La vittimizzazione delle donne

Derek e Dianne Tidball
(Bibbia e quote rosa, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU)

Giudici 19:1 – 30
La Bibbia non è nient’altro che realistica. Presenta il mondo così com’è, sia quando le relazioni umane sono bellissime sia quando sono caratterizzate da una spaventosa brutalità. Le sue storie recano frequentemente testimonianza a quanto tali relazioni si siano deteriorate dal tempo dell’iniziale disubbidienza di Adamo ed Eva; quanto sono caduti in basso, uomini e donne, rispetto ai propositi creazionali di Dio! Questo è vero più che mai nelle descrizioni dei numerosi e raccapriccianti episodi che coinvolgono le donne, che Phyllis Trible ha appropriatamente definito testi di terrore.

Leggere la Scrittura
Le tremende esperienze di alcune donne sono in genere riportate come dei dati di fatto, senza interpretazioni e spesso anche in modo asettico. Raccontare una storia non può mai essere un’operazione totalmente neutra. L’atto di raccontare storie comporta necessariamente l’adozione, da parte del narratore, di una certa prospettiva, che lo porta a selezionare alcuni aspetti in quanto più significativi di altri e a prestare più attenzione a certi personaggi che ad altri. Nondimeno, l’approccio espositivo prevalente della Bibbia, in linea con la migliore tradizione narrativa, è quello di lasciare che la storia parli da sola. Così, le storie in cui le donne sono vittime sono raccontate senza interpretazioni, senza essere corredate di lezioni morali e di solito senza che siano attribuite delle colpe. Si lascia che siamo noi a farci la nostra idea su quello che è giusto e quello che è sbagliato, su ciò che è bene o su ciò che è male. A volte il verdetto è chiaro o il contesto ci guida a una particolare, ineluttabile conclusione. Spesso, però, non è così.

Come lettori, naturalmente, dobbiamo essere consapevoli del fatto che non possiamo evitare di applicare le prospettive che ci sono proprie al nostro approccio alla lettura dei racconti. Dato che la stragrande maggioranza degli insegnanti e dei predicatori, tradizionalmente, erano uomini, spesso questi racconti (anche i testi dove le donne sono evidentemente oggetto di atrocità) sono visti in una prospettiva maschile: il risultato è che l’esecrabilità a carico degli uomini per quegli atti di crudeltà è minimizzata e se ne fa addirittura ricadere la colpa sulle donne o si sorvola sull’obbrobriosità del comportamento maschile. Il passo che sarà più sotto esaminato in modo più particolareggiato è stato spesso spiegato nel senso di un difetto d’ospitalità, il ché è vero. Solo che la donna, che nel racconto è quella che soffre di più, a volte può essere quasi vista come se, nella storia, non fosse neppure una persona.

Vittimizzazione delle donne
Nell’Antico Testamento varie importanti donne sono vittime. Fra loro c’è Agar, vittima dell’impazienza di Abramo e dell’insofferenza di Sara. Dina, figlia di Giacobbe e Lea, è un’altra vittima. Fu rapita da Sichem con fatali conseguenze per lui e i suoi concittadini. Anche Tamar è vittima dell’indifferenza della sua famiglia e poi quasi vittima della giustizia dell’uomo, finché non ne mette allo scoperto l’ipocrisia. Più tardi, c’è un’altra Tamar che fu rapita dal principe reale Amnon e vendicata due anni dopo da suo fratello Absalom. La storia più sconvolgente di tutte, però, riportata in Gdc 19, è quella dell’anonima vittima della lussuria di un Levita, della violenza di gruppo da parte di un’intera città e della fredda indifferenza del suo padrone.

L’anonima protagonista
a. In quel tempo… (1)
L’ambientazione di quest’episodio è significativa. In quel tempo non c’era re in Israele (1) non si limita a segnalare che quest’episodio ebbe luogo nel periodo precedente l’esistenza di una monarchia. La clausola, che ricorre quattro volte alla fine del libro dei Giudici, fotografa il dilagare dell’illegalità, della violenza e dell’immoralità nella vita degli israeliti e ne attribuisce la colpa soprattutto alla mancanza di una buona leadership. I primi giudici avevano messo qualche freno ai peccati del popolo ma gli ultimi erano stati sempre meno incisivi nel farlo, non da ultimo perché la loro stessa personale vita di pietà era in rapido declino. Il sentiero su cui Israele si era incamminato, portò inesorabilmente al rovinoso quadro, dipinto negli ultimi capitoli del libro dei Giudici, di una società che aveva rigettato Dio; una società dove regnava l’anarchia e le persone avevano perso la loro umanità. Lungo questa china, le donne diventarono sempre di più le vittime.

