La Speranza e la Pazienza si abbracciano

Sprazzi di eternità

«Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Osservate come l’agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra pazientando… .Siate pazienti anche    voi; fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.»
(Giacomo 5:7-8)

Al giorno d’oggi milioni di persone si trovano confinate nelle proprie case, imparando ad aspettare e sperare. E, purtroppo, parecchi piangono la perdita dei loro cari, senza nemmeno averli potuti salutare. Il cammino della sofferenza, già di per sé stesso lungo e difficile, diventa ancora più duro in queste circostanze. “Ho bisogno di aggrapparmi ad una buona notizia”, mi diceva un giovane sopraffatto dalla situazione. Dove trovarla?

La parola di Dio è un unguento che cura le ferite ed è fonte di forza nel dolore. Risponde in modo illuminante a due domande chiave nel tempo dell’attesa: come dobbiamo aspettare, e che cosa ?

Due parole ci danno la risposta: pazienza e speranza. Entrambe sono il nostro bagaglio imprescindibile per passare attraverso questo arduo cammino. Dobbiamo trasformare i momenti di attesa in momenti di speranza e di pazienza. Allora scopriremo che Dio può trasformare le nostre avversità in opportunità.

LE DUE BRACCIA DELLA PAZIENZA

L’idea di pazienza nella Bibbia è così preziosa che richiede due parole complementari. Equivalgono alle due braccia di una persona.

  • Perseveranza: persistere
  • Forza d’animo: resistere

La Pazienza è perseveranza: Persistere

«Anche noi, dunque…corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù» (Ebrei 12:1-2)

Il primo braccio della pazienza ci fa perseverare. È l’attitudine che ci porta a persistere fino alla fine in una situazione o in un progetto. Naturalmente, più è difficile la situazione, più ci sarà bisogno di perseveranza.

Questa virtù, propria di una persona matura, permette di affrontare le avversità con l’animo dell’atleta che corre la maratona. È in questo senso che l’autore di Ebrei ci esorta a correre con perseveranza la gara «affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Ebrei 12:3).

Questo tipo di pazienza fu uno dei tratti distintivi del carattere di Cristo. Per questo l’autore aggiunge: «fissando lo sguardo su Gesù…» (Ebrei 12:2). La pazienza lo portò a «rendere la sua faccia dura come la pietra» (Luca 9:51, Isaia 50:7) e gli permise di arrivare alla meta proposta, la Croce, anche attraverso la sofferenza più estrema. Che grande consolazione ricevere il conforto di Colui che «è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato!» (Ebrei 4:15).

Perseverare è già vincere. Come Paolo ai Tessalonicesi preghiamo che «il Signore diriga i vostri cuori all’amore di Dio e alla paziente attesa di Cristo». (2 Tessalonicesi 3:5)

La Pazienza è forza d’animo: Resistere

«Il frutto dello Spirito invece è… pazienza» (Galati 5:22)

Il secondo braccio della pazienza è chiaramente soprannaturale, una parte del frutto dello Spirito. Non è umano, è divino. La parola usata nell’originale è attiva e positiva, molto lontana dall’idea stoica di pazienza. Letteralmente significa “grande animo”. Allude a uno spirito forte, resistente, che permane fermo nelle avversità. Questa pazienza non si arrende, non cede davanti alle circostanze difficili. È il contrario di una persona codarda, pusillanime, che “si perde in un bicchier d’acqua”.

L’idea biblica si allontana molto dal concetto popolare di pazienza. “Che cosa possiamo farci? Non possiamo far niente, quindi pazienza.” È un atteggiamento di rassegnazione davanti all’impotenza, un conformismo che nasce dal fatalismo. Al contrario, la pazienza, frutto dello Spirito, non si arrende ma lotta, non si ritira ma si tiene salda davanti alle avversità, non è passiva, ma indaga attivamente in cerca di vie d’uscita.

Detto questo, che cosa fanno queste due braccia nella pratica, come si esprime la pazienza nella vita quotidiana?

LA PRATICA DELLA PAZIENZA: SAPERSI ACCONTENTARE

«Io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato… io posso ogni cosa in colui che mi fortifica» (Filippesi 4:11-13)

Quando l’apostolo Paolo scrisse queste parole si trovava confinato in carcere a Roma. Una reclusione involontaria in circostanze molto dure. Non si rivolgeva ai suoi lettori da una posizione di comodità, ma da una situazione profondamente inquietante e in diretto pericolo di morte. La sua vita era cambiata completamente da un giorno all’altro. Da dove gli veniva la forza per inviare un messaggio così sereno in mezzo all’angoscia?

Egli stesso ci dà la risposta: «ho imparato ad accontentarmi» (Filippesi 4:11). Una delle testimonianze più importanti della pazienza è il sapersi accontentare. La parola originale implica non dipendere dalle circostanze, non restare vincolato ai problemi. Imparare a sapersi accontentare, quindi, è raggiungere un certo grado di indipendenza dagli avvenimenti della vita.

Il sapersi accontentare ci porta a vedere, pensare e vivere in modo diverso una situazione inaspettata o di cambiamento. Ai nostri giorni parleremmo di adattamento e di accettazione, di flessibilità e resilienza. Tutto quanto finirebbe inglobato dentro il sapersi accontentare. È la convinzione che Dio opera i suoi propositi nella mia vita non nonostante le circostanze, ma attraverso di esse.

Paolo conclude il testo con una frase che ha ispirato milioni di persone: «Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica» (Filippesi 4:13). Vale a dire, posso essere più forte di qualsiasi avversità, vincere qualsiasi circostanza, quanto sono in Cristo, “connesso” con Cristo. In questo è radicato l’elemento soprannaturale della pazienza e il segreto della nostra forza durante il nostro cammino.

SPERANZA E SPRAZZI DI ETERNITÀ

«Fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina» (Giacomo 5:8)

La pazienza è inseparabile dalla speranza. Di fatto, si alimenta della speranza e a sua volta genera speranza in un circolo glorioso (feedback) divino (Romani 5:4-5). Potremmo dire che la pazienza e la speranza si fondono in un abbraccio.

Che cosa aspettiamo e speriamo? Certamente la nostra speranza ha una dimensione attuale. Aspettiamo con ansia la fine di un’epidemia. Però questa speranza non è sufficiente e può trasformarsi in frustrazione se non si soddisfano le nostre aspettative.

La speranza non si limita al qui e ora, vola più in alto e risale all’eternità. La vita sulla terra è un bene prezioso, ma non è il bene supremo. Il bene supremo è la vita eterna. Per questo il Signore aveva detto: «E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima» (Matteo 10:28). Ci colpisce che questo testo preceda la promessa consolatoria della cura di Dio «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Matteo 10:30).

Giacomo menziona due volte la venuta del Signore nel parlare della pazienza. Non è un caso. La visione della seconda venuta di Cristo è la visione dell’eternità e «fortifica il nostro cuore» (Giacomo 5:8). Guardare alla gloria dell’eternità con Cristo relativizza il nostro dolore, così che l’afflizione presente diventa “momentanea e leggera” (2 Corinzi 4:17-18). Possiamo prevedere che in cielo non finirà solo un’epidemia, ma la Grande Epidemia che è il Peccato e il suo seguito di dolore e morte. (Apocalisse 21:4, Romani 8:23-25)

Per questo motivo, «combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna» (1 Timoteo 6:12). Aggrappati, afferra la vita eterna. Questo consiglio di Paolo a Timoteo è la risposta che ho dato al giovane che mi chiedeva “una buona notizia a cui aggrapparsi”. Dobbiamo aggrapparci alla speranza dell’eternità, durante i forti scossoni della vita. Questi sprazzi di eternità illuminano la nostra oscurità e nutrono la nostra pazienza.

Il Gesù risuscitato dichiara con grande autorità: «Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte» (Apocalisse 1:18).

Sì, Dio è colui che segna le ore nell’orologio della nostra vita, non un virus. Per questo, nel mezzo della grande prova, ci riposiamo fiduciosi in Colui che ha promesso:

«Il tuo sole non tramonterà più, la tua luna non si oscurerà più; poiché il Signore sarà la tua luce perenne, i giorni del tuo lutto saranno finiti» (Isaia 60:20).

di Pablo Martinez
trad. Daniela Buraghi

L’approccio “identitario” al cattolicesimo (AIC)

I tempi che stiamo vivendo (in piena pandemia per il coronavirus), come era facile immaginare, ma anche auspicabile, stanno spingendo gli uomini a dare fondo a tutte le risorse per contrastare la pandemia. Gli stati elaborano misure di profilassi sanitaria estrema (lockdown), con il correlato di misure economiche; la comunità scientifica è impegnata in una corsa contro il tempo per trovare la cura e un vaccino; i media tentano una copertura totale del fenomeno, etc.
La dimensione religiosa dell’essere umano non poteva mancare ed è probabile, così come nel passato che, tramite le grandi fedi mondiali, giocherà un ruolo sempre più rilevante nello sviluppo di questo straordinario e drammatico momento storico.
L’appello di Francesco (capo – non tanto indiscusso – della Chiesa di Roma) ai cristiani di qualsiasi confessione, e orientmento a rivolgere al cielo tutti insieme una preghiera, la preghiera (il Padre Nostro), è solo uno dei tasselli di una vicenda che è destinata a ingrossarsi.
A questa iniziativa dall’afflato inclusivo fanno da contraltare, c’era da aspettarselo, le pratiche esclusivistiche di tutti. Lo stesso Papa ne ha dato prova con l’indizione dell’indulgenza plenaria. Dall’altro lato altre confessioni e denominazioni (e qui mi avvicino al focus di queste note), non sono state da meno e hanno messo in campo iniziative speculari sia inclusiviste (appelli alla preghiera e all’unità) sia esclusiviste.

Non poteva mancare, in questo quadro, anche la polemica religiosa e identitaria, soprattutto da parte evangelica, contro “l’idolatria” della Chiesa di Roma. Non ho ancora notizia di qualche prelato o intellettuale cattolico che punti il dito per questo “giudizio divino” contro i soliti mali della modernità, alla base dei quali ci sarebbe la Riforma protestante (ricordate il famoso discorso di Ratisbona di Benddetto XVI?).

Veniamo dunque al nostro tema: che cos’è l’approccio “identitario” al cattolicesimo (AIC)?
Si tratta di una prospettiva interna all’evangelismo italiano che si tenta di esportare a livello globale, come è testimoniato dalle polemiche e dalle schermaglie che suscita in organismi evangelici internazionali.

1. Qual è il focus di questo approccio?
Per spiegarlo, è utile una piccola digressione. Quando un bibliotecario deve identificare il soggetto di un libro parla, usando un termine inglese, di aboutness (ciò di cui il libro veramente parla). L’identificazione di un soggetto infatti è un’operazione complessa che deve tener conto di diverse variabili tra le quali spicca l’ambiguità del titolo: spesso infatti non corrisponde al soggetto che il libro svilupperà ma risponde a esigenze di mercato o di indicizzazione.

