco fu poi proclamato santo nel 1939 mentre la festività fu istituita nel 1958 per poi essere sospesa nel 1977.
Fa da sfondo a questi due estremi (fascino e inquietudine) il consolidamento della nazionalizzazione di Francesco, personaggio che in realtà avrebbe poco a che fare con le dinamiche della formazione dello stato moderno che viene fuori, è sempre bene ricordarlo, dalle dinamiche risorgimentali e dunque da una temperie moderna.
Tutti i Papi e una vasta produzione pubblicistica laica ed eccleisale hanno contribuito a far nascere e consolidare questa identificazione tra l’Italia come nazione e Francesco come suo figlio più autentico.
Menozzi a nostro parere riassume un po’ tutte le istanze e le contraddizioni di questa identificazione quando, riferendosi all’epoca di Leone XII, il papa non a caso dell’enciclica sociale, afferma:
“L’italianizzazione del santo si inserisce in una revisione del rapporto tra cattolicesimo e nazione in funzione dell’adeguamento della presenza della chiesa ad un tempo che esalta il valore della nazione” (p. 146).
Colpisce in tanta ricchezza documentaria la possibilità di abbracciare tutte le strumentalizzazioni della figura di Francesco in una sorta di cacofonia, e questo nonostante le precauzioni a volte avanzate anche dagli organi ecclesiali:
“Il santo può essere via via declinato come patrono, consolatore, modello o persino trascinatore di soldati rappresentati nei più diversi contesti bellici; ma in questi vari richiami si coglie un costante sottofondo: il rimando a Francesco intende confermare il carattere assoluto del combattimento per una divinizzata ‘più grande Italia’” (p. 155).
Come evangelici noi non siamo estranei a questa vicenda; non possiamo esserlo, come dimostra la comparazione della Tasca; non lo siamo stati, solo se si pensa a Paul Sabatier e alla sua Vie de S. Francoise d’Assise (1894) nonché alla mai sopita “questione francescana” sollevata proprio da studiosi protestanti: chi è stato veramente Francesco, nel suo contesto storico, e che cosa è diventato nella bolla sacrale del cattolicesimo romano?
Abbiamo un’unica strada da percorrere: in che modo rapportare la figura di Francesco (e ciò che di essa sappiamo) oltre al suo contesto storico, alla fede una volta tramandata dai santi (Ep. di Giuda)? Si tratta di una strada interessante sulla quale aspettiamo i nostri amici cattolici, una strada da percorrere insieme per verificare di cosa si nutre la “nostra” pietà popolare.
[1] Si veda Chiara Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Milano, 1995, pp. 3- 18.
[2] Franco Cardini, Francesco d’Assisi, Milano, 1989, p. 78.
Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.
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