Nel libro dei Giudici le donne svolgono un ruolo di tutto rilievo. Per cominciare, eroine come Debora o Iael salvano la nazione in tempo di crisi e nel caso di Debora prestano servizio come guide anche in periodi meno turbolenti. Con il venire meno della legge e il declino della pietà, però, sempre di più sono presentate come vittime del folle comportamento degli uomini; una follia che la figlia di Iefte paga con la vita, al di là delle buone intenzioni del voto di Iefte. Anche l’anonima madre di Sansone deve avere pianto, quando il suo tanto atteso figlio finì col comportarsi in modo spiritualmente tanto avventato. Il finale, punto culminante in ogni senso del messaggio del libro dei Giudici, è la descrizione della violenza esercitata sulle donne da parte dei Beniaminiti. Nell’immediato, a portarci a un tale scenario è la storia di una donna senza nome che subì la più atroce e terribile delle sorti per mano di alcuni uomini.

Dennis Olson coglie bene il significato del ruolo delle donne nel libro dei Giudici:
Il mutare dei rapporti di forza, l’indipendenza e il modo con cui sono trattati i tanti personaggi femminili all’interno del libro fanno da test sul quale misurare il livello di spiritualità e la fedeltà del popolo di Dio… Al generale declino delle donne, nel libro dei Giudici, da soggetti di azioni indipendenti a oggetti delle azioni e dei desideri dell’uomo, corrisponde il graduale declino, nell’età dei Giudici, della vita sociale e religiosa d’Israele. Declino che culmina con l’atrocità dello stupro e dell’omicidio perpetrati contro la concubina del Levita in Giudici 19, certamente una delle scene più brutali e violente di tutta la Scrittura.

Il modo con cui sono trattate le donne, dunque, fa da termometro per misurare la temperatura spirituale d’Israele.

b. Un Levita… si prese per concubina una donna (1 – 2b)
Il soggetto del racconto è un Levita, un uomo dalla forte personalità e di rango. In altre parole, il protagonista della storia è lui. Quest’uomo, pur abitando nella lontana Efraim, si prese per concubina una donna di Betlemme, che doveva essere a quel tempo molto più popolosa e dove le donne dovevano essergli risultate più accessibili che nella sua comunità di provenienza. In questa fase, non c’è nulla di allarmante che emerga dal racconto, anche se, appena scaviamo un po’ più in profondità, incomincia a suonare un campanello d’allarme. Potrebbe darsi che abbia sfruttato a proprio vantaggio la sua posizione di Levita, quantunque prendere una concubina, a quel tempo, dovesse essere reputata una pratica accettabile e non dovesse essere visto come un comportamento sessuale discutibile. Trent Butler sottolinea che Gedeone lo aveva fatto e il ruolo della concubina potrebbe meglio essere compreso se era vista come una «moglie secondaria». Accettabile o no, si rimane colpiti dal fatto che la concubina sia presentata come l’oggetto silenzioso e passivo della storia. Non le è neppure dato un nome. Nella sua vita è proprietà degli uomini, che possono quindi disporre di lei secondo i loro desideri.

Non passa molto tempo prima che scappi dal Levita e torni da suo padre. Il gli fu infedele (2) della NIV (e della maggior parte delle versioni italiane; ndt) implica che sia stata lei la responsabile della rottura della loro relazione. Il termine ebraico chiave può significare che fu «arrabbiata», piuttosto che «infedele» verso di lui. Potrebbe darsi benissimo che sia stato lui, con il suo comportamento, ad averla indotta ad andarsene e che abbia fatto quello che tutti gli altri facevano, vale a dire, quello che le pareva meglio.

c. Quattro mesi dopo… (2c – 10)
Quattro mesi dopo, il Levita si mise alla sua ricerca. Questa semplice affermazione solleva diverse domande, cui non ci sono risposte. Perché aspettò quattro mesi (2)? È indice d’indifferenza o stava cercando di porsi nella giusta attitudine mentale prima di mettersi in viaggio? Aspettava che il suo vero carattere si manifestasse, se davvero aveva commesso adulterio? Perché si mise alla sua ricerca? Era perché la amava o cercava una fredda giustizia, spinto dal desiderio di riprendersi quello che «gli apparteneva»? Se era in cerca di una vera riconciliazione, perché nel suo successivo comportamento la ignora tanto spesso? Perché il padre lo accolse così calorosamente (3)? Era perché si sentiva «solo e cercava un compagno di bevute»? Le domande si susseguono ma le risposte ci sfuggono.

