Il 7 Ottobre e la sua cornice storica
Gaza e dintorni – Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda
di Tonino Mele – Siniscola, 12 Ottobre 2026
Ormai sono passati tre anni da quel fatidico 7 ottobre 2023 ove, nel più totale disprezzo della vita e della dignità umana, si è consumato il massacro di 1200 civili Israeliani inermi, neonati, donne e anziani compresi e sono stati trascinati a Gaza 251 ostaggi, di cui, solo 168 sono tornati vivi, dopo due anni e mezzo di prigionia vissute in terribili condizioni. Ma cos’è stato il 7 ottobre? È questa la questione di fondo che già all’indomani di quel fatidico giorno ha diviso le coscienze e tutt’ora si continua a discutere sul senso più profondo di ciò che è successo.
In un recente articolo titolato Il nuovo antisemitismo, lo storico del Cristianesimo, Alberto Melloni ha definito il 7 ottobre una “Shoah in miniatura”, incuneandolo nel solco della più grande espressione di antisemitismo che la storia ricordi. Ed esclude in modo vigoroso che si sia trattato di “resistenza”: “Il 7 ottobre non era un atto di terrorismo compiuto da terroristi. Non era un atto di resistenza, non c’entrava con lo Stato palestinese, non era un gesto “spettacolare” di tipo binladeniano. Era l’atto par excellence di una statualità sui generis di uno Stato che andava ad adempiere con i suoi soldati la sua finalità statutaria e statuale: uccidere, bruciare, violentare, straziare e – non ultimo – deportare. Deportare per uccidere, uccidere per deportare… Non potendo fare un “genocidio” di proporzioni nazifasciste, si è dovuto limitare alla sua miniaturizzazione”1.
Ma veramente è stato un atto di “antisemitismo” anche se nuovo e non un atto di “resistenza”? Mentre ancora impazzava la battaglia nei Kibbutz israeliani, c’era chi già sdoganava quel massacro come l’atto partigiano di un popolo oppresso quale quello palestinese contro i propri oppressori cioè lo stato d’Israele. Ed ancora in questi giorni, con la terza ricorrenza del 7 ottobre, si è visto come si continua a mettere sullo stesso piano, la barbarie di quel giorno, con le sofferenze del popolo palestinese, sia quelle pregresse, che quelle acuitesi con la guerra di Gaza che ne è seguita.
Ad aggravare la questione è poi intervenuta una propaganda mediatica, finanziata dal Qatar e dall’Iran, che attraverso immagini reali, che documentano gli orrori della guerra e fake news costruite ad arte, è dilagata nelle università, nei campus, nei social, nei media, nei salotti televisivi, negli eventi pubblici, nelle piazze, negli stadi, nei teatri, ecc. con la narrazione che non Hamas, ma Israele, il governo Netanyahu, i ministri di estrema destra Ben-Gvir e Smotrich, l’IDF, il sionismo ed i filosionisti sono responsabili di genocidio e pulizia etnica ai danni del popolo palestinese.
Così, in questi tre anni abbiamo assistito ad un totale ribaltamento della cronaca: la vittima del 7 ottobre è stata trasformata in carnefice nazista ed il carnefice nazista del 7 ottobre è stato trasformato in vittima. Anziché sospendere il giudizio ed aspettare valutazioni più equilibrate di tipo storico e militare, ci si è lasciati trascinare dalla piena mediatica e Israele è diventato per i più sinonimo di disumanità. Si è persino fatta la morale ad una certa ermeneutica ed una certa escatologia biblica che continua ad assegnare ad Israele un ruolo nei piani di Dio e non ritiene ancora compiuto il disegno profetico che lo riguarda. Dal canto suo Israele, impegnato sul campo su sette fronti, solo nell’ultimo anno, quando si è aggravato il suo isolamento internazionale, ha reagito a questa diffamazione mediatica, ma ormai il danno era fatto: sul fronte mediatico Israele ha perso!
Comunque sia, la questione di fondo a cui accenna il Melloni, non è certo con la propaganda di settore che può essere risolta, ma con una riflessione obiettiva e ponderata, di ordine storico e militare, che sappia interrogarsi sul senso più profondo del 7 ottobre e lo sappia collocare nella sua cornice storica più ampia. È a questa esigenza che risponde il libro, uscito alcuni mesi fa dal titolo: “Gaza e dintorni – Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda” (De Ferrari, Genova 2026), del professor Roberto Sinigaglia, storico di professione, già direttore del Dipartimento di Antichità, Filosofia, Storia (DAFIST) e presidente del Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova (CISI) e autore di importanti pubblicazioni scientifiche. Questo è un libro, di facile lettura, sia perché poco voluminoso, sia perché l’autore ha saputo riportare un discorso reso complesso da tanta propaganda, alla sua essenzialità storica, corredandolo con ampie note documentali, per i lettori più esigenti.