Quando gli evangelici dicono di volersi occupare di cattolicesimo, si stanno veramente occupando di cattolicesimo? Ne fanno veramente un oggetto di studio che richiede l’adozione di tecniche di interpretazione identificabili e tendenti all’oggettività? Ogni studio “scientificamente” accurato ha poi il suo risvolto pratico e appplicativo. A questa logica non sfugge neanche lo studio del cattolicesimo. Perché si studia il cattolicesimo? Le risposte potrebbero essere tante.
Chi scrive ritiene, per esempio, che l’unica ragione che dovrebbe spingere un evangelico a fare del cattolicesimo un oggetto di studio sia il vangelo, inteso nel più radicale dei significati (la buona notizia di Dio che è venuto sulla terra per compiere un’opera di salvezza nei confronti di donne e uomini di tutti i tempi). Ma questa ragione, le esigenze del vangelo, da sola, sarebbe sufficiente a fare un oggetto di studio anche dell’evangelismo, e del protestantesimo!

L’AIC afferma di occuparsi di cattolicesimo (e nauralmente questo è in parte vero – c’è sempre una relazione tra il titolo di un libro e il suo contenuto) ma di fatto, anzi de jure, il suo focus è “l’approccio evangelico al cattolicesimo” (AIC). Questo è il “soggetto” di AIC (l’aboutness). Il succo è: studiamo il cattolicesimo per comprendere il modo in cui interagiamo con esso. Se c’è qualcosa che non va in questo approccio, allora lavoriamo su noi stessi. Da qui il presupposto “identitario” di questo approccio: approccio identitario al cattolicesimo (AIC). Uno dei grandi presupposti è che lo scopo, neanche tanto velato, del cattolicesimo sarebbe quello di portare tutti gli evangelici sotto Roma!

Chris Castaldo, pastore americano legato alla Gospel Coalition, lascia trapelare questa curvatura dell’approccio al cattolicesimo quando afferma, in un libro del 2015 dal titolo Talking with Catholics about the Gospel. A Guide for Evangelicals: “non è abbastanza comprendere semplicemente che cosa sono i cattolici. Dobbiamo anche fermarci un attimo e considerare l’approccio (attitude) e la postura con i quali ci relazioniamo a essi” (p. 41).

Castaldo esplicita questo passaggio rendendosi subito conto che non esiste UN approccio evangelico al cattolicesimo ma ne esistono molteplici, tanto da riportare una tassonomia di ben sette. Nel proseguire la sua indagine Castaldo adotta un metodo descrittivo di questi approcci per poi fare la sua proposta, che è una proposta classica: quali sono i punti di convergenza e quelli di differenza tra evangelici e cattolici?

L’approccio identitario al cattolicesimo (AIC), dal momento che “de jure” è interessato, sotto il titolo di “studio del cattolicesimo”, alle nostre reazioni al cattolicesimo non si limita alla descrizione di queste reazioni ma diviene prescrittivo. Nel senso che tenta di correggere quelli che ritiene approcci sbagliati e per tale motivo legge e studia il cattolicesimo per motivare la prescrizione.

2. La semplificazione identitaria
L’approccio “identitario” al cattolicesimo (AIC) impegna dunque le maggiori risorse nell’analisi e nella valutazione degli atteggiamenti e delle posture evangeliche verso il cattolicesimo. Da qui deriva che la rappresentazione del cattolicesimo ricorrere al metodo della semplificazione di una realtà complessa. Questa semplificazione può avvenire in diversi modi. Alcuni sono raffinati: per esempio il cattolicesimo, che ha dimensioni storiche, sociali, teologiche, istituzionali, di spiritualità, viene ritenuto un sistema coerente, espressione a sua volta di uno o due pochi principi di fondo. In qualsiasi sistema (limitiamoci qui solo al versante teologico) possono esserci elementi portanti. È indubbiamente un asse portante del pensiero “ufficiale” del cattolicesimo quello già ben focalizzato da Vittorio Subilia, vale a dire che nel credo della Chiesa di Roma la “chiesa” non sia altro che la prosecuzione dell’incarnazione di Gesù. Ma quanto un tale asse riesca ad aggregare del pensiero e della prassi del cattolicesimo è da dimostrare. Così come è da dimostrare un altro principio che secondo i teorici dell’AIC ricapitola in sé tutta la complessità del cattolicesimo: mi riferisco a un punto del pensiero di  Tommaso d’Aquino relativo alla relazione tra natura e grazia (la grazia perfeziona la natura, detto così in soldoni). Questo principio, per esempio, secondo AIC condizionerebbe la soteriologia cattolica.

Nel caso di quest’ultimo principio ci troviamo di fronte a un’altra strategia di semplificazione tipica di AIC, vale a dire la riduzione di elementi della storia del pensiero a elementi sub specie aeternitatis, cioè non più elementi che devono essere compresi nel loro contesto storico ed eventualmente nella loro evoluzione sempre storica (ce lo insegna l’ermeneutica) ma come chiavi interpretative globali dalla tonalità molto spesso negativa (oltre a natura/grazia, possiamo pensare a termini quali “umanesimo”, sinergismo, pelagianesimo, etc.).

Ci sono poi le strategie più terra terra che AIC in qualche modo sdogana, propaganda e anche legittima, vale a dire l’armamentario tipico della controversia del XVI secolo. Ray Galea, nel suo libretto A mani vuote. Cattolici ed evangelici di fronte al messaggio della salvezza (GBU, 2010), sulla base della sua esperienza da ex sacerdote cattolico mette per esempio in guardia sulla famosa retorica secondo la quale il cattolicesimo predicherebbe una salvezza per SOLE opere: “A volte protestanti poco formati accusano il Cattolicesimo di insegnare la «salvezza per opere» in opposizione alla concezione pro­testante di «salvezza per fede». Quest’accusa non è esatta. Il Cattolicesi­mo insegna la salvezza per fede più le opere…” (p. 61).

Il risvolto complementare dell’impegno di AIC è che gli approcci evangelici al cattalicesimo possano essere corretti se il cattolicesimo (ridotto a sistema) fosse affrontato dagli evagelici sistemicamente. L’idea di uno studio sistemico (“sistemico” è diverso da “sistematico”) di una realtà religiosa complessa o di una realtà complessa dalle fattezze religiose ha un suo preciso pedigree storico che affonda le sue radici nel neocalvinismo olandese della fine dell’800.
L’AIC, in buona sostanza, quando parla di cattolicesimo, si rivolge a noi e ci chiede di adottare un sistema da cpontrapporre a un altro sistema. Detto in parole povere: bisoga essere più protestanti di quelo che siamo. Questa è la semplificazione identitaria: a identità si contrappone identità.

3. L’AIC è funzionale al relativismo
Qualche anno fa fece scalpore la visita di Papa Francesco alla comunità pentecostale del suo amico, il pastore Giovanni Traettino. In quella circostanza Francesco fece un discorso di tipo ecumenico, come sempre accade in questi casi, e non c’è da stupirsi. La particolarità fu che prese in prestito alcuni concetti e soprattutto l’immagine del prisma del teologo luterano Oscar Culmann. In sintesi: il discorso ecumenico non deve appoggiarsi su Giovanni 17 (la preghiera di Gesù per l’unità dei cristiani) ma su 1 Corinzi 12 (il discorso di Paolo sull’unico corpo di Cristo) che ha tante membra diverse. Le tradizioni teologiche (e qui semplifichiamo), incluso cattolici e protestanti, sono carismi dello Spirito, rifrazioni misericordiose dell’unico raggio della rivelazione che si rifange in tanti colori diversi. La chiamata di tutti i cristiani è quella di coltivare ognuno la peculiarità e l’identità del carisma ricevuto. Se sei un protesante (questo lo aggiungo io) non è necessario pensare ce tu divenga cattolico (e viceversa): sii più protestante!
Questo suggestivo sforzo ecumenico sembra implicare dunque la coltivazione delle proprie identità, se considerate alla luce del diversità dei doni e delle membra.

Tutti sanno, però, anche, che questa è la porta d’ingresso e la strada maestra del relativismo, nonché una straordinaria risposta ecumenica, di base, da rivolgere alla testimonianza del vangelo che possiamo renderci reciprocamente (protestanti e cattolici). Perché prendere in carico la peculiarità delle visioni evangeliche su Maria, così come affondano nel testo biblico, quando in realtà questa peculiarità è il portato precipuo del dono e del fascio di luce che le tradizioni protestanti hanno ricevuto?
La risposta alla poemica anti–cattolica, all’AIC, potrebbe essere un clamoroso gesto di affetto da parte di un interlocutore cattolico! Che bello, sii più protestante!

L’AIC diviene in tal modo un ostacolo alla testimonianza da rendere al vangelo.

4. L’AIC ritiene insufficiente lo spazio indipendente del vangelo

È noto che nella controversia tra cattolici ed evangelici spesso si è fatto ricorso a modelli intepretativi che giustificassero una situazione che il Nuovo Testamento non lascia presagire (questo è un altro schema di lavoro). Il modello forse più famoso è di assimilare la tradizione cattolica al farisaismo e quelle protestanti alla predicazione di Paolo. Dopo ondate di rinnovamento degli studi biblici, l’affinamento di strumenti interpretativi, il campo si è un po’ confuso.
Nella lettura reciproca che ci facciamo (noi leggiamo e studiamo il cattolicesimo, ma avviene anche il contrario!) appare necessario allora cercare un punto indipendente, che non significa “neutrale”. Questo equivarrebbe, nel nostro interagire con amici e fratelli cattolici, a rinunciare alla nostra tradizione per favorire la strada al vangelo.

Ci proviamo: nel capitolo 4 del Vangelo di Giovanni troviamo il famoso dialogo di Gesù con la donna samaritana, nei pressi di un pozzo. La donna, aldilà della sua condizione personale, esprime una preoccupazione che affonda le sue radici nella coscienza identitaria di quei tempi: dove bisogna adorare? Là dove punta la tradizione samaritana (su questo monte – dice la donna) o al contrario dove punta la tradizione dei Giudei (a Gerusalemme?).
Conosciamo la risposta di Gesù che chiede a tutti i partiti in campo di non fare più riferimento a se stessi ma a qualcos’altro (Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. … Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità» – Giovanni 4:21sg.).

Nello studio del cattolicesimo non dobbiamo studiare i nostri approcci al cattolicesimo ma i nostri approcci al vangelo!
E in questa zona indipendente, che è il vangelo, dobbiamo uscire dalle nostre tradizioni.

Siamo partiti in questa lunga disamina dell’approccio identitario al cattolicesimo (AIC) dalle condizioni che stiamo vivendo, dalla pandemia che sta imperversando fuori dalle nostre case (e non troppo) e abbiamo evidenziato l’impegno sempre più marcato delle religioni che tentano di dare all’uomo speranza e risposte. Abbiamo evidenziato sia i contributi inclusivi sia quelli esclusivistici e polemici, e da qui siamo partiti per l’analisi dell’AIC. Nel leggere alcuni di questi contributi dell’AIC mi sono ricordato di un vecchio libro evangelico sul cattlicesimo: La chiesa romana allo specchio (1971), scritto da un autore francese, Jacques Blocher. L’autore racconta nella Prefazione di aver scritto questo libro che analizza le dottrine della Chiesa di Roma all’indomani di un’esperienza molto forte, simile a quella che stiamo vivendo noi oggi – i campi di concentramento nazisti – un’esperienza vissuta insieme a sacerdoti cattolici. Per la conclusione lascio volentieri a lui la parola.

