L’umanità magnifica di Papa Leone XIV – Parte II
Alcune riflessioni sull’ultima enciclica papale – Parte II
di Stefano Molino
Nota: I due contributi che qui pubblichiamo sono parte di una riflessione autonoma, ma complementare, fatta dai due autori, sull’enciclica papale Magnifica Humanitas. Fanno parte degli articoli che servono ad “avvicinarci” al Convegno di Studi GBU di questo prossimo dicembre.
Leggi la Parte I cliccando QUI
Il titolo esplicito dell’enciclica ne riassume bene il contenuto: l’IA è uno strumento che comporta dei rischi, primo tra i quali quello di compromettere la dignità umana. L’introduzione precisa di voler intavolare un dialogo con “tutti gli uomini” che abbiano come fine “nuove strade per il bene comune e una vita dignitosa per tutti” (§2), in quanto questo dialogo “ è parte integrante della vocazione della chiesa”.
Il rischio che Prevost individua fin dall’inizio (§5) è quello della detenzione dell’innovazione tecnologica da parte di privati, senza il necessario intervento di una regolamentazione normativa da parte degli stati. Questo dato è particolarmente significativo se si pensa che l’enciclica è stata presentata il 26 maggio in presenza di Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, una delle società di big data, potenziale bersaglio delle critiche dell’enciclica.
Fronte a questa situazione lo sviluppo dell’IA può seguire due vie, ed il pontefice coglie con efficacia rappresentativa e pertinenza applicativa due importanti immagini bibliche: si può scegliere di seguire la via della costruzione della torre di Babele che “è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione”; oppure, si può scegliere quella della ricostruzione delle mura di Gerusalemme a seguito del rimpatrio degli ebrei dalla cattività Babilonese, guidata da Neemia: quest’opera progredisce attraverso “la responsabilità condivisa di tutto il popolo” ed “ha Dio al centro”. L’incoraggiamento di Leone XIV è ovviamente quello di evitare la “sindrome di Babele” che potrebbe portare distruzione e ingiustizia, perseguendo piuttosto la “via di Neemia”, che indica un cammino di costruzione in cui ci sono divisioni, ma nel pluralismo si cerca coesione: “i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo” (§10). Il rischio della tecnica è quindi quello di creare una società ingiusta che fa l’interesse solo di alcuni lasciando altri indietro, pertanto il papa reclama criteri che permettano sì lo sviluppo, ma preservando la dignità di tutti e in particolare degli ultimi che rischiano di essere scarti della società. Si può apprezza il tono pacato di questa introduzione e l’inserimento del messaggio della chiesa in una posizione dialogante piuttosto che impositiva.
A prima vista, per un non cattolico, l’idea per cui i cristiani (presumo che con questi il Papa intenda soprattutto quelli di confessione cattolica) debbano avere il ruolo di “orientare l’agire a Dio” può sembrare sospetta: quali sono i limiti di questa influenza e in che misura potrebbero intaccare il principio di laicità dello Stato? Non sono mancate ingerenze da parte della Chiesa cattolica nello Stato italiano; tuttavia, le vie suggerite nel seguito dell’enciclica rassicurano, e paiono limitarsi a porre attenzione al tema dell’IA, senza anatemi e con indubbio buon senso, condiviso con altre indicazione dati da diversi osservatori. Rimane tuttavia problematico un punto: è molto difficile pensare che l’umanità intera possa costruire qualcosa che abbia Dio al centro: lo dico da cristiano non cattolico, che vede un tratto di discontinuità decisiva tra chiesa e società: se la chiesa può ispirare, e in certi casi guidare, come potrebbe convincere l’umanità a mettere “Dio al centro”, senza che questa umanità sia prima inglobata nella chiesa stessa? Ci vorrebbe un appello, che manca, ad una radicale conversione a Cristo.
Il primo capitolo è un excursus storico sulla dottrina sociale della chiesa che dalla Rerum Novarum dell’omonimo Leone XIII del 1891 ad oggi si è sviluppata organicamente. Se quella prima enciclica poneva il problema della classe operaia, la presente deve fare fronte alla “trasformazione” comportata dalla rivoluzione dell’IA. Il secondo capitolo contiene quindi i fondamenti di detta dottrina sociale che potrebbero essere riassunti come segue: la dignità dell’uomo dipende dal suo essere creato ad immagine di Dio e non dalle competenze o dall’efficacia di ciascuno. I diritti umani hanno come base il diritto alla vita, che sia l’aborto che l’eutanasia negano, ma rischiano di rimanere puramente formali in una società che punta tutto sull’efficienza. Cinque sono i pilastri su cui questo diritto di base poggia: il bene comune; la destinazione universale dei beni (proprietà privata e intellettuale come beni da condividere); la sussidiarietà, che riguarda il modo in cui famiglie, associazioni, corpi intermedi partecipano alla società e vanno quindi implicate nelle scelte che coinvolgono tutti, e che più rischiano di essere escluse dagli eventuali benefici dell’IA; lo sviluppo umano integrale, vale a dire un modello di sviluppo che è interamente rivolto all’uomo, e infine un criterio di autovalutazione: grazie alla sua dottrina sociale la chiesa stessa si mette alla prova e verifica la misura in cui è fedele al suo mandato.