Quali che siano le sue motivazioni, il Levita è bene accolto dal padre della concubina e sembra legare subito con lui. Per qualche giorno il Levita si gode l’ospitalità dei genitori di lei. Il vino è abbondante, il cibo continua ad arrivare e la compagnia è piacevole. Della concubina non si dice nulla. I riflettori sono puntati sugli uomini, che rimangono il soggetto, gli attori principali; lei è una semplice comparsa.

Pochi giorni dopo, questo clima conviviale incomincia a deteriorarsi; il Levita ha fretta di partire e di tornare a casa sua, con la concubina al sicuro al suo seguito. Il padre impone al suo sempre più impaziente ospite la propria ospitalità fino a quando il Levita non ne può più. Il loro legame, come osserva Trible, si sfalda ed è sostituito dalla rivalità e da una prova di forza in cui la figlia / concubina è una pedina silenziosa che «tutto subisce senza che nessuno si curi di lei». Ma il marito non volle passarvi la notte; si alzò, partì, e giunse di fronte a Gebus, che è Gerusalemme (10). È una voluta ironia, quella dell’autore, quando aggiunge con i suoi due asini sellati e con la sua concubina? Non ha lei, ai suoi occhi, più valore di loro?

d. Andremo fino a Ghibea (11 – 21)
Se la decisione di partire da Betlemme di sera fu folle, quella di passare oltre Gerusalemme e di forzare le tappe fino a Ghibea fu disastrosa. I preparativi per dirigersi verso Ghibea sono fatti non con la concubina ma con il servo (11 – 12). È evidente che lei non viene consultata e che i suoi desideri non sono presi in considerazione. La ragione fornita è che Gebus non sarebbe stato un rifugio sicuro per loro, dal momento che non c’erano Israeliti residenti. Così presero la via di Ghibea e la raggiunsero quando il sole tramontò (14). I moderni timori di giungere di notte senza aver predisposto nulla per l’ospitalità non devono essere stati per loro motivo di preoccupazione. L’obbligo di offrire ospitalità agli stranieri affondava le proprie radici in profondità nelle vene degli Israeliti; erano fiduciosi che se si fossero recati nella piazza della città sarebbero subito stati invitati in casa di qualcuno. Così questo è quello che fecero, solo, ahimè, per un po’, senza successo.

Alla fine un uomo che non era del posto, un vecchio… della regione montuosa d’Efraim (16) e dunque originario dello stesso territorio del Levita, che aveva lavorato fino a tardi, giunse in loro soccorso e si offrì di ospitarli. È evidente come, nell’accogliere l’invito, il Levita cerchi d’ingraziarselo parlando di se stesso e dei suoi compagni come dei tuoi servi e dicendo che hanno abbastanza provviste con loro e dunque non saranno di nessun impaccio: «A noi non manca nulla» (19). Quando si riferisce alla concubina, però, è condiscendente e parla di lei come di una «serva» (la NIV rende la parola da lui utilizzata semplicemente come «donna»), che è un «termine negativo e sprezzante». Ha quindi inizio una tranquilla notte di riposo, o almeno, questo è quello che loro pensano.

 e. Fa’ uscire quell’uomo… (22 – 26)
Quello che seguì fu terribile per tutte le persone coinvolte ma più di tutti per la concubina. La loro piacevole e tranquilla nottata fu bruscamente interrotta quando una folla di uomini del posto assolutamente privi di qualsiasi ritegno bussarono alla porta e chiesero che il visitatore maschio fosse fatto uscire in modo che potessero farne l’oggetto del loro sollazzo sessuale (22). Si trattava sotto ogni aspetto di una sconsiderata violazione delle regole dell’ospitalità. La tragica ironia era che «avendo sdegnato l’ospitalità degli stranieri ed essendosi affidato agli Israeliti, viene a trovarsi in una virtuale Sodoma». Chi lo ospita si rivela coraggioso, dato che esce a trattare con quella folla e rifiuta di cedere loro il suo ospite maschio. Ogni sensazione di avere a che fare con una persona per bene che sta facendo la cosa giusta, svanisce però rapidamente, non appena si affretta a usare la sua stessa figlia e la concubina del suo ospite come merce di scambio: due donne al posto di un uomo. Comportandosi in linea con i valori  le abitudini del suo tempo, l’ospite prese la sua posizione. Abusare di un uomo era inaccettabile. Lo stupro omosessuale sarebbe stata una palese violazione delle regole dell’ospitalità, che erano pesantemente sbilanciate in favore degli uomini. Violentare una o due donne, invece, non sembrava avere le stesse implicazioni o caricarsi dello stesso peso.

