Note su Stanley Hauerwas in margine a Luisa Borghesi
L’America e la guerra. Il pensiero politico—religioso di Stanley Hauerwas, Studium, Roma 2026
di Massimo Rubboli
i pacifisti cristiani non devono avere a cuore la pace perché sperano in un mondo privo di guerre, ma solo perché è cristologicamente corretto e non possono essere nient’altro che pacifisti
Stanley Hauerwas, A Pacifist Response to the Bishops, 1988
Sarebbe interessante capire perché Stanley Hauerwas, uno dei principali teologi dell’ultimo mezzo secolo, sia rimasto quasi sconosciuto in Italia: uno solo dei suoi cinquanta libri è stato tradotto in italiano (Cross-Shattered Christ, Grand Rapids 2020; Il Cristo straziato, Brescia 2020); i riferimenti al suo pensiero e alle sue opere sono pochissimi; nessun teologo italiano si è interessato della sua teologia ed etica cristiana. Forse la scarsa ricezione è da attribuire alla difficoltà di inserirlo in una specifica categoria teologica (anglicano, anabattista, cattolico, ecc.)?
Nell’attesa che qualcuna/o offra una spiegazione ragionevole di questa situazione, che suscita non poche perplessità nei confronti della teologia italiana contemporanea, è opportuno segnalare la pubblicazione di un volume che rappresenta un passo importante per la conoscenza di Hauerwas in Italia: si tratta di L’America e la guerra. Il pensiero politico—religioso di Stanley Hauerwas (Studium, Roma 2026) scritto da Luisa Borghesi, che ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e Scienze filosofico-sociali presso l’Università di Roma Tor Vergata.
Gli ambiti di ricerca della dott.ssa Borghesi si concentrano sul pensiero politico e religioso americano, il realismo politico, la secolarizzazione, la trasformazione dei modelli politici. L’interesse di Borghesi per Hauerwas risale almeno al 2019, quando pubblicò un breve articolo nel quale lo definiva «una delle figure più interessanti del panorama teologico statunitense» (Stanley Hauerwas – Un protestante “cattolico”, “L’Osservatore Romano”, 23 gennaio 2019). Negli anni seguenti, ha analizzato in diversi saggi le posizioni di autori con i quali il teologo americano ha dialogato e si è di volta in volta confrontato, da Reinhold Niebuhr al fratello Helmut Richard, da Francis Fukuyama e Samuel P. Huntington[1], da Robert Bellah a Richard John Neuhaus e molti altri. Charles Taylor. Particolarmente rilevante è il libro[2] dedicato da Borghesi al confronto tra Faith and History di Reinhold Niebuhr e Meaning in History di Karl Löwith, pubblicati entrambi nel 1949, che riguardano la filosofia moderna della storia e la secolarizzazione.
Per arrivare a comprendere Hauerwas, Luisa Borghesi ne ha seguito la formazione e l’evoluzione culturale. Nato nel 1940 in una cittadina vicino a Dallas, in Texas, e cresciuto in una famiglia metodista appartenente alla classe operaia, Hauerwas concluse la sua formazione con un dottorato alla Yale University e iniziò ad insegnare in un’università cattolica, Notre Dame, per passare poi alla Duke Divinity School. Influenzato prima dal ‘realismo cristiano’ di Reinhold Niebuhr e poi dal pacifismo del teologo mennonita John Howard Yoder[3], Hauerwas ha elaborato una teologia e un’etica cristiana fondate sull’idea che la chiesa è una comunità alternativa che incarna un diverso tipo di regno e la cui fedeltà a questo regno è la sua più autentica responsabilità politica e sociale.
Il libro di Borghesi mostra come questa impostazione sostenga la critica di Hauerwas alla teoria della guerra giusta e al nazionalismo cristiano diffuso nelle chiese americane. In opere come Against the Nations. War and Survival in a Liberal Society (1985) e War and the American Difference (2011), Hauerwas elabora una critica teologica del modo in cui gli Stati Uniti comprendono e giustificano la guerra e mostra come «lo stretto rapporto tra il cristianesimo e la democrazia americana sia stato, nel corso del tempo, suggellato dalla guerra […] tramite due tappe fondamentali, […] la guerra civile e […] la Prima guerra mondiale» (L’America e la guerra, p. 15).
La domanda centrale di Hauerwas è se la sequela di Cristo possa convivere con un’identità nazionale che assegna alla forza militare un valore necessario, formativo e persino redentore.
