Leggere La Peste di Camus, ai tempi del Coronavirus

di Stefano Molino

La seule chose qui nous reste, c’est la comptabilité
(L’unica cosa che ci resta è la contabilità).

Così si esprime uno dei protagonisti del celebre romanzo di Albert Camus, La peste del 1947, più volte ricordato in questo giorni per l’affinità con la condizione pandemica attuale. Chi parla è un amico del protagonista, un dottore che lotta contro un’epidemia di peste scoppiata nella città di Oran. Il personaggio rassegnato constata che non resta molto altro da fare se non occuparsi del computo quotidiano dei morti. Questa frase, letta nei tempi in cui le giornate si concludono con la conferenza del capo della protezione civile Borrelli sulle statistiche di vittime, guariti, contagiati, da covid 19, mi è saltata agli occhi.

La rilettura de La peste in questi tempi propone numerosi spunti di riflessione, ma tra i tanti quello della facilità con cui ci entusiasmiamo alla notizia dei 100 morti in meno, o viceversa ci inquietiamo se ne annunciano 100 in più, mi colpisce. La riflessione di Camus, del resto, mira proprio a puntare i riflettori sul problema della morte, spingendo a considerare come, anche nelle emergenze arriva un momento in cui ci si assuefà allo scandalo della morte, quindi della vita e della sua fine, riducendola ad un semplice problema di conteggio. Da cui l’incoraggiamento a considerare che tutta la vita è un’emergenza in quanto delimitata inevitabilmente dalla morte e che la preoccupazione per la vita non dovrebbe emergere solo in contesti di emergenza. Camus non ragiona in un orizzonte trascendente. Le soleil (il sole) nei suoi romanzi sostituisce Dio e non dà risposte. In risposta all’assurdo, o non senso della vita propone un impegno per la vita che altri personaggi del romanzo incarnano. È una risposta possibile ma la proposta di un impegno autentico, che al massimo riesce a limitare i numeri delle statistiche mortuarie non mi pare contribuire molto alla questione del senso della vita e della sua eventuale assurdità…

Mi piace affiancare la frase di Tarrou, il personaggio citato all’inizio, alle riflessioni di tre secoli prima del grande Pascal, con una frase lungimirante, molto fertile in tempi di quarantena: “… tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre” (Pensées, XI Divertissement, 168 –  Tutto il male degli uomini viene da una sola cosa, che il non saper restarsene en pace in una stanza”). Detta in questi termini suona quasi ironica, e forse irriverente per chi in questi giorni è chiuso in spazi inospitali o scomodi.

Ma il pensiero di Pascal si inserisce in una meditazione sul “divertimento”, da intendersi in senso etimologico: il di-vertire, il distogliere lo sguardo da un altra parte quando si è posti davanti allo stesso problema: “Les hommes n’ayant pu guérir la mort, la misère, l’ignorance, ils se sont avisés, pour se rendre heureux, de n’y point penser”. (Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per rendersi felici, di non pensarci affatto” (Pensées, IX Divertissement, 166). Davanti all’accecamento (l’aveuglement) e alla miseria dell’uomo, incapace di capire cosa ci stia a fare in questo mondo, e cosa gli accadrà dopo la morte, osserva uomini che si accontentano di “divertirsi”, e preferisce cercare se Dio non abbia per caso lasciato qualche segno di sé (Pensées, XVI, Transition, 229). Lo scandalo per la morte e la sua assurdità che Pascal ben avvertiva non lo porta ad un’accettazione dell’assurdo, ma alla conferma che il senso è oltre l’apparenza.

Forse dopo le statistiche quotidiane che possono portare tanto scandalo quanto  rassegnazione potremmo ricavare dalla lezione di Camus un spinta a non rassegnarci ad un mero conteggio di morti, che non è comunque che sineddoche di un’esistenza volta alla fine, indicando con Pascal, che i segni di Dio non mancano, e che davanti ad una vita volta a concludersi in modo più o meno rapido le parole di Paolo esprimono quella folgorazione di senso che chi ha incontrato Dio avverte e diffonde: “perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23).

Stefano Molino, Dottore di Ricerca in Letteratura francese, è professore di Scuola Superiore a Lucca, città in cui guida anche una Chiesa evangelica locale. E’ membro del Comitato Editoriale di Edizioni GBU.

Il Ponte su cui transita ciò che ci fa bene

di Andrea Papini

Vi ricordate quello che stavate facendo l’11 Settembre del 2001, quando sono cadute le Torri Gemelle ?
Io ero in ufficio, si è sparsa la voce e la prima cosa che ho fatto, ricordo, è stato chiamare un amico missionario svizzero che lavorava in Tunisia. Volevo avvisarlo di quello che stava succedendo, in caso fosse stato l’inizio di una sollevazione mondiale contro i cristiani. Oggi, ripensandoci, mi vengono in mente diversi se e ma; all’epoca, però, chiamare Bernard mi era sembrata la cosa più logica da fare.

Se foste genovesi vi ricordereste anche e forse ancora di più, quello che stavate facendo il 14 Agosto 2018, alle 11.36.  

Era Martedì ma, a causa delle ferie estive, sembrava Sabato. Nostra figlia mi aveva chiesto di portarla in biblioteca, in centro città, per studiare con amici. Uscendo di casa avevo pensato che, già che ero in giro, sarei potuto andare a comprare delle luci da Ikea ma pioveva troppo forte, così ho lasciato Elena in biblioteca e me ne sono tornato a casa, con l’idea di godermi la mattinata in relax.

Ikea si trova a pochissimi metri dal ponte Morandi. Inoltre, se ci fossi davvero andato, quasi sicuramente lo avrei percorso per rientrare.

Ricordo che, ad un certo punto, ho iniziato a ricevere messaggi da parte di amici e fratelli da diverse parti d’Italia e del mondo. Chiedevano: ”Come state ?”, “Tutto bene ?”. All’inizio pensavo che si trattasse di persone cordiali che si informavano sulla salute della nostra famiglia ma ben presto ho capito che era successo qualcosa di grave, emozionante ed irreparabile.

Ho pensato distintamente “la nostra vita non sarà più la stessa”, ho chiamato mia moglie, abbiamo acceso la televisione, cercato tra i canali, trovato la diretta e siamo rimasti a guardare, increduli, quello sfacelo.

Piangevo e intanto pensavo che forse sarebbe venuto fuori che era meno grave di quello che sembrava, che forse era stato solo un cedimento, che alla fine sarebbe andato tutto bene.

Dio ha avuto pietà ed il ponte è crollato in uno dei giorni in assoluto meno trafficati dell’anno ma, comunque, non è andato tutto bene. Non per le 43 vittime, nemmeno per le loro famiglie ed amici.

Non è andato tutto bene per la città, per il traffico che era abituato a circolare intorno ed attraverso il Ponte, per il commercio nei quartieri coinvolti dal disastro, per le persone corse via da casa, lasciando luci accese, porte aperte e senza poter poi rientrare a prendere ciò di cui avevano bisogno.

Henry era originario dell’Ecuador, viveva e studiava a Genova, era amico di nostra figlia. Veniva spesso da noi, era un ottimo cuoco e ancora ricordo uno squisito risotto alle fragole che aveva cucinato, invitandoci a pranzo a casa nostra. Il 14 Agosto stava tornando a casa, dove viveva con la madre e il fratello e il ponte si è sbriciolato sotto le ruote della sua auto. L’hanno trovato qualche giorno dopo, scavando tra le macerie sulla riva del Polcevera. Con il passare dei giorni sono venute fuori altre storie, di sconosciuti, di conoscenti, di conoscenti di conoscenti. Si dice che l’amore non diminuisca con l’aumentare del numero delle persone che amiamo. Lo stesso avviene per il dolore. E’ stato un periodo di lacrime, rabbia, incredulità, incertezza.

Poi è iniziata la ricostruzione.

Un Ponte nuovo, costruito con una tecnologia di derivazione navale, in acciaio, disegnato dall’architetto genovese Renzo Piano, con una sezione cava per favorire la manutenzione ed un parco pubblico sottostante.

I lavori sono proseguiti alacremente, le promesse sono state sostanzialmente mantenute. Oggi, 28 Aprile 2020, a mezzogiorno campane e sirene hanno festeggiato il posizionamento dell’ultima sezione del viadotto. Molto resta da fare prima di potervi di nuovo circolare, ovviamente, ma la ferita si sta rimarginando.

Nel frattempo Genova ha guadagnato, per esempio, una nuova tangenziale a mare, costruita a tempo di record per permettere lo scorrimento del traffico che non poteva più usufruire dello svincolo autostradale mutilato. Ma ha anche perso posti di lavoro, abitazioni, vite, tempo.

Nella Bibbia non si parla di ponti stradali. E’ normale, che cosa se ne facevano di un ponte in mezzo alla pianura ?

Non si parla nemmeno di ponti navali, tranne un caso nel libro del profeta Ezechiele. E’ normale, il popolo d’Israele non è mai stato famoso per le sue capacità di navigazione ed ha sempre mostrato un certo disagio nei confronti di mari, laghi e simili.

Ma il concetto di ponte nella Parola c’è eccome. Poter passare da un posto all’altro, scavalcando il precipizio che li separa. Una Struttura la cui assenza complica la vita alle persone, impedisce loro di arrivare alla giusta destinazione. Una Struttura la cui mancanza, se ad un certo punto cessasse di essere percorribile, può avere effetti eternamente letali.

Ancora qualche mese e i genovesi potranno di nuovo passare da una riva del Polcevera all’altra senza dover scendere e risalire. Turismo e commercio potranno ricominciare ad utilizzare il nodo autostradale di Genova Ovest come facevano in passato. 

Nel frattempo però, abbiamo dovuto, insieme al mondo intero, imparare a convivere con un altro ponte, ancora più intimo; la vicinanza, il contatto che permette ad una cosa piccolissima, forse nemmeno davvero viva, di transitare da un essere umano all’altro, causando infezione, disagi, malattia, a volte morte. Abbiamo capito che facilitare il contatto tra due punti non è sempre qualcosa di auspicabile e che ci sono casi in cui è meglio stare lontani, separarsi dalla sorgente dell’infezione. Che può anche arrivare da persone e luoghi amati, facenti parte delle nostre vite.

Lezioni massicce, ricevute le quali non si può rimanere, o ritornare a, come si era prima. Di quali Ponti dovremmo approfittare ? A quali faremmo meglio a rinunciare ?

Qual è la Via per cui transita solo ciò che ci fa bene, che permette di arrivare alla Destinazione migliore possibile ?

