Tre domande a Pileria Pellegrino sull’insegnamento in carcere

Liberi dentro

L’uomo è nato libero
senza le esperienze è in catene.
Vorrei viaggiare per un istante
e sentire il calore del sole sulla mia pelle.
Conoscerò piccoli volti giovani
ma già consumati e pieni di rughe
e appesantiti da lunghe tracce
nonostante la tenera età!
Scoprirò vicoli nascosti
e a me sconosciuti
dietro le ombre della notte.
Viaggerò e scoprirò il mondo
i giorni e le notti passeranno lenti
nelle mie fragili mani che vogliono abbracciare il mondo.
Partirò, e questo giovane uomo,
ma già consumato, pieno di rughe e appesantito,
nonostante l’età,
scoprirà il mondo, con l’ansia di un bambino
e… parlerà di libertà! (Leonardo Guastella)

 

 

 

Come è iniziata l’esperienza?

Dopo anni di lavoro con preadolescenti e adolescenti, ho sentito il desiderio di iniziare una nuova “sfida” con un segmento di “utenti” a me ancora sconosciuto. Così tra le opzioni avevo espresso le sedi di istruzione per adulti, serali e carceri.

Mi animava il desiderio di provare un’esperienza nuova, di forte impatto emotivo, che mi desse nuovi stimoli e che mettesse in qualche modo alla prova la mia capacità di adattare il mio approccio didattico a situazioni non standardizzate.

Alla notizia del mio trasferimento presso la sede carceraria non ero quindi sorpresa, l’avevo chiesta! A pochi giorni dall’inizio delle attività didattiche due anni fa, un turbinio di pensieri cominciava a tempestare la mia mente: che persone avrei avuto di fronte? Con chi mi sarei confrontata? Ero capace di affrontare questa nuova situazione? Non avevo delle risposte, solo consigli e rasserenamenti da parte dei colleghi che nel frattempo avevo avuto il piacere e l’onore di conoscere. Ed è così che cominciai, senza certezze, quello che è diventato un lavoro sul campo tout court,

in cui le variabili in gioco sono molteplici ed in cui non esistono modelli prestabiliti da “calare”.

 

Qual è la tipologia di utenti?

I corsisti sono adulti, italiani e stranieri, consapevoli della loro condizione e piuttosto interessati a quello che facciamo. Non è possibile individuare una tipologia specifica perché provengono da ambienti sociali, economici e culturali molto differenti tra loro. Ognuno con il proprio vissuto, le proprie esperienze.

Dopo un periodo di “valutazione partecipata”, in cui ci si è resi vicendevolmente conto con chi si interagisse, non ho dovuto fare il minimo sforzo per ottenere la loro fiducia. Si è instaurato un clima sereno, in cui si comunica senza veli, si basa tutto sul rispetto e la franchezza.

 

Come si svolgono le lezioni e a chi sono rivolte?

Le lezioni si svolgono normalmente al mattino dalle 8.30 alle 12.30. Gli studenti vengono chiamati e, dalle loro celle, raggiungono le aule per la lezione. Non ci si assenta se non per colloqui familiari o con gli avvocati, per processi, per malattia o per quella che viene definita “carcerite”, malinconia ed inquietudine che talvolta condiziona i detenuti. Inoltre può capitare di non trovare più qualcuno di loro un giorno, perché trasferito, scarcerato o passato a misure detentive alternative. Nella casa circondariale “Sergio Cosmai” sono presenti due distinti indirizzi di studi per la scuola secondaria di secondo grado: IPSEOA, l’Istituto Professionale per i Servizi per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera, e l’ Istituto Tecnico Settore Economico Indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing, ex Ragioneria. Gli utenti hanno la possibilità di riprendere gli studi interrotti in passato oppure di iscriversi  ex novo. Tutti si iscrivono volontariamente, senza nessun obbligo.

L’approccio didattico è difficile?

Chi insegna ai ‘ragazzi difficili’ deve riuscire a costruire il tempo interiore dell’alunno che ha davanti, il quale vive invece un tempo fatto a pezzi, senza alcuna logica. Vive un tempo che è tempo perso.  Insegnare diventa quindi educare a dare valore al proprio tempo,  e in questo tempo cercare di educare ad apprendere.

Dove per educare si intende “ex ducere”, condurre fuori la persona che è in sé. Mi piace parlare di “persona” con loro in quanto nelle aule scolastiche non voglio identificare gli studenti con reati o pene, esistono solo le persone, e giocando con le lettere del termine “persona” usiamo il “sono per” a cui diamo significato giorno per giorno.