L’aspetto più sconcertante di quest’episodio della storia è la facilità con cui gli uomini sono pronti a consegnare le donne perché diventino dei giocattoli nelle mani del branco. Viene loro detto: «Fatene quel che vi piacerà». Letteralmente tradotto, l’ospite fa l’inquietante affermazione: «Fate loro quello che è giusto agli occhi vostri». Le donne sono delle pedine impotenti fatte per essere spostate sullo scacchiere a piacimento degli uomini che brandiscono il potere in una relazione assolutamente impari. Gli uomini devono essere protetti. Delle donne, tutte le volte che fa comodo, si può fare a meno. La donna diventa una vittima del vigliacco ospite maschio, dell’indifferente Levita di Efraim e dei depravati uomini di Ghibea, che, nella sciagura che segue, sono tutti complici.

La folla sembra essere lasciata fuori della porta mentre gli uomini discutono sul da farsi dentro. La figlia dell’ospite esce di scena. Quando però la folla si fa più irrequieta, il Levita non ha esitazioni: offre la sua concubina perché sia loro preda. Apre la porta e la spinge fuori, dove è soggetta a un prolungato stupro di gruppo (25). Come sottolineato da Tammi Schneider: «Il testo, non cerca di minimizzare o di edulcorare quello che le è successo»; tuttavia, non ne va però neppure fiero. Riferisce in poche parole quanto è avvenuto, senza alcun incoraggiamento al voyeurismo. Dopo ore di supplizio, una volta che gli uomini ebbero finito con lei, lasciarono il suo corpo sulla soglia, come se fosse un topo con cui un gatto ha appena finito di giocare. Come il topo, avendo servito al suo scopo, ora è scaricata ed è praticamente morta.

A quanto pare il suo padrone ha dormito comodo e tranquillo all’interno, senza alcun rimorso di coscienza e senza mostrare alcuna preoccupazione per lei. Non si alzò presto, pronto a prendersi cura di lei nel momento che fosse tornata e meno che mai si mise ad andare in cerca di lei. Così è lasciata lì distesa, abbandonata, finché fu giorno chiaro (26). Quando alla fine il Levita si alzò, si ha come l’impressione che fosse decisamente pronto a tornare a casa senza di lei, se non fosse tornata per quando lui fosse stato pronto a partire. La trova sulla soglia ma non può avere da lei alcuna risposta. Di fatto, non ha mai parlato una sola volta in tutta la storia. È stata una persona senza voce, un oggetto silenzioso cui sono fatte via via diverse cose. Ora quell’esperienza l’ha traumatizzata profondamente e l’ha ridotta così, priva di conoscenza o, più probabilmente, l’ha uccisa. L’abuso, lo stupro e la violenza erano degenerati nell’omicidio. Così il Levita raccoglie il suo corpo malridotto come se fosse un «sacco di patate» o un tappetino in vendita in un mercato, la caricò sull’asino e partì per tornare a casa sua (28). Nulla, nella storia, ci offre alcuna indicazione dei suoi sentimenti. Non la piange. Il silenzio sembra calcolato per presentarcelo come un uomo indifferente, freddo e spietato.

f. Si munì di un coltello, prese la sua concubina e la divise… (27 – 30)
L’orrore del trattamento ricevuto dalla concubina per mano degli uomini di Ghibea è compensato dall’orrore del trattamento che riceve nella morte per mano di suo marito. Giunto a casa, si munì di un coltello, prese la sua concubina e la divise (29). Anni prima, Abramo aveva preso un coltello per squartare suo figlio come sacrificio; la differenza, però, è che in Genesi 22, Dio si fa avanti e blocca quell’atto terribile. «Nel libro dei Giudici, gli atti contro le donne furono incominciati e portati a termine dagli uomini». Il Levita divide tranquillamente il suo cadavere in dodici pezzi, che mandò per tutto il territorio d’Israele (29). Con un atto «inutilmente brutale», non mostra verso di lei nessun rispetto, non tratta il suo corpo con alcuna tenerezza d’affetti e la fa crudelmente a pezzi, proprio come se fosse la carcassa di un animale atta a essere esposta per la vendita nella vetrina di una macelleria. Solo che invece di mettere il suo corpo smembrato in mostra in un negozio, ne sparpaglia i pezzi per tutto Israele. Ci si può immaginare il Levita che giustifica il suo comportamento. L’ha fatto come segno d’avvertimento a Israele. È stato per impartire loro una lezione. La macabra natura del suo pacchetto doveva indurre tutti a fare un balzo sulla seggiola e a considerare quanto si fosse caduti in basso. Serviva una terapia d’urto. Nulla di meno sarebbe stato sufficiente. Quello che ha fatto era «una versione macabra e crudele dei mezzi abituali con cu nel vicino oriente antico s’invocava un contingente militare d’emergenza». Era qualche cosa di simile a quello che più tardi avrebbe fatto Saul, quando tagliò a pezzi una coppia di buoi e li distribuì alle tribù d’Israele per incitarli (con successo) alla battaglia. Di primo acchito, l’azione del Levita sembra avere sortito l’effetto sperato. Quella di tutti è una reazione d’orrore. «Una cosa simile non è mai accaduta né si è mai vista, da quando i figli d’Israele salirono dal paese d’Egitto fino al giorno d’oggi! Prendete a cuore questo fatto, consultatevi e parlate!» (30).