Questo saggio ha avuto una prima stesura pubblica nel 29 aprile 2024 su “La Tribuna” della “European Journal of Psychoanalysis”, che si può reperire in rete2. E già lì si poteva intravvedere la posizione dell’autore in merito al 7 ottobre. Ecco ciò che scriveva: “Le motivazioni di Hamas vanno cercate al di fuori della questione palestinese3. Eccitate anche dal confronto tra Iran e Arabia saudita, rappresentano un momento fondamentale della guerra islamista ai valori dell’Occidente… L’irruzione terroristica del 7 ottobre non ha solo messo in pausa il processo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, evidenziando le criticità degli Accordi di Abramo. Ha rappresentato un salto di qualità negativo. È una guerra all’ebreo che non contempla mediazioni alcune e un’affermazione estrema del radicalismo religioso musulmano… Coloro che hanno calpestato un soldato morto e hanno trascinato per i capelli e poi violentato una donna non erano eroi che combattevano per la patria palestinese. Erano semplicemente criminali. Coloro che, al grido di yehud, yehud (come i nazisti che gridavano juden, juden) hanno bruciato vivi uomini e donne nei Kibbutz e hanno filmato le loro imprese sono solo dei fanatici. Ma i bambini, quelli la cui morte deve sgomentare particolarmente, li ha visti vittime di ferocie specifiche: sono stati sgozzati, decapitati, accecati; e le donne incinte eviscerate, e alcuni uomini ridotti a tronchi, privati delle teste e degli arti”. Il 7 ottobre dunque, non è stato un atto di resistenza, ma l’espressione mai vista (cfr. il termine “nuovo” nell’articolo di Melloni) del radicalismo islamico. In detto articolo, il Sinigaglia dedica anche un paragrafo all’antisemitismo, dove non si sofferma sull’antisemitismo islamico, ma sull’antisemitismo di sinistra dicendo che, “accanto all’antisemitismo dichiarato e gridato dell’estrema destra, esiste pure un antisemitismo inconscio in settori della sinistra. Inconscio, ma non sempre”. Un antisemitismo quest’ultimo che, “grazie a un esasperato approccio politically correct”, soffoca la “libertà di pensiero”, considerata da “alcune frange di estrema sinistra” una minaccia “nei confronti di altre minoranze”. E poi aggiunge: “Appunto questo pregiudizio antisemita è ciò che ottunde la capacità di inserire il conflitto nel Vicino Oriente in uno scenario diverso. Alcuni settori della sinistra rifiutano sdegnosamente di essere definiti antisemiti. Insistono su una differenziazione tra antisionismo e antisemitismo”. Questo spiega perché poi, nel libro pubblicato due anni dopo, il Sinigaglia aggiunge un capitolo sull’antisemitismo islamico. Esso è più che mai funzionale alla sua tesi, che il 7 ottobre non fu un “atto di resistenza”, ma un “atto di radicalismo islamico”.
Probabilmente a questa scelta dell’autore, ha contribuito anche un articolo che un mese dopo è stato scritto come reazione critica al suo, dal prof. Enrico Molinaro, sempre su “La Tribuna” della “European Journal of Psychoanalysis”, che pure si può reperire in rete4. Analista, politico e studioso multidisciplinare, esperto di relazioni internazionali, Medio Oriente e Luoghi santi di Gerusalemme, il Molinaro “ha sviluppato in oltre due decenni di ricerca l’approccio metodologico innovativo suggerito in una serie di pubblicazioni, applicando l’analisi glocalista/westfaliana ad una varietà di casi di studio”, ed ora lo applica alla questione in oggetto, affermando: “In coerenza con la succitata soluzione vestfaliana5 “Due Stati per Due Popoli”, le motivazioni della nuova leadership di Hamas, principalmente Sinwar a Gaza, e Haniyeh in Qatar vanno cercate all’interno della questione nazionale palestinese, all’opposto dell’interpretazione glocalista6 della cosiddetta guerra islamista ai valori dell’Occidente7. Hamas è il gruppo militante islamico che governa la Striscia di Gaza negli ultimi 16 anni”. E, pur ammettendo che “la citata cruenta operazione Alluvione Al-Aqsa di Hamas prende il nome dal conflitto sui Luoghi Santi di Gerusalemme”, quindi un apparente movente religioso, il Molinaro aggiunge, “ma in realtà non è ispirata da motivazioni religiose, bensì territoriali laiche”. Il Molinaro sostiene che Hamas “ha progressivamente abbandonato il modello di identità collettiva originario glocalista per avvicinarsi a quello westfaliano” quando nel 2017 ha modificato l’art. 20 del suo Statuto, dove si parla della creazione di “uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale”. Da questo punto prospettico interpreta poi vari fatti di cronaca succedutisi in questi anni, che manifesterebbero la volontà anti glocalista di Hamas, non come l’ISIS, che “al contrario, segue il modello glocalista transfrontaliero” e una “guerra di religione”. Citando poi, il Rapporto “La nostra narrativa” del 21 gennaio 20248, dove “Hamas ha ammesso di aver “commesso degli errori” il 7 ottobre, spiegando però l’uccisione di civili innocenti con “il rapido collasso del sistema militare e di sicurezza israeliano, ed il caos così provocato lungo le zone di confine vicino a Gaza”, il Molinaro aggiunge: “In realtà Hamas ha la responsabilità morale, giuridica e politica di tutti gli atti di crudele violenza subiti dagli israeliani a seguito di quell’attacco, compresi quelli in cui i propri militanti non sono stati direttamente coinvolti, perché la loro decisione di abbattere la recinzione difensiva che protegge lo Stato di Israele ha facilitato l’ingresso di migliaia di altri palestinesi armati e violenti da Gaza”. Insomma, questo studioso riconosce la responsabilità di Hamas nel massacro del 7 ottobre ma, in linea con la sua tesi di fondo, non l’associa a più profonde motivazioni religiose e glocaliste, ma la mantiene nell’ambito di un westfaliano sconfinamento che ha consentito ad un orda di “palestinesi armati e violenti” di fare ciò che hanno fatto. Non meraviglia dunque che poi assolva “le proteste universitarie filo-palestinesi negli Stati Uniti e in Europa”, malgrado tutti gli sconquassi materiali e l’aumento esponenziale di antisemitismo che ha prodotto, poiché “esprimono un sentimento sincero tra molti studenti, preoccupati per i tragici eventi in corso sia a Gaza che in Cisgiordania”. Il Molinaro conclude il suo articolo auspicando da un lato le dimissioni di Netanyahu e Abu Matzen, e dall’altro guardando “all’enorme impatto dell’amministrazione americana Biden che, alla luce del ciclo storico westfaliano mondiale in corso, potrebbe consentire una via d’uscita strategica coerente, con nuovi leader palestinesi e israeliani”. Ma la storia sembra aver seguito un altro corso: Trump ha sostituito Biden nella presidenza degli Stati Uniti, Abu Matzen continua a rinviare le elezioni e per Netanyahu, vedremo cosa accadrà alle prossime imminenti elezioni.
