Il “duplice ascolto” in tempo di guerra

di Giacomo Carlo Di Gaetano

Si deve l’espressione “duplice ascolto” a John Stott, il reverendo evangelico anglicano che ha influenzato enormemente il movimento evangelico del ‘900. Con questa espressione egli voleva indicare la necessità che i cristiani si ponessero nella condizione di un ascolto duplice nei confronti della Bibbia e nei confronti del mondo in cui vivono; questo al fine di far si che la loro testimonianza fosse a un tempo biblicamente fondata e autenticamente rilevante per le donne e gli uomini di oggi. Stott non era il primo ad aver indicato questa duplicità della sensibilità cristiana. Qualcun altro prima di lui (forse Oscar Culmann) aveva usato l’immagine del cristiano con la Bibbia in una mano e con il giornale sotto il braccio.

Queste immagini sono suggestive e rimandano a un tempo in cui i cristiani, in pieno benessere economico e sociale, si chiedono in che modo la loro testimonianza può essere radicale, può fare la differenza. A me paiono immagini che si collocano perfettamente in un tempo di pace in cui meditare, quietamente, e leggere il giornale, sono attività che possono essere svolte senza molti patemi d’animo. La parola d’ordine è influenzare, essere presenti, contare!

Ma, mi chiedo, proprio nei giorni in cui fanno il giro del web le immagini di Bucha, in Ucraina, esiste una versione del “duplice ascolto” per i tempi di guerra?

Che cosa potremmo ascoltare dalla Bibbia, affinché la nostra testimonianza possa essere rilevante anche mentre il rombo assordante della guerra è ciò che ascoltiamo, al giorno d’oggi?
Proviamoci.

Ascoltare la Bibbia/parola di Dio

Da dove cominciare? Un po’ come per altre questioni (penso alle migrazioni), viene il dubbio: si comincia dall’AT, con le sue definizioni di nazione (Gen 10), di popolo eletto (Gen 12), con le legislazioni precipue sui confini (Torah), con i racconti di guerre di conquista (Giosuè), di atti eroici (quante volte avete ascoltato il riferimento a Davide e Golia, per narrare il conflitto russo-ucraino)? Con i racconti del coinvolgimento divino (Il Signore degli eserciti) e del mondo soprannaturale?

O si comincia con il NT, e in quale punto? Con il testo/pretesto manifesto del pacifismo (la parola di Gesù a Pietro sulla spada che ferisce e fa perire e dunque da riporre nel fodero); con l’insegnamento sulla radice ultima della forza legittima di Romani 13 (da cui la tradizione della guerra “giusta”); dalla visione del potere umano come di un potere bestiale (Apocalisse) e, di contro, dalla visione dell’autorità che indicò Gesù ai discepoli (le nazioni hanno chi li governa … ma così non sia fra di voi)?

Come sempre, abbiamo bisogno di chiavi di lettura globali che, pur partendo da precisi punti (possono anche essere dei singoli versi …) siano in grado di permetterci la ricostruzione di una cornice di senso per l’intero insegnamento biblico, in presenza della guerra. Questa operazione è legittima e sembra sia il compito di precise discipline teologiche come la teologia sistematica e, ancor più, la teologia biblica. Premesso che queste discipline si mantengano libere dall’ossequio a tradizioni teologiche preconfezionate (teologia riformata, dispensazionalismo, etc.); tradizioni che rivelano una particolare fragilità proprio quando si confrontano con il tema della guerra (basta leggere la storia delle teologie evangeliche per rendersi conto della loro fragilità nei confronti del tema della guerra).

Se dunque abbiamo bisogno di chiavi di lettura globali, qui mi permetto di indicarne due.

