Protesto, perciò credo

di Miroslav Volf

Le catastrofi nel mondo ci sono sempre state e disastri localizzati sono sempre stati presenti. Anche le pandemie non sono ignote all’uomo e, anzi, questa legata al COVID-19, almeno per ora sembra essere una delle meno tragiche nei suoi risultati di vittime. Basterebbe vedere cosa è successo durante l’influenza spagnola subito dopo il Primo Conflitto mondiale per capire come la portata odierna sia più limitata, anche se ugualmente tragica.
Quando ci si trova di fronte alla tragedia del male e della morte talvolta il cristianesimo sembra essere sotto scacco. Come ci ricorda Blocher, nel suo Il male e la croce (pubbblicato dalle edizioni Gbu in italiano, https://edizionigbu.it/libreria/il-male-e-la-croce) il cristianesimo non può rispondere al quesito in maniera semplicistica e ostentando un facile ottimismo. La presenza del male nel mondo, infatti, è rappresentato dalla stessa Croce.
Colui che crede in Dio spera nel Cristo che asciugherà le lacrime, ma, allo stesso tempo si interroga, e, come ci ricorda il testo biblico, si lamenta per la sua condizione chiedendo conforto al Dio in cui crede.
Qualche settimana fa il teologo anglicano Tom Wright sull’autorevole rivista Time, ci ha ricordato il diritto al Lamento che ha il credente ed anche al non dover dare per forza delle risposte.
Sedici anni fa l’umanità del sud-est asiatico fu colpita da un disastroso Tsunami, un evento “naturale” che portò via migliaia di vite. In quell’occasione il teologo americano-croato Miroslav Volf si interrogò sull’accaduto in questo breve scritto, pubblicato nella rivista Christian Century e poi riproposto nel libro Contro la marea, che le eduzioni Gbu hanno in corso di pubblicazione.
Riproponiamo questo articolo, proprio perché in questi giorni lo stesso Volf lo ha riproposto e perché ci sembra di stringente attualità. (Valerio Bernardi

Protesto, perciò credo

Ad una cena in onore di un ospite importante, ero seduto vicino ad una signora che lavorava per la  CBS. Lo tsunami aveva appena colpito la costa di Sumatra con tutta la sua forza distruttiva, e stavamo parlando della grandezza della desolazione, la grave condizione delle vittime e la follia dell’evento. Sapeva che ero un teologo, così ha affrontato il problema di Dio. “Dove era Dio”, disse bruscamente, “Come si può credere in un Dio buono di fronte a tale sofferenza?” E qui io ho commesso il mio errore.

La cosa buona era che, suppongo, l’errore non fosse tanto cattivo quanto poteva sembrare. Potevo tentare di giustificare Dio. Dopo tutto, Dio era sotto attacco, ed io ero un teologo – ed un teologo che trova Dio profondamente attraente, anche se talvolta totalmente sconcertante e perturbante. Ma mi sono ricordato del terremoto che aveva distrutto Lisbona nel 1755 ed il Candido di Voltaire, un devastante e spiritoso attacco nei confronti dell’ottimismo filosofico e teologico e scritto parzialmente a risposta. Due terzi di Lisbona erano stati distrutti e circa trentamila persone erano morte, molti a seguito di un maremoto e di un incendio che avevano seguito il terremoto. Era il giorno di Tutti i Santi, e “le chiese, con le candele che bruciavano, si sbriciolarono sui fedeli”. I bordelli furono quasi tutti risparmiati, come Voltaire faceva argutamente notare.

Da quando ho letto il Candido, non sono stato capace di portare me stesso a cercare di difendere Dio contro il carico di impotenza o la mancanza di attenzione riguardo i mali orribili. Non riuscivo a rendere plausibile a me stesso affermazioni quali “qualunque cosa succeda, è giusta” o “la malattia parziale è per  il bene universale”. Non c’è voluto molto per giungere alla conclusione che un tale argomento dovesse essere sbagliato.  Può darsi che sarò persuaso da ciò una volta che la storia avrà fatto il suo corso e Dio causerà redenzione e dannazione, e sarò capace di pensare con una mente chiara un mondo reso unitario dall’interno. Quello è ciò che Martin Lutero ha suggerito che sarebbe accaduto nel suo trattato Sul servo arbitrio. Ma qui ed ora, invischiato come sono in un mondo in cui la sofferenza si assomma ad altra sofferenza nel corso di una storia senza fine, trovo tale argomentazione improbabile, zoppicante e persino un po’ irritante. La bontà della interezza sembra terribilmente astratta e senza alcuna plausibilità o consolazione per un essere umano colpito dalla sofferenza. “Quando la morte coronerà le malattie dell’uomo sofferente, che grande consolazione sarà essere mangiato dai vermi!” scriveva Voltaire con il suo caratteristico sarcasmo.