“Quest’opera sulla Chiesa Romana [il libro], è stata scritta con un grande zelo per la verità e senz’alcuna cattiveria. L’autore, durante l’ultima guerra mondiale, trovandosi in campo di concentramento, ha avuto occasione d’aver per camerati dei sacerdoti cattolici, molti dei quali gli son restati intimi amici. Essi hanno scoperto assieme che il loro culto spirituale era diretto e rivolto allo stesso Dio e al medesimo Salvatore, Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria. Nelle loro conversazioni, hanno compreso quello che li univa ed anche ciò che li separava. È questa esperienza di comunione fraterna che ha spinto l’autore a fare un esame sistematico delle dottrine e delle pratiche cattoliche dalla luce della Rivelazione Biblica e della Storia. Questo chiaro esame è esposto in modo molto sereno e lautore spera di non ferire alcuno, anzi è particolarmente lieto di vedere finalmente quest’opera tradotta in italiano, poiché egli ama grandemente l’Italia ed i cuoi cittadini” (Jacques Blocher).

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Dio sussurra nei nostri piaceri, parla nelle nostre coscienze ma grida nelle nostre sofferenze

C.S. Lewis nelle sue conferenze sulla sofferenza (The problem of pain – 1940; tr. it. Il problema della sofferenza – 1988) affermò che la sofferenza potrebbe essere considerata come una sorta di megafono con cui Dio cerca di parlare e a un mondo sordo ai suoi richiami.

Il regista Richard Attenborough, trasponendo cinematograficamente in Shadowlands (Viaggio in Inghilterra, 1983) un altro scritto dell’apologeta inglese Diario di un dolore (tr. it. 1990) in cui questi raccoglieva il suo calvario interiore per la morte della moglie Joy, metteva giustamente in contrapposizione la fulgida certezza della metafora riportata sopra con lo sconforto provato dallo scrittore dopo che quel megafono gli aveva strillato nelle orecchie, privandolo della moglie.

In quella vicenda la sofferenza era espressione di quello che i filosofi chiamano male naturale, il male come si manifesta nelle pieghe di una natura matrigna. È difficile (anche se non impossibile), in quei casi, pensare a un Dio che ti voglia parlare usando quel tipo di megafono.

La stessa condizione vivono sicuramente tutti coloro che nella pandemia che stiamo soffrendo stanno sperimentando il lutto e le separazioni (al 28 marzo, almeno in Italia, i morti sono ben 9134)!

Tuttavia la pandemia presenta un altro aspetto, non meno inquietante, del male naturale: esso è rappresentato dai miliardi di persone che, per evitare il contagio, sono costrette a vivere il distanziamento sociale; in pratica a recludersi e a immaginare il male che vaga nei dintorni della propria casa, cercando di intrufolarvisi ogni volta che si tocca una maniglia …

È pensando a questa massa enorme di donne e di uomini che è stato assemblato il libro che presentiamo dal titolo Lutero e la pandemia. La pandemia scopre la nostra fragilità di uomini minacciati da un elemento naturale che non si presenta, almeno non direttamente, con i contorni della tragedia diretta, improvvisa o deturpante come può essere un terremoto o un cancro. La scoperta della nostra fragilità avviene nel lento scorrere del tempo in quarantena, mentre i mezzi di comunicazione ci mettono al corrente dei numeri e delle notizie che rendono conto dell’ampliarsi del contagio e del restringersi dei nostri spazi vitali. In queste circostanze è possibile pensare alla sofferenza, a questo tipo di sofferenza, come a un messaggio che rintrona nelle nostre orecchie come se fosse trasmesso da un megafono, o da un altoparlante.

Dio sta parlando? Per i credenti è facile intravedere i tratti di questo discorso; lo è un po’ meno per chi credente non è. Il nostro testo vuole provare a raccogliere in uno le certezze del credente e i dubbi del non credente, rintracciando tutti i registri con i quali è possibile mettersi all’ascolto del megafono di Dio.

Queto instant book esce nel mentre l’OMS calcola che al mondo siano più di 300.000 i contagi mentre i morti arrivano a 15.000. Alcuni elementi caratterizzano il testo. Il primo è rappresentato dalla composizione: è evidente che il lbro è composto da due parti. Nella prima il fulcro è rappresentato dalla traduzione della lettera di Lutero sul comportamento dei cristiani nell’epidemia che imperversava nella seconda metà degli anni ’20 in Germania e che aveva coinvolto anche Wittenberg (Se sia lecito fuggire da una pestilenza mortale). Il testo di Lutero è preceduto da un’introduzione che ricostruisce il contesto storico e da un commento al testo medesimo da parte di uno studente di teologia ciinese della zona di Wuhan.
Nella seconda parte, segnata dal sottotitolo “la fede ai tempi del coronavirus”, sono raccolti i contributi in parte pubblicati sul nostro blog del DiRS–GBU.

Il secondo elemento che caratterizza questo libro è il fattore temporale: tutti i contributi, soprattutto quelli della seconda parte, riportano la data in cui sono stati pubblicati. Scorrendoli si ottiene una sorta di time lapse dell’esperienza della pandemia che, mentre pubblichiamo, è ben lungi dal permetterci di vedere all’orizzonte la luce in fondo al tunnel.

Nel darlo alle stampe nutriamo la fiducia che, pur nell’alternanza di certezze e interrogativi, il testo possa contribuire a farci cogliere il messaggio che Qualcuno vuole forse comunicarci.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Dalla paura alla fiducia

(Pablo Martinez)

In cerca di un rifugio sicuro durante l’epidemia

Viviamo giorni di ansia e incertezza. Il mondo intero ha paura. All’improvviso abbiamo preso coscienza della fragilità della vita. Che cosa succederà domani? La fortezza nella quale l’uomo contemporaneo si credeva sicuro è diventata debolezza, ci sono delle crepe nei pilastri e noi ci sentiamo vulnerabili. La gente va in cerca di un messaggio di serenità e tranquillità.

Una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo scuote la nostra filosofia di vita e indebolisce la nostra autosufficienza. Ci obbliga a cercare rifugio in valori sicuri. In ambito finanziario si ricorre all’oro, quando la borsa crolla. Qual è l’equivalente dell’”oro”, nella nostra vita? Dove possiamo riporre la nostra fiducia? Questa è la domanda chiave.

Come cristiani crediamo che il valore rifugio per eccellenza, “l’oro” a cui ricorrere, è la fede, la fede in Cristo. L’apostolo Pietro scriveva «la vostra fede è ben più preziosa dell’oro» (1 Pietro 1:7). E noi lo crediamo perché la fede cristiana risponde ai bisogni più profondi dell’essere umano, ci dà tre grandi colonne che ci sostengono:

  •    Bisogno di un’identità: Chi sono? Da dove vengo?
    •    Bisogno di uno scopo: Che cos’è la vita? Perché sono qui?
    •    Bisogno di una speranza: Cosa c’è dopo la morte?

La Bibbia, la “lettera aperta” di Dio agli uomini, ci insegna il cammino che porta alla fiducia nei momenti di crisi. Uno dei testi più incoraggianti in questo senso è il Salmo 91, chiamato anche “L’inno trionfale della fiducia”. Ha dato respiro e pace a milioni di persone durante il fuoco della prova.

Probabilmente fu scritto nel bel mezzo di un’epidemia di peste. Potrebbero essere state circostanze simili a quelle che stiamo vivendo oggi. Quindi, il suo messaggio è particolarmente rilevante per la nostra situazione attuale di epidemia.

Il suo messaggio di riassume in una frase: la fiducia trionfa sulla paura. Il salmista ci presenta il “percorso” dall’ansia-paura verso la fiducia in tre passi. In realtà sono gli stessi passi che troviamo in una relazione d’amore:

  •    Conosci Dio
    •    Ama Dio       
    •    Confida in Dio

Conoscendoci ci incontriamo, e incontrandoci ci amiamo. Succede così con la fede. La fede cristiana è una relazione d’amore che inizia con un incontro personale con Gesù, «l’immagine (il ritratto) del Dio invisibile» (Colossesi 1:15), e si regge sula fiducia. Vediamo questi passi:

  1. Conosci Dio

Dio è il grande sconosciuto. Molte persone rifiutano Dio senza sapere nulla di Lui; in realtà ciò che rifiutano è la loro idea di Dio, un Dio frutto della loro immaginazione. Conoscere come sia Dio realmente è un passo imprescindibile nel percorso verso la fiducia. Per questo il salmo inizia con una illuminante descrizione del carattere di Dio:

«Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente.

Io dico al Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio Dio, in cui confido!”»

(Salmo 91:1-2)

Nei due versetti iniziali si menzionano perfino quattro nomi diversi per spiegare chi è e come è Dio. Uno straordinario ingresso nella fiducia! Per il salmista, Dio è l’Altissimo, l’Onnipotente, il Signore (Yahweh) e il Dio Sublime.

La conoscenza di Dio è il fondamento della nostra fiducia. Potremmo parafrasare il proverbio e affermare “dimmi com’è il tuo Dio e ti dirò com’è la tua fiducia”. Nel conoscerlo, il salmista sperimenta che Dio è il suo Riparo, la sua Ombra, il suo Rifugio e la sua Fortezza.

2. Ama Dio

In secondo luogo, conoscendo, amiamo e si stabilisce una relazione personale. Notiamo come il salmista si riferisca a Dio come il MIO Dio, la mia speranza e il mio rifugio. L’aggettivo “mio” ci apre una prospettiva particolare  e cambia molte cose: il Dio del salmista è un Dio personale, vicino, che interviene nella sua vita e si preoccupa dei suoi timori e delle sue necessità.

Qui troviamo uno dei tratti più caratteristici della fede cristiana: Dio non è soltanto l’Onnipotente, il creatore dell’Universo, ma anche un padre intimo, l’Abba (“papà”) che mi ama e mi protegge. Questo è il nostro grande privilegio: Dio ci tratta come un padre tratta i suoi figli perché in Cristo siamo fatti figli adottivi di Dio. Per il cristiano, Dio non è un “lui” lontano, ma un “tu” vicino. Per questo il salmista afferma con una bellissima metafora:

«Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio». (Salmo 91:4)

3. Confida in Dio

Dopo aver scoperto com’è Dio e aver posto in Lui il suo amore (Salmo 91:14), il salmista esclama: «Il mio Dio, in cui confido» (Salmo 91:2). L’amore e la fiducia svolgono un’azione reciproca: la fiducia è una risposta all’amore e l’amore, a sua volta, si esprime avendo fiducia.

Il cristiano confida nella protezione di Dio espressa in tre maniere, la tripla “C” della protezione di Dio:

  • Dio conosce
    • Dio controlla
    • Dio ha cura (di me)

Il caso non è la forza che muove il mondo. La nostra vita non è alla mercé di un virus, ma è nelle mani del Dio onnipotente. Crediamo che nulla accada fuori dal controllo di Dio. Per questo il salmista esclama sicuro:

«Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale… La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai… né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno mezzogiorno… Nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua tenda.» (Salmo 91:3-6, 10)

Lo stesso Gesù confermò questa realtà con parole piene di sensibilità:

«Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.» (Matteo 10:29-31, vedi anche Luca 12:6-7).