Ma veniamo al libro del Sinigaglia. Partendo da una valutazione delle proteste, diametralmente opposta a quella del Molinaro, l’autore esordisce affermando che questo saggio nasce “sull’onda emotiva scatenata dalla mattanza del 7 ottobre” e come reazione alla “scellerata esultanza di tanti studenti dinanzi al massacro (in primis quelli della Columbia University)” (p.9). Con questo libro l’autore si propone di “inquadrare l’argomento in una cornice storica più vasta e rigorosa”, per “favorire la divulgazione di valutazioni storiche che incontrano difficoltà a manifestarsi” (p.10). Da subito, l’autore è consapevole di muoversi in un terreno minato e di dover andare contro “l’uragano mediatico che ha imposto la versione dell’estremismo palestinese, grazie alla sciagurata e perversa alleanza tra settori del mondo progressista occidentale e le posizioni reazionarie del radicalismo islamico” (p.10).
La tesi di fondo del libro è che la cronaca sganciata dalla storia, diventa il terreno fertile della propaganda e dell’ideologia. È la loro cornice storica che restituisce ai fatti la loro giusta dimensione, senza abbellirli o abbruttirli oltremodo, senza derive univoche che ne semplificano la complessità. E introduce il suo discorso “contro le narrative distorte” presenti nel mondo occidentale e in Italia, indicando due “partiti principali contrapposti”, dai quali prende sin da qui le distanze. Il primo lo identifica “in un appassionato appoggio ai Palestinesi, se non addirittura ad Hamas, denunciando un genocidio che si starebbe consumando a Gaza”, supportati dalla “cultura della sinistra identitaria woke”, che distingue tra antisemitismo e antisionismo e promuove “una rottura totale con ogni retaggio del passato” con “il rischio di rendere vano anche il ricordo della tragedia della Shoah” (p.11). Il secondo lo identifica con chi, pur condannando la bestialità del 7 ottobre e riconoscendo ad Israele il diritto di difendersi, considera eccessiva e sproporzionata la reazione israeliana, perché non distingue tra “i ‘cattivi’ terroristi di Hamas dal contesto ‘buono’ di Gaza, ponendo così le basi di un racconto che distorce la realtà dei fatti” (p.11).
Riferendosi a questo secondo partito, che definisce affetto da un “perniciosa equidistanza”, stabilisce un primo criterio guida del suo lavoro nel tener sempre presente che “l’attacco del 7 ottobre non è stato l’attacco isolato di un gruppo terroristico, ma rappresenta l’atto iniziale della guerra scatenata da Hamas, dal 2007 al governo di Gaza, contro Israele” (p.11). Afferma che “i terroristi non provengono da Marte e Hamas non è certo un fungo strano cresciuto chissà dove: Hamas, lo ripeto, è al governo della striscia di Gaza. Se l’eccidio del 7 ottobre non ha prodotto sbigottimento tra la popolazione di Gaza, ma in molti casi addirittura approvazioni entusiastiche, se ne deduce una sorta di omogeneità tra terroristi e popolazione, anche se non sono mancate forme di proteste” (p.13). A conferma di ciò vengono citati i seguenti dati statistici: il 63,6% dei cittadini di Gaza ha approvato l’eccidio del 7 ottobre, il 74,7% dei cittadini della Popolazione desidera uno Stato palestinese “dal fiume al mare”, l’80% della popolazione residente a Gaza auspica l’annientamento dello Stato d’Israele (sondaggio di Repubblica dell’8 dicembre 2023). In questo modo viene scardinato il mito del “buonismo equidistante”.
A questo criterio guida riguardante la cronaca attuale dal 7 ottobre in poi, l’autore affianca il criterio squisitamente storico che è poi quello che contraddistingue questo libro: “Desidero inoltre sottolineare che, per comprendere, analizzare e valutare gli avvenimenti in corso, è indispensabile studiare tutto il processo storico così come si è sviluppato da un secolo a questa parte” (p.12). Ed è in chiave storica che affronta tutta una serie di questioni connesse al tema in oggetto: il massacro del 7 ottobre, il mito che lo Stato d’Israele sia una concessione fatta a causa della Shoah, il ribaltamento ideologico post 7 ottobre, le opportunità mancate per la pace, la natura del nuovo antisemitismo in Occidente, le radici dell’antisemitismo islamico, il diritto di Israele alla difesa, il perché Israele doveva continuare la guerra, la questione dei rifugiati, la questione degli insediamenti, la praticabilità della formula “due popoli, due stati”, la crisi dell’Occidente ed il ruolo mancato dell’Europa. Ripercorriamo velocemente questa agenda.
L’autore presenta il massacro del 7 ottobre, come un atto di “sadismo bestiale” al quale corrispondeva una precisa “strategia”9: “suggerire comportamenti analoghi ai propri correligionari… scuotere l’opinione pubblica musulmana… limitare fortemente spazio ad ogni trattativa” (p.22). Perciò è stato filmato tutto! Non è un caso che in breve tempo Israele si è trovata a combattere su sette fronti, vincendo su tutti. Ciò che ha trascurato è stata la propaganda anti-israeliana che si è messa subito in moto. Ecco ciò che è successo ad Harvard: “Domenica 8 ottobre, a meno di ventiquattr’ore dall’orrendo massacro, ben 34 associazioni studentesche ad Harvard hanno firmato un comunicato. Questo documento attribuiva ad Israele la responsabilità dell’eccidio e ‘difendeva il diritto della resistenza palestinese a raggiungere i suoi obiettivi con ogni mezzo possibile per liberare la Palestina dal fiume al mare’” (v.23). La propaganda ha adottato da subito “un linguaggio angosciante che rievoca il rapporto nazisti-ebrei riproponendolo nella versione ebrei-palestinesi”, che rivela “una impostazione ideologica che prescinde dalla realtà” e “una bassa elaborazione culturale” che “conduce ad un antisemitismo spicciolo”. A tal proposito l’autore considera “sbalorditivi i risultati contenuti in un’indagine dell’Istituto Cattaneo di Pavia”, fatta “subito dopo gli avvenimenti del 7 ottobre”, che “evidenziano come il numero di chi concorda con la similitudine tra Israele e Germania nazista cresca «nei giorni immediatamente successivi alla strage terrorista», molto prima della risposta del governo israeliano”. In ciò il Sinigaglia vi ravvisa “una delle caratteristiche fondamentali dell’antisemitismo: il suo configurarsi come atteggiamento a prescindere, legato non alle azioni degli ebrei, ma a ciò che essi rappresentano” (p.26).