Esiste ed è stata progettata dal numero uno degli architetti, Uno a cui non è sfuggito nulla, che ha tenuto conto di tutto.

Esiste e non aspetta altro che essere percorsa.                

A Genova ed altrove.

Andrea Papini, abita a Genova con sua moglie Aida, il gatto Peloponneso e, se non sono da qualche altra parte, tre figli. Lavora per una società di ingegneria navale e cerca di servire il Signore come può, sia partecipando come interprete a diverse conferenze in Italia e all’estero, che condividendo la responsabilità della chiesa evangelica La Promessa.

Lutero risponde alla CEI

di V. Bernardi e GC Di Gaetano

Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio.
(M. Lutero, Tesi 62 sulle indulgenze)

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, domenica 26 aprile, annunciando la cosiddetta “fase 2” dell’isolamento necessario per combattere la pandemia, ha ribadito, sicuramente a malincuore e non con qualche imbarazzo, che ancora per qualche settimana non sarà possibile aprire le chiese al pubblico per le funzioni religiose. Unica eccezione fatta è stata quella dei funerali che potranno essere presieduti da una quindicina di persone.

Poche ore dopo questa dichiarazione la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha risposto con le sue rimostranze al Governo, accampando due motivazioni fondamentali: la prima di tipo costituzionale (non sono stati interpellati come prevederebbe il dettato costituzionale), la seconda di tipo teologico. Riportiamo quello che dice il comunicato della CEI a proposito dell’importanza di celebrare Messa, in ordine alla seconda motivazione:

I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

Come si può leggere il dovere di celebrare e partecipare alla Messa è essenzialmente dovuto al bisogno di attingere alla sorgente sacramentale necessaria al credente cattolico. In questo testo viene dunque ribadita la concezione sacramentale della funzione ecclesiale, tipica del Cattolicesimo romano, e magistralmente analizzata qualche decennio fa dal teologo evangelico Vittorio Subilia. Si tratta, in sostanza, di una delle principali caratteristiche di distinzione tra il cattolicesimo e il protestantesimo. Un buon credente cattolico per poter garantirsi la salvezza (secondo la terminologia biblica), deve durante la sua vita assolvere a tutti i sacramenti. Questa forma di disciplina ecclesiale è da noi evangelici ritenuta sbagliata in quanto cozza con quello che ci pare essere l’insegmaneto biblico centrale sulla salvezza che fa leva sulla sola fede in Gesù Cristo. Questo è il vangelo, questa è la buona notizia. Il Riformatore Martin Lutero sintetizzò mirabilmente questo punto nella sua Tesi 62 riportata sopra.

Nel 1527, quando Lutero scrive a Rudolf Hess nel periodo di diffusione della peste, ha ben chiaro questo concetto. Ma la sua voce è oggi utile anche per i consigli relativi alla questione fondamentale del discorso epidemiologico: il contagio possibile o probabile.

In primo luogo, Lutero ha la preoccupazione per le cominità locali e ritiene che sia fondamentale in una città colpita dall’epidemia che rimangano dei ministri di culto per adempiere essenzialmente a due compiti del loro ministero: il conforto delle anime e il seppellimento dei morti.

 

In secondo luogo, anch’egli ritiene doveroso mantenere i luoghi di culto aperti, anche se essenzialmente per due cose: il conforto che deriva del Vangelo e la preparazione alla morte che, in caso di epidemie, è sempre in agguato. Vi è anche un accenno al sacramento che, come è noto, per il teologo tedesco aveva una funzione diversa: ricordare la Grazia ricevuta tramite la Croce di Cristo.

 

Ma sono soprattutto le sue raccomandazioni relative al contagio quelle che vogliamo sottolineare in quanto sono quelle preminenti su tutto. Raccomandiamo queste parole a tutti coloro che in questo momento percepiscono il peso delle restrizioni fino a parlare addirittura di pericolo per la libertà di culto.

 

«È ancora più disonorevole per una persona non prestare attenzione al suo proprio corpo e non riuscire a proteggerlo dalla pestilenza al meglio delle sue capacità, e poi infettare e avvelenare gli altri che sarebbero potuti restare vivi se quella persona si fosse presa cura del suo corpo come avrebbe dovuto. Egli è quindi responsabile davanti a Dio per la morte del suo prossimo ed è omicida molte volte. Infatti, una tale persona si comporta come se una casa stesse bruciando nella città e nessuno stesse cercando di spegnere il fuoco. Invece dà libertà alle fiamme in maniera tale che l’intera città bruci, dicendo che se Dio lo volesse, potrebbe salvare la città senza acqua per spegnere il fuoco.

No, miei cari amici, questo non va bene. Usate le medicine; prendete le pozioni che vi possono aiutare; disinfettate la casa, il cortile, la strada; evitate le persone e i luoghi dove il vostro vicino non ha bisogno della vostra presenza o è guarito, e agite come un uomo che vuole aiutare a estinguere le fiamme della città.

Cos’altro è l’epidemia se non un incendio che invece di distruggere legno e paglia divora vite e corpi? Dovresti pensare in questa maniera: “Molto bene, per decisione di Dio il nemico ci ha mandato frattaglie velenose e mortali. Perciò io chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza. Se Dio vorrà prendermi, sicuramente mi troverà e io avrò fatto ciò che egli si aspetta da me, e così non sarò responsabile per la mia propria morte o per la morte degli altri. Se il mio vicino ha bisogno di me, comunque, non eviterò i luoghi o le persone ma ci andrò volontariamente, come ho già affermato”.

Vedi, questa è una fede realmente basata sul timore di Dio perché non è insolente né avventata né tenta Dio». (M. Lutero)

Se abbiamo lo scopo primario di preservare l’umanità e far sì che tutti possano godere di buona salute, allora ci sentiamo di dire che il restare a casa per evitare gli assembramenti che possono mettere a rischio la vita del prossimo è un bene supremo. Lo Stato ha l’onere di assumere delle decisioni per il bene comune mentre il nostro compito è quello di ubbidire, pur potendo, all’interno del dibattito democratico, dissentire su decisioni che possono essere soppesate con il pro e il contro.

Si potrebbe pensare però che quando è in gioco l’ubbidienza a Dio, l’ubbidienza allo Stato non deve essere vincolante (At 5:29). E allora chiediamoci: come ci rapportiamo noi cristiani evangelici a questa situazione? Per grazia di Dio, e in ragione di una visione della chiesa che ci viene direttamente dal Maestro, dalla testimonianza apostolica e dai vangeli, possiamo continuare a sentirci e a essere chiesa anche in queste condizioni difficili. I moderni mezzi informatici permettono di ricostituire la comunità locale anche a distanza, pur tra mille difficoltà, consentendoci di avvertire la presenza spirituale del Signore anche se mancano gli abbracci: è il radunamento “nel suo nome” quello che assicura la presenza del Signore (Mt 18:20); inoltre riceviamo l’assicurazione che il culto a Dio deve essere reso in spirito e verità, esigenza questa che non viene scalfita per nulla da un radunamento non in presenza (Gv 4:21–23)!

Ascoltiamo dunque un consiglio che, al di là della teologia, risuona di buon senso.

“Chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza” (M. Lutero)

Anche io, evangelico, ho celebrato la Liberazione, ma…

Redazione: Il prof. Giancarlo Rinaldi, amico e contributore della nostra avventura sprituale e intellettuale, ha voluto offrire il suo prezioso contributo al dibattito, quasi scontato, relativo alle celebrazioni del 25 Aprile. Accogliamo con piacere la sua nota di precauzione che ha ancor più valore qualora l’adesione ai simboli della festa andasse al di là della sua naturale connotazione istituzionale e di memoria fondativa della condizione democratica contemporanea. Concordiamo in toto con il suo appello affinché il ricordo della liberazione dall’occupazione nazista dell’Italia e la fine della guerra civile non si trasformi in strumento di contrapposizione politica che non ci appartiene.
Il vangelo è la buona novella per la salvezza di chiunque crede e non possiamo farci scrupoli in ordine a chi rivolgerci per annunciarlo e condividerlo.

di Giancarlo Rinaldi

Continuo a credere (e sarà difficile smentirmi) che il Dipartimento Ricerca e Studi dei Gruppi Biblici Universitari costituisca una delle migliori palestre di pensiero del malridotto evangelismo italiano. Anche per questo mi “armo di penna” e, per quel che possa valere, mi permetto di dire la mia.

Sono stimolato dall’intervento del fraterno amico e collega Valerio Bernardi il quale ha con dovizia di documentazione e riflessione esposto perché un evangelico debba celebrare il 25 aprile, festa della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista. Bernardi è un docente e quando ci si trova oggi di fronte a un insegnante che conserva l’entusiasmo per la sua professione e coltiva l’aggiornamento necessario non dico che ci si inchina (sarebbe troppo!) ma ci si leva sicuramente il cappello.

Proprio perché il Bernardi “ci crede” mi sento stimolato a far si che il suo non sia un monologo e, pertanto, esterno la mia con spirito di cooperazione a un dibattito che, mi sembra di capire, lo stesso DIRST auspica e sollecita.

Non ripeto i molteplici motivi esposti da Valerio per perorare la causa secondo la quale un italiano cristiano evangelico debba celebrare la ricorrenza, anzi: non possa non celebrarla. Non li ripeto perché in pieno li condivido, ma… credo anche che se si chiama in causa lo specifico del cristiano evangelico sia il caso di dirla tutta su questo specifico. Due piccole chiose, intanto:

  1. Si dice che il 25 aprile recò a noi evangelici immediata libertà. Falso e per sapere la verità basterebbe interrogare, se fosse possibile, i predicatori della Chiesa di Cristo (a cui Valerio appartiene) vessati anche nel post ’45. Lo stesso per i pentecostali, come ho esposto nel libro sulla loro storia (edito dai GBU) che Valerio ha avuto l’amabilità di rammentare ai lettori. E la verità è che sovente la condizione degli evangelici addirittura peggiorò per almeno due semplici motivi: 1. quando si ritirarono le truppe americane i protestanti rimasero nelle ‘fauci’ di partiti politici che, chi per un motivo chi per un altro, si girarono dall’altra parte per non vedere (tranne rarissime eccezioni di membri di partiti ‘laici’); 2. Il motivo essenziale delle persecuzioni antiprotestanti non erano determinate in primis dal regime fascista (il quale in materia nutriva un’ignoranza crassa e sedimentata e si svegliò per mordere in coincidenza della guerra) bensì dalla nunziatura apostolica della Santa Sede presso il governo italiano che fu attivissima in tal senso sin dagli anni Venti. Fino a quando rimasero in sella Francesco Buffarini Guidi (cardinale) e Mario Scelba (ministro degli interni), cioè fino al 1954/1955 i protestanti zelanti nella loro missione potevano rassegnarsi a essere avanzi di galera o qualcosa di simile.
  2. Si dice che a sèguito della Liberazione il cattolicesimo romano non fu più religione di Stato. Falso. Imperversando dopo il ’45 il pestifero dittico Togliatti / Dossetti, Vaticano e Italia fecero tutt’uno… nella disperata ricerca del voto dei cattolici da parte di ciascuno dei citati. Il voto nel 1946 per inserire i Patti Lateranensi in Costituzione docet. Abbiamo dovuto aspettare il 1984 (leggasi: c. 40 anni!) per vedere l’Italia senza una “religione di Stato”.
  3. V’è un continuum tra Liberazione (25 aprile) e liberazione biblica. Errore, e anche dannoso. La prima ebbe a svolgersi su un livello esclusivamente politico e coinvolse le masse, la seconda è esperienza che si realizza nel foro interiore del singolo individuo. Guai a confondere i due àmbiti, avremmo due mali insieme: una politica religiosamente fondamentalista e un cristianesimo politicizzato. E Dio ci liberi dalle due piaghe!