Non ho fatto l’errore di giustificare Dio, in due minuti o meno. Ma ho cercato di fare qualcosa di ugualmente complesso, sebbene più plausibile. Ho suggerito alla mia commensale che una reale protesta contro Dio di fronte al male presuppone l’esistenza di Dio. In quanto siamo disturbati dalla forza cieca e bruta degli tsunami che spengono le vite delle persone, incluse quelle dei bambini che erano stati attirati, come se ci fosse qualche sinistro architetto, sulle spiagge dai pesci lasciati esposti sulle secche perché le acque si erano ritirate poco prima che arrivasse il maremoto. Se il mondo è solo questo, ed il mondo con le placche tettoniche in movimento è il mondo in cui è capitato di vivere, cosa c’è da lamentarsi? Dobbiamo fare cordoglio, abbiamo perso qualcosa di terribilmente caro. Ma non ci possiamo realmente lamentare e non possiamo certamente protestare in maniera legittima.

L’aspettativa che il mondo debba essere un posto ospitale, senza devastanti contrattempi, è collegata alla credenza che il mondo debba essere fatto in una certa maniera. E quella credenza –distinta da quella per cui il mondo è così come è – è in sé stessa collegata alla nozione di creatore. E ciò ci porta a Dio. È Dio che rende possibile la nostra protesta nei confronti del male che è nel mondo. Ed è Dio contro cui protestiamo. Dio è sia il fondamento che l’obiettivo del nostro protestare. In maniera quasi paradossale, noi protestiamo con Dio contro Dio. Come posso credere in Dio quando lo tsunami colpisce? Protesto, perciò credo.

Era un errore, comunque, cercare di portare avanti questo ragionamento durante quella cena. Non è che sono giunto a pensare che il ragionamento non sia valido. E’ un buon ragionamento, anche se ti lascia con una fede che sembra in contrasto con sé stessa, con un Dio che è difficile da abbandonare ma anche difficile da abbracciare. Non era neanche il fatto che la mia interlocutrice non fosse capace di seguire il ragionamento, anche in una forma così condensata e pronunciato tra un’insalata ed il primo. Era abbastanza intelligente per tutto ciò. Tuttavia non lo avrei dovuto offrire, non allora e lì, e non come prima cosa da dire sullo Tsunami.

“Come si può credere in un buon Dio di fronte ad una tale sofferenza?” La risposta a questo problema dipende in parte dall’altra questione che il mio interlocutore mi aveva chiesto quella sera. “Dove era Dio?”. Il mio errore consisteva nel fatto che avevo cercato di rispondere alla prima domanda senza rispondere alla seconda. Proprio come Dio era presente in maniera misteriosa nel Crocifisso, così Dio era presente nel mezzo della carneficina dello tsunami, ascoltando ogni sospiro, raccogliendo ogni lacrima, risonante con ogni cuore tremante colpito dalla paura. E proprio come Dio è presente nel Risorto, così Dio era in ogni mano che aiutava, in ogni decisione di sacrificare la propria perché un altro potesse vivere. Dio soffriva e Dio aiutava. So anche che, simultaneamente, Dio era anche assiso sul Suo trono celeste. Perché l’onnipotente e misericordioso Uno non fa qualcosa prima che lo tsunami colpisca? Non lo so. Se lo sapessi, potrei giustificare Dio. Ma non posso. Questo è il motivo per cui sono ancora turbato dal Dio verso cui sono immensamente attratto e che non mi lascia andare.

Mirislav Volf, Teologo protestante croato che da molti anni vive negli Stati Uniti, è Henry B. Wright professore di teologia e Direttore del Yale Center for Faith and Culture presso l’Università di Yale.

Foto di Gabriele Magnano

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