La tesi che il 7 ottobre rappresenti un atto di resistenza affonda le sue radici in un falso storico, cioè quello secondo cui “gli ebrei, poverini hanno sofferto tanto” e “come risarcimento è stato concesso loro un territorio sul quale hanno costruito uno Stato” ma ora devono starsene “buonini, perché quest’area era palestinese” (p.14). L’idea infatti che “la nascita di Israele sarebbe il frutto di un rimorso di un Europa responsabile della tragedia della Shoah” storicamente non regge. Sinigaglia, come fa il Molinaro, riavvolge il nastro della storia fino al 3 gennaio 1919, alla fine della prima guerra mondiale, quando l’emiro Faysal, rappresentante del mondo Arabo e Chaim Weizmann, capo del Sionismo mondiale, “raggiunsero un accordo significativo: da un lato si richiamava la dichiarazione Balfour (2 Novembre 2017) che prometteva la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina; dall’altro riconosceva le aspirazioni dell’emiro a regnare in un vasto Stato arabo, comprendente la Transgiordania e la Mesopotamia10. Inizialmente, questo progetto fu respinto dalle potenze vincitrici, contrarie ad uno Stato arabo così esteso. Eppure, la Dichiarazione Balfour, nata come atto politico, acquisì progressivamente forza di diritto internazionale: fatta propria dalla Risoluzione di San Remo (24 aprile 1920), fu inclusa poi nel trattato Sèvres dello stesso anno (10 agosto) e inserita nel Preambolo del Mandato per la Palestina. Affidato alla Gran Bretagna, il Mandato traeva infatti origine dal combinato disposto della Dichiarazione Balfour e dell’articolo 22 (autodeterminazione dei popoli) del Patto della Società delle Nazioni (SdN). L’area geografica interessata riguardava la Palestina storica, comprendente quindi anche Giudea e Samaria (Cisgiordania o Westbank), e la Transgiordania. Il testo finale approvato dalla SdN stabiliva di dar vita a un ‘Focolare Nazionale Ebraico (National Home) in uno spazio compreso tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano” (pp.27-30).
Tutto ciò testimonia “il pieno diritto alla presenza ebraica e precedono di due decenni la Shoah, smentendo la narrazione diffusa, infondata storicamente, della nascita di Israele come risarcimento per quella tragedia e peraltro a scapito di uno Stato preesistente, quello palestinese, che in realtà non è mai esistito. All’epoca, l’intera regione era appena uscita dal dominio dell’Impero Ottomano e Siria, Libano, Giordania, Iraq non erano ancora nati. Al futuro Stato di Israele veniva così destinato un angolo di quella che era considerata l’antica terra ebraica11” (p.31). Ma questo progetto del “Focolare” non si realizzò subito, “dato il clima politico instabile tra le due guerre mondiali e a causa delle intemperanze arabe” (p.32). Si tentò di arrivare ad un accordo prima tramite una commissione britannica guidata da Sir William Robert Peel e poi con il White Paper del 1939, ma l’accordo fallì e il 2 aprile del 1947 la Gran Bretagna abbandonò il Mandato. La Risoluzione di Sanremo però rimase in piedi, perché “i trattati non decadono” (v.33) e confluì “in termini però diversi” nella “Risoluzione 181, votata dall’ONU il 29 novembre 1947” (p.33). Va precisato che “in questo caso l’ONU si limitò a riproporre, con una formula riduttiva, un diritto già sancito dalla comunità internazionale con la Conferenza di Sanremo del 1920” (p.33).
Ragion per cui, “la narrazione, poi consolidatasi, che dipinge lo Stato di Israele come frutto giuridico di questa Risoluzione, è errata sul piano giuridico ed è stata fonte di infiniti equivoci finalizzati alla delegittimazione di Israele” (p.33). Ed è pure da chiarire che “il termine ‘palestinesi’, riferito agli arabi residenti nell’area, fu coniato dalla propaganda sovietica a metà degli anni Sessanta in funzione anti-israeliana, ed è coevo al racconto che dipinge Israele come uno Stato coloniale” (p.34)12. Quando dunque nel 1967 con la Guerra difensiva dei sei giorni, Israele riconquistava Giudea e Samaria (Cisgiordania), “ricuperava terre che gli appartenevano per diritto internazionale” (p.37).
Purtroppo, “se oggi non esiste uno Stato palestinese lo si deve al rifiuto arabo di crearne uno accanto a quello ebraico. Questo rifiuto fu accompagnato dalla Nakbah, catastrofe, che comportò l’esodo di circa 700 mila arabi dai territori che furono teatro dello scontro armato… Contemporaneamente, si assistette all’espulsione dagli Stati arabi di 500 mila ebrei, cui se ne aggiunsero quasi un milione negli anni immediatamente successivi, a causa delle feroci ritorsioni e dei pogrom in Libia, Marocco e Yemen. Pertanto, la pulizia etnica ci fu, ma fu a danno degli ebrei” (p.39).