Su questi due primi capitoli si potrebbe osservare che ben prima che Leone XIII si fosse deciso con la Rerum Novarum a dare inizio ad una dottrina sociale della chiesa, la riflessione della teologia sia cattolica che protestante aveva già affrontato la questione operaia: teologi come Lamennais avevano immaginato un cristianesimo sociale, seguito da proposte concrete bocciate dalla Santa Sede, mentre da parte protestante movimenti come L’esercito della Salvezza di William Booth (1865), o il Social Gospel che nasce nei primi anni Settanta dell’Ottocento in America avevano già offerto una risposta teologica concreta alla questione operaia. Ben venga comunque che la Chiesa Cattolica abbia, dopo altri, preso atto dell’urgenza delle cose nuove, e che continui a riflettervi sopra. Faccio questa osservazione senza alcuno spirito di polemica, ma semplicemente perché più avanti, in merito alla questione della schiavitù e della trasparenza, papa Leone XIV ha dimostrato di saper riconoscere errori della chiesa, e forse anche su questa.
Solo al terzo capitolo si entra nello specifico dell’IA: il grosso rischio della tecnica, secondo Prevost, è che il paradigma tecnocratico, che ha come metro di valutazione l’efficienza, diventi il criterio di valutazione delle scelte umane. “La tecnica non è un semplice strumento e (…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante” (§ 92) Con l’IA la tecnica aumenta il suo potere ed acquisisce una dimensione ancora più pervasiva, e tenuto conto che chi la gestisce sono dei privati, i rischi di controllo e manipolazione dell’umano sono enormi. Il tentativo di definizione dell’IA è complesso e si aggiorna di continuo, ma il pontefice afferma, per via negativa, una sua prima caratteristica, che mira a differenziarla sostanzialmente dall’intelligenza umana: “Questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze.” (§ 99) Possono imitare linguaggi senza capire cosa dicono e per quanto esse possano essere un utile aiuto, una loro adozione acritica e rapida presenta rischi elevati: ambientali (per le elevate risorse di energia e acqua che richiedono), etici quando intervengono in scelte umane in modo non trasparente. Le intelligenze artificiali vanno quindi disarmate e, in nome del principio del bene comune, devono essere rese appannaggio di tutti, e non solo dei pochi che ora ci guadagnano. Un appello specifico è rivolto agli sviluppatori di IA (111) perché se la loro opera potrebbe essere una partecipazione all’atto creativo, al contempo deve porsi la responsabilità della custodia dell’umano, evitando che il paradigma tecnocratico, che fonda la sua sicurezza sul controllo dell’imprevisto, prenda il sopravvento. È importante la denuncia dei pericoli delle prospettive del transumanesimo e del postumanesimo che auspicano una sorta di ibridazione uomo-macchina volta a superare ciò per cui l’umano è limite. Il pontefice vede in questo desiderio di superamento della condizione umana così fortemente segnata da limiti (malattia, vecchiaia, sofferenza, mancanza) un grosso rischio. Poiché “È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio” (§ 119). Il limite è quindi costitutivo dell’umano e anche laddove questo limite, che può assumere il volto del male intrinseco alla corruzione della condizione umana, produce orrori, si distingue un’umanità che cerca di lottare contro questo male. Il papa provvede esempi sia all’interno della chiesa che al di fuori di uomini esemplari che hanno combattuto il male. Esiste quindi una possibilità di superare l’umano, che è stata prospettata ben prima dello sviluppo possente della tecnica, e questo non è altro che il messaggio della grazia: la grazia di Dio interviene come trasformazione del limite umano e come “ricreazione” della natura (affermazione supportata da citazione di San Tommaso e di 2 Cor 5:17) (§127). è proprio a partire da un limite che l’umano percepisce il bisogno di grazia, che l’IA giudica invece come elemento da scartare. In questo essa rischia di essere piuttosto un ostacolo alla crescita.