Come magnifico riassunto, è Dio stesso che parla alla fine del salmo e si prende l’impegno di compiere le sue promesse:

«Poich’egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m’invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò, e lo glorificherò.» (Salmo 91:14-15)

In conclusione, la fede in Cristo non è un vaccino contro tutti i mali, bensì una garanzia di totale sicurezza, la sicurezza che «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rom. 8:31). In altre parole, la fede non garantisce l’assenza della prova, ma garantisce la vittoria sopra la prova.

Non c’è posto per i trionfalismi, ma certamente c’è un trionfo. È il trionfo che la risurrezione di Cristo ci ha assicurato con la sua vittoria sopra il male e la morte. È lo stesso Cristo che ci dice oggi:

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente». (Matteo 28:20)

Lì è radicata la certezza della nostra fede e la fiducia che vince tutti i timori.

Il cristianesimo in tempi di epidemie

(John Wyatt)

Nel mondo antico le epidemie erano una fonte di terrore. Si sarebbero abbattute sulle città dell’Impero romano portando devastazione. Quella che viene chiamata l’epidemia di Cipriano fu una pandemia che afflisse l’Impero romano all’incirca dal 249 al 262 d.C. In questo periodo, al culmine della sua esplosione, si disse che nella stessa città di Roma morivano 5000 persone al giorno.

Ponzio di Cartagine scrisse una descrizione di prima mano: «In seguito, scoppiò una terribile piaga (peste), e l’eccessiva distruzione di destabile malattia invase ogni casa, una dopo l’altra, della popolazione tremolante, portando via giorno dopo giorno, con rapidità improvvisa innumerevoli persone, ciascuna dalla propria casa. Tutti tremavano, scappavano, cercavano di scansare il contagio, mettendosi empiamente a contatto con i proprio amici, esponendoli a rischio, come se, con l’esclusione della persona che sicuramente sarebbe morta di peste, uno potesse respingere anche la morte stessa. Intanto, ricoprivano tutta la città, non più di corpi, ma di carcasse di tanti e, la contemplazione di una sorte che a turno sarebbe stata la loro, esigeva che gli stessi passanti avessero compassione per se stessi. Nessuno considerava altro che il proprio crudele egoismo. Nessuno tremava al ricordo di un evento simile. Nessuno faceva all’altro quello che egli stesso avrebbe voluto sperimentare… »

Sorprendentemente, non ci sono giunti dei resoconti di prima mano relativi ai sintomi clinici e ai segni esteriori della piaga da parte dei medici ippocratici del tempo. Sebbene fossero rendicontate le descrizioni cliniche di molte altre malattie è stato notato che le descizioni mediche coeve della piaga sembrano vaghe e semplicistiche.

Perché? Sicuramente una ragione sta nel fatto che alle prime avvisaglie della piaga i medici ippocratici avrebbero disertato le città e sarebbero fuggiti nelle campagne per mettersi in salvo! Quando l’epidemia mise in pericolo Roma, il grande medico Galeno si spostò rapidamente in una tenuta di campagna dell’Asia Minore dove vi rimase fino a che non passò il pericolo.

Nell’opera ippocratica De arte lo scopo del medico era definito come «l’eliminazione della sofferenza del malato, ridurre la virulenza delle malattie e rifiutare coloro che sono già dominati dai loro malanni con il rendersi conto che in tali casi la medicina è impotente». Curare chi stava morendo equivaleva probabilmente a gettare discredito sulla reputazione della professione e mettere a rischio la fiducia nella capacità di guarire del medico.


È dunque notevole il fatto che fu un vescovo cristiano, Ciprano, che ci ha fornito la più accurata e dettagliata descrizione clinica dell’antica piaga: «Queste erano indicate come prova: mentre la forza del corpo si dissolve, le viscere si dissipano in un flusso; un fuoco che inizia nelle parti più profonde sale e brucia le ferite nella gola; gli intestini si scuotono a causa di un perpetuo vomitare; gli occhi bruciano per la pressione del sangue; ad alcuni, l’infezione della putrefazione mortale mozza i piedi o altre estremità; e mentre prevale la debolezza per i fallimenti e le perdite dei corpi, si paralizza il passo si perde l’udito si resta ciechi».


La descrizione di Cipriano ci fa pensare che la piaga del terzo secolo di cui egli fu testimone possa essere stata un’infezione virale emorragica, altamente infettiva e letale, simile al virus di ebola, sebbene continui il dibattito sulla natura di queste antiche epidemie.


Ciò che è chiaro è che c’erano scene di orrore – le strade piene di corpi sanguinanti dei moribondi e c’era il disperato tentativo della popolazione di salvarsi quali che fossero le conseguenze per gli altri. Qui c’è un’altra testimonianza di Dionigi di Alessandria: «Alla prima manifestazione della malattia i pagani allontanavano i malati e fuggivano dai loro cari gettandoli nelle strade prima che fossero morti e lasciavano i loro corpi non sepolti come si trattasse di immondizia, sperando così di evitare la diffusione e il contagio della malattia fatale; facevano quel che potevano ma era difficile per loro sfuggire …».


Eppure in molte di quelle città dell’Impero romano c’era un piccolo corpo di credenti, spesso osteggiati e stigmatizzati come “atei” (per il fatto che nelle loro case e nei loro luoghi di radunamento non c’erano state e idoli) oppure definiti “galilei”. Come reagivano in questo tempo di distretta e orrore? Scappavano anch’essi in campagna per salvare le proprie vite?

Il racconto di Dionigi prosegue: «La maggior parte dei nostri fratelli, dunque, senza avere alcun riguardo per se stessi, per un eccesso di carità e d’amore fraterno, accostandosi gli uni agli altri, visitavano senza preoccupazione gli ammalati, li servivano meravigliosamente, li soccorrevano in Cristo e morivano assai gioiosamente con loro; contagiati dal male degli altri, attiravano su di sé la malattia del prossimo e ne assumevano volentieri le sofferenze. Molti poi, dopo aver curato e ridato forza agli altri, morirono essi stessi [ . . . ]».


Seguendo l’esempio di Cristo i cristiani credenti offrivano cure compassionevoli ai loro vicini pagani – accogliendoli nelle loro case, lavando le ferite, pulendo il sangue e gli effetti delle perdite, offrendo acqua, cibo e medicinali di base, «li soccorrevano in Cristo», anche se sapevano che esponevano se stessi a un rischio estremo.


Il mondo antico non aveva mai visto qualcosa del genere. Rodney Stark, uno storico della società ha intrapreso un’analisi dettagliata gingendo alla conclusione che le azioni dei cristiani al tempo dell’epidemia fu uno dei fattori più importanti nella crescita esplosiva della chiesa cristiana in questo periodo.


Quando ho letto questi racconti mi sono sentito indegno di portare lo stesso titolo di un servo cristiano. Quanto poco ho sperimentato il costo della cura simile a quela di Cristo se i paragono alle mie sorelle e ai miei fratelli del terzo secolo.
Ma nei secoli successivi i servi cristani si sono comportati allo stesso modo dalla storia tragica della piaga dell’epidemia di Cipirano del 250 fino all’epidemia di ebola del 2014 e fino ad oggi. Molti degli infermieri e dei dottori della Sierra Leone che hanno sacrificato le loro vite per curare le vittime di ebola erano cristiani credenti. Sapevano che l’equipaggiamento protettivo era scadente e che nonostante tutte le loro precauzioni, non avrebbero potuto difendersi. Eppure essi si sono presi cura, come le loro antiche sorelle e i loro fratelli che ministrarono ai malati nel nome di Cristo.


Non ho dubbi che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi verranno fuori le storie di sacrificio eroico. Va detto che nel mondo moderno non sono solo i cristiani credenti che si sacrifiano nella cura degli sconosciuti. Dobbiamo celebrabre l’impegno nella cura di tutti a prescindere dal loro credo o motivazione. E naturalmente, come professionisti dobbiamo essere sapienti nel prendere le precauzioni, sì da poter continuare a curare il più possibile, piuttosto che infettarci anche noi. Ma non dobbiamo dimenticare la nobile storia del cristianesimo in tempi di epidemia, ricordando le parole di Gesù, come fecero i primi cristiani: « In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me» (Matteo 25:40).

John Wyatt è Professore emerito di Neonatal Paediatrics alla UCL e Senior Researcher presso il Faraday Institute for Science and Religion, dell’Università di Cambridge

In italiano si può leggere, dello stesso autore, Questioni di vita e di morte. Dilemmi moderni alla luce della fede cristiana, Edizioni GBU, 2018.


L’articolo è stato ripreso dal blog di CMF (Chrisrian Medical Fellowship) ed è stato tradotto con permesso. (https://cmfblog.org.uk)

UN SALMO PER L’EPIDEMIA: LA FIDUCIA TRIONFA SULLA PAURA

di Pablo Martinez (Spagna)
Traduzione di Daniela Buraghi

“Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio Dio, in cui confido!”

Il Salmo 91, chiamato anche l’”Inno trionfale della fiducia”, è un gioiello. Ha dato respiro e pace a milioni di credenti che attraversavano il fuoco della prova. Secondo alcuni commentatori venne scritto nel bel mezzo di un’epidemia di peste (2 Samuele 24:13). Potrebbero essere state circostanze simili a quelle che stiamo vivendo oggi. Quindi, il suo messaggio è particolarmente rilevante per la nostra situazione attuale di epidemia.

Viviamo giorni di ansia e incertezza. Il mondo intero ha paura. All’improvviso abbiamo preso coscienza della fragilità della vita. Che cosa succederà domani? La fortezza nella quale l’uomo contemporaneo si credeva al sicuro è diventata debolezza, ci sono delle crepe nella roccia e noi ci sentiamo vulnerabili. La gente va in cerca di un messaggio di serenità e tranquillità. Dove trovarlo?

Il messaggio del Salmo 91 si riassume in una frase: la fiducia trionfa sulla paura.
Il salmista ci presenta tre frasi chiave che riassumono il “percorso” dall’ansia e dalla paura verso la fiducia:

“Il Mio Dio”: ciò che Dio è per me
“Egli ti libererà”: ciò che Dio fa per me
“Confiderò”: la mia risposta

1- “IL MIO DIO”: IL CARATTERE DI DIO

Il salmo inizia con un’illuminante descrizione del carattere di Dio. Nei due versetti iniziali si menzionano perfino quattro nomi diversi per spiegare chi è com’è Dio. Uno straordinario ingresso nella fiducia! Per il salmista Dio è l’Altissimo, l’Onnipotente, il Signore (Yahweh) e il Dio Sublime.