In questi tre anni ha prevalso la cronaca sulla storia, la narrazione ideologica sulla narrazione storica e così, dopo aver “scaricata la coscienza con una blanda solidarietà nei confronti di Israele, il racconto si è rapidamente spostato verso un “secondo capitolo”, completamente sganciato dal primo. Il massacro è pressoché scomparso dall’universo della comunicazione, perché è necessario rimuovere l’orrore che giustifica la reazione israeliana” (p.41). Questo sganciamento tra il 7 ottobre e ciò che ne è seguito è funzionale all’accusa di genocidio rivolta ad Israele, il quale viene accusato di aver reagito in modo sproporzionato per pura vendetta. Si dimenticano però due fatti storici importanti. Anzitutto il fatto che la popolazione di Gaza “non si dissocia da Hamas, che da anni rifiuta ogni offerta di pace, perché l’obiettivo, da sempre, è quello della distruzione di Israele” (p.41). Si dimentica poi che “dal 2005 Gaza gode di una totale sovranità sotto il governo di Hamas” (p.41). A tal proposito si è parlato di “decisione unilaterale”, senza tener conto che il fallimento degli accordi di Camp David (2000) e la sanguinosa seconda intifada (2000-2005) hanno reso impossibile qualsiasi accordo. Si è parlato anche di “blocco” dello spazio aereo e marittimo, dimenticando che questa era una misura di sicurezza a causa dei continui lanci di missili che venivano dalla Striscia. Si è parlato anche di “apartheid”, senza tener conto che entravano fino a 500 tir con rimorchio al giorno, che Israele ha sempre fornito corrente elettrica e acqua potabile, che fiumi di denaro sono transitati dagli Stati Arabi come il Qatar e da altre Istituzioni internazionali, che quotidianamente c’era un via vai di lavoratori Arabi dalla Striscia in Israele. Un “blocco” inoltre che non ha impedito ad Hamas di avere il materiale per costruire ed armare centinaia di tunnel sotterranei, con missili puntati contro Israele.
La storia ci parla anche di “tentativi di pace”, di opportunità mancate e di una ambiguità che ha creato molta diffidenza. A seguito della vittoriosa Guerra dei Sei giorni, vi fu quella che è stata definita la “pace in cambio dei territori occupati”, “ma i leader arabi riuniti a Khartoum (29 agosto – 1° settembre 1967) adottarono la nota risoluzione dei ‘TRE NO’: nessuna pace con Israele, nessuna riconoscimento di Israele, nessun negoziato con Israele” (p. 46).
Seguirono gli accordi di Oslo del 13 settembre 1993, firmatari il palestinese Arafat e l’israeliano Rabin, ai quali, seguirono dichiarazioni con le quali “Arafat faceva intendere che si trattasse di una tregua tattica, propedeutica a una guerra vittoriosa e distruttiva contro Israele, portando così a termine il progetto dell’Olocausto” (p.47). Mentre Israele cercava pace in cambio di territori, i “palestinesi” cercavano lotta armata in cambio di pace, come è evidente in queste dichiarazioni Ziyad Abu Ayn, di al-Fatah del 4 luglio 2006: “Gli accordi di Oslo non sono stati ciò che il popolo palestinese sognava. Il sogno del popolo palestinese è il ritorno, l’autodeterminazione, la fondazione di uno stato palestinese indipendente, e la liberazione della sua terra. Comunque, non ci sarebbe stata resistenza in Palestina se non fosse stato per Oslo. Fu Oslo che incoraggiò fortemente la resistenza palestinese […] Se non fosse stato per Oslo, non ci sarebbe stata resistenza. Per tutti i territori occupati, non potevamo spostare una singola pistola da un posto all’altro. Se non fosse stato per Oslo, le armi che ottenemmo […] l’addestramento, i campi, la protezione fornita da Oslo, e se non fosse stato per il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi grazie a Oslo – questa resistenza palestinese non avrebbe potuto portare avanti questa grande intifada palestinese” (pp.47-48). Eppure le concessioni fatte con questi accordi furono tali che amareggiarono fortemente la destra israeliana dalla quale poi venne fuori l’estremista che uccise Rabin.
È vero che nel 1993 Arafat riconobbe lo Stato di Israele, ma nel 2000 ha rifiutato il generoso accordo di Camp David, con Ehud Barak, sotto la mediazione americana di Bill Clinton. Persino Abu Matzen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), spesso considerato un “moderato”, in un discorso televisivo del 26 settembre 2015, ha dichiarato: “Noi diciamo benvenuta a ogni goccia di sangue versato per Gerusalemme. Sangue puro, sangue pulito, sangue che sale fino ad Allah; con l’aiuto di Allah ogni martire verrà ricompensato in paradiso e ogni ferito avrà la sua ricompensa… Gli ebrei sono sporcizia, profanano e contaminano Gerusalemme” (p.74). Ed è tutta questa ambiguità che ha sempre alimentato la diffidenza tra i due popoli.
Nel tentativo di caratterizzare l’antisemitismo del mondo progressista, il Sinigaglia non si limita a identificare come “dissimulazione” il tentativo di mischiare le carte tra “antisemitismo” e “antisionismo”, ma identifica pure come “dissimulazione che si raffinerebbe ulteriormente quando la critica alla politica israeliana si concentra sulla condanna di Netanyahu e della sua condotta bellica” (pp.51-52). E lo spiega così: “Questo premier conservatore, che per mantenere il potere ha imbarcato due partiti della destra estrema, diventa un facile bersaglio, permettendo alla sinistra europea e americana di reclamare ampia solidarietà nel mondo progressista occidentale contro la politica israeliana” (p.52). E poi dà questa valutazione: “Concentrandosi su Netanyahu, la critica tende a celare il contesto storico più ampio: il pogrom realizzato da Hamas non è stato unicamente un’azione criminale di un gruppo di assassini, ma ha rappresentato l’azione di guerra contro Israele. Di conseguenza, l’intervento a Gaza non è un gesto di vendetta personale di Netanyahu, bensì la risposta di Israele nella sua decennale lotta di sopravvivenza” (p.52).