Ritengo molto interessanti in questo capitolo due affermazioni: primo, la definizione della differenza tra l’intelligenza umana e artificiale. La prima ha sempre a che fare con una responsabilità e capisce realmente, cose che non fa la seconda. Secondo, la definizione dell’umano come limitato. In particolare, mi sembra degna di nota l’osservazione per cui non c’è bisogno di inventare un “transumanesimo” o un “postumanesimo” per cui l’uomo potrebbe essere aumentato o migliorato dall’IA: esiste già una categoria teologica fondamentale che permette all’uomo di trascendere se stesso ed è la grazia! Sembra di poter cogliere qui l’eredità agostiniana di Prevost, che proprio citando Tommaso sottolinea “la distanza infinita” tra uomo e Dio. Si tratta forse di una lettura diversamente tomista di Tommaso, ma ben adeguata a rendere conto della “nuova creazione” oggetto della citazione paolina che segue: “Se una è in Cristo è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate. Ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5:17). Si potrebbe interrogare Prevost su cosa pensi realmente della dialettica natura grazia, ma per fedeltà alla Scrittura citata va rilevato un punto: da un punto di vista biblico l’uomo non è semplicemente “limitato”. È deliberatamente peccatore e ribelle al comandamento di Dio. Parlando di limite sarebbe stato opportuno menzionare il problema del peccato, a cui solo la croce pone rimedio. Questo potrebbe far pensare che, nonostante l’agostinismo, il papa resti ancora all’idea tomista di una grazia che si limita a perfezionare i limiti umani. È comunque efficace l’aver segnalato che se l’IA ha come scopo ultimo di trascendere l’uomo, esiste un Dio che lo fa già e che lo fa meglio.
Il quarto capitolo indica quindi la via utile per “custodire l’umano”osservando come la trasformazione comportata dall’IA vada ad impattare sulle tre aree della verità, del lavoro e della libertà. Il problema della verità riguarda la gestione dei dati da parte delle big tech, che seppure non hanno certo inventato la disinformazione, attraverso la velocità e l’ampiezza di diffusione di notizie l’hanno indubbiamente amplificata. Le informazioni diffuse in rete possono condizionare pesantemente sia la visione della realtà, che l’educazione, che la crescita personale o lo sviluppo dei giovani. È pertanto necessaria una forte operazione di trasparenza sull’origine dei dati, una ricerca di equità per l’accesso alle fonti e questo implica il controllo da parte dello stato e dell’educazione pubblica. Va inoltre posta attenzione a come l’IA può modificare il mondo del lavoro, tagliando posti o stimolando forme di guadagno in cui “il reddito da capitale si sostituisce al reddito da lavoro” (§ 160) Quanto alla libertà, l’attenzione va posta sia alle potenziali dipendenze che al controllo sugli utenti di cui i grandi sistemi profilano i dati. A questo si aggiunge il problema di quei lavori nascosti su cui l’IA si basa, come “etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi – addestramento dei modelli” (§ 173), o materialmente estrazione di materiali per costruire processori, tutti portati avanti da un’umanità (talvolta anche da minori) spesso sottopagata, e posta in condizioni limitrofe alla schiavitù. Leone XIII riconosce lo sforzo fatto dalla chiesa negli ultimi due secoli quanto alla denuncia di questi mali, e fa mea culpa per come in passato sia mancata una denuncia ferma della schiavitù; sente la necessità di denunciare le nuove forme di colonialismo che ancora oggi separano l’umanità.
L’insieme delle osservazioni del quarto capitolo paiono ampiamente condivisibili indipendentemente dalle posizioni di fede, in quanto additano rischi già evidenziati da numerosi osservatori e critici. Hanno il merito di chiamare in causa i governi perché intervengano legiferando con una buona politica. Si può auspicare, senza troppo illudersi, che la moral suasion papalina pervenga a capi di stato e privati che hanno che hanno le mani sui dai dell’IA.