La consapevolezza della grandezza di Dio è il fondamento della nostra fiducia. Potremmo parafrasare il proverbio e affermare “dimmi com’è il tuo Dio e ti dirò com’è la tua fiducia”. Nel momento del timore il primo passo è alzare gli occhi al cielo, guardare a Dio e contemplare la sua grandezza e le sua sovranità. Nel farlo, il salmista sperimenta che Dio è il suo Riparo, la sua Ombra, il suo Rifugio e la sua Fortezza. Il ritratto di Dio in “quattro dimensioni”comporta una quadrupla benedizione. Conoscere come Dio è realmente è un passo imprescindibile nel percorso verso la fiducia.

Tuttavia, notiamo che il salmista si riferisce a Lui come il Mio Dio. Questa piccola parola, “mio”, ci apre una prospettiva particolare e cambia molte cose: il Dio del salmista è un Dio personale, vicino, che interviene nella sua vita e si preoccupa dei suoi timori e delle sue necessità. Siamo di fronte a uno dei tratti più caratteristici della fede cristiana: Dio non è soltanto l’Onnipotente, il creatore dell’Universo, ma anche un padre intimo, l’Abba (“papà”) che mi ama e mi protegge (Galati 4:6). Questo è il nostro grande privilegio: Dio ci tratta come un padre tratta i suoi figli perché in Cristo siamo fatti figli adottivi di Dio. Il salmista descrive questa esperienza con una bellissima metafora:

“Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio”. (v4)

2- “EGLI TI LIBERERÀ”: LA PROVVIDENZA DI DIO

“Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale… La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai… né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno mezzogiorno… Nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua tenda.” (v. 3-6,10)

Arriviamo al cuore del salmo: la protezione di Dio nella pratica. La conoscenza della grandezza di Dio deve essere accompagnata dalla consapevolezza della provvidenza di Dio. Siamo arrivati ad un punto cruciale, decisivo, dell’esperienza di fede. Se lo comprendiamo bene, sarà una fonte insuperabile di pace e serenità, però se lo interpretiamo male possiamo cadere in errori ed estremismi, oppure sentirci frustrati nei confronti di Dio.

La manipolazione del diavolo. È molto significativo che il diavolo tentò Gesù (Matteo 4:6, Luca 4) con una doppia citazione da questo salmo: “Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti… Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra.” (v.11-12). Usare male le promesse della protezione divina è una tentazione molto di moda ai nostri giorni. Fate attenzione alla super spiritualità e alla super fede! Può essere un modo di tentare Dio, come ci insegna la risposta schiacciante di Gesù a Satana: “Non tentare il Signore Dio tuo” (Matteo 4:7). Confidare in Dio non ci esime dal comportarci in modo responsabile e saggio.

Detto questo, non possiamo minimizzare la potente azione protettrice di Dio sopra coloro che confidano in lui:

“Poich’egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m’invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò e lo glorificherò.” (v. 14-15)

Una polizza per tutti i rischi? La parola chiave è “liberare”. Che cosa significa “Dio ti libererà”? La medesima espressione si applica a Giuseppe – “Dio lo liberò da ogni sua tribolazione” (Atti 7:10), tuttavia il patriarca dovette passare per molte valli dell’ombra della morte. Dio non gli evitò la prova, però lo riscattò da essa. Come disse Spurgeon, “è impossibile che nessun male accada a coloro che sono amati da Dio”. La fede non garantisce l’assenza della prova, ma garantisce la vittoria sopra la prova. L’apostolo Paolo sviluppa questa idea in forma magnifica nel cantico di Romani 8:28-39: “in tutte queste cose (le prove), noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati, Cristo.”

Quindi, la fede in Cristo non è un vaccino contro tutti i mali, bensì una garanzia di totale sicurezza, la sicurezza che “se Dio è per noi, che sarà contro di noi?” (Rom. 8:31). Questo salmo non è una promessa di completa immunità, ma è una dichiarazione di piena fiducia. Fiducia nella protezione di Dio espressa in tre maniere.

La tripla “C” della protezione di Dio. In ogni situazione di prova,

Dio conosce
Dio controlla
Dio ha cura (di me)

Nella vita dei figli di Dio nulla avviene senza la sua conoscenza e il suo assenso. Il caso non esiste nella vita del credente. La maestosa provvidenza del Dio personale risplende nei momenti più oscuri: “Cadranno al tuo lato in mille e diecimila alla tua destra; ma a te non arriveranno.” Niente succede se Lui non lo permette, come vediamo molto chiaramente nell’esperienza di Giobbe. Questa promessa viene ratificata dal Signore Gesù stesso:

“Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.” (Matteo 10:29-31, Luca 12:6-7).

3 -LA MIA RISPOSTA: “CONFIDERÒ”

Dopo avere contemplato il carattere di Dio – ciò che Egli è per me – e la sua provvidenza – ciò che Egli fa nella mia vita – il salmista esclama con fermezza: “il Mio Dio, in cui confido!”.

È una sequenza logica. La fiducia è la risposta a delle certezze. Il salmista ha conosciuto Dio in maniera personale, intima – “perché conosce il mio nome” (v.14). Una tale conoscenza lo porta a innamorarsi di Lui – “ha posto in me il suo affetto” (v.14) e si stabilisce una relazione stretta. Qui troviamo, certamente, la sostanza della fede cristiana: è la fiducia che nasce da una relazione d’amore, la certezza che l’amato non mi tradirà perché “Egli (Dio) è fedele”.
La nostra vita non è in balia di un virus, ma è nelle mani di un Dio Onnipotente. In questo è radicata la certezza della nostra fede e il fondamento della fiducia che vince tutti i timori. Non c’è posto per i trionfalismi, ma certamente c’è un trionfo. È il trionfo che Cristo ci ha assicurato con la sua vittoria sopra il il male e il maligno alla Croce. È lo stesso Cristo le cui ultime parole furono:

“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente”. (Matteo 28:20)

Di Pablo Martinez potete leggere in italiano i seguenti libri, tutti editi da Edizioni GBU:
Abba Padre. Teologia e psicologia della preghiera (1998)
La spina nella carne. Come trovare forza e speranza nella sofferenza (2011)
Inseguendo l’arcobaleno. Oltre il dolore, il lutto e le separazioni (2014)

Di prossima pubblicazione:
Abbi cura di te stesso. Sopravvivere e progredire nel servizio cristiano (giugno 2020)
Gesù: pazzo o Dio? A proposito della più brillante delle menti (giugno 2020)

La fede e la scienza ai tempi del coronavirus

Nicholas Wolterstorff, filosofo americano, all’inizio della sua carriera scrisse un piccolo libretto dal titolo The reason within the bounds of Religion (1976): il titolo faceva il verso alla ben più famosa opera di Immanuel Kant, La religione nei limiti della semolice ragione (1792). L’intento era abbastanza chiaro: rilevare che, contrariamente al programma illuministico, esemplificato dal pensiero del filosofo di Konigsberg, la religione continuava ad allungare le sue propaggini in tutti gli ambiti dell’esistenza umana; la ragione, lungi dall’essere autonoma e deliberante in maniera assolutistica nel campo del sapere e dell’etica (tentativo questo già compiuto, per altri versi, da Schleiermacher) doveva fare i conti con quei “motivi di fondo” che molte correnti di pensiero dell’inizio del ‘900 rimandavano alla religione.

La neutralità in campo filosofico, ma anche scientifico, era un “mito” (per citare il titolo di un’altra opera del 1991, (The myth of religious neutrality) per certi versi riferibile al testo di Wolterstorff.

Ma proprio in quel piccolo libretto il filosofo nordamericano, nel tentativo di spiegare in che modo interagiscono queste due mega–strutture dell’esistenza umana, la religione e la ragione, e fondando la tesi dell’imprescindibilità della dimensione religiosa, pronuncia una piccola parola di precauzione. Nel dire ai sostenitori della ragione pura e, di conseguenza, della sola scienza considerata guida per la propria vita, che è necessario prendere in carico i motivi di fondo religiosi, afferma anche che ci sono momenti in cui la comunità di fede deve prestare attenzione alla ragione, alla scienza e alla comunità scientifica. Arrivando addirittura a modificare le proprie convinzioni “religiose” e, al limite, anche le proprie interpretazioni della Bibbia.

L’esempio per questo audace pronunciamento – audace per un credente – è, naturalmente, l’affaire Galileo, un passaggio storico in cui venne richiesto esplicitamente alla comunità di fede un cambiamento di lettura del testo biblico sulla base di precise indicazioni scientifiche e filosofiche.

Il matematico di Oxford John Lennox, negli ultimi anni, ha fatto molto per dimostrare la tesi secondo la quale dietro le rivoluzionarie assunzioni di Galileo c’era una visione del mondo cristiana, ergo, che dietro la scienza moderna c’è la Bibbia (I sette giorni della creazionexi, Edizioni GBU). Ma tuttavia il clima che la vicenda Galileo provocò rivelò quanto fosse difficile e complicato per la comunità di fede sottomettersi all’autorità della scienza empiricamente affermata e modificare le peroprie convinzioni e la propria lettura del testo biblico.

Nel Vangelo di Matteo viene narrato un miracolo compiuto da Gesù e consistente nella guarigione di un lebbroso (cap 8): questi, rompendo le convenzioni della profilassi del tempo, si avvicinò a Gesù giungendo fino a un contatto fisico con il Maestro. Nel breve dialogo di cui rende conto il Vangelo il lebbroso ha modo di esprimere la sua forte convinzione di fede, (convinzione che riecheggia anche negli altri miracoli dei capp. 8 e 9 di questo Vangelo: il centurione, il paralitico, la donna dal flusso di sangue, etc.): se tu vuoi tu puoi. Alla fine, il lebroso è guarito e il tocco di Gesù con il quale fu operato il miracolo ha avuto un’enorme risonanza nella storia degli effetti del testo (dalle pagine de I promessi sposi a Madre Teresa di Calcutta, etc.).

La fede, la fede cristiana biblica, quella che prende sul serio la narrazione biblica considerandola Parola rivelata di Dio, è il luogo dell’impossibile, il campo in cui tutto ciò che l’uomo costruisce o che riesce a spiegare può essere sconvolto dall’azione potente del Dio vivente (a Dio ogni cosa è possibile, Mt 19:26). Da sottolineare: la nozione di un Dio vivente per i cristiani non è una nozione astratta ma una che prende corpo e si rafforza grazie al racconto evangelico della risurrezione dai morti di un essere umano (Gesù di Nazaret), il quale proprio in virtù della risurrezione fu proclamato Signore (Atti 2 – lo era anche prima). La fede cristiana crede dunque nella rottura dei vincoli, nello scompaginamento delle barriere, anche sanitarie, che l’uomo può erigere in virtù della potenza di Dio. Interi movimenti di risveglio nella storia del cristianesimo stanno lì a dimostrare che la potenza di Dio, e dello Spirito, è attiva, quando si hanno le lenti giuste per identificarla. Il dibattito cessazionista (se cioè i doni spettacolari e miracolosi dello Spirito non fossero limitati esclusivamente – fossero cessati – all’epoca apostolica) a fronte della crescita esponenziale del movimento carismatico appare anacronistico.