Tuttavia, per quanto egli possa trovare delle giustificazioni razionali alla sua azione, la verità è che svilendo il corpo di lei, conferma di non essere migliore di tutti gli altri protagonisti della storia. La tratta come una sua proprietà, un oggetto da usare e di cui abusare a proprio piacimento e di cui potersi disfare nella maniera che più gli fosse congeniale. Le parole con cui mobilita tutti per la causa confermano il suo egocentrismo. Prima di far menzione del fatto che la sua concubina era stata violentata e uccisa, dice loro che gli abitanti di Ghibea «insorsero contro di me e circondarono di notte la casa dove stavo; avevano l’intenzione di uccidermi»’ (20:5). Le sue parole sembrano finalizzate a declinare tutte le responsabilità da lui avute per la tragedia. Il giudizio di Olsen su quest’uomo sembra difficile da contestare: «Anche se abilmente costruito», è possibile che sia lui «il personaggio più sinistro» della storia.

Inoltre, a un esame più ravvicinato, la reazione generale è più ambigua di quanto non possa sembrare. «Qualche cosa deve essere fatto», gridano. Che cosa, però? A ben pensare, la speranza è che vogliano dire che devono pentirsi del loro stato di anarchia e riformare le loro vite in vista della creazione di una società più giusta e meno violenta. Quello che segue, però, suggerisce che abbiano in mente altri tipi di risposta. Quello che hanno in mente è la guerra civile! L’azione del Levita serve soltanto a dare libero corso ad altra violenza, non ad arginarla, dato che tutto Israele si raduna a Mispa per un consiglio di guerra e stabilisce unanime di trattare la tribù di Beniamino «secondo tutta l’infamia che ha commessa in Israele». Il risultato è che 25.000 soldati Beniaminiti muoiono in battaglia e le loro città sono date alle fiamme. Anche se è una forma di giustizia, si tratta per lo più di un tipo di giustizia in cui ci si fa giustizia da sé; dove si consulta Dio più o meno alla fine, invece di consultarlo fin dall’inizio.

L’eccidio di 25.000 dei loro fratelli e il saccheggio delle loro città non soddisfece la sete di vendetta delle tribù, così viene dato libero corso ad altra violenza. Nella seconda fase sono le donne a diventare nuovamente l’oggetto della sofferenza. Molte di loro sono uccise insieme con gli uomini rimasti in vita e quattrocento vergini sono violentate. Poi, più tardi, altre duecento giovani donne sono rapite durante una festa a Silo e costrette a sposare i Beniaminiti sopravvissuti per assicurare la continuazione della tribù.[33] Lo stupro e la morte di una donna è degenerato nello stupro, nel rapimento e nell’uccisione di molte. Le donne sono quelle che pagano il prezzo più alto per l’anarchia sociale e sessuale degli uomini di Ghibea.

I capitoli 17 – 21 costituiscono una parte ben congegnata del libro dei Giudici, che porta il suo messaggio a un punto di non ritorno. Non si tratta semplicemente di una vicenda che compare e finisce semplicemente lì. Questi racconti non sono lì per caso; sono appositamente scelti in quanto emblematici di quello che succede quando le leggi di Dio sono accantonate. La società degenera e imperversa l’individualismo. Tutti fanno quello che più aggrada loro senza pensare ad altri che a se stessi. Quando questo accade, i meno forti, che sono i più vulnerabili, diventano le vittime. Quante volte, nel corso della storia, sono le donne a trovarsi fra le più vulnerabili. Diventano non tanto le peccatrici, quanto quelle contro cui si commette peccato.