Noi siamo felici che nel ‘45 le cose siano andate così e, al netto di errori e orrori commessi a guerra finita da partigiani (credo spesso sedicenti) contro gli sconfitti, celebriamo gioiosamente l’evento. E chi, sano di mente e onesto nei suoi intenti, non si unirebbe ala festa per il tramonto di una dittatura? Dunque celebri il cristiano evangelico italiano la festa della Liberazione ma, se proprio intende agire nel suo specifico di evangelico, tenga presente che non potrà limitarsi a considerare risolta la faccenda una volta ottenuta la prevalenza di una parte sull’altra. La cittadinanza del cristiano (lo insegnò Paolo in Fil. 3,20) non è né quella della Repubblica di Salò ma neanche quella della Repubblica partigiana della Val d’Ossola: è sempre e solo quella celeste.

Il movimento dell’apocalittica al quale il cristianesimo appartenne toto corde era ben consapevole che i potentati terreni hanno tutti la medesima natura beluina, che apparve nelle visioni di Daniele e in quelle di Giovanni, così come noi oggi siamo ben consapevoli che una cosa è la prevalenza di una parte della popolazione, altra è l’avvento del Regno di Dio. Scendiamo nei particolari: tra coloro che si attivarono per la santa causa della sconfitta del nazifascismo ve n’erano, e non pochi, di coloro che al posto di questa “bestia danielica” sognavano l’avvento di un’altra non meno crudele; era quella rossa del sangue dei martiri cristiani mandati non già a Ponza o a Ventotene bensì nei ghiacci della Siberia o, peggio, nei campi di rieducazione, stroncati dalla falce della dittatura a partito unico e schiacciati dal martello del materialismo ateistico.

In quanto italiani si canti Bella ciao, in quanto evangelici si canti Innalzate il vessil della croce, libertà deh bandite agli schiavi poiché quest’ultima è specifica sulle labbra dei credenti: il canto della liberazione del peccatore dalla sua triste vita e della santificazione del cristiano contro la sua carnalità. E se vogliamo cantar l’una e l’altra: bene, ma si tenga presente il significato specifico di ciascun termine.

Il cristiano evangelico è cittadino del mondo, non è sovranista, non crede in confini e dogane, accoglie e abbraccia gente dall’universo pianeta… non è vero? Dunque questa festa la si celebri non come fine di una guerra civile o come una faccenda interna alla nostra nazional vicenda. La si elevi a festa della Liberazione da ogni tirannide, da ogni egemonia sia nera, sia rossa o di qualsiasi altro colore. A tanti anni di distanza da quel 25 aprile si conservi eternamente la memoria dell’evento (e anche della sua specificità) ma la si consacri su un altare eretto a celebrare la libertà da ogni tirannide, dal flagello della svastica così come dalla lebbra della falce e martello, dall’idolo del liberismo economico così come dal culto dell’economia, dall’islam intollerante così come dall’intolleranza che è pur sempre in noi stessi.

Attenti fratelli evangelici: sbagliammo quando pensammo di tenere la politica fuori dalle nostre vite, ma possiamo ancor più sbagliare se pensiamo di introdurla nelle nostre chiese. Abbiamo in Italia fin troppi esempi di identità diluite, cappelle desertificate, messaggi secolarizzati. Non è il caso.

Se vogliamo far politica facciamo bene a farla, ma se chiamiamo in causa il vangelo allora si voli alto ben più alto di sezioni e cellule, di campanili e steccati, fino a quando non saremo capaci di scorgere l’umanità tutta bisognosa dell’unico rimedio per l’unico male che tutti ci accomuna: ai peccatori la buna notizia della salvezza, ai credenti quella dell’intera santificazione.

L’articolo è stato pubblicato sul blog personale di Giancarlo Rinaldi e qui viene ripreso con autorizzazione del suo autore.

Perché è importante ricordare la Liberazione d’Italia (anche e soprattutto da evangelici)

Redazione: Pubblichiamo volentieri questo articolo di Valerio Bernardi, aggiungendo una nota redazionale, un pensiero per quegli italiani che forse pensano che il ricordo di quelle giornate riacutizzi le divisioni e che la festa sia monopolizzata politicamente. Naturalmente tutto ciò è lontano da noi e bene ha fatto Valerio a ricordare la valenza della liberazione per la storia dell’evangelismo in Italia. Marcella Fanelli racconta nel suo libro Passeggiata nel XX secolo che la stessa esperienza dei Gruppi Biblici Universitari nacque proprio grazie al nuovo clima creatosi nell’immediato dopoguerra all’indomani della liberazione. A coloro che ritengono che una conformazione degli ideali politici possa avere un orientamento che sembri evocare alcuni elementi di quegli anni ci sentiamo di dire questo: auspichiamo che la tragedia della guerra (anche civile) possa aver contribuito a purificare le convinzioni politiche da tutto ciò che le rendeva convinzioni fasciste, razziste e persecutorie. Se ci si pensa, facendo anche i debiti distinguo, è ciò che un cristiano chiederebbe anche all’altra parte politica per liberarsi delle tossine del comunismo anti–cristiano e persecutorio. Detto questo, però, impegnamoci a conservare la memoria della Liberazione perché il vangelo, e non una parte plitica, ha conosciuto da allora una libertà che è andata via via crescendo e che noi oggi ereditiamo.

di Valerio Bernardi

Questo 75° anniversario della Liberazione in Italia sarà ricordato come quello che è coinciso con la prima pandemia avvenuta dopo il secondo conflitto mondiale e come una ricorrenza in cui non è stato possibile assistere a manifestazioni pubbliche, ricordandoci, che, in questo momento, ci stiamo privando di una libertà (quella di movimento), nella speranza di poterla veder restituita al più presto.

Nonostante questa dimensione privata (e tutt’al più) social della celebrazione, è abbastanza naturale porsi il quesito: ma, come evangelici, è giusto celebrare l’Anniversario della Liberazione? Sinteticamente la risposta non può che essere positiva, ma, forse è il caso di ricordare quali sono i motivi per celebrare questo particolare momento della storia d’Italia  anche per noi credenti evangelici.

Cercheremo di distinguere ciò che appartiene alla memoria storica da quello che, invece, è proiettato verso l’oggi e verso il futuro (ovviamente in una prospettiva non escatologica). I motivi della memoria storica sono molteplici e cerchiamo qui di elencarne alcuni, senza la pretesa di essere esaustivi.

  1. Gli italiani evangelici hanno dato un contributo significativo alla Resistenza in Italia (ma se ampliassimo la nostra lente, anche in Europa). Se si guarda alle medaglie al Valore date per la Resistenza in Italia, si scoprirà che la percentuale di Valdesi ma anche Fratelli (ad esempio) è molto alta rispetto alla percentuale della popolazione italiana che essi rappresentavano. Questo significa che vi è stata un’immediata consapevolezza che, tra l’altro, andava al di là di qualsiasi corrente teologica, che il regime nazi-fascista non poteva soddisfare i criteri della diffusione, della predicazione e della testimonianza del Vangelo. Bisogna onorare coloro che hanno combattuto la guerra partigiana con la Bibbia nelle proprie mani perché hanno dato un’interpretazione integrale del messaggio di Cristo che ci esorta a combattere contro qualsiasi ingiustizia. I cognomi Jervis, Banfo, Artom e tanti altri ci servono a non dimenticare le nostre radici e ricordano il contributo (anche di sangue) che, nel nostro piccolo, come comunità abbiamo dato;
  2. La Resistenza, nell’odierna storiografia, è un concetto esteso e riguarda tutto ciò che ha fatto la popolazione italiana per opporsi al regime nazi-fascista. Pertanto non dobbiamo dimenticare, che anche nel Sud Italia (dove io vivo), ci sono stati contributi significativi alla Resistenza, consistiti anche nel “semplice” perseverare nella fede e nel continuare a predicare il Vangelo, anche in momenti di difficoltà. Vicende come quella di Giorgio Spini a Bari che si mise al servizio degli Alleati per Radio Bari e delle piccole comunità battiste che hanno continuato a predicare il Vangelo (pur se viste dal Regime con sospetto) sono alla base di una vita rinnovata dopo la guerra;
  3. Il Fascismo per gli evangelici è stato anche sinonimo di persecuzione e non lo dobbiamo dimenticare. Sono cadute vittime di questa persecuzione tutte le missioni straniere ritenute “ostili” (i Metodisti in particolare), ma anche, e soprattutto, i fratelli Pentecostali. Benché non avessero espresso particolari preferenze politiche, le comunità pentecostali furono bersagliate da una sistematica persecuzione e vessazione da parte delle Autorità fasciste che, come sappiamo, cessò solamente qualche anno dopo la fine del Regime e grazie ad un’opera puntuale da parte degli evangelici uniti. Pentecostali, Testimoni di Geova ed Ebrei (questi ultimi molto di più) furono visti come degli italiani inferiori che non meritavano di far parte della società e vissero come esclusi e perseguitati (si veda in proposito la minuziosa ricostruzione fatta da Giancarlo Rinaldi in Una lunga marcia verso la libertà. Il movimento pentecostale tra il 1935 e il 1955, Edizioni GBU, 2017).
  4. La fine del Fascismo ha significato l’arrivo degli Alleati e, con essi, anche l’arrivo di nuove denominazioni evangeliche. Gli anni Cinquanta per l’Italia hanno rappresentato una sorta di nuovo Risveglio evangelico, paragonabile, per certi versi, soltanto a quella che era successo dopo il Risorgimento. Anche per gli Evangelici, quindi, la Resistenza ha rappresentato un “Secondo Risorgimento”: la stessa mia Chiesa è sorta in Italia grazie all’opera di un cappellano militare americano che era di stanza all’aeroporto che gli Alleati insediarono nella piana della città di Manduria, in provincia di Taranto;
  5. Vi è una motivazione teologica fondamentale nel condannare il Nazi-Fascismo che non va dimenticata. Lo dicevano chiaramente Barth e, in maniera diversa, Giuseppe Gangale: Fascismo e Nazismo sono forme di idolatria, in quanto richiedono la venerazione del Capo ed una mistica paganeggiante che va contro la Volontà di Dio. Non si possono servire due Padroni o, come diceva Barth, seguire Volontà di Dio e i desideri umani. La condanna dei regimi totalitari passa anche per queste motivazioni teologiche che non vanno dimenticate.