Anche l’antisemitismo islamico13 va ricondotto alle sue radici storiche per capire la sua vera natura e la cronaca di oggi: “Il rifiuto totale, radicale, nei confronti di Israele è il risultato di un millenario odio antiebraico, frutto di antica intransigenza religiosa… Definire la lotta di Hamas contro lo Stato ebraico come una ‘guerra di liberazione’ è una favola romantica che scalda i cuori di gruppi studenteschi… Ma è importante informare gli studenti che Yahya Sinwar non è stato un eroe del Risorgimento palestinese e che molte masse arabe non sono diventate antisemite per reazione all’‘affronto’ della creazione dello Stato di Israele. È invece proprio il consolidato e atavico antisemitismo la causa vera del rifiuto di molti ambienti arabi di accettare, nel 1922 prima e nel 1948 poi, la creazione dello Stato di Israele! Ostacolo insuperato e difficilmente superabile. Perché come è scritto nello Statuto di Hamas: «…la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam sino al giorno del giudizio…» … Parole che bruciano ogni narrazione che parli di patriottismo nazionalista, che è la versione astutamente propalata dal terrorismo islamico per la sinistra occidentale “boccalona”. D’altronde, per la cultura radicale musulmana la presenza di Israele confligge radicalmente col diritto teologico del jihad che esige la supremazia islamica su tutto il pianeta… Questa ostilità nei confronti dell’ebreo genera una metastoria che arriva a disconoscere la millenaria presenza ebraica in Palestina. In realtà furono gli arabi a giungere nel 637 d.C., con la conquista di Gerusalemme da parte del califfo Omar. Atteggiamento intransigente – un ‘apriori religioso’ – che ha impedito agli arabi di Palestina di sviluppare un progetto ‘patriottico’ concreto, in grado di confrontarsi con le proposte lanciate in momenti diversi, da Begin (1979), Rabin (1993), Barak (2000), Sharon (2005), Olmert (2008), riguardo ai territori contesi” (pp.56, 59-60).
Molto interessante risulta poi per noi oggi, che siamo alle prese con gli interrogativi sollevati dal documentario anonimo NAZA, il capitolo del libro che parla del diritto di Israele alla difesa. Dopo un richiamo a verificare le fonti delle notizie e a filtrare quelle date da Hamas, visti i falsi messi in circolazione in questi anni, l’autore fa appello anzitutto alla “sensibilità democratica” di Israele, il quale “ha un’opinione pubblica molto attenta e capace di contestare le scelte del governo, anche l’attuale” (p.67). Poi riferisce che “da parte dell’esercito israeliano è consueta la prassi del Roof Knocking: un oggetto non esplosivo viene lanciato preventivamente sull’edificio da colpire, offrendo così agli abitanti dello stabile l’opportunità di allontanarsi” (p.68). Inoltre riporta che “nel processo all’Aja, intentato contro Israele, l’avvocato difensore Eylon Levy… ha dimostrato, tabulati alla mano, che l’esercito israeliano per diverse settimane ha invitato i civili di Gaza a evacuare dal Nord della Striscia. Prima del lancio della sua operazione di terra, Israele ha effettuato 70 mila telefonate, inviato 13 milioni di messaggi di testo, lasciato 14 milioni di messaggi vocali e rilasciato 7 milioni di volantini che invitavano i civili ad evacuare temporaneamente per la loro sicurezza e li informavano delle località sicure” (p.69). Nessun esercito si è mai giocato l’effetto sorpresa in questo modo, anzi abbiamo esempi storici del contrario, ad esempio quando gli eserciti Alleati, nella Seconda guerra mondiale, hanno preso di mira la popolazione civile, sia tedesca che italiana e giapponese con “l’obiettivo di terrorizzarla e fiaccarne la volontà di resistenza” (p.71). Non è un caso che una potenza militare come quella d’Israele abbia da subito parlato di una “lunga guerra” ed abbia impiegato due anni e mezzo per conseguire i suoi obiettivi militari in una guerra così asimmetrica.
La questione “cruciale” di questi anni, posta anche da un “pacifismo di maniera” relativa alla cessazione della guerra, non era una questione di “proporzionalità”, come spesso si è detto, ma di “obiettivi”: liberare gli ostaggi e neutralizzare Hamas. E il Sinigaglia lo spiega abbastanza bene: “L’ambiguità degli appelli a porre fine all’azione armata a Gaza succedutisi prima dell’arrivo della tregua, risiedeva proprio nel fatto che il progetto di annientare Israele è intrinseco ai programmi e alle azioni dei terroristi. Appare pertanto inconsistente o, peggio, ipocrita, il richiamo, come già detto, a una proporzionalità tra l’offesa subita da Israele e la sua risposta con l’assedio di Gaza. Non ha senso rifarsi all’aritmetica dei morti, perché le vittime sono tutte uguali ma non chi procura morte… Il voler porre un limite alla volontà di autodifesa di Israele significa condannarlo pertanto alla precarietà o addirittura all’estinzione, contraddicendo così, nei fatti, il diritto all’esistenza proclamato a parole. Pervenire pertanto a una tregua senza la distruzione di Hamas, lascerebbe intatti tutti i motivi che hanno condotto alla crisi attuale e sarebbe foriera di nuovi scontri in un futuro prossimo” (pp.73-74,76). Il fatto poi che, oltre Hamas, ha dovuto far fronte ad altre minacce alla sua sicurezza (Cisgiordania, Libano, Houthi, Iran, Siria, Irak), si capisce perché “Israele, sordo ad una campagna internazionale che puntava alla dissuasione e non intimorito dall’isolamento che ne sarebbe derivato, ha portato, grazie alla sua determinatezza, a un riequilibrio nell’area che sembrava impossibile fino a poco tempo fa” (p.79).