Queste convinzioni cristiane sono divenute particolarmente battagliere negli ultimi vent’anni, nella stagione di quello che è stato definito il nuovo ateismo, quando cioè pensatori di varia estrazione hanno messo sul banco degli imputati la fede in un Dio onnipotente (in inglese si dice dock e God in the dock era già il titolo di un saggio di C.S. Lewis, ed 1979). La fede in un Dio onnipotente, di fatto inesistente, hanno sostenuto questi pensatori, è una fede pericolosa, dannosa. L’orizzonte principale di questa polemica era la violenza terroristica – le religioni e il cristianesimo in particolare sono la madre di tutta la violenza umana (si veda in proposito Dio è un Dio violento?, Edizioni GBU, 2018). L’accusa era rivolta a quella fede che, partendo dall’esistenza non provata di Dio, costruiva una vera e propria visione del mondo. Lo scontro è stato molto duro. Da questa stagione, e dai dibattiti Dio esiste/Dio non esiste, è emerso una sorta di nuovo dilemma etico: sottomettersi alla scienza o sottomettersi alla religione e alla fede cristiana? Le forze in campo infatti si confrontavano come forze onnicomprensive che richiedevano una vera e propria adesione totale.


Poi sono arrivate le notizie da Wuhan, e il paziente 1 di Codogno, e il coronavirus ha imperversato!

Che ne è del dibattito tra scienza e fede alla luce dello scenario che stiamo vivendo? Sto scrivendo all’indomani della dichiarazione da parte del Governo italiano dell’Italia “tutta” come zona protetta (10 marzo 2020).

La parola d’ordine oggi è quella di seguire una serie di regole di comportamento tutte discendenti da alcune assunzioni scientifiche. Ci viene chiesto, in soldoni, di sottometterci all’autorità della scienza.

Dawkins sembra essere in vantaggio, a questo punto!

Continua la lettura in Lutero e l’epidemia. La fede ai tempi del coronavirus

Tre domande a Jonathan Lamb sulla Brexit

Jonathan Lamb

Nel mentre sto scrivendo molti dei miei amici e famigliari, di fatto tutti i miei connazionali inglesi, hanno celebrato oppure hanno fatto cordoglio per la nostra recente separazione dall’Europa. Durante la mia vita niente è stato così divisivo e polarizzante nella società britannica come questa questione. Essa ha fatto venir fuori differenze sostanziali in ordine a identità, cultura e tradizioni ed è stata caratterizzata da una retorica divisiva, segnata dalla perdita del garbo nel dibattito pubblico, e aizzata da posizioni stridenti sui social media. L’intero dibattito è stato amplificato dalle tribù cibernetiche che sembravano incapaci di espressioni sfumate o di legittimare posizioni di compromesso o finanche incapaci della cortesia dell’ascolto. Tutto ciò che è accaduto provoca degli interrogativi di fondo.

Chi ha ragione?

Dobbiamo sicuaramente ammettere che, come in tutti i dibattiti nazionali, ci sono motivazioni e importanti argomentazioni da entrambe le parti. Per coloro che desideravano separarsi (to leave) le preoccupazioni includevano la necessità di una gestione sapiente dell’immigrazione, il problema della sovranità nazionale (espresso dal ritornello «riprendiamoci il controllo» “take back control”), e la libertà di sviluppare nuove opportunità commerciali. Queste preoccupazioni evidenziano l’importanza della libertà, della democrazia, della trasparenza e della responsabilità.

Per coloro entusiasti di continuare a far parte dell’Europa (to remain) i temi erano costituiti dalla vitale importanza di una forte partnership economica con i nostri vicini, una posizione proiettata verso l’esterno rappresentato dalle diverse culture e i diversi popoli del mondo e un convinto sostegno a una significativa alleanza che ha garantito la pace in Europa per 70 anni. Queste preoccupazioni rivelano l’importanza dell’interdipendenza, dell’aperture, della diversità e della generosità.

Il fatto è che entrambe le parti del dibattito contengono delle verità che devono essere riconosciute e portate avanti e da solo questo fatto spiega perché un semplice referendumo binario “si/no” sia stato un meccanismo veramente povero per prendere una simile, significativa decisione. Inoltre, la scelta binaria ha portato a una polarizzazione a partire dalla quale non è più possibile giustificare l’altra parte o riconoscere la forza dell’argomentazione dell’altra persona, in pratica si è trattato di una ricetta adatta per ulteriori divisioni.

Che cos’è che è importante?

È evidente che al momento ciò che serve maggiormente nella società britannica è una narrazione unficante e resta il dubbio se esista una leadership politica capace di creare una cosa del genere nonché una opinione pubblica vogliosa di abbracciare una simile narrazione.

Così come la cosa è stata presentata sembrava una semplice scelta, ma le ragioni che soggiacciono alla polarizzazione sono molteplici. C’è un bisogno urgente di una maggiore eguaglianza sociale ed economica, molta più empatia nel dibattito sociale, una grande volontà di forgiare coalizioni piuttosto che apprfondire le linee di divisione e un’atmosfera aperta in cui possiamo ascoltarci attentamente gli uni gli altri piuttosto che alzare la voce a partire dalle nostre posizioni. 

E mentre riflettiamo sull’Europa, molti di noi provano una notevole tristezza per il fatto che, ai nostri numerosi cittadini e residenti all’interno dell’UE e oltre, siamo apparsi ostili – altro tema questo che necessita di essere risolto positivamente affinché l’integrazione sociale sia incentivata e la nazione benefici della ricca diversità della sua popolazione. Non c’è spazio per i crimini di odio, gli atteggiamenti razzisti o quelli rabbiosamente polarizzati. Quale che sia la nostra idea della Brexit, per una popolazione isolana come quella britannica fa bene ricordare la nstra dipendenza dagli altri. “Nessun uomo è un’isola” dichiarò John Donne 400 anni fa aggiungendo che “ogni uomo è un pezzo di un continente”. In un tempo più vicino al nostro, Martin Luther Kijng Jr. epresse l’importanza dell’interdipendenza quando disse: “prima che finiate la vostra colazione di questa mattina, avete sperimentato la dipendenza da più della metà del mondo”.

Nel giorno della seprazione dall’Europa, il Primo Ministro inglese ha sostenuto che un bisogno urgente per l’Inghilterra è quello “che inizi la guarigione”. Come può accadere tutto ciò?

Qual è il prossimo passo?

Come membro della famiglia cristiana britannica ed europea condivido la convinzione di molti milioni sparsi nel continente e secondo la quale il vangelo parla direttamente alla nostra situazione e offre la speranza per un nuovo futuro. A livello personale come comunitario o nazionale la risposta alle sfide non è “l’egoismo”. I problemi all’interno delle nostre società europee che inquietano di più e che si sono affacciati nella mia nazione riflettono atteggiamenti e comportamenti profondamente radicati e che spesso emergono quando rigettiamo i valori della fede cristiana nella nostra vita personale e pubblica. Ciò risulta non solo nella frammentazione e nella divisione ma spiega anche gli atteggiamenti egoistici, collerici e pieni di odio e di orgoglio che sono stati in evidenza nel dibattito pubblico e nei social.

In un periodo di turbolenza, intorno alla metà del ventesimo secolo, il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman sostenne che la ricostruzione era possibile unicamente “in un’Europa profondamente radicata nei valori cristiani” e in questo fu accompagnato da altri leader europei per la costruzione di un progetto che doveva portare a una nuova e salutare partnership nel continente. La stessa cosa è vera oggi: i valori contano. Il vangelo ha tanto da dire a proposito della dignità e del valore di tutte le persone, quale che sia la loro cultura, nazionalità, classe o genere. L’apostolo Paolo si accorse che avendo conosciuto Gesù Cristo la sua visione delle altre persone ne er stata trasformata: “da ora in poi, noi non conosciamo più nessuno da un punto di vista umano” spiegò ai Corinti (2 Cor 5:16). Non giudichiamo la gente a partire dallo standard del successo terreno ma vediamo ognuno fatto all’immagine divina e come qualcuno per il quale Cristo è morto. In una società divisa la comunità cristiana è chiamata a modellare la guarigione, la riconciliazione e l’interdipendenza, cose alle quali il Primo Ministro inglese oggi si appella. In realtà, è possibile vivere tutto ciò solo quando noi stessi ci siamo riconciliati con il Dio che ci ha fatti.

Questo concetto è espresso più chiaramente da Gesù stesso. Non solo invitò i suoi discepoli ad amare il prossimo come se stessi ma andò anche oltre: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano … e infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? (Mt 5:43-47). È questa la ragione per la quale l’insegnamento e l’esempio di Gesù sono così controculturali e hanno avuto un impatto così profondo sugli individui e sulle società intorno al globo. Essi scalzano l’arroganza autocentrata e l’indipendenza e richiamano all’umile dipendenza da Dio, la fonte di ogni saggezza e verità, e il cui scopo in Cristo è quello di stabilire un “nuovo uomo” (Ef 2:15). 

Questa è la profonda visione che dovrebbe modellare le nostre speranze per il nostro futuro personale, nazionale e continentale.

Jonathan Lamb è autore e insegnante biblico. Molti dei suoi libri sono stati pubblicati da Edizioni GBU

Tre domande a Emanuele Negri sui Coronavirus

  1. Cosa sono i Coronavirus?

I Coronavirus sono una famiglia di virus ampiamente diffusa nella popolazione umana e sono in genere considerati insignificanti per quanto riguarda la loro pericolosità. Possono causare sintomi come il comune raffreddore arrivando ad essere responsabili del 10-30% delle malattie respiratorie acute. Sono però presenti anche in altre specie animali. Solitamente non c’è passaggio da una specie all’altra, ma a volte succede e questo può causare l’insorgenza di un “nuovo” virus con caratteristiche diverse per scambio di materiale genetico. Il nuovo virus diventa quindi potenzialmente importante a seconda della capacità di essere trasmesso tra uomini, del nuovo “aspetto” che lo rende sconosciuto al nostro sistema immunitario, della sua virulenza cioè della capacità di causare una malattia più o meno grave.

Con i Coronarovirus tutto questo è già successo in altre due occasioni: nel 2002 con il virus responsabile della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) e nel 2012 con quello responsabile della MERS (Middle East Respiratory Syndrome). Per la SARS le persone coinvolte (intese come infette accertate cioè con isolamento del virus) furono circa 8000 con un 10% di morti ed un 20-30% di ricoveri in terapia intensiva. La MERS ha coinvolto in forma più episodica circa  2500 con una mortalità del 30% ed un 50-80% di ricoveri in terapia intensiva.

  1. Quali sono i rischi di questo nuovo virus?

Pur essendo, per quanto sappiamo fino ad oggi, molto meno pericoloso a livello individuale del SARS-CoV e del MERS-CoV, questo 2019-nCoV (questo il nome tecnico) lo è di più come potenzialità di interessamento di una popolazione molto più numerosa.