Se questi sono gli aspetti della memoria storica (e anche teologica) non dobbiamo dimenticare quello che significa per noi l’Anniversario della Liberazione:

  1. In primo luogo la fine del Regime Fascista ha significato per l’Italia, e per noi (anche se lentamente e con fatica) la conquista della piena libertà religiosa, la possibilità di vivere in un Paese dove non esisteva più una religione di Stato e dove non vi erano più limiti alla diffusione delle proprie idee. Questo valore va da noi strenuamente difeso e non si può che ringraziare la Resistenza e l’Antifascismo per averci garantito tutto ciò;
  2. Avere come valore civile la Liberazione per degli evangelici è fondamentale. Il concetto di Liberazione è ben presente nella testimonianza biblica e si applica sia ad un popolo (in particolare a quello ebraico “liberato” dalla schiavitù nel Paese d’Egitto), sia all’individuo (che viene “liberato” dal peccato per la Grazia di Gesù Cristo). Comprendiamo benissimo il valore laico della liberazione civile dal nazi-fascismo, ma ne capiamo anche il valore positivo e gli riconosciamo anche una matrice escatologica che non ci dispiace;
  3. Il valore della speranza non va dimenticato. Quando gli evangelici italiani si liberarono dall’oppressione di un regime che li aveva di fatto perseguitati e li aveva portati in un’avventura bellica senza  senso, potevano contare sia nella speranza del futuro con Dio che nella speranza della costruzione di una società migliore in cui vivere. Questi obiettivi, che scaturiscono, anche dalla Resistenza, non vanno dimenticati neanche oggi e vanno sicuramente alle generazioni future. Il “già, ma non ancora” biblico si allinea in questa circostanza ad un “già, ma non ancora” civile.

Ho iniziato ad andare a scuola nel venticinquennale della Resistenza: all’epoca ero assolutamente convinto che l’Anniversario della Liberazione fosse un momento importante da ricordare, ne sono ancora più convinto cinquant’anni dopo.

Nella foto di copertina le lapidi di Antonio Banfo e Salvatore Melis due membri di un’Assemblea dei Fratelli di Torino trucidati dai fascisti. Per la loro storia guarda qui.

Il pendolo della democrazia europea

di Antonio Iossa

Nelle ultime settimane, la pandemia di Coronavirus in Europa non ha solo scatenato l’allarme sanitario, ma è entrata con forza nel già teso e fragile dibattito economico-politico europeo. Due le parole d’ordine, distanti come i capi di oscillazione di un pendolo: austerità o solidarietà?

Il dilemma irrisolvibile di una politica dilaniata tra economia ed etica. Come se economia ed etica  fossero davvero separate. Mai come in questo caso vale l’affermazione di Gesù nel vangelo di Giovanni: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Perché se guardiamo bene sia l’etica sia l’economia in Europa, esse non sono proprio immacolate. O meglio non sembrano essere realmente indipendenti, come dovrebbero essere, ma piuttosto sono “dipendenti” da un complesso di fragilità nazionali e trans-nazionali mai risolto. Ed in una crisi globale senza precedenti come questa pandemia, affiorano purtroppo ancora osceni sentimenti sotterranei, razzismi di ritorno, elitismi del profitto, capitalismi corrotti e molto altro.

A Pasqua 2020 ormai trascorsa, la soluzione economica sembra essersi trovata, anche se con molte resistenze interne ed anche italiane. Ma restano tre domande per chi, come me, non entra nel tecnico e si ferma alla forse-ignorante percezione, un po’ filtrata dalla filosofia, di una politica transnazionale alla deriva:

  1. Qual è l’anima di una nazione democratica?

Remo Bodei, filosofo contemporaneo tra i più acuti del panorama italiano, recentemente scomparso, analizzando il lavoro di Alexis de Tocqueville sulla democrazia in America del 1835-40, iscrive le democrazie nell’ambito delle passioni “grigie”, in sostanza strutture sociali in cui si manifestano sentimenti poco netti, ambivalenti e contraddittori. Così Bodei osserva:

Negli Stati Uniti (…) la proclamata uguaglianza fra tutti i cittadini apre un campo immenso ai desideri e alle prospettive di miglioramento (…) di tutti gli individui. E’ però inevitabile chiedersi perché, se siamo davvero, uguali, alcuni sono più  potenti e prestigiosi degli altri? Da qui nasce la passione che caratterizza, per Tocqueville, la democrazia: l’invidia o il risentimento. Una passione che ha due lati[1].

In sintesi, due lati: uno positivo, ossia la possibilità di rompere l’immobilismo sociale dell’ancien régime, e l’altro negativo, l’eccessivo antagonismo che sfocia nell’individualismo.

Partendo da queste considerazioni è facile vedere come l’immagine del pendolo si adatti abbastanza bene a descrivere il motore ideologico che può a volte bloccare o a volte spingere le strutture sociali democratiche. Se da un lato si invoca e si auspica l’hashtag della #solidarietà, dall’altro si richiama alla #austerità, in una sorta di iper-protezionismo da sé stessi, che in realtà vincola la libertà della produzione, strozza i mercati e distribuisce male gli utili. Forse è colpa del pendolo dell’invidia e del risentimento? Può darsi. Interroghiamoci.

  • Che tipo di organismo istituzionale è l’Unione Europea? Com’è percepita?

E’ un sovrastato? E uno stato trans-nazionale? Uno stato federale? Non è uno stato? Tecnicamente niente di tutto questo: pare essere un’organizzazione internazionale economica e politica con elementi di sovranazionalità del diritto, dotata di un apparato istituzionale complesso a carattere democratico.

Le sue caratteristiche uniche a livello mondiale influenzano indubbiamente il modo in cui essa viene percepita dai cittadini. La deflagrazione della Brexit ne è un esempio. Le insistenti correnti anti-europeiste ne sono un altro. D’altra parte il notevole tasso di partecipazione alle elezioni europee (oltre il 50% nel 2019) ci mostra il lato opposto del pendolo. Molti la odiano, nessuno riesce a farne a meno (tranne, a quanto pare per ora, i britannici), alcuni ci sperano e i sentimenti di nuovo oscillano.

  • Passioni grigie e voci cristiane

Qualche anno fa, per la precisione agli inizi del ‘900, molti pensatori, politici, capipopolo, dittatori, hanno cavalcato l’onda delle passioni trascinando gli stati nazionali nel gorgo buio e sanguinoso dei totalitarismi. L’unione economica e poi politica, improntata alla scientifica ed atarassica assenza di -ismi di ogni sorta, ha contribuito non poco alla pace in Europa. Ma forse il trauma è stato troppo forte e il processo di “guarigione” non ancora terminato. Siamo per questo forse arrivati ora – ed il dibattito sulle misure economiche contro la pandemia ne ha dato un segnale – ad un tipping point[2]: le passioni grigie stanno diventando potenzialmente deflagranti per l’Unione e non stanno evolvendo verso un “colore” o un “calore” luminoso, ma si stanno chiaramente “annerendo”. Tocqueville osservava:

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. (…) Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. (…) Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo.”[3]

In questa descrizione è contenuto un ammonimento che i cristiani oggi non possono trascurare. E’ una sorta di checklist per misurare la temperatura democratica delle nostre passioni. Ma soprattutto è una cartina al tornasole per avere cognizione della misura etica della nostra testimonianza cristiana. E’ incredibile come in un’analisi di quasi 200 di anni fa, si coniughi in maniera così stretta la sfera delle passioni personali con la dimensione politica, definendo, senza poterli nominare (perché non esistevano ancora) fenomeni come: la società di massa, il consumismo, l’isolamento sociale, la subcultura, la carenza di partecipazione, la crisi della solidarietà, la morte delle comunità e molto altro.

Per concludere brevemente (anche troppo)

Il ritratto che ci regala Tocqueville, è purtroppo uno scenario che si può facilmente applicare anche alle Chiese moderne. E le Chiese, come gli Stati, sono fatti da persone. Persone delle quali, come diceva Norberto Bobbio, non importa solo il numero, ma anche la qualità, per cui, per fare una “buona democrazia” non servono solo molti democratici, ma “molti buoni democratici[4]. Quindi. Per rendere l’Europa, in una parola, più solidale, per rendere l’Europa più cristiana non importa inserire un prologo sulle radici cristiane. Importa far mettere ai cristiani le radici nella Parola di Dio, sapendo che il pendolo delle passioni è come l’onda del mare agitata dal vento e spinta qua e là.

Antonio Iossa, laureato in Filosofia presso l’Università di Pisa, ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Comunicazione, Media e Sfera Pubblica e lavora da diversi anni nella progettazione delle Agende Digitali per il settore pubblico. In passato ha fatto parte del gruppo GBU di Pisa. Vive a Bologna con la moglie e i figli e frequenta la Chiesa Evangelica Apostolica di Bologna/Anzola.


[1] Cfr. BODEI R., La politica, perché? Riflessioni sull’agire politico, Donzelli Editore, pag. 18

[2] Punto di non ritorno

[3] DE TOCQUEVILLE A., La democrazia in America, Rizzoli

[4] Vedi ad es. pagg. 65.66 in CANFORA L., Marx vive a Calcutta, Edizioni Dedalo,

Zorba e la gabbianella: ricordo di uno scrittore lieve

di Valerio Bernardi

Abbiamo da poco appreso la notizia della morte per la pandemia di uno dei più importanti scrittori sudamericani: Luis Sepúlveda. L’intellettuale cileno abitava da diversi anni in Europa e si era stabilito nella regione della Asturie, forse perché le montagne e l’Oceano Atlantico più gli ricordavano la sua terra. Sepúlveda è un personaggio importante nella letteratura sudamericana, sia per la sua rappresentatività politica (è stato un esule dopo la caduta del regime di Pinochet), sia per la sua capacità letteraria (i suoi scritti sono vari e vanno dal racconto breve, al reportage biografico, al romanzo, al racconto per bambini, mostrando una notevole capacità e facilità di scrittura). Ma in queste righe non voglio discettare del suo valore come uomo e come letterato. Ci sarebbero persone che meglio saprebbero esprimere un parere.