Altro “tema cruciale” dello scacchiere medio orientale è quello dei rifugiati, divenuti tali dopo la guerra del 1948 e dopo altri eventi successivi. Secondo l’UNRWA essi sarebbero 5.900.000, ma secondo alcuni storici sarebbero solo 30 mila unità, differenza dovuta al fatto che “l’UNRWA estende tale status a tutti i discendenti in linea maschile e persino a coloro che hanno lasciato volontariamente la loro terra d’origine” (p.81). Comunque, è un fatto che, un problema forse facilmente risolvibile, è diventato “una potente arma politica contro Israele” (pp.81-82).
Anche la “controversa questione degli insediamenti israeliani” può essere meglio intesa se si tiene conto del “quadro storico” in cui è sorta. Dice il Sinigaglia: “Dal momento che il Mandato aveva destinato l’intero territorio della Cisgiordania (storicamente Giudea e Samaria), alla futura nazione ebraica, la creazione degli insediamenti non costituisce una violazione alcuna, e pertanto questi non possono essere considerati clandestini o illegali, né tantomeno a danno di uno Stato che non è mai esistito” (p.83). L’affermazione propagandistica che fa di Israele uno Stato colonialista, si scontra col fatto che “già nel 1967, Israele, all’indomani della vittoriosa guerra dei Sei Giorni, si era dichiarata disponibile a cedere i territori conquistati (ma suoi de jure, anche se non in suo possesso prima della guerra) in cambio del riconoscimento e della pace” (p.85).
La formula “due popoli, due stati”, più appannaggio dei “moderati nostrani”, che dei palestinesi stessi, ai quali “non dispiace come slogan” che “accarezzi la sensibilità del mondo progressista occidentale”, è analizzata anzitutto secondo le ragioni di chi la vede impraticabile: “È vista ormai con gran sospetto da una quota crescente della popolazione israeliana: forte infatti, e comprensibile, il timore per una futura presenza di uno Stato palestinese confinante, se guidato, per giunta, dagli attuali leader, che rappresenterebbe una minaccia permanente per la sopravvivenza di Israele” (p.86). Chi propugna questa soluzione oggi, spesso persegue “un modello ideologico astratto”, perché “ha scambiato la guerra di Hamas contro gli ebrei per una guerra di liberazione, ignorando il progetto di annientamento di Israele mai venuto meno dal 1948” (p.87). Questo modello ideologico peraltro non è nuovo, perché “a partire dagli anni Sessanta, l’URSS prese ad armare e addestrare i primi gruppi terroristi arabi”, lanciando “in contemporanea… un’offensiva propagandistica tesa ad adottare un linguaggio che parlasse di liberazione nazionale” (p.87). Comunque, il Sinigaglia riconosce che “questa soluzione rimane il punto di arrivo necessario”, a patto che, “i gruppi terroristici” vengano “ridimensionati”, il che già sta avvenendo “grazie alla risolutezza di Israele”, che si investa in una vera pace l’esito di questa guerra, come è avvenuto “nel passato”14, quando “le secche sconfitte degli Stati arabi nelle guerre dei Sei Giorni e del Kippur hanno favorito Israele, che ha capitalizzato due paci di grande importanza: con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994” (p.89). Ma a questi elementi se ne devono sommare altri due. Anzitutto un mutamento di un “quadro internazionale sufficientemente pacificato, perché la chiave per rendere praticabile questa soluzione è anche nelle mani delle Potenze che da circa ottant’anni alimentano l’instabilità dell’area” (p.90)15. Poi un mutamento di ordine culturale, perché “una vera pacificazione, necessita di una “rivoluzione culturale” araba che porti all’accettazione sincera della presenza ebraica nell’area, rigettando i vecchi propositi dei gruppi armati” (p.90). Solo così, “l’adozione della soluzione Due Popoli, Due Stati, se accettata da entrambe le parti, acquisirebbe piena legittimità secondo i principi del diritto internazionale, superando quanto deliberato a Sanremo nel 1920” (p.91).
Il libro si conclude con una analisi amara ma lucida sul quadro internazionale: l’Occidente è in crisi e l’Europa è debole e assente! E nel tratteggiare i contorni di questa crisi, inizia da “un valore autentico come il pacifismo” il quale “viene troppo spesso cinicamente strumentalizzato” generando “forme di buonismo indistinto che talvolta finiscono col manifestare solidarietà verso l’aggressore, premiando quindi una delle parti in causa” (p.92). Poi prosegue mostrando l’atteggiamento nostalgico di “alcuni settori della sinistra”, i quali vedono nel “conflitto di Gaza… tutti gli elementi politici tradizionali” ed è così che “la lotta dei palestinesi diventa la rappresentazione plastica della guerra del povero contro il ricco, del proletario contro il borghese, del vietnamita contro lo yankee, del Terzo Mondo contro l’Occidente, con la capacità di unificare cronologicamente passato e presente” (p.93). Inoltre, continuando la sua analisi, il Sinigaglia considera “fuorviante urlare al “fascismo” di Netanyahu e alle sparate demenziali di alcuni membri del suo governo (un assist formidabile per camuffare, da parte di tanti, il proprio antisemitismo come mero anti-israelismo!) quando in Israele si possono abbracciare anche posizioni politiche estremiste” (p. 94). Ma l’ultima stoccata la riserva ad un’Europa che “si commuove” laddove “l’America si muove”, un Europa “tragicamente assente, mentre potrebbe fare molto se, anziché limitarsi a essere una potenza economica, abbandonasse il nanismo politico e, abbracciando un processo di unificazione reale, si ergesse nell’area continentale e nel Mediterraneo” (p.96).
Sulla logica seguita in questo libro, l’autore vi è tornato in un articolo del 19 luglio 2026 apparso su Truccioli Savonesi dal titolo “Il «racconto» su Gaza e la realtà storica”16, dove mostra come il “racconto” che è stato fatto dell’eccidio del 7 ottobre, “una volta ‘incartato’ a dovere il fattaccio, si è passato “subito alla narrazione di una tremenda vendetta israeliana. SPROPORZIONATA, “contro una popolazione che, secondo il Racconto, avrebbe poco a che fare con i terroristi di Hamas… e che colpirebbe chi rivendica i propri diritti”. Ecco perché era necessario ripartire dalla corretta comprensione del 7 ottobre per poi considerare questi “diritti” alla luce della storia.