  1. Nell’etica del NT appare preponderante la dimensione soggettiva e individuale delle relazioni (basti pensare al frutto dello Spirito e ai frutti della carne di Galati 5; al Sermone sul Monte). A differenza dell’AT, dove emerge una dimensione più collettiva (c’è un soggetto “popolo”). Questo naturalmente non significa che nell’AT non sia presente un messaggio per l’individuo e che nel NT sia assente la dimensione collettiva.
  2. Emerge una prospettiva diacronica: le cose di Dio si muovono nella storia, c’è un percorso, una direzione (Oscar Cullmann in Cristo e il tempo e in altri lavori ce lo ha mirabilmente insegnato), c’è una storia della redenzione. C’è un’epoca di altri tempi, con la promessa e l’annuncio, della salvezza e del giudizio, c’è un presente carico di realizzazione ma anche gravido di futuro; c’è un già e non ancora; c’è un eschaton, un tempo ultimo, il nostro, nel quale si intravede però, e ancora, una fase ultimissima.

Bisogna provare a combinare i due piani: per esempio, la dimensione del soggetto, preponderante nel NT, è annunciata nelle pieghe del percorso storico veterotestamentario (amore per Dio e amore per il prossimo), e soprattutto perché a un certo punto si guarda a un Soggetto per eccellenza, il Messia, all’uomo nato per diventare Re, come articolava Dorothy Sayers nella sua lettura del Vangelo di Matteo, enfatizzando, nella vicenda terrena di Gesù, lo scontro con il potere violento e guerrafondaio: all’inizio (cap. 2, Erode, i magi, la famiglia sacra e la strage degli innocenti), e alla fine (cap. 27, sei tu il re dei giudei? Il mio regno non è di questo mondo ..).

Ecco, è la natura del Soggetto per eccellenza, il Messia, confessato come il Signore dalla comunità delle origini a essere forse la chiave di volta per un ascolto attento della Parola, in tempo di guerra, che coniughi dimensione diacronica e concentrazione sull’individuo.

Seguiamo questa pista.

Nella proposizione del suo nome (Salvatore del popolo) e dei suoi titoli, Figlio dell’uomo, tra gli altri, Gesù riassume in sé la partecipazione alle vicende umane tipica dell’AT, dove si parlava del Signore degli Eserciti, e ne rivela la direzione ultima nonché la sua modalità d’azione (Principe della pace). Lì, nell’AT, lo vedevamo presentarsi come un guerriero (a Mosè, a Giosuè), come ombra dietro ai monarchi espansionisti Davide e Salomone. Ma non va dimenticato, tra l’altro, che il Signore degli Eserciti non era tale solo all’esterno ma lo era anche all’interno, per il suo popolo, che non risparmiava quando legava la sua identità a fattori etnici e nazionalistici e se non allontanava l’idolatria, la vera madre di tutte le guerre.
Questi temi rappresenteranno una costante nella predicazione di Gesù e nel conflitto con le autorità politiche e religiose del suo tempo.

Un tempo, dunque, Dio era Dio degli eserciti non perché e semplicemente era al comando di uno specifico esercito contro altri eserciti; ribadiamolo: poteva anche sbaragliarlo, il suo esercito, in presenza di una contaminazione (la disfatta di Ai nel libro di Giosuè), poteva anche mandarlo in esilio se non rispettava l’orfano e la vedova (tra l’altro). Il Dio degli eserciti e padre di una nazione insegnava, già in un’epoca di brutalità efferate, e che non conosceva le convenzioni internazionali – che tra l’altro non vengono rispettate neanche oggi – che bisognava prepararsi ad amare anche i nemici, che bisognava andare a Ninive a predicare appunto ai nemici (Giona).

Il Dio degli eserciti non era nazionalista ma universalista, aveva di mira il dominio del mondo: si pensi alla figura del Figlio d’uomo di Daniele 13!