Per me Sepúlveda significa ricordare i diversi pomeriggi passati con mia figlia piccolina a vedere il DVD tratto da quello che rimane il suo racconto più importante e famoso: La storia della gabbianella ed il gatto che le insegnò a volare. Il film animato, che consiglio a grandi e piccoli di rivedere (è sicuramente disponibile su Netflix) è stato prodotto nel 1998, l’anno in cui mia Valentina è nata. Da filoamericani quali siamo in famiglia comprammo il dvd con un qualche scetticismo, ma poi ci siamo accorti di aver acquistato un piccolo capolavoro, forse il più bel film d’animazione che un italiano abbia mai girato. Un piccolo prodigio dell’ingegno italiano, in cui Cecchi Gori e d’Alò, insieme con l’aiuto dello stesso scrittore (che in italiano doppia sé stesso), riuscirono a produrre un piccolo capolavoro.

Il cartone è stato un successo anche perché il racconto di Sepulveda è adatto (ancora oggi, dopo ormai trent’anni dalla sua stesura) per un pubblico moderno, portando avanti dei messaggi chiari in un clima sereno e non conflittuale, forse proprio perché lo stesso A., che quando scrisse la storia viveva in esilio in Germania, voleva creare questo clima. Le tematiche affrontate sono le più disparate: si va dal problema ecologico, si passa alla riconciliazione tra animali che sono in conflitto tra di loro sino al voler ripristinare, con uno sforzo quasi contro natura, l’identità di colei di cui ci si era preso cura.

Sepúlveda non era un cristiano e alcuni dei nomi presenti nel racconto lo dimostrano chiaramente: la sua simpatia per l’Illuminismo è rappresentata dal gatto che si chiama Diderot ed uno dei principali protagonisti, Zorba, prende il nome del personaggio descritto da Katzanzakis e interpretato magistralmente (ma forse anche un po’ in maniera stereotipica) da Anthony Quinn negli anni Sessanta, personaggio che rappresenta l’essenza tragica della grecità e, allo stesso tempo, dell’anarchia mistica. Nonostante questi aspetti del racconto vanno apprezzati tutta una serie di valori ed anche la serenità di chi lo scrive pur trovandosi in esilio, lontano dalla sua terra perché di fatto è dovuto scappare. Il messaggio è che i bambini devono avere sempre favole positive, dove possono, attraverso l’intreccio, imparare una “morale”:

La storia inizia con una perdita, con una certa tragicità: dopo un viaggio estenuante, a causa anche dell’inquinamento voluto dagli uomini (lo stesso porto di Amburgo, luogo dove si svolge la storia non ne è esente), la mamma della gabbianella muore ed affida colei che sta per nascere ad una comunità di gatti, naturali nemici e predatori degli uccelli, figuriamoci se non delle uova. Ma proprio perché Zorba non è un gatto convenzionale, alla fine accetta la sfida e si prende cura della piccola, allevandola come un gatto inizialmente. Ci troviamo quindi al paradosso che colei che doveva essere cacciata si comporta come i cacciatori. Ma contro la natura non si può andare e quindi la comunità dei gatti decide che bisogna insegnare alla gabbianella a spiccare il volo, perché solo così potrà raggiungere la propria identità.

Questa la sintesi (forse non delle migliori) della storia. Ho sempre pensato che far vedere a mia figlia il cartone (e comprarle in seguito anche il racconto) fosse una cosa assolutamente positiva per i valori che, senza rispettare un’agenda e senza appesantirli troppo (gli ultimi film Disney talvolta lo fanno), venivano trasmessi.

Il racconto è un’apologia della difesa del più debole: anche quando i nostri istinti vorrebbero mangiare colei che ci è di fronte dovrebbe invece prevalere l’amore. E’ un ricordo lieve e non martellante di come ci si debba prendere cura del Creato, perché i danni possono avere conseguenze irreparabili. E’ anche un inno alla solidarietà ed al cercare di rispettare il prossimo nella sua identità, tanto da andare contro la propria natura pur di rispettare quella dell’altro.

Come la storia dello scrittore cileno, nella sua semplicità e nella sua grande intuizione (riprendere in chiave moderna la tradizione della favola esopica) trasmette questi valori ai piccoli (con una certa dose di anarchismo rispetto all’autorità costituita, incarnata in tutti i personaggi), così anche noi dovremmo riflettere sulla bontà di questo prodotto letterario e del film animato che ne è stato ricavato che hanno valori positivi ed adatti anche per i credenti di questo secolo.

In un periodo di difficoltà, inoltre, la scrittura di Sepulveda, nella sua levigata leggerezza, promuove anche un valore che deve anche da noi essere portato avanti: quello della speranza. Dal gabbiano che lascia sua figlia nella speranza che le possa sopravvivere, ai gatti che agiscono contro il loro istinto naturale per salvare chi è debole, scopriamo intrecci che alludono alla costruzione di un futuro migliore e radioso, che, forse, Sepúlveda vedeva nel sole nascente del socialismo, ma che noi, facilmente possiamo vedere in messianismo diverso. Sicuramente allo scrittore cileno si potrebbe rimproverare il troppo ottimismo per i valori di questa terra ed una mancanza di sovrannaturale mai presente, ma non si può negare l’efficacia del racconto ed il veicolamento di positività in un periodo di apparente sfiducia (come è stato anche quello del suo esilio forzato). Pertanto, la mia sollecitazione è, per chi non l’abbia ancora fatto, a leggere Sepúlveda e soprattutto a leggere e guardare quello che è uno dei migliori racconti per bambini scritti nella seconda metà del XX secolo. Ora che abbiamo del tempo questo è possibile.

Guarda il trailer di La Gabbianella e il gatto

La storia e il successo del canto “Amazing Grace”

Dopo la spettacolare performance di Andrea Bocelli che ha intonato il famoso canto di John Newton nella piazza del Duomo di Milano completamente deserta, il 12 Aprile 2020, in piena epidemia, abbiamo chiesto a Massimo Rubboli, che è stato docente di Storia delle Americhe e Storia del Cristianesimo di raccontarci di questo inno.

di Massimo Rubboli

Il film Amazing Grace (2006), diretto da Michael Apted, racconta la storia dell’ex capitano di marina diventato prete anglicano John Newton (1725-1807)  e dell’influenza che ebbe sul politico evangelico William Wilberforce (1759-1833), membro del parlamento inglese (House of Commons), che dedicò la sua attività pubblica all’abolizione della tratta degli schiavi (Slave Trade Act, 1807).

Nella prima parte della sua vita avventurosa, Newton aveva rischiato più volte di morire; in una di queste occasioni, nel 1747, ebbe inizio la sua conversione durante una tempesta che stava per fare affondare la nave che comandava, con il suo carico di schiavi. Contrariamente a quanto si ritiene, la riscoperta della fede nella quale era stato educato dalla madre, devota puritana, non lo portò ad abbandonare subito il commercio degli schiavi, ma fece ancora tre viaggi come capitano di due navi schiaviste, la “Duke of Argyle” (1750) e la “African” (1752–53 e 1753–54)[1]. Come ebbe a scrivere più tardi, “I consider this as the beginning of my return to God, or rather of his return to me; but I cannot consider myself to have been a believer (in the full sense of the word) till a considerable time afterwards[2].

Nel 1754, in seguito ad un ictus, abbandonò i viaggi in mare e gradualmente orientò la sua vita in una nuova direzione, caratterizzata dallo studio della Scrittura e dalla preghiera. Ordinato curato nel 1764 della parrocchia anglicana di Olney, nel Buckinghamshire (e, dal 1780, rettore di StMary Woolnoth, London), creò nuovi inni da abbinare ai suoi sermoni domenicali. Anche alla sua predicazione del 1° gennaio 1773, basata sul testo di I Cronache 17: 16-17 (“16 Allora il re Davide andò a presentarsi davanti al SIGNORE, e disse: «Chi sono io, o SIGNORE, Dio, e che cos’è la mia casa, che tu m’abbia fatto arrivare fino a questo punto? 17 Questo è parso ancora poca cosa ai tuoi occhi, o Dio; e tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire, e ti sei degnato di considerare me come se fossi uomo d’alto grado, o SIGNORE, Dio”), associò un nuovo inno, “Amazing Grace”, che comunicava il grande messaggio del Vangelo: per la misericordia di Dio, ogni peccatore può ottenere il perdono e la redenzione.

Amazing Grace” sarebbe divenuto l’inno più conosciuto nel cristianesimo evangelico[3] e poi anche al di fuori delle chiese, in particolare come canto di protesta contro le ingiustizie sociali nel movimento per i diritti civili dei neri americani.

Tuttavia, l’inno non può essere considerato – se non indirettamente – come una denuncia della schiavitù, perché fu soltanto nel 1788 che Newton prese pubblicamente posizione contro la tratta degli schiavi con l’opuscolo Thoughts upon the African Slave Trade, ammettendo che si trattava di “una confessione pubblica che, per quanto sincera, arriva[va] troppo tardi per prevenire e riparare l’infelicità e il danno a cui ho contribuito. Per me, sarà sempre motivo di riflessione umiliante l’avere un tempo partecipato attivamente a un traffico che ora fa rabbrividire il mio cuore”[4].

La straodinaria diffusione di questo inno è legata sia a riferimenti letterari (ad esempio, nel romanzo antischiavista di Harriet Beecher Stowe, Uncle Tom’s Cabin, del 1852) sia alla sua esecuzione da parte di artisti famosi, come Judy Collins, Ray Charles, Johnny Cash e Elvis Presley.

 Una versione, resa famosa dalle cantanti Mahalia Jackson e Aretha Franklin[5], ha indotto molti – ancora oggi – a considerarlo un canto nato nella tradizione gospel americana. Un’altra versione molto famosa è quella per cornamuse e tamburi lanciata all’inizio degli anni Settanta dal reggimento dell’esercito britannico, Royal Scots Dragoon Guards. Inoltre, nel campo musicale non religioso, si colloca il musical di Broadway del 2015.