Giungendo ad una nostra valutazione finale, non possiamo non apprezzare questo “saggio controcorrente”17 ed il suo tentativo di farsi largo in modo coraggioso in mezzo ad un consenso internazionale univoco. Apprezzabile è stato anche il suo tentativo di ricucire lo strappo tra cronaca e storia, generato da una propaganda agguerrita, che da subito, ancor prima della risposta israeliana, ha esercitato pressione sulle coscienze, per dare una particolare ed univoca interpretazione del 7 ottobre. Così, ancorando il 7 ottobre alla realtà di ciò che è veramente successo, ha ricostruito la cornice storica di tutte quelle annose questioni, richiamate dalla propaganda post 7 ottobre. Ed in un tempo dove si continua a dare grande risalto a rappresentazioni discutibili della realtà di questi anni, crediamo che sia questa la strada maestra da seguire. Si può anche dissentire dalle tesi di questo libro, sia dall’interpretazione data al 7 ottobre che dalla ricostruzione storica delle questioni trattate, ma nel farlo non si può prescindere dal solco tracciato, che ravvisa nel senso da dare al 7 ottobre e la sua cornice storica, la chiave per districare la matassa ingarbugliata dalla propaganda!
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2 TRIBUNA. SUI CONFLITTI IN MEDIO-ORIENTE 1. Gaza e dintorni. – European Journal of Psychoanalysis
3 Grassetto originale
4 TRIBUNA. SUI CONFLITTI IN MEDIO-ORIENTE 2. Gaza e dintorni – European Journal of Psychoanalysis
5 Per “westfaliano” il Molinaro intende tutto ciò che ha a che fare con i confini di uno stato, in questo caso le motivazioni territoriali e “partigiane” che avrebbero spinto Hamas a fare ciò che ha fatto il 7 ottobre.
6 Per “glocalista” il Molinaro intende tutto ciò che trascende i confini di uno stato, in questo caso le motivazioni religiose e “antisemite” che avrebbero spinto Hamas a compiere il massacro del 7 ottobre.
7 La prospettiva del Melloni e del Sinigaglia.
8 Questo è un Rapporto di 18 pagine dove Hamas rivendica ufficialmente che il proprio obiettivo il 7 ottobre fosse di “fermare l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, e porre fine al blocco della Striscia di Gaza”.
9 Anche il Molinaro parla di “strateghi del terrore” che “sanno manipolare” la “reazione filogenetica istintiva” degli “esseri umani” alle “immagini terrificanti” del 7 ottobre, anche se ne fa un’applicazione diversa.
10 Il Molinaro descrive così questo Accordo: “Accordo – in contrasto coi termini castranti ed intenzionalmente ambigui della succitata Dichiarazione Balfour – prevedeva la costituzione di due Stati: la “Palestina” (cioè quella parte della regione ottomana di Siria che i britannici ribattezzarono col nome inglese di “Palestine” per individuare l’area del citato futuro Mandato britannico) destinata agli ebrei, ed uno Stato arabo, comprendente l’attuale Giordania e l’Iraq”. Poi aggiunge: “L’accordo impegnava entrambe le parti a intrattenere rapporti improntati alla cordialità: nella “Palestina” ebraica sarebbero stati garantiti i diritti di contadini e proprietari terrieri arabi, incoraggiata l’immigrazione degli ebrei su vasta scala e salvaguardata la libertà di culto delle varie comunità religiose, con i Luoghi Santi musulmani sotto controllo arabo”.
11 Anche il Molinaro dice: “Il citato Mandato per la Palestina, riferendosi alla popolazione ebraica, riconosceva il legame storico del popolo ebraico con la ‘Palestina’ “in vista della ricostituzione del loro Focolare nazionale (National Home) in quel territorio”, ma garantiva nel Preambolo “i diritti e lo status politico di cui gli ebrei godevano in qualunque altro Stato”. Ma poi aggiunge: “Il testo del Mandato condizionava l’impegno a facilitare l’emigrazione ebraica a circostanze idonee, negando così che tutti gli ebrei sparsi per il mondo, se lo desideravano, potessero diventare automaticamente cittadini di uno “Stato”, che anzi la potenza mandataria britannica era assolutamente contraria a far nascere…”.
12 Il Molinaro cita una serie di testimonianze storiche a conferma del fatto che il termine “palestinese” veniva usato per gli arabi della regione già nel 1800, ma il punto è che solo con la propaganda sovietica degli anni Sessanta questo termine fu adoperato in chiave anti-israeliana per indicare i soli arabi, nascondendo il fatto che in Palestina c’è sempre stata anche una presenza ebraica.
13 Questo è il capitolo che nel libro è stato aggiunto.
14 Anche il Molinaro affermava: “Ciascuna guerra può aprire la strada, dopo profonde afflizioni, ad un riallineamento radicale che può portare a una pace duratura, come dimostra l’esempio della collaborazione franco-tedesca, dopo un secolo di guerre sanguinose, di cui due mondiali”.
15 Anche il Molinaro sosteneva: “Israele può accettare la proposta dei due Stati a condizione di una pace, garantita a livello internazionale, che assicuri che la “Palestina” araba, divenuta Stato vero e proprio, non persegua progetti di annientamento della comunità ebraica”.
16 IL «RACCONTO» SU GAZA E LA REALTÀ DELLA STORIA di Roberto Sinigaglia – TRUCIOLI SAVONESI 17 Nell’articolo su Truccioli Savonesi scrive di “quanto il «RACCONTO» sul Vicino Oriente sia ormai assodato, al punto che le mie parole si scontrano con muri di roccia”.
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Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.
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