Il quadro contemporaneo
La storia della concubina senza nome è fin troppo attuale. Continuamente i giornali riferiscono di donne che sono abusate e violentate dai soldati sui campi di battaglia, dagli ubriachi nei centri cittadini e dai parenti, a porte chiuse. Rendere giustizia alle vittime di violenza è spesso difficile; gli uomini trovano ancora delle giustificazioni per il loro comportamento e dei motivi per far ricadere sulle donne la colpa delle sofferenze che vengono loro inflitte.

Ecco quello che riporta un recente rilevamento di dati statistici, che è in linea con altre ricerche nel campo:

In Gran Bretagna:

  • Il 45% delle donne hanno sperimentato qualche forma di violenza domestica, si tratti di violenza sessuale o di stalking
  • Circa il 21% delle ragazze ha sperimentato qualche tipo di abuso sessuale.
  • Almeno 80.000 donne all’anno subiscono uno stupro.
  • In un sondaggio condotto per Amnesty International, secondo più di 1 intervistato su 4 una donna è parzialmente o totalmente responsabile, se è violentata, qualora si vesta in modo sessualmente eccitante o poco castigato e più di uno su cinque la pensava allo stesso modo qualora una donna avesse avuto diversi partner sessuali.
  • In media, in Inghilterra e in Galles, due donne alla settimana sono uccise da un compagno o ex compagno violento. Si tratta quasi del 40% di tutte le vittime di femminicidio.
  • Il 70% degli episodi di violenza domestica hanno per effetto una lesione.

Si stima che la violenza domestica costi alle vittime, ai servizi sociali e allo stato, un totale di circa ventitre miliardi di sterline (quasi trenta miliardi di euro, ndt) l’anno.

Nel mondo:

  • Almeno una donna su tre è picchiata, forzata a fare sesso o altrimenti abusata da parte di un compagno intimo nel corso della sua vita.
  • Secondo una banca dati mondiale, le donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni sono più a rischio di stupro e violenza domestica che di cancro, incidenti automobilistici, guerre e malaria.

In più c’è lo scandalo del traffico di esseri umani:
Le Nazioni Unite stimano che un numero di donne e bambini compreso fra i 700.000 e i 4 milioni sia ogni anno, nel mondo, oggetto di traffico finalizzato alla prostituzione coatta, alla schiavitù e ad altre forme di sfruttamento. Si stima che il traffico di esseri umani sia un business da 7 miliardi di dollari l’anno.

Negli Stati uniti 50.000 donne e bambini sono oggetto di tratta da non meno di quarantanove paesi. Nell’ultimo decennio, all’interno degli Stati Uniti, sono stati oggetto di tratta qualche cosa come 750.000 donne e bambini.

5. Conclusione
La cultura occidentale contemporanea è diventata una cultura improntata al vittimismo, con effetti spesso banalizzanti. Il risultato è che non riusciamo a identificare le vere vittime e siamo ciechi nei confronti della vera ingiustizia che le ha rese tali. Non si dovrebbe consentire nulla che possa banalizzare le innegabili tragedie delle donne vittime dell’Antico Testamento o di quelle che nel mondo contemporaneo sono loro succedute.

Con parole che potrebbero calzare perfettamente alla concubina del Levita, Jonathan Sacks scrive:
La politica del vittimismo è cattiva politica. La psicologia del vittimismo è cattiva psicologia. Una vittima è per definizione un oggetto, non un soggetto, passiva piuttosto che attiva, qualcuno cui qualche cosa è stato fatto più che qualcuno che fa qualche cosa. Se vi vedete come una vittima, allora collocate la causa della vostra condizione in qualche cosa di esterno da voi stessi. Ciò significa che non potrete cambiarla.

Prosegue dicendo, in una citazione di Martin Seligman, che il vittimismo è una «studiata impotenza». Quantunque spesso questo sia vero, le cose non stanno sempre così. Le vere vittime sono spesso vittime non tanto di una studiata quanto di una forzata impotenza. Anche se possono esserci delle vittime che sono nelle condizioni di poter fare qualche cosa per superare la loro condizione, ci sono delle autentiche vittime che non possono farlo. La concubina del Levita era una di loro.

L’epoca dei Giudici non è passata e del suo salutare messaggio c’è ancora bisogno. Il libro dei Giudici, tuttavia, non è che una voce, quantunque una voce inquietante e che non deve essere ignorata, in quello che la Bibbia ha da dire sulle donne. Phyllis Trible sottolinea che nell’Antico Testamento greco al libro dei Giudici segue quello di Rut e una tale disposizione non è casuale. In Rut, che pure è ambientata nello stesso periodo dei Giudici, non c’è traccia di «misoginia, violenza o rivalsa». Le donne non sono vittime passive o oggetti; sono chiaramente dei soggetti attivi. Rut parla con voce diversa, una voce che reca una «parola di guarigione nei giorni dei Giudici», un messaggio che parla della possibilità di riscatto anche in una società patriarcale.[38] La voce dei Giudici deve risuonare forte e chiara; lo stesso però vale per quella di Rut.