Infine, vale la pena ricordare la commovente interpretazione del presidente Barack Obama che cantò “Amazing Grace” il 26 giugno 2015, durante il servizio funebre in ricordo del pastore Clementa C. Pinckney, membro democratico del senato della South Carolina, che era stato ucciso una settimana prima da un attacco razzista mentre guidava uno studio biblico serale nella chiesa metodista episcopale di Charleston, South Carolina[6].


[1] DUKE OF ARGYLE and AFRICAN slave ships. Journal kept by John Newton, Master and slave trader comprising of three voyages on in the DUKE OF ARGYLLE and two in the AFRICAN, 1750-1754. Diario manoscritto conservato nel National Maritime Museum, Greenwich (London).

[2] Lettera del 20 gennaio1763, in The Works of the Rev. John Newton, vol. 1, Uriah Hunt, Philadephia 1839, p. 99. Cit. anche in D. Bruce Hindmarsh, John Newton and the English Evangelical Tradition, Wm. B. Eerdmans Publishing Company, Grand Rapids, MI 2001, pp. 32-3.

[3] Steve Turner, Amazing Grace: The Story of America’s Most Beloved Song, HarperCollins, New York 2002.

[4] John Newton, Thoughts upon the African Slave Trade, J. Buckland, London 1787, p. 2: “a public confession, which, however sincere, comes too late to prevent, or repair, the misery and mischief to which I have, formerly, been accessary. I hope it will always be a subject of humiliating reflection to me, that I was once an active instrument in a business at which my heart now shudders”.

[5] La più famosa interpretazione di “Amazing Grace” da parte di Aretha Franklin si può ascoltare nel film documentario, realizzato da Sydney Pollack, del concerto tenuto dalla Franklin alla New Temple Missionary Baptist Church di Los Angeles nel 1972.

[6] https://youtu.be/IN05jVNBs64 o https://www.youtube.com/watch?v=7pbEBxQPWGc.

Qu il link tratto dalla pagina FB dell’artista: Amazing Grace

C’è speranza per la creazione?

di Las G. Newman

Nel 2010 un professore dell’Istituto di economia e diritto dell’Università della Pennsylvania ha studiato a fondo il problema del riscaldamento globale, una tesi portata avanti da quello che ha definito “l’establishment climatico”, con a capo l’Inter–Governmental Panel on Climate Change (IPCC). Ha accusato l’IPCC e “l’establishment climatico” di mostrare “una tendenza sistematica … a sovrastimare ciò che è effettivamente noto sui cambiamenti climatici, nascondendo al contempo incertezze fondamentali e interrogativi concernenti molti processi chiave coinvolti nei cambiamenti climatici”[1], finendo per sostenere che “praticamente tutte le affermazioni avanzate dai sostenitori del riscaldamento globale non riescono a superare un esame accurato” [2]

Tali opinioni non erano isolate. Poco prima della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Cancun, in Messico, nel 2010, un report specialistico, il cosiddetto “Consensus Buster”, sosteneva che “Più di 1000 scienziati internazionali dissentono sulle affermazioni relative al riscaldamento globale dovuto all’uomo”. Il dossier di 321 pagine avrebbe dovuto “raffreddare ulteriormente gli animi durante il vertice delle Nazioni Unite”. Gli scettici e i negazionisti relativii al clima che hanno redatto il report sostennero che i rapporti dell’IPCC avessero: (a) distorto le prove scientifiche, (b) indotto una sorta di “paura per il clima” e (c) causato uno scandalo nella comunità scientifiche che studiano il clima, scandalo definito “Climategate”.[3]

ECCEZIONALE EVIDENZA SCIENTIFICA
Ora, un decennio dopo, il mondo è allarmato per le schiaccianti prove scientifiche e per l’evidente realtà del riscaldamento globale. È stata dichiarata una “emergenza climatica”. La prova di significative perturbazioni ambientali è ovunque.

• Il 97% degli scienziati mondiali ora concorda sul fatto che il pianeta terra, la sua superficie terrestre, i suoi cieli e gli oceani si stiano riscaldando rapidamente e pericolosamente a un ritmo più veloce del normale.

• Fenomeni quali eventi meteorologici estremi si verificano più frequentemente e con maggiore intensità, provocando inondazioni più distruttive, siccità prolungate, incendi violenti ed estesi, etc.

• L’aumento dell’impatto ambientale derivante dalla crescita della popolazione, dall’urbanizzazione, dall’industrializzazione, dal consumo di energia e dalle emissioni di carbonio, influisce sulla qualità dell’aria, aumenta i rischi di pandemie sulla salute pubblica e minaccia la perdita della biodiversità.

• La scomparsa delle foreste pluviali e la diminuzione della produzione agricola globale hanno aumentato i timori di carenze alimentari globali e aumentano i flussi di rifugiati climatici. Nessuna comunità è al sicuro dalle conseguenze del cambiamento climatico.

DOVREMMO DISPERARE?
A mio avviso, il dibattito sullo stato della terra e sul futuro dell’ambiente sta causando una certa disperazione. Abbondano gli interrogativi. L’attuale vulnerabilità della terra è causata da forze naturali o antropogeniche? La crisi ecologica globale è ciclica, irreversibile e irreparabile? La nostra civiltà, come la conosciamo, è sull’orlo dell’estinzione?[4] Esiste una volontà politica e morale per combattere l’imminente e inevitabile disastro che ci si para di fronte? C’è ancora speranza per la creazione?

Dal punto di vista della Scrittura e della visione biblica del mondo la risposta è decisamente sì, c’è speranza. La speranza cristiana è radicata nel Dio che è il proprietario del pianeta e del mandato biblico per la cura della creazione e per la responsabilità umana. Questa prospettiva ci aiuta ad evitare il fatalismo cristiano, il quale suggerisce che non possiamo fare nulla per evitare o superare la schiacciante sfida posta dal riscaldamento globale e dai cambiamenti climatici.

CHE COSA SIGNIFICA PRENDERSI CURA DELLA CREAZIONE?
Dal mio punto di vista, prendersi cura della creazione equivale a prendere consapevolezza, analizzare e agire verso tutto il mondo che ci circonda. Ciò include l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, i vestiti che indossiamo, la casa in cui viviamo, il mezzo di trasporto che utilizziamo, etc. Dovremmo prestare attenzione a tutto ciò che nel nostro spazio sostiene la vita e la salute. Gesù ha richiamato l’attenzione sulla creazione come lezione obiettiva sulla vita, la libertà e la ricerca della felicità. “Guardate gli uccelli del cielo e i fiori dei campi” disse Gesù, “non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?” (Mt 6:26). Dio si prende cura di tutto nella sua creazione, sia esso umano e non umano.

Un promemoria della cura di Dio per la creazione si trova nelle parole di questo inno:

Questo è il mondo di mio Padre,
Gli uccelli innalzano i loro canti,
La luce del mattino, il bianco giglio,
dichiarano le lodi del loro creatore.
Questo è il mondo di mio padre,
Risplende in tutto ciò che è giusto;
Nell’erba frusciante lo sento passare;
Egli mi parla da ogni dove.[5]

Il salmista attira l’attenzione anche sulla creazione come strumento e processo di consapevolezza: “Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, 4 che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?” (Sal 8:3-4).

Essere consapevoli della creazione implica non solamente esserne curiosi. Significa porre attenzione agli standard ambientali stabiliti dalla comunità in cui viviamo. Tutti i cittadini dovrebbero sapere cosa ci si aspetta da loro, in quanto tali, mentre abitano e condividono lo spazio comune. Siamo davvero consapevoli di quali siano le leggi relative ai rifiuti, come gestirli, come prenderci cura degli spazi comuni, dei nostri parchi, delle spiagge, dei percorsi naturalistici, dei pendii montani e delle aree appositamente protette? Essere consapevoli significa conoscere anche gli accordi politici globali che mirano a proteggere il pianeta terra e la casa che tutti condividiamo. Ad esempio, sapete cos’è l’accordo di Parigi del 2015, concordato da 194 paesi membri delle Nazioni Unite?[6]

Una cosa è essere osservatori ed essere consapevoli. Un’altra è conoscere i fatti e analizzarli. Gli scettici e i negazionisti sui cambiamenti climatici dichiarano di essere agnostici riguardo a fatti su cui concordano la maggior parte degli scienziati. “Nessuno lo sa davvero”, dicono.[7]

Non possiamo ignorare le prove lampanti relative al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici. Se lo facciamo, è a nostro rischio e pericolo. La realtà richiede un’azione immediata, capacità di adattamento, mitigazione, conservazione, preservazione e prevenzione degli abusi e del degrado ambientale. L’integrità del pianeta rivendica giustizia. Fare giustizia richiede un’azione, incluso la difesa dell’ambiente, la sua protezione e il perseguimento dei crimini ambientali come l’ampia e sfrenata distruzione della foresta pluviale amazzonica.[8]

PERCHÉ DOVREMMO PREOCCUPARCENE?
I cristiani hanno a cuore l’ambiente per tre motivi principali:

UBBIDIENZA A CRISTO
Gesù disse: “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14:15). L’ubbidienza a Cristo è fondamentale per la nostra etica cristiana. Come sottolinea Chris Wright, “distruggere la proprietà di qualcun altro è incompatibile con qualsiasi pretesa di amare quella persona”[9]. Come afferma “l’Impegno di Città del Capo”, “Ci interessiamo della terra, dunque, per la semplice ragione che appartiene a colui che chiamiamo Signore”.[10]

UN VANGELO DA PROCLAMARE
Il Vangelo è per l’intera creazione, umana e non umana. L’intera creazione “geme” e brama la redenzione (Rom 8:18–22). In Cristo, “è piaciutoal Padre di far abitare [in lui] tutta la pienezza e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.” (Col. 1:19–20).

UN DONO DA CUSTODIRE
L’Impegno di Città del Capo offre una guida chiara su quale sia la responsabilità cristiana nei confronti dell’ambiente. “Un tale amore per la creazione di Dio esige che ci ravvediamo per la parte che abbiamo avuto nella distruzione, nello spreco e nell’in­quinamento delle risorse della terra e per la nostra collusione con l’idolatria tossica del consumismo. Al contrario, ci impegniamo in una pressante e profetica responsabilità ecologica”.[11] “Pressante e profetica responsabilità” significa intraprendere azioni coraggiose e decisive per salvaguardare il benessere dell’ambiente senza tener conto degli interessi acquisiti e delle forze economiche che si confrontano. Le azioni profetiche e audaci nell’attuale crisi ecologica globale rivelerebbero quanto amiamo e onoriamo il Signore della creazione.