Così durante le lezioni non c’è differenza di approccio tra alunni che hanno da scontare pene di diversa durata.

Il carcere è un luogo di sosta, di passaggio per chi ha sbagliato, luogo  ideato per permettere di ripensare all’errore commesso: si deve allora superare la colpa per arrivare alla responsabilità. La pena deve diventare diritto e non solo punizione. Diritto di poter avere un tempo nuovo, ed una nuova opportunità.

 

Come ci si rapporta con uno studente che ha un fine pena lungo o addirittura un “fine pena mai”?

Come con gli altri, cercando di dare valore al tempo, coltivando il loro interesse manifestato in domande e desiderio di approfondire; mi piace aiutare chi fa fatica provando a spiegare le cose in modi diversi. Non è importante fare belle lezioni organizzate e rigide, credo sia più interessante svolgere buone ed efficaci lezioni in cui ci sia spazio anche per l’improvvisazione ed i riferimenti alla cultura popolare, cercando sempre la chiave di interesse in ognuno di loro e lasciando che essi viaggino all’interno del loro immaginario e dei loro racconti. Nasce così uno scambio assolutamente reciproco ed anche io imparo tanto quanto loro.  Ascoltare è fondamentale e sapere che corde toccare mi permette di tracciare itinerari diversi per ogni argomento, a seconda dell’obiettivo e dei punti da affrontare. Avendo pochi allievi diventa più facile creare un gruppo affiatato.

Cosa significa essere privati della libertà?

Non è facile rispondere a questa domanda. Sono abbastanza convinta che la reclusione passiva poco abbia di riabilitante. Ed è per questo che quando la scuola entra dentro un carcere ha un compito forte e delicato allo stesso tempo.

Entrare in classe e percepire che gli studenti proprio allora vivono un momento di libertà è indubbiamente molto gratificante. Durante le lezioni ci si dimentica di essere all’interno di un carcere. Noi lavoriamo con le persone e non con i detenuti. Alcune volte capita che gli alunni parlino di libertà ed allora il campo della nostra discussione si allarga. Cosa è in effetti la libertà? Quante persone presumibilmente libere vivono in prigione, e quante persone effettivamente imprigionate vivono libere? Più di quante pensiamo e immaginiamo. Perché c’è una libertà esteriore ed una interiore. La libertà esteriore è quella di muoversi, di parlare e di pensare secondo la propria testa. Un punto comune che collega tutte queste azioni è che ognuna di esse è limitata da uno o più fattori. Il muoversi può essere limitato da una malattia, dalla disponibilità di denaro o dal contesto in cui ci troviamo, il parlare può essere limitato da problemi fisiologici o psicologici e il pensare a sua volta dalle abitudini mentali che abbiamo. La libertà interiore è quella che ci costruiamo giorno dopo giorno, quella che ci permette di essere distaccati, ma allo stesso tempo partecipi alla vita. La libertà interiore si basa su valori che sono legati non alle leggi umane, ma ad un sentire e comprendere che va oltre i limiti da noi conosciuti, o meglio, di cui siamo totalmente consapevoli.

 

Capita durante le lezioni, che si affrontino argomenti sui temi della religione e della fede?

Spesso. Sempre più spesso si affrontano discussioni inerenti la fede. Diversi studenti iniziano a sviluppare un interesse per Dio. Si soffermano a riflettere su cose verso le quali in passato non hanno mai riflettuto abbastanza. Ciò che fa breccia maggiormente nei loro cuori non è una è la religione, un insieme di credenze e di manifestazioni con cui l’uomo cerca di tendere al soprannaturale, ma è la fede, la fiducia piena e incondizionata in un Dio che  ha lasciato il cielo per farsi uomo ed incontrarci personalmente: Gesù Cristo.  Quel Gesù che è stato arrestato, che è stato incatenato, messo in prigione, interrogato, sottoposto a processo, vittima di ingiustizia umana, che si è sacrificato per rimettere l’uomo in libertà. Libertà dal peccato, dalle accuse, dai pregiudizi.  Libertà di amare di ripristinare una relazione con Lui. Gesù pertanto appare meno lontano ed irraggiungibile, ma più vicino alla quotidianità di ciascuno, come Colui che familiarizza con le nostre difficoltà e le prende su di Sé per alleviare il carico insopportabile che ci opprime. Come Colui che ci rende davvero liberi e per sempre.

Pileria Pellegrino, ex studente GBU della Calabria parla della sua attuale esperienza lavorativa in qualità di docente di Italiano e Storia, presso l’IIS “Cosentino-Todaro” di Rende (CS) con sezione  all’interno della casa circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza.

 

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