Naza: non esistono danni collaterali
di Stefano Molino
Naza, diretto e scritto da Yuval Abraham e Rachel Szor, già noti per il documentario No other land, sull’operato dei coloni in Cisgiordania, è un documentario coprodotto da The Guardian e da Jonathan Glazer, che recepisce le dichiarazioni di ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence militare e soldati israeliani coinvolti nelle operazioni di guerra a Gaza. Dopo il 7 ottobre 2023 questi militari hanno sentito la necessità di impegnarsi nella difesa del loro paese, ma nel corso delle operazioni hanno preso coscienza che la difesa perpetrava crimini disumani. I testimoni smontano la narrazione secondo cui l’IDF (Forze armate Israeliane) agisce nel puro intento di colpire i miliziani di Hamas, risparmiando obiettivi civili, e raccontano le strategie di sorveglianza dei telefoni cellulari, delle case e dei movimenti dell’intera popolazione di Gaza da parte dell’IDF e dell’intelligence israeliana, per dimostrare che le vittime civili non sono un mero errore, ma un’intenzione.
Si può partire dal titolo per capire il progetto: naza è un acronimo che in ebraico indica i danni collaterali alle vittime civili, in seguito a un bombardamento di un’abitazione dove si sospetta la presenza di un membro di Hamas. Il freddo cinismo con cui i testimoni raccontano le quantità di vittime civili tollerabili è di per sé una denuncia: venti vittime per obiettivi non importanti, ma fino a cinquecento per quelli importanti. Per identificare gli obiettivi viene usato un sistema di intelligenza artificiale che ha un margine di errore del 15%, ciò significa che è possibile fare una strage di civili senza che ci sia nessun terrorista nell’obiettivo. Il termine naza viene illustrato ad inizio film da uno dei testimoni, ma verso la fine viene rimesso in discussione, e collegato alla definizione di genocidio: l’uccisione di civili a Gaza non rientra nei naza, cioè nei danni collaterali: è programmatica e voluta. Pertanto il testimone intervistato afferma che quello di Gaza è un genocidio. Il film lancia quindi una provocazione indiretta alla definizione di genocidio. Più che un’accezione giuridica, ne emerge un’accezione che smaschera le intenzioni: “se li vuoi uccidere perché hai deciso che tutta Gaza è il nemico, non ci sono naza, ma un genocidio”.
Di grande attualità la riflessione fatta sull’AI. I sistemi di monitoraggio delle abitazioni di Gaza forniscono mappe precise, in grado di localizzare, attraverso un sistema di controllo dei telefoni, le persone potenzialmente in contatto con membri di Hamas. I dati sono quindi elaborati dal sistema Levender, che stabilisce i bersagli da localizzare, quindi le case da bombardare. Uno dei testimoni afferma: “E’ bene che sia un sistema di intelligenza artificiale a farlo e non un umano. Perché se sei tu a decidere dopo che ti hanno ammazzato il fratello, saresti senza dubbio più spietato”. (Cito a memoria quanto ricordo dal film). Riflessione paradossale quanto necessaria: viene da chiedersi se di fronte a certi picchi di disumanizzazione, l’intelligenza non umana riesca ad essere più clemente di quella umana, fungendo da correttivo…
Disumanizzazione appunto è un altro termine importante, menzionato da uno dei testimoni in merito ad una domanda spinosa del giornalista: “Come facevate a bombardare un palazzo quando sapevate bene che c’erano dei bambini, dei neonati, numerosi civili?” Il testimone risponde che si tratta di un percorso di disumanizzazione, frutto di un indottrinamento che fin dalla nascita insegna a sterminare il nemico. È uno dei primi paralleli che spontaneamente nasce con il nazismo: la normalizzazione e la banalizzazione del male non ha come risultato unicamente la disumanizzazione delle vittime: gli stessi carnefici, senza presentarsi come dei mostri, si disumanizzano, nascondendosi dietro la semplice esigenza di “rispettare/eseguire ordini che vengono loro impartiti”. Questa frase che automaticamente riferiamo al processo di Norimberga, viene ripetuta più volte e in diverse forme da diversi testimoni che, oggi nel 2026, operano secondo le stesse logiche.