La plausibilità nella sfera delle scelte sessuali (a proposito di un libro di Ed Shaw)

Edizioni GBU,
170 p. | 14.00 €

 

Ed Shaw, secondo Vaughan Roberts

Questo è un libro importante, uno dei più importanti che ho letto negli ultimi anni. … non è proprio un libro moderato, indirizzato solo ai credenti che vivono un’attrazione verso lo stesso sesso, per spingerli a seguire su quel tema la linea biblica. Si tratta, soprattutto, di un libro radicale, che richiede a tutti i credenti una completa trasformazione del pensiero e del comportamento.

Lasciate che vi dica perché mi piace così tanto.

Innanzitutto, è un libro sensibile. È sensibile dal punto di vista pastorale, come ci si potrebbe aspettare da uno scrittore che è trasparente in merito alla propria esperienza dell’attrazione verso lo stesso sesso. La sua onestà su come ci si sente è nuova. Egli “capisce”. Questo è importante per quelli che si trovano nella stessa situazione. Ma, cosa altrettanto importante, Ed Shaw è sensibile da un punto di vista culturale. Riconosce che gli dei della nostra epoca, siano essi riconosciuti consapevolmente o meno, hanno una maggiore influenza sulla posizioni etiche rispetto all’interpretazione biblica, anche per molti cristiani sostenitori della tesi secondo la quale la Bibbia  sia l’unica autorità. Non si tratta tanto del fatto che le menti siano state conquistate da nuove interpretazioni ma che i cuori siano stati catturati dai presupposti dell’individualismo.

In un mondo e, troppo spesso, in una chiesa, in cui l’autoespressione e l’autorealizzazione sono valori ampiamenti incontrastati, la posizione cristiana ortodossa relativa all’omosessualità può apparire a un tempo sia insostenibile sia, persino, immorale. In questa ottica pochi saranno convinti della correttezza di quell’insegnamento, per quanto biblicamente ben esposto, a meno che non siano persuasi della sua plausibilità.

Ed Shaw si rende conto che questo clima esige una riflessione che non focalizzi semplicemente la mente sull’interpretazione di alcuni testi chiave, ma che si rivolga al cuore e alle sue spesso ignote e nascoste convinzioni.

La seconda caratteristica che colpisce di questo libro è che è molto positivo. Come sostiene Ed, un approccio all’omosessualità che si limiti a dire «soltanto no!» non è più efficace, ammesso che lo sia mai stato. Quello che egli ci offre invece è una visione positiva della possibilità di una vita vibrante e appagante in comunione con Cristo per i cristiani attratti verso lo stesso sesso, anche se questo vuol dire privarsi del sesso e del matrimonio.

Sicuramente, a volte ci sarà sofferenza ma, come ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso se si segue colui che è entrato nella gloria mediante la crocifissione e che ha invitato i suoi discepoli a percorrere la stessa strada, rinunciando a se stessi e prendendo la croce? Ciò a cui ci viene chiesto di rinunciare non è nulla in confronto a ciò che possiamo ricevere, sia al presente sia in futuro. La vita con Cristo implica sacrificio, come in tutte le relazioni, ma dopotutto è determinata non da ciò che viene negato ma da cosa o, meglio, da chi, viene abbracciato. Il dire “no” è preceduto e avvolto dal “si” detto a Cristo, in risposta al suo amorevole “SI” per noi. Egli è venuto per portarci la vita, non una forma di morte vivente, ed è morto per renderla possibile.

Potremmo sperimentare l’equivalente di ciò che Ed chiama i suoi «momenti in cui si è a terra», quando tutto sembra cupo, ma in Cristo e tutto ciò che Dio ci dà in lui abbiamo un buon motivo per rialzarci, perseverare e gioire! Egli ci chiama non a un ostinato stoicismo ma a una fede piena di gioia nel dolore e di speranza nell’afflizione.

L’ultima ragione per cui questo libro mi piace così tanto è che è incisivo. Il tono non è mai aggressivo o prepotente, ma si può percepire la passione dell’autore e la sua legittima frustrazione. I suoi punti di vista non sono rivolti verso un obiettivo prevedibile, cioè fare concessioni ai liberali, ma è rappresentato da coloro che appartengono alla sua stessa fede evangelica.