Il quinto capitolo, infine, affronta il tema della guerra opponendo una civiltà dell’amore ad una cultura della potenza. Depreca la tendenza per cui la guerra, vista fino ai tempi della stessa guerra fredda, come un rimedio estremo, stia diventando la via più breve come strumento di risoluzione delle tensioni internazionali. L’IA in questo offre un potente strumento di propaganda che penetra la cultura e, per la velocità con cui opera, rimuove facilmente la memoria storica dell’orrore delle guerre passate. Il pontefice pone il problema dell’uso dell’IA nelle tecnologie militari che permette di minimizzare i tempi di decisione e di colpire un avversario senza vederne il volto, abbassando necessariamente il livello morale del conflitto. (§ 199) Depreca quindi al perdita di forza del diritto internazionale e degli organismi di mediazione, in nome di un presunto realismo politico. In questo scenario dominato da logiche umane di potenza papa Leone sottolinea con fermezza la necessità di sviluppare una civiltà dell’amore che non va semplicisticamente tacciata di utopia. Il regno di Dio è proprio questa civiltà che cresce in modo discreto (citazione della parabola del seme che da sé cresce Mc 4: 26 – 32) e a cui tutti possono partecipare pur senza essere parte dei grandi decisori della terra, ma semplici individui. “Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì –non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura). (§ 212)
Le osservazioni sulla guerra da parte di un papa agostiniano (ricordiamo che Agostino fu il primo teorico della guerra giusta da parte cristiana[1]) sono particolarmente interessanti, e giungono a proposito se si pensa che l’enciclica viene pubblicata proprio nel pieno della guerra che gli Stati Uniti stanno conducendo contro l’Iran – guerra che ha enormi difficoltà ad essere definita non solo giusta, ma anche soltanto plausibili e che non a caso vede la critica di diversi esponenti del trumpismo militante. La citiamo perché la denuncia del papa sull’uso della guerra come strumento di risoluzione di qualunque tensione è qui particolarmente evidente. È pienamente condivisibile la denuncia di una cultura della potenza che l’IA, indifferente al volto umano, accresce e moltiplica, che si sta affermando mondialmente, e che in Europa vede la questione del rinforzo degli eserciti come prioritaria rispetto ad altre. Va quindi colto l’appello ad una costruzione della civiltà dell’amore, troppo spesso tacciata di utopia o “buonismo”. Nelle alte sfere ciò riguarda i canali come la diplomazia, ma non manca un appello ai singoli: la citazione della parabola del seme, mette infatti in moto la responsabilità individuale erga omnes, ricordando che ognuno deve partecipare alla costruzione di detta cultura.
Il pontefice conclude quindi l’enciclica con un appello ai cristiani alla contemplazione del volto di Gesù come viatico per l’unità e per la garanzia che in lui la dignità umana è pienamente preservata. Una vera spiritualità eucarestica è ciò che permetterà di evitare la dispersione e la frammentazione dell’umano ai tempi dell’IA. In ultima analisi ciò che Maria esprime nel Magnificat contiene elementi profetici validi anche per l’IA: il Dio che ha “disperso i potenti” saprà salvare gli umili e gli oppressi anche in presenza di una tecnologia potente.
Il ruolo profetico di Maria, che non ha visto cambiare il suo contesto socio-politico, ma ha visto la forza del regno che sarebbe arrivato, è una lettura illuminante del Magnificat. Peccato che l’ultimo paragrafo “affidi” a Maria il compito della custodia dei credenti per la realizzazione della cultura di pace; non ci si può affidare ad un’umana deceduta per un simile compito, che può spettare solo all’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tim 2:5).
Un’ultima osservazione: in perfetta armonia con un certo umanitarismo cattolico, il tono dell’enciclica riguardo alle possibilità dell’uomo è piuttosto ottimista, nonostante non ci sia un appello al pentimento. È in fondo possibile portare avanti una cultura della pace. L’IA viene invece considerata con un certo pessimismo, (nonostante il paragrafo 100 “Un aiuto prezioso”) e che va, giustamente, “disarmata” (110). Nel senso che se ne rilevano soprattutto i lati oscuri o i rischi – per altro, in modo, come già detto, pienamente condivisibile. Manca forse una riflessione su quelli che potrebbero invece essere i risvolti positivi di questa nuova tecnologia da gestire con prudenza, di cui il papa stesso pare aver beneficiato (ricordo di un articolo che raccontava dell’iscrizione di Leone XIV su Duolinguo che non era passata inosservata). In altri termini, l’ottimismo sull’umano, potrebbe aprire anche qualche spiraglio di speranza anche sul prodotto umano, mentre come evidenziato sopra, rimane aperto il problema di come coinvolgere tutta l’umanità, se il progetto è quello di operare mettendo Dio al centro.
Concludendo: ottimi avvertimenti, non necessariamente innovativi, ma pertinenti. Maggior chiarezza sul rapporto tra natura e grazia, senza cui difficilmente si può realmente trasformare l’umanità.
[1] Vedi a questo proposito l’interessante articolo di Massimo Rubboli, Agostino: la riflessione teologica sulla guerra giusta, https://dirs.gbu.it/agostino-la-riflessione-teologica-sulla-guerra-giusta/
Nota: I due contributi che qui pubblichiamo sono parte di una riflessione autonoma, ma complementare, fatta dai due autori, sull’enciclica papale Magnifica Humanitas. Fanno parte degli articoli che servono ad “avvicinarci” al Convegno di Studi GBU di questo prossimo dicembre.
Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero dei singoli redattori e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.
Per saperne di più sui nostri autori QUI