PRENDERSI CURA DELLA CREAZIONE SI ADATTA ALLA MISSIONE EVANGELICA?
La cura della creazione si adatta perfettamente alla missione di Dio. Come Creatore del cielo e della terra, Dio stabilisce la sua creazione per rivelare chi è, per offrirre mezzi di lode e per dichiarare la sua gloria fino ai “confini della terra”, in modo che la terra sia piena della conoscenza della gloria del Signore “come le acque coprono il fondo del mare” (Ab 2:14).

Le missioni evangeliche hanno un ruolo fondamentale da svolgere nella cura della creazione. Come le missioni mediche o la Missionary Aviation Fellowship, l’assistenza alla creazione è cruciale. La portata della crisi ambientale globale è enorme e multi–dimensionale. Colpisce la popolazione mondiale che ora supera i sette miliardi di persone. Ecco perché quando oltre 4.200 leader evangelici provenienti da 198 paesi si sono riuniti a Città del Capo, in Sudafrica, nel 2010, per il Terzo Congresso di Losanna, l’attenzione per la creazione era in cima all’agenda. La prima Consultazione, dopo Città del Capo, è stata su Creation Care and the Gospel, e io ero tra i suoi organizzatori. Tale assemblea, svoltasi in Giamaica nel 2012, ha attirato 57 partecipanti da 26 paesi diversi quali India, Argentina, Bangladesh, Benin, Kenya, Uganda, Singapore, Regno Unito, Stati Uniti e Canada. Le risoluzioni, note come Jamaica Call to Action[12], hanno dato vita al Creation Care Network molto attivo che sta attualmente conducendo una campagna globale a favore della cura della creazione.

COSA POSSIAMO FARE?
Come singoli studenti, docenti, personale e laureati, insieme alle nostre comunità e organizzazioni, possiamo fare molto per fronteggiare la sfida ecologica attuale e futura che abbiamo dinanzi. Ecco ciò che possiamo fare.

1. Prenderci cura della vegetazione che ci circonda. Cogliamo ogni occasione per piantare un albero.
2. Creare o partecipare ad associazioni ambientaliste locali, nell’università o nella comunità.
3. Diventare ambientalisti (se non lo siamo già). Risparmiare energia, acqua, rifiuti alimentari, salvaguardare foreste, oceani e altro.
4. Ridurre le spese energetiche. Cercare fonti di energia alternative. Utilizzare l’innovazione tecnologica per nuovi combustibili, elettricità, etc. Eliminare la dipendenza dai combustibili fossili.
5. Smettere di sporcare lo spazio con la spazzatura. Pianificare attentamente lo smaltimento dei rifiuti. Sostenere il divieto di utilizzo della plastica.
6. Lottare contro la deforestazione. Sostenere la protezione e la conservazione delle nostre montagne, fiumi, bacini idrici, zone umide, barriere coralline, coste e spazi verdi.
7. Sostenere eventi di educazione ecologica e le campagne d’azione (ad es. per il divieto di incendi boschivi, un migliore smaltimento dei rifiuti, l’immissione di nuovi alberi, la protezione della fauna selvatica).
8. Preoccuparsi della sicurezza alimentare per chi ne ha bisogno. L’UNFAO avverte di gravi carenze alimentari causate da prezzi del carburante, siccità, inondazioni, nuovi fenomeni meteorologici violenti ed estremi.
9. Promuovere insediamenti umani adeguati e una migliore politica di accoglienza. (Evitare spartiacque, corsi d’acqua, terre paludose e ambienti vulnerabili e fragili.)
10. Sostenere e garantire un trasporto pubblico che dimezzi le emissioni di CO2, migliorarne l’efficienza, migliorare la qualità dell’aria e creare ambienti pubblici più sani.
11. Sostenere i progetti di lotta alla povertà (ad es. per l’acqua potabile, la microimpresa e l’aumento di posti di lavoro).
12. Garantire che l’ambiente, la casa, la chiesa, il posto di lavoro, la comunità vissuta, sia “verde”, efficiente dal punto di vista energetico, salutare per la vita.
13. Partecipare al dibattito su “sviluppo economico vs la protezione dell’ambiente”, dibattito emerso nel vertice Mondiale di Rio del 1992. Cercare di comprenderne i problemi.
14. Assicurarsi che i leader locali e i responsabili delle politiche comprendano i problemi.
15. Accertarsi che tutti capiscano l’urgente bisogno di un’economia con basso consumo di carbone  e di una società più sana, grazie alla riduzione delle emissioni di CO2 e di altri gas a effetto serra.

CONCLUSIONE
In questo momento di emergenza climatica, tutti devono prestare attenzione e agire. Non dobbiamo rifiutare la scienza, in particolare la scienza climatica, senza un’attenta valutazione di grandi dati scientifici globali sottoposti a revisione paritaria. Rifiutiamo le cosiddette “prove alternative” di dubbio valore scientifico che non sono altro che forme mascherate di ideologia politica o opportunità economica. C’è troppo in ballo. L’umanità sta soffrendo. La speranza è necessaria.

Leggiamo le Scritture con un’ottica ecologica. Le Scritture insegnano tanto riguardo alla cura dell’ambiente e alla responsabilità umana. Unisciti al movimento per la cura della creazione. Mentre Dio opera attraverso di noi, aiutiamo a salvare il nostro pianeta e a salvare vite umane.

DOMANDE PER LA DISCUSSIONE
1. Prega o canta il Salmo 8. Quale atteggiamento nei confronti di Dio e della creazione di Dio ti suggerisce questo Salmo?
2. Leggi Jamaica Call to Action. Cosa ti piace di più? Quali azioni puoi sostenere?
3. Guarda l’elenco di “Cosa possiamo fare?” Che cosa farai, come credente e come studente, per prenderti cura della creazione?

Ulteriori letture

  • Bell, Colin. Creation Care and the Gospel: Reconsidering the Mission of the Church. Peabody, Mass.: Hendrickson, 2016.
  • Bloomberg, Michael, and Carl Pope. Climate of Hope: How Cities, Businesses, and Citizens Can Save the Planet. New York: St. Martin’s Press, 2018.
  • Brown, Edward R. Our Father’s World: Mobilizing the Church to Care for Creation. 2nd ed. Downers Grove, Ill.: IVP Books, 2008.
  • “Creation Care and the Gospel: Jamaica Call to Action.” St. Ann, Jamaica: The Lausanne Movement, 2012. https://www.lausanne.org/content/statement/creation-care-call-to- action.
  • “El Cuidado de la Creación y el Evangelio: Llamado a la Acción.” Santa Ana, Jamaica: El Movimiento de Lausana, 2012. https://www.lausanne.org/es/declaracion-de-la- consulta/cuidado-de-la-creacion-llamado-a-la-accion.
  • “Évangile et Protection de l’environnement : Appel à l’Action.” St. Ann, Jamaïque: Le Mouvement de Lausanne, 2012. https://www.lausanne.org/fr/mediatheque/compte- rendu-de-consultation/evangile-et-protection-de-lenvironnement-appel-a-laction.
  • “Global Warming of 1.5oC.” United Nations Intergovernmental Panel on Climate Change, 2018. https://www.ipcc.ch/sr15/.
  • Hescox, Mitch, and Paul Douglas. Caring for Creation: The Evangelical’s Guide to Climate Change and a Healthy Environment. Minneapolis: Bethany House, 2016.
  • “The Cape Town Commitment.” The Lausanne Movement, 2011. https://www.lausanne.org/content/ctc/ctcommitment.
  • Wright, Christopher J. H. The Mission of God: Unlocking the Bible’s Grand Narrative. Nottingham: InterVarsity Press, 2006.

Las G Newman è stato Associate General Secretary di IFES (International Fellowship of Evangelical Students). Ora è Global Associate Director for Regions del Movimento di Losanna. Vive in (lasnwmn@gmail.com.)

Questo articolo è tratto da Word & World (Issue 8, January 2020) – Tradotto e pubblicato con permesso (ifesworld.org/journal)


[1] Jason Johnston, ‘Global Warming Advocacy Science: A Cross Examination’, Faculty Scholarship at Penn Law 315 (2010): 1, https://scholarship.law.upenn.edu/faculty_scholarship/315.

[2] Lawrence Solomon, ‘Legal Verdict: Manmade Global Warming Science Doesn’t Withstand Scrutiny’, Financial Post, 6 June 2010, https://business.financialpost.com/opinion/legal-verdict- manmade-global-warming-science-doesnt-withstand-scrutiny.

[3] ‘More than 1000 International Scientists Dissent over Man-Made Global Warming Claims: Scientists Continue to Debunk Fading “Consensus” in 2008 & 2009 & 2010’ (Climate Depot, 8 December 2010), https://www.climatedepot.com/2010/12/08/special-report-more-than-1000- international-scientists-dissent-over-manmade-global-warming-claims-challenge-un-ipcc-gore-2/.

[4] Guardian Launches New Series The Age of Extinction’, The Guardian, 18 September 2019, https://www.theguardian.com/gnm-press-office/2019/sep/18/guardian-launches-new-series-the- age-of-extinction.

[5] Maltbie Davenport Babcock, 1901.

[6] ‘The Paris Agreement’ (United Nations Framework Convention on Climate Change, 2015),

https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement.

[7] Carline Kenny, ‘Trump: ‘Nobody really knows’ if climate change is real,’ CNN.com, December 12,

2016, http://www.cnn.com/2016/12/11/politics/donald-trump-climate-change-interview/.

[8] Tom Phillips, ‘Chaos, Chaos, Chaos’: a journey through Bolsonaro’s Amazon Inferno’. The Guardian, September 9, 2019, https://www.theguardian.com/environment/2019/sep/09/amazon-fires-brazil- rainforest.

[9] Christopher J. H. Wright, The Mission of God: Unlocking the Bible’s Grand Narrative (Nottingham: InterVarsity Press, 2006), 414.

[10] L’Impegno di Città del Capo, Part 1, 7a, Edizioni GBU, p. 31 (https://www.lausanne.org/content/ctc/ctcommitment).

[11] Ibid.

[12] ‘Creation Care and the Gospel: Jamaica Call to Action’ (St. Ann, Jamaica: The Lausanne

Movement, 2012), https://www.lausanne.org/content/statement/creation-care-call-to-action.

Dio ha creato virus e batteri che possono rivelarsi letali per l’uomo?

di Luca Basta

Gran parte della popolazione mondiale è alle strette per il rapido diffondersi della malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2 (o semplicemente COVID-19). In mezzo alle difficoltà e alla sofferenza che il contagio sta causando, questa domanda sorge naturale.