Non è, del resto, il solo parallelo con il nazismo che emerge dal film. Un testimone dice esplicitamente di aver sempre saputo che i nazisti erano il male assoluto. Ma afferma: “Credo ancora che il Nazismo sia un male assoluto però non so più cosa sono io”. L’aver preso parte a questi massacri e l’aver dovuto in qualche modo reprimere la propria coscienza ha prodotto in alcuni di questi appartenenti al corpo di élite dell’intelligence israeliana un senso di disumanità che li ha costretti a fermarsi e a rilasciare queste testimonianze.
Non manca un riferimento polemico al passato di Israele e alla fondazione dello stato nel 1948. Una scena d’archivio narra la fondazione di Tel Aviv su dune desertiche agli inizi del 1900, cui seguì, nel 1948, la distruzione di adiacenti insediamenti arabi. Il film mostra come unico residuo di un preesistente villaggio arabo la parte bassa di una casa, ora interamente inserita in un moderno quartiere di Tel Aviv. Si tratta di un’allusione cinematografica, rapida ma incisiva, che si inserisce nella scia di quanto lo storico israeliano Ilan Pappè ha documentato nel suo saggio La pulizia etnica della Palestina, che documenta appunto la distruzione sistematica dei villaggi arabi dal 1947 al 1949.
Proprio sulle case è possibile fare un ultimo commento, prendendo anche in considerazione l’aspetto cinematografico. Il documentario è girato sui tetti delle case di Tel Aviv, e consiste in una lunga serie di immagini delle case della metropoli moderna, con una certa insistenza sugli interni di eleganti appartamenti moderni, sempre visti dall’esterno, attraverso ampie vetrate. Panoramiche notturne di grattacieli e spaccati di vita quotidiana della città israeliana, confortevole, e apparentemente serena, nonostante le sirene che interrompono via via la quiete. Solo alla fine, negli ultimi 5 minuti, le immagini si spostano su uno spaccato degli orrori di Gaza, con un padre che cerca disperato la propria moglie ed il figlio sotto le macerie di un palazzo crollato. Seguono cadaveri e una serie di immobili devastati. L’effetto prodotto da queste scene è duplice: per un verso la relativa tranquillità della vita di Tel Aviv inquieta, in quanto fa interrogare sull’assenza dalla pellicola di ciò che non si vede – gli orrori di Gaza. Per un altro verso, le stesse scene mostrano quanto poco convincenti siano le invettive di Netanyahu, che è inserito nella narrazione filmica con alcuni suoi interventi televisivi, in cui denuncia la necessità di difendersi per evitare un nuovo olocausto.
Naza è quindi un film di denuncia che porta un’importante testimonianza sull’attuale conflitto medio-orientale, recependo la testimonianza di militari israeliani “pentiti”. Indipendentemente dall’opinione che si possa avere sullo stato di Israele, non ci si può non confrontare con l’opinione di chi, all’interno di questo stato, dopo aver creduto necessario il conflitto, ha dovuto fare un passo indietro.
Quanto al dibattito sull’antisemitismo, di cui si occupa persino il governo italiano con tanto di disegno di legge, risultano piuttosto risibili le accuse lanciate da Netanyahu, che ha minacciato i registi e manifestato l’intento di voler ritirare loro la cittadinanza israeliana. Viene da pensare che per anni abbiamo letto opere di letteratura concentrazionista, che ci hanno mostrato l’orrore dei campi di sterminio, infondendo in noi una profonda solidarietà con il popolo ebraico ed un odio per l’antisemitismo. Ne sono seguite azioni concrete, come l’istituzione di giornate della Memoria e altre numerose iniziative volte a non dimenticare. Questo documentario mette a nudo le scelte politiche dell’attuale governo israeliano, che sembrano vanificare gli sforzi fatti finora a difesa degli ebrei. L’antisemitismo germoglia proprio a causa delle attuali politiche israeliane, e un film come Naza è, al contrario, utile a mostrare che “non tutto Israele, è Israele” (con una accezione però rovesciata e sostanzialmente diversa rispetto a quella dell’apostolo Paolo).
Per inciso, il film non sminuisce affatto la gravità dell’attentato del 7 ottobre 2023, né indulge in alcun modo nei confronti del movimento terrorista Hamas. Afferma implicitamente che la via scelta per perseguire il nemico non è quella giusta e che la soluzione adottata aggiunge crimini al crimine, fomentando un odio disumanizzante, nocivo per entrambe le parti.
Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.
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