Al centro della sua tesi vi è l’idea che, nella vita pubblica americana, la guerra non sia solo uno strumento episodico della politica, ma una narrazione attraverso cui la nazione interpreta se stessa, si compatta e definisce il proprio scopo morale. Per Hauerwas, essa diventa quindi un elemento strutturale dell’identità nazionale, non una semplice risposta eccezionale a una crisi: modella l’immaginario morale collettivo, presenta la violenza come fonte di significato, unità e fine comune, normalizza l’uccisione e indebolisce le virtù civiche da cui dipende la vita democratica.
Per Hauerwas, la guerra produce danni che non si esauriscono nelle sue conseguenze più visibili. Alla perdita di vite, alle ferite, agli esodi e ai traumi si aggiunge un costo spirituale profondo: compassione, umiltà e capacità di pentimento vengono progressivamente erose.
La sua attenzione si concentra quindi anche sui sacrifici meno immediatamente riconoscibili: la perdita di chiarezza morale, l’indebolimento della fiducia tra cittadini e istituzioni e il peso spirituale sostenuto da soldati e civili. La questione decisiva, dunque, non riguarda soltanto ciò che la guerra pretende di ottenere, ma chi ne sopporta realmente i costi e se i benefici dichiarati possano davvero giustificarli.
Hauerwas analizza il linguaggio della “necessità” con cui il discorso politico americano tende a giustificare l’azione militare. A suo giudizio, questi appelli non descrivono semplicemente vincoli inevitabili, ma spesso mascherano scelte politiche precise e interessi economici.
Le narrazioni dell’eccezionalismo americano e della missione provvidenziale rafforzano questa logica, facendo apparire l’intervento militare come inevitabile, virtuoso o persino sacro. È soprattutto negli Stati Uniti dopo l’11 settembre che la voce di Hauerwas si impone con forza, collocandolo tra i più netti oppositori della guerra in Iraq.
Hauerwas è critico di quella religione civile che celebra la guerra come la sua «funzione liturgica centrale, necessaria a rinnovare in noi la consapevolezza di essere una nazione diversa da tutte le altre»[4]; il suo pensiero va contro ogni teologia politica, contro quel cristianesimo che comprende se stesso non a partire da Cristo ma dalla fedeltà a ideali minori come la patria e la democrazia, percepiti come universali. Nella prospettiva di Hauerwas, un “cristianesimo americano” nel quale le pratiche religiose si sono mescolate al nazionalismo è una definizione di per sé contraddittoria, perché una posizione cristiana che sia davvero tale non può che adottare una prospettiva radicalmente universale.
Borghesi sottolinea anche l’importanza che nel pensiero di Hauerwas ha avuto il problema della rilevanza politica del cristianesimo e la sua critica alla Chiesa che, tentando di essere rilevante, ha dimenticato che il suo primo compito non è «quello di costituire una forza, un movimento, una cultura in grado di influenzare il mondo» ma di essere Chiesa [Borghesi, L’America e la guerra, pp. 93, 103].
In conclusione, il libro di Borghesi non si limita soltanto a introdurre nel dibattito italiano il pensiero politico-religioso di un autore ancora poco conosciuto ma, collocandolo all’interno di una riflessione più ampia sul rapporto tra fede cristiana, identità nazionale e uso della forza, offre anche una chiave di lettura utile per comprendere questioni centrali della cultura politica e religiosa degli Stati Uniti.
[1] Luisa Borghesi, Dalla “fine della storia” allo “scontro delle civiltà”. Il dibattito americano tra Francis Fukuyama e Samuel P. Huntington, Studium, Roma 2025.
[2] Luisa Borghesi, Il senso della storia. Il confronto tra Karl Löwith e Reinhold Niebuhr, Studium, Roma 2021.
[3] Stanley Hauerwas, The Nonresistant Church. The Theological Ethics of John Howard Yoder, in Id., Vision and Virtue. Essays in Christian Ethical Reflection, Fides, Notre Dame, IN 1974, pp. 197-221.
[4] Stanley Hauerwas, La guerra e la diversità americana. Una valutazione teologica, in Aa.Vv., All’origine della diversità, Guerini, Milano 2008, p. 174, cit. in Borghesi, L’America e la guerra, p. 119.
Nota: Le riflessioni contenute in questo articolo sono frutto dell’elaborazione dell’autore. Pur essendo in linea con le Basi di Fede del GBU, i contenuti rappresentano il pensiero del singolo redattore e non impegnano la posizione ufficiale dell’associazione.




Trackbacks & Pingbacks
[…] Note su Stanley Hauerwas in margine a Luisa Borghesi proviene da DiRS […]
I commenti sono chiusi.