Secondo i dati a disposizione la mortalità da infezione da 2019-nCoV è del 2-3%. Paradossalmente è però più difficile contenere una epidemia da parte di un virus che causa delle forme di malattia lievi e che sono simili ad altre infezioni virali “banali” delle vie aeree. Così si possono avere più persone contagiate prima di riconoscere il propagarsi dell’infezione. Da qui la preoccupazione delle autorità sanitarie. L’impatto di un’infezione non dipende solo dalla pericolosità della singola infezione ma soprattutto dal numero di persone che ne verranno coinvolte. Anche se la mortalità relativa a questo infezione non è così alta, può diventare comunque alto in termini assoluti il numero di malati gravi e la mortalità complessiva. Essendo un virus sconosciuto al nostro sistema immunitario siamo tutti potenzialmente a rischio se ne veniamo a contatto. Attualmente siamo di fronte ad un epidemia ma non ad una pandemia (il 98% dei casi sono confinati ad una sola nazione) ma è ragionevole mettere in atto le misure possibile per evitarne la propagazione. Per il SARS-CoV le misure hanno funzionato. Per questo nuovo virus non possiamo ancora dire quale sarà l’efficacia delle misure preventive ma ad ogni modo anche solo il rallentamento della propagazione è molto utile perché dà tempo per preparare un eventuale vaccino e provare dei trattamenti antivirali.

  1. Quanto devo essere preoccupato e cosa devo fare?

Spesso abbiamo atteggiamenti irrazionali pendolando tra fatalismo (ad esempio verso il virus influenzale per il quale c’è la possibilità di vaccinarsi ma pochi lo fanno) e allarmismo (“evitiamo contatti con i cinesi”). Per quanto riguarda l’Italia, in termini assoluti, il virus che fa più danno è sempre quello influenzale mentre fino ad oggi non c’è nessuna evidenza che questo 2019-nCoV circoli nella popolazione italiana, quindi l’allarmismo è ingiustificato [ARTICOLO PUBBLICATO L’8 FEBBRAIO 2019, ndr]. E’ giusto che le autorità sanitarie siano prudenti ma io come singola persona devo comportarmi normalmente.

  1. Cosa suggerisce questo evento da un punto di vista cristiano?

Osservare quello che sta accadendo in Cina dove l’epidemia è un fatto reale, tangibile, ci ricorda  che nonostante tutto il nostro sapere e tutta la tecnologia a nostra disposizione, siamo fragili. Basta poco per bloccare tutto ciò che diamo per scontato. Crediamo di essere forti ma in realtà siamo disarmati. Dio ci avverte di questa nostra fragilità e per questo invita l’uomo a rivolgersi a lui oggi e non domani, perchè è solo lui che ci può dare pace e sicurezza.

Detto questo non credo che sia utile usare questo messaggio per “spaventare” le persone e annunziare l’evangelo, ma dobbiamo piuttosto mostrare sobrietà e saggezza e dimostrando testimoniando così che la pace e la sicurezza che dona il Signore sono concreti.

Emanuele Negri è medico internista e responsabile di terapia semi-intensiva presso l’High Care, il Dipartimento di Medicina Interna dell’IRCCS Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia Specialista in Cardiologia e Geriatria è anche responsabile di una locale chiesa evangelica a Parma.

Che relazione c’è tra l’Olocausto e i Vangeli?

Il valore della testimonianza nei resoconti evangelici

Il Gesù raffigurato dai Vangeli è Gesù così come i testimoni oculari l’hanno ritratto, è il Gesù della testimonianza. Dobbiamo osservare più da vicino questa categoria della testimonianza, il suo stato epistemologico, il suo ruolo nella storiografia e la sua rilevanza come categoria teologica.
La testimonianza è sia la categoria storicamente appropriata per la comprensione del tipo di storia che i Vangeli rappresentano, sia la categoria teologicamente appropriata per la comprensione del tipo di accesso che i lettori cristiani dei Vangeli hanno a Gesù e alla sua storia. È la categoria che ci mette in grado di superare la dicotomia fra il cosiddetto Gesù storico e il Gesù della fede.

Il punto fondamentale è che la testimonianza richiede fiducia. Ma come può essere giustificata una tale fiducia? Come si ricollega la conoscenza acquisita sulla base della testimonianza ad altri generi di conoscenza? Qual è il suo stato epistemologico? La nostra fiducia nella parola di altri è essenziale all’idea stessa di una seria attività cognitiva (R.A. Coady). Se la testimonianza è un mezzo di conoscenza tanto basilare quanto la percezione, la memoria e la deduzione, allora dobbiamo concepire la nostra situazione epistemica in termini meno esclusivamente individualistici e più in termini collettivi o intersoggettivi. Ma ciò non significa rinunciare a qualche genere di autonomia conoscitiva, come se l’individuo non potesse mai pensare da solo. Significa, piuttosto, che la fiducia epistemica negli altri è la matrice fondamentale all’interno della quale l’individuo può apprendere e usare, ciò che Coady chiama “un robusto grado di autonomia conoscitiva”. La fiducia è fondamentale, mentre la valutazione critica è importante ma possibile solo come attività secondaria, che presuppone un più basilare atteggiamento di fiducia.

I Vangeli, sebbene siano per molti aspetti particolari forme di storiografia, condividono largamente l’atteggiamento verso la testimonianza oculare che era frequente fra gli storici del periodo greco–romano. Questi storici tenevano in considerazione soprattutto i resoconti dell’esperienza diretta degli eventi che raccontavano. La cosa migliore per lo
storico era l’esser stato egli stesso un partecipante agli eventi (autopsia diretta). In mancanza di ciò, andavano alla ricerca di informatori che potessero parlare in base a una conoscenza diretta e che potessero interrogare (autopsia indiretta).

Non dovremmo però supporre che gli storici dipendessero in maniera acritica dalla testimonianza. Gli storici migliori vagliavano i loro informatori e soppesavano le testimonianze contrastanti, talvolta riportando due diversi resoconti benché giudicassero che uno era più credibile.

Ci sono certamente delle distinzioni molto valide da fare fra i metodi antichi e quelli contemporanei di fare la storia. Tuttavia, il forte contrasto è con la storiografia del tardo periodo romano e medioevale piuttosto che con i grandi storici del mondo grecoromano, che riuscivano a valutare le loro fonti con un certo livello di rigore perché (almeno quando stavano seguendo la prassi migliore) c’erano testimoni oculari che essi incontravano e interrogavano personalmente. Niente riguardo al metodo storico contemporaneo ci impedisce di leggere le testimonianze esplicite del passato per il gusto di ciò che esse intendevano raccontare e rivelare. Dipende da quali quesiti poniamo.

Nello studio scientifico neotestamentario [per esempio] c’è in circolazione un modo di pensare che affronta le fonti con un fondamentale scetticismo, piuttosto che con fiducia, e che pertanto esige che tutto ciò che le fonti affermano sia accettato solo se gli storici possono personalmente verificarlo.

È doveroso dire, ripetutamente, che il rigore storico non consiste in un fondamentale scetticismo verso la testimonianza storica ma in una fondamentale fiducia unita alla verifica per mezzo di interrogatori critici. La testimonianza potrebbe essere inesatta e potrebbe fuorviare, ma ciò non può essere presunto in modo globale bensì deve essere stabilito in ciascun caso. La testimonianza dovrebbe essere considerata affidabile fino a prova contraria.

Per una valutazione filosofica della storiografia più adeguata potremmo rivolgerci alla importante opera di Paul Ricoeur. Egli distingue tre fasi del lavoro dello storico. Queste sono intese come momenti metodologici e non ricorrono necessariamente in sequenza cronologica. Esse sono: 1) documentaria, 2) esplicativa/comprensiva, e 3) la fase rappresentativa. Una delle costanti preoccupazioni di Ricoeur è di distinguere la storia dalla finzione della narrativa insistendo che per ogni stadio ci sia un riferimento intenzionale, da parte del testimone o dello storico, a ciò che è accaduto nel passato.

Alla radice dell’intera impresa c’è la memoria La memoria è dichiarata nella testimonianza, la quale quando è registrata e depositata in un archivio diventa per lo storico un documento da studiare. I documenti sono perciò una “memoria archiviata”. Non si tratta di un caso di accettazione acritica della testimonianza. Ma la testimonianza richiede di essere creduta. Il testimone dice non solo: “Io ero lì” ma anche “credetemi”.

Credere nella parola di un altro, atto spontaneo e indispensabile nella vita quotidiana, nella storiografia deve convivere dialetticamente con il genere d’interrogatorio critico che la testimonianza archiviata provoca. Qui la necessità di fiducia è troppo facilmente trascurata poiché la testimonianza è stata rimossa dall’immediatezza del contesto dialogico della vita di ogni giorno, dove la dimensione della fiducia nella parola di un altro è scontata; per la testimonianza archiviata in qualità di documento storico la fiducia non è meno richiesta, è complicata ma non è affatto rimpiazzata da una valutazione critica.

Nella ricezione “critico-realistica” dello storico e nell’uso della testimonianza c’è una dialettica tra fiducia e valutazione critica. Ma la valutazione è più precisamente una valutazione della testimonianza in quanto affidabile o meno. Ciò che non è possibile è la verifica indipendente o la falsificazione di tutto quello che la testimonianza riferisce, tale che non sarebbe più necessario fare affidamento di essa. La testimonianza condivide la fragilità della memoria, che è l’unico accesso della testimonianza al passato, mentre, quando è antecedente alla memoria vivente, esistendo solo come memoria archiviata, è anche tagliata fuori dal contesto dialogico della testimonianza contemporanea. Ma, per la maggior parte degli scopi, la testimonianza è tutto ciò che abbiamo.

La speciale importanza che gli storici dell’antichità grecoromana attribuivano alla testimonianza oculare dei partecipanti conserva la sua validità. È vero che il pregiudizio contemporaneo contro le parti interessate, coinvolte nelle vicende narrate e perciò condizionate che ha portato a guardare con maggior favore gli osservatori presumibilmente neutrali degli eventi, ha giocato un ruolo importante nella storiografia contemporanea (e non meno negli studi biblici). Ma, in qualunque modo lo si voglia minimizzare, il punto di vista del partecipante coinvolto offre ancora un accesso unico al vissuto interno degli eventi. I lettori sono interessati al modo in cui i partecipanti vissero e percepirono quei particolari eventi.

Come moderno parallelo alla pratica degli storici greco romani sono addotte [Samuel Byrskog]le discipline relativamente recenti della storia orale. Il lavoro dello storico orale è fondamentalmente diretto a mettere in grado i testimoni stessi di raccontare tanto da permettere che il significato sociale trovato nelle loro esperienze sia parte della storia.

E il testimone oculare ha un ruolo speciale quando si tratta di eventi che trascendono la normale esperienza degli storici e dei loro lettori. Più è eccezionale l’evento e più l’immaginazione storica da sola è soggetta a condurci fuori strada. Senza il testimone che ci mette di fronte alla pura singolarità dell’evento, interpreteremo l’avvenimento secondo il criterio di valutazione della nostra personale esperienza. In tali casi, la testimonianza dell’informatore partecipe potrebbe disorientarci o provocare incredulità, ma, per conservare la ricerca della verità storica, dobbiamo permettere alla testimonianza di opporre resistenza alla limitativa pressione delle nostre personali esperienze e aspettative.