Dio ha creato i virus, come parte di una creazione buona e perfetta

I virus sono fondamentali per l’abbondanza e la diffusione della vita che vediamo sulla terra. Infatti, sappiamo bene che la vita di ogni complesso organismo multicellulare, dipende dalla convivenza con un’altra forma di vita molto semplice: i batteri. E questi devono essere costantemente presenti in una certo numero equilibrato e una diversità ottimale. Una funzione estremamente benefica dei virus è quella di mantenere la popolazione batterica sotto controllo. Senza l’azione di frammentazione e uccisione dei batteri da parte dei virus, che avviene costantemente al giusto rate e nelle giuste condizioni, il nostro pianeta sarebbe un informe ammasso di batteri, che consumerebbero tutte le risorse essenziali per la vita (prima di morire essi stessi).

Virus e batteri sono anche parte delciclo dell’acqua, che molti ricordiamo dalle scuole elementari. L’avanzato livello di globalizzazione dell’umanità sarebbe impossibile senza che il ciclo dell’acqua provvedesse abbondanti e costanti precipitazioni. Ma pioggia, nebbia, neve, grandine e nevischio, ogni tipo di precipitazione, richiede un microscopico “seed”, un centro di nucleazione, per formarsi. E nella maggior parte delle situazioni, i nuclei più importanti sono proprio virus e frammenti di batteri distrutti dai virus. Il vento porta questi nuclei in atmosfera, dove intorno ad essi si formano dei piccoli cristalli di ghiaccio. L’acqua liquida poi si aggrega nel cristallo, e questi cristalli diventano pioggia, neve, o altro. Anche granelli di polvere o fuliggine possono fungere da nuclei, ma virus e batteri ne permettono la formazione già ad una temperatura più alta. Dovendo contare solo sul particolato (senza virus) non avremmo sufficienti precipitazioni per sostenere la nostra agricoltura e perciò la nostra civilizzazione.

Infine, virus e batteri sono fonte di carbonio, che è la sostanza alla base di ogni struttura organica, e quindi della vita sulla terra. Precipitando (come visto prima) virus e batteri si raccolgono sulla superficie degli oceani, per poi lentamente scendere nelle profondità marine. Mentre affondano, sono una fondamentale fonte di nutrienti sia per la vita nelle profondità oceaniche che per la vita dei fondali acquatici (alghe, molluschi, artropodi, ecc..). Infine il movimento delle placche tettoniche sottomarine porta la maggior parte di questa sostanza carboniosa nella crosta e nel mantello terrestre, per tornare in atmosfera tramite violente eruzioni vulcaniche. Questo ciclo permette quindi sia la attuale diversità animale che il bilanciamento di anidride carbonica e metano in atmosfera, indispensabile per la vita.

Possiamo veramente lodare Dio per la bellezza della Sua creazione (SALMO 104:13 – “Egli [Dio] annaffia i monti dall’alto delle sue stanze; la terra è saziata con il frutto delle tue opere”) e comprendere perché Dio stesso la veda buona (GENESI 1:31 – “Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono”).

Virus e batteri letali sono una conseguenza della caduta dell’uomo, del peccato

Se solo avessimo sempre seguito le indicazioni di igiene e salute elencate nell’Antico Testamento, molto probabilmente non avremmo mai dovuto combattere contro virus come l’HIV, la SARS-1, il MERS, ed infine la SARS-CoV-2 (responsabile della COVID-19). Questi infatti sono tutti virus presenti solo negli animali, che hanno poi “saltato” dalla loro specie di origine all’uomo. Questi salti sono molto più probabili in presenza di una densità di popolazione esagerata e/o la presenza di animali selvatici a stretto contatto con addensamenti di popolazione. Più siamo addensati, più aumenta lo stress sia dell’uomo che degli animali, e più aumentano le possibilità che un virus potenzialmente benigno possa mutare in un virus letale per l’uomo. Per prevenire una pandemia di questo genere dovremmo drasticamente cambiare il modo in cui gestiamo e commerciamo i nostri animali domestici, per minimizzare il loro stress, il loro sovraffollamento e il contatto con addensamenti umani. Allo stesso tempo minimizzare lo stress e massimizzare la salute, il benessere fisico e l’igiene dell’uomo, specialmente tra i poveri, è estremamente importante. Dio ci ha originariamente posti nel giardino dell’Eden come curatori della Sua perfetta creazione, per averne cura e farla prosperare (GENESI 1-2), non per abusarne e sfruttarla all’estremo come stiamo facendo da secoli.

Un esempio di come l’uomo non abbia prestato attenzione al suo ruolo di curatore della natura lo ritroviamo nelle zanzare. Si stima che le zanzare nell’antichità occupassero solo il 10% della superficie terrestre, pulendola dai detriti organici (escrementi degli animali di piccola taglia) e provvedendo nutrimento per molte specie acquatiche di acqua dolce. Poi, l’addomesticamento e il conseguente sovraffollamento degli animali, insieme alla massiccia deforestazione, alla capillare irrigazione e al recente riscaldamento globale, hanno portato alla proliferazione delle zanzare, e delle relative malattie trasmissibili. Ora le zanzare occupano il 99% della superficie terrestre.

Inoltre, a causa del peccato dell’uomo, l’intera Creazione è stata maledetta (GENESI 3:17-19 – “il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto”) e la morte e la rovina, la degradazione degli esseri viventi ha avuto inizio (ROMANI 5:12 “Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”)[a]. Calvino scrive: “Prima della caduta il mondo era la migliore immagine possibile del delizioso divino favore paterno di Dio verso l’uomo. Ora, in ogni elemento, percepiamo la maledizione conseguente al peccato. […] Perciò, possiamo dedurre, che la corruzione deriva dal peccato.” E le osservazioni scientifiche a riguardo sono perfettamente consistenti con il concetto che molte infezioni sono il prodotto di cellule sane che si sono rotte e degradate. Queste imperfezioni biologiche non sono un’evidenza contro l’esistenza di un Creatore, quanto piuttosto supportano l’affermazione biblica che il peccato dell’uomo abbia causato l’inizio della degradazione della Creazione.

Alcuni esempi sono i batteri Vibrio e Bacillus anthracis. I batteri Vibrio, alcuni dei quali responsabili del colera, producono molecole che interagiscono specificatamente con l’epitelio (la pelle) di pesci e calamari permettendo la bioluminescenza di cui hanno bisogno per cacciare e nutrirsi. Le proteine dei batteri Vibrio diventano fattori virulenti solo in ambienti per loro inappropriati come il corpo umano. L’antrace è un’infezione acuta causata dal batterio Bacillus anthracis. Tutti i ceppi virulenti del B. anthracis presentano due plasmidi[b]: uno, il pXO1, è portatore del gene necessario alla produzione della tossina causa dell’antrace, l’altro, il pXO2, contiene i geni necessari per incapsulare il batterio e permettergli di entrare nell’organismo umano. Senza questi plasmidi il B. anthracis sarebbe inoffensivo e indistinguibile dagli altri ceppi non virulenti. La sequenza del plasmide pXO1 è stata pubblicata nel 1999 e si è rivelata essere circa 400 nucleotidi più corta della media dei geni di un cromosoma. Questo ed altri dettagli scoperti nel genoma sono consistenti con un danneggiamento a causa di una puntuale mutazione degradante, che ha reso un innocuo batterio un killer inarrestabile.

Anche la Natura sarà redenta in Cristo

Anche nel buio di questa triste realtà, però, brilla una speranza che non può essere sopraffatta neppure dal peccato né dalla morte. La Bibbia afferma che in Cristo, esattamente come noi, anche la Natura sarà redenta. Il suo carattere perfetto e buono sarà ripristinato. E resterà stabile in eterno, nelle mani del suo Creatore.

«Infatti, i nuovi cieli e la nuova terra che io sto per creare
rimarranno stabili davanti a me», dice il SIGNORE
ISAIA 66:22

Note

[a] Alcune interpretazioni vedono la morte degli animali e delle piante fondamentale per il giusto equilibrio della Creazione, già prima della caduta, e questi passi si riferirebbero alla morte spirituale dell’uomo. Anche in questo caso, a mio parere, rimane consistente affermare che la degradazione dovuta alla corruzione dell’informazione genetica sia il risultato della corruzione conseguente al peccato, e non già parte di una buona e perfetta Creazione originale (Si veda in proposito H. Blocher, La creazione, l’inizio della Genesi, Edizioni GBU, 1984.

[b] I plasmidi sono piccoli filamenti circolari di DNA capaci di replicarsi in modo indipendente dal cromosoma principale del batterio. Essi sono estremamente utili: alcuni ceppi di Pseudomonas presentano plasmidi che producono geni necessari per il metabolismo del toluene e altre sostanze chimiche tossiche, favorendo in tal modo la bonifica di ambienti inquinati. Le specie di Rhizobia presentano plasmidi che permettono ai batteri di vivere in simbiosi con legumi come piselli e fagioli, provvedendo una tale abbondanza d azoto alle piante ospiti, che queste lo depositano nel suolo, a disposizione di altre specie vegetali, favorendone la crescita.

Riferimenti

K. Deyoung – The Coronavirus Is a Result of the Fall. https://www.thegospelcoalition.org/blogs/kevin-deyoung/the-coronavirus-is-a-result-of-the-fall/
H. Ross – Viruses and God’s Good Designs. https://reasons.org/explore/blogs/todays-new-reason-to-believe/read/todays-new-reason-to-believe/2020/03/30/viruses-and-god-s-good-designs?fbclid=IwAR2G5Tifuz0pm3NnVKpQ2kcm32xvysUoNi6Nj_Ck7JKz2SeqWuWNp8HhtlQ
F. Rana – Viruses and God’s Providence Revisited. https://reasons.org/explore/blogs/todays-new-reason-to-believe/read/tnrtb/2009/11/26/viruses-and-god’s-providence-revisited
B. Thomas – Where Did Flesh-eating Bacteria Come From? https://www.icr.org/article/where-did-flesh-eating-bacteria-come-from/
T.C. Wood – The Terror of Anthrax in a Degrading Creation. https://www.icr.org/article/312/
T.C. Winegard – The Mosquito: A Human History of Our Deadliest Predator. https://www.vox.com/the-highlight/2019/8/13/20754834/mosquitoes-blood-type-zika-dengue
C.S. Lewis – La mano nuda di Dio. Uno studio preliminare sui miracoli, Edizioni GBU, 1987.

Luca Basta è laureato in Fisica della Materia presso l’Università di Pisa. Ora sta completando il suo Perfezionamento (Dottorato di ricerca) in Nanoscienze presso la Scuola Normale Superiore; è anche uno dei coordinatori GBU di Pisa.