Ma questa è proprio l’istanza del Messia, di Gesù, il dominio del mondo, la sottomissione dei poteri mondani e di quelli ultra-mondani e sub-mondani (Ap. 4) non però mediante un esercito ma mediante la “spada” della Parola. Gesù, dunque, e non altri soggetti collettivi come per esempio la chiesa, è il Soggetto che, ereditando le istanze antiche diviene, suo malgrado e in ragione della portata universale del suo dominio, nemico degli imperi e della guerra: dell’Impero romano, subito, ma poi di tutti gli altri che si sono succeduti nella storia, a Oriente come a Occidente, fino agli estremi di queste latitudini. Fossero essi sacri e romani, Wasp, pagani o impregnati di ideologia religiose, del Sol levante o del Jiiad o della Grande Russia…

E infatti è il vangelo di Gesù Cristo e non la cristianità, la realtà che si è sparsa nel mondo e che rappresenta l’unica “forza” che trasformando gli individui può condizionarne le vicende geopolitiche. Con la seconda, la cristianità, sono arrivati le crociate, i conquistadores, e la Compagnia delle indie …. Non avevano a che fare con Gesù e con il vangelo, nonostante gli stendardi con la croce. Con il primo, con il vangelo, al contrario, è arrivato in tutto il mondo il frutto dello Spirito Santo, la testimonianza silenziosa ma feconda dei cristiani del giorno dopo giorno, di coloro che sono stati luce e sale nelle pieghe della storia, nella prosperità economica (à la John Stott) ma anche nei conflitti, come nelle guerre.

E attraverso di loro che si palesa quella strana parola della Lettera agli Ebrei (cap 2) in cui si indica Gesù come il vero Signore della storia, anche se sotto segni contrari:

Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto. Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte; però vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.

Cerchiamo nella Bibbia (la vogliamo ascoltare) un punto di sintesi di una riflessione sulla guerra e scopriamo che sia la figura di Gesù a essere questo punto di sintesi. Gesù è colui che sta di fronte al tema della guerra russo–ucraina (ricordiamoci che dobbiamo ancora ascoltare il mondo, e lo faremo prossimamente). In che modo allora è coinvolto Gesù nel conflitto? Sicuramente non nei grotteschi balbettii delle chiese con i loro impasti di criptopaganesimo (con tutto il rispetto per la venerazione di madonne, icone e segreti mariani), oppure con le formule stereotipate e sterili di organismi vari (con tutto il rispetto per Consigli ecumenici e Alleanze di vario genere).

Gesù è coinvolto nel conflitto, a mio giudizio, in due forse tre modi:
– nei furgoni e nelle carovane che portano aiuti (in quelle religiose come in quelle laiche e secolari);

– Gesù è coinvolto nella testimonianza da fede a fede tra la gente, tra le persone, come unico conforto nella vita e nella morte grazie alla comunicazione del vangelo che, è certo, i credenti in Gesù Cristo stanno facendo anche ora, nell’ora più buia; negli scantinati, come facevano nell’ormai distrutta Facoltà Battista di Irpin;

– Gesù è presente in un grido che guarda all’eschaton, un grido, forse, millenarista, sì, perché no? Abbiamo visto la tua azione nell’umiltà, nella croce, Signore, l’abbiamo confessata e vogliamo incarnarla; ma, ti preghiamo, facci vedere, almeno per un tempo, che cosa avrebbe potuto essere la terra se avesse regnato il Figlio di Dio; è vero che il lupo potrebbe sedersi accanto all’agnello? Che dalle spade si potrebbero costruire vomeri? Questo desideriamo vederlo, nel mentre assistiamo alla macelleria della guerra.

Ma se di fronte alla guerra la Bibbia si suggerisce di guardare “cristologicamente” e se il Cristo che conosciamo, confessiamo e imitiamo è quello della croce, che ci chiede, oggi, di esprimerlo in questi termini (la croce e la non violenza), pur avendo la consapevolezza della sua potenza e nutrendo la speranza di vederlo in azione, allora si pone necessariamente una riflessione per il giorno d’oggi. Come combinare la croce con il giornale e con i report che vengono dal campo di battaglia?

Ascoltare il mondo … segue

 

 

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