Come caso paradigmatico della storia contemporanea di un evento eccezionale di questo genere, viene subito alla mente l’Olocausto. Ricoeur parla di un evento al limite dell’esperienza e della rappresentazione, una frase che prende in prestito da Saul Friedlander (precedentemente Ricoeur ha usato l’espressione “eventi incomparabilmente unici”. Le testimonianze sull’Olocausto, egli dice, pongono un problema di accoglimento.

Le testimonianze dell’Olocausto non vengono facilmente fatte proprie dallo storico, visto che appaiono come scarsamente credibili alla prima impressione e sfuggono, inoltre, alle solite categorie di giustificazione storica. (Charlotte Delbo disse dei nuovi arrivi ad Auschwitz ciò che è valido anche per chiunque legga le testimonianze dell’Olocausto: “Essi si aspettavano il peggio, non si aspettavano l’inconcepibile”). Questo è il motivo per cui le testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto sono assolutamente necessarie per qualsiasi tentativo di comprendere ciò che accadde. L’Olocausto è un evento la cui realtà potremmo a stento immaginare se non avessimo le testimonianze dei sopravvissuti.

Anche nei Vangeli, se crediamo in essi, abbiamo a che fare con un evento “ai limiti”. Il paragone è azzardato. Fatta eccezione per l’eccezionalità storica dell’evento, l’Olocausto e la storia di Gesù non hanno niente in comune. La nostra argomentazione non intende in alcun modo sminuire la particolare unicità della Shoah. Al contrario, dobbiamo apprezzare questa unicità se il caso dell’Olocausto deve insegnarci qualcosa riguardo al ruolo della testimonianza in altri casi di eccezionalità storica. Con l’unicità dell’Olocausto ben chiaro in mente, perciò, ci volgiamo a considerare alcuni esempi della testimonianza dei suoi sopravvissuti.

La testimonianza dell’Olocausto e la testimonianza dei Vangeli
La testimonianza dei sopravvissuti dell’Olocausto è il contesto contemporaneo nel quale più facilmente riconosciamo che la testimonianza autentica dei protagonisti è totalmente indispensabile per acquisire una reale comprensione degli eventi storici, almeno degli eventi di una simile eccezionalità. All’infuori di questa notazione i casi dell’Olocausto e la storia di Gesù sono enormemente diversi. Ma la loro eccezionalità e il ruolo della testimonianza nel trasmetterli, per quanto possano essere trasmessi, sono comuni a entrambi. In ciò che segue traggo alcune delle implicazioni di questa corrispondenza di eccezionalità allo scopo di evidenziare certi aspetti delle testimonianze dei Vangeli.

1) Sia per l’Olocausto sia per la storia di Gesù, intesa nel modo in cui la intendono i Vangeli, ci vuole la categoria di Ricoeur degli eventi “incomparabilmente unici”, sebbene debba essere sottolineato di nuovo che ciò che qualifica ciascuno per una simile descrizione è totalmente diverso. Eppure in ciascun caso l’analogia viene meno in modo
molto più considerevole di quanto faccia l’impareggiabile particolarità di ogni evento storico, e questa mancanza di analogia è strettamente collegata al modo in cui ciascuno di questi due accadimenti assume il carattere di rivelazione, sebbene e di nuovo, in modi molto diversi.

L’Olocausto rivela a coloro che ascoltano la testimonianza dei testimoni ciò che non potremmo altrimenti sapere sulla natura del male e dell’atrocità e sulla condizione umana nel mondo contemporaneo. (“I nostri racconti … non sono essi stessi racconti di una nuova Bibbia?” domanda Primo Levi). La storia di Gesù rivela l’azione definitiva di Dio per la salvezza umana, ma solo a coloro che ascoltano la testimonianza dei testimoni.

Quando Ricoeur ha parlato per la prima volta degli eventi “incomparabilmente unici”, paragonò e contrappose le categorie positive e negative. Nel paradigmatico caso di Auschwitz (“Le vittime di Auschwitz sono, per eccellenza, i delegati presso la nostra memoria di tutte le vittime della storia” abbiamo a che fare con un evento che evoca orrore. L’orrore è la reazione che riconosce un simile evento, lo individua nella nostra consapevolezza della storia non solo in termini di impareggiabile particolarità di tutti gli eventi, ma in un modo che sfugge al tentativo dello storico di rendere particolari eventi comprensibili rintracciando le loro connessioni con altri eventi: L’orrore isola e rende incomprensibile, incomparabilmente unico, unicamente unico. Se persisto nell’associarlo all’ammirazione (assunta come opposto dell’orrore), è perchè rovescia il sentimento grazie al quale andiamo avanti a tutto ciò che ci sembra portatore di creazione. L’orrore . una venerazione rovesciata. È in questo senso che si è potuto parlare di Olocausto come di una una rivelazione negativa, di un anti–Sinai.

Cos’è allora che isola la storia di Gesù come impareggiabile nella sua inequivocabile rivelazione di Dio? Al posto di “ammirazione” e “venerazione.”, i termini che Ricoeur propone qui, dovremmo forse parlare di miracolo e manifestazione di gratitudine in presenza di un’incomparabile “pienezza miracolosa”. Proprio come accade per l’orrore (sebbene il termine sembri troppo debole) che risulterebbe sminuito se si equiparasse l’Olocausto agli orrori non eccezionali della storia, così come, senza le testimonianze, probabilmente faremmo, similmente è per il miracolo che sarebbe perduto se fossimo privati delle testimonianze dei Vangeli che evocano il carattere teofanico della storia di Gesù. (Non possiamo approfondire qui il modo in cui i Vangeli riferiscono l’orrore della croce a questa eccezionalità “piena di miracolosità” della storia di Gesù). Non è questo prodigio che perdiamo quando ci volgiamo dalle testimonianze dei Vangeli alle ricostruzioni inevitabilmente riduttive di un qualche tipo di “reale” Gesù storico?

2) L’unicità qualitativa di ciascuno di questi due eventi crea un problema di comunicazione, come abbiamo già visto nel caso dell’Olocausto. Il tentativo di collegare quanto accadde con le esperienze e la comprensione del nostro mondo consueto è fin troppo facile e punta a una facile intelligibilit. a prezzo dell’unicità dell’evento e pertanto anche del suo potere di rivelare. Quando la ricerca del Gesù storico ignora quello che i testimoni affermano nell’interesse di ciò che è facilmente credibile per gli standard dell’analogia storica, vale a dire, l’esperienza ordinaria, ciò riduce la rivelazione alla banalità di ciò che conoscevamo o potevamo conoscere comunque.

3) Malgrado la difficoltà della comunicazione, i testimoni che partecipavano hanno provato, per entrambi gli eventi, l’imperativo a comunicare, a rendere testimonianza. Non tutti i sopravvissuti all’Olocausto si sentirono spinti a rendere testimonianza, ma molti lo furono, specialmente quelli che hanno scritto biografie. A dire il vero, molti di quelli che morirono nell’Olocausto lasciarono le loro testimonianze. Wiesel, paradossalmente e in considerazione della sua stessa affermazione: .Per la sua unicità l’Olocausto sfida la letteratura., pensava anche che l’unicità dell’Olocausto creasse veramente una nuova letteratura: “Se i greci hanno inventato la tragedia, i romani l’epistola e il Rinascimento il sonetto, la nostra generazione (cioè, gli ebrei che hanno testimoniato dell’Olocausto) ha inventato una nuova letteratura, quella della testimonianza. Noi tutti siamo stati testimoni e noi tutti sentiamo che dobbiamo rendere testimonianza per il futuro, E quella . diventata un’ossessione, la singola più potente ossessione che abbia permeato tutte le vite, tutti i sogni, tutto il lavoro di quelle persone. Un minuto prima di morire pensavano che era quello che dovevano fare”.

Il criterio (non uno propriamente generico) secondo il quale i testimoni dell’Olocausto hanno creato una nuova letteratura della testimonianza, è praticamente lo stesso criterio secondo cui i testimoni della storia di Gesù hanno creato i Vangeli. Quei testimoni ritennero l’imperativo di testimoniare come un comando del Cristo risorto, e il parallelo è sufficiente per essere suggestivo. In entrambi i casi, l’unicità ha richiesto proprio il testimone come unico metodo per mezzo del quale gli eventi potevano essere adeguatamente conosciuti.

4) In entrambi i casi, l’eccezionalità dell’evento implica che solo la testimonianza di un testimone partecipante possa darci un qualcosa che si avvicina a un accesso alla realtà dell’evento. Nel caso dell’Olocausto è di nuovo Wiesel a esprimere questo in un modo ormai celebre: “la verità di Auschwitz è nascosta nelle sue ceneri. Solo quelli che l’hanno vissuta nella loro carne e nelle loro menti possono forse trasformarla in conoscenza”. Ma il punto viene sostenuto di nuovo dai sopravvissuti. Questa rivendicazione, presa come un diritto privilegiato alla conoscenza non condivisibile che nessuno pu. contestare, solleva l’obiezione professionale di una studiosa, Inga Clendinnen, la quale protesta che, per lo storico, .”nessuna parte della documentazione umana può essere dichiarata proibita […]. L’azione della storia, la nostra conversazione in atto con la morte, riposa sulla valutazione critica di tutte le voci provenienti dal passato”. Sostiene il suo punto intraprendendo una valutazione critica della testimonianza di Filip Müller, il cui resoconto del suo servizio come Sonderkommando ad Auschwitz è una preziosa evidenza di quanto altrimenti non sarebbe stato conosciuto. La valutazione è equilibrata.

Ci sono verifiche di coerenza e di concordanza con un’altra testimonianza che lo storico può opportunamente applicare. Ma nelle stesse parole di Clendinnen, “eventi non comuni accaddero ad Auschwitz, come in ogni campo”, c’è il riconoscimento che la valutazione deve rispettare l’eccezionalità che inerisce agli eventi per i quali è resa la testimonianza.

In questo e in altri casi, inclusi i Vangeli, la testimonianza chiede di essere creduta. Non consiste nella presentazione dell’evidenza e dell’argomentazione per quello che solo il testimone, la persona coinvolta dall’interno, può riferirci. In tutti i casi, includendo perfino i tribunali, la testimonianza può essere controllata e valutata in modi appropriati, ma ciònonostante deve essere creduta. Per gli eventi incomparabilmente unici che stiamo considerando, ciò è anche più vero. Sostenere, insieme ad alcuni critici dei Vangeli, che la storicità di ciascuna pericope del Vangelo deve essere accertata, una ad una, con argomentazioni a favore di ciascuna, non è riconoscere la testimonianza per ciò che necessariamente rappresenta. Significa supporre che possiamo estrarre fatti individuali dalla testimonianza e fare la nostra personale ricostruzione degli eventi non più dipendente dal testimone. Significa rifiutare quell’accesso privilegiato alla verità che proprio la testimonianza del partecipante ci può dare. La storiografia antica teneva opportunamente in considerazione una simile testimonianza in quanto essenziale per una storia autentica, e l’Olocausto ci dimostra come possa essere indispensabile quando gli eventi che dobbiamo affrontare sono “ai limiti”.

Richard Bauckham,
Gesù e i testimoni oculari

Edizioni GBU, 2010

 

 

 

 

Richard Bauckham sarà il prossimo relatore al XV Convegno di Studi GBU