Piuttosto che accusare gli altri di non essere biblici, dobbiamo esaminare la nostra tradizione alla luce di ciò che dice la Parola di Dio. Mentre pretendiamo di resistere agli idoli dell’edonismo e del relativismo, dobbiamo chiederci: non siamo troppo spesso entrati in un empio accordo con l’egoismo, l’idolo moderno che viene adorato più di tutti? Il risultato, troppo spesso, è un travisamento del cristianesimo autentico, in cui non c’è spazio per gravosi sacrifici e che lascia l’individuo sul trono, al posto del Dio vivente.

Intenti a contrapporci alla rivoluzione sessuale, non abbiamo forse esaltato allo stesso modo il matrimonio e il nucleo famigliare, emarginando o ignorando la visione biblica della chiesa come famiglia di Dio e del celibato, scelto o meno, come vocazione? L’attuale controversia sull’omosessualità nella chiesa ci dà l’opportunità di riconoscere e tornare indietro su questi e altri «passi falsi» che hanno aumentato enormemente il senso di implausibilità della vita a cui sono chiamati alcuni di noi.

Dal punto di vista del mondo, la chiamata di Cristo a un discepolato interpretato con sincerità e sacrificio sembra implausibile e poco attraente per chiunque, indipendentemente dalla propria sessualità o da circostanze particolari. Se vogliamo perseverare nel discepolato e persuadere chiunque altro a unirsi a noi, dobbiamo in qualche modo comunicare che ciò che viene offerto non è un insieme di regole, ma una relazione dinamica con il Dio vivente.

Non potremmo mai vivere una vita del genere nell’isolamento; come cristiani, infatti, non siamo stati lasciati soli. Conosciamo Dio come nostro Padre, che è amorevolmente sovrano su tutte le cose ed è all’opera anche nei momenti e negli aspetti più difficili della nostra vita, per il nostro bene e per la sua gloria. Conosciamo Cristo come nostro Signore e Salvatore, colui che ci chiede di prendere la sua croce e di seguirlo, avendo già dato la sua vita per noi e offerto infinitamente più di quanto egli ci richieda. E conosciamo lo Spirito come Consolatore, che è con noi in ogni passo e ci chiama a vivere una vita di profonda e soddisfacente intimità insieme a Cristo e in comunione con la chiesa.

Quando la vita cristiana viene vissuta con questo Dio al centro, essa è non solo plausibile, ma meravigliosa.

(Vaughan Roberts – St Ebbe’s Church, Oxford)

Valori per una fede pubblica: un contributo al dialogo (Miroslav Volf)

Nei prossimi giorni, come spesso accade, saremo chiamati a una scadenza elettorale importante per il futuro della nostra nazione e per l’Unione Europea: il credente ha il dovere di chiedersi (un po’ leninisticamente): che fare? Sicuramente il cristianesimo evangelico ha una serie di valori che possono essere trasmessi alla società per il suo benessere e che, evidentemente, qui in Italia non stanno funzionando, vista la situazione della nostra società.

Per questo motivo riproponiamo nella nostra lingua il contributo che qualche anno (2012) fa il teologo Miroslav Volf, docente di teologia sistematica presso l’università di Yale dove dirige anche lo Yale Center for Faith and Culture, ha diffuso attraverso il più famoso social network (Facebook) per aprire una discussione sui valori-chiave che devono essere richiesti ai candidati.  Volf non è nuovo a queste incursioni nella politica (anzi potremo dire che la teologia politica è il campo in cui ha prodotti più saggi) e ha pubblicato testi come A Public Faith e Public Faith in Action insieme a Randy Macanally-Linz dove ha commentato con più ampiezza questi valori-chiave e, di recente, due altri testi: Flourishing e, da qualche mese, con John Croasum, For the Life of the World, tutti ricollegabili al ruolo “positivo” che la testimonianza teologica e cristiana può avere nell’arena politica.

Prescindendo da quelle che possono essere le scelte politiche di ognuno, ci pare che questi valori rimangano di grande attualità, specialmente in un momento in cui il cristianesimo, sicuramente in crisi in Europa, viene anche strumentalizzato, tradendone la sua autonomia e positività, in quanto prescinde da qualsiasi fazione politica.

L’atteggiamento di Volf nei confronti della politica (che ha origine dalla sua esperienza di cristiano evangelico nella ex Jugoslavia di Tito) ci sembra essere ispirato a sani principi cristologici e scritturali, tipici di un teologo formatosi nel mondo evangelico, ma che rappresentano, allo stesso tempo, una proposta per non “compromettersi” con il potere politico, cosa che, molto spesso nella storia è accaduto e accade ai cristiani (evangelici o meno).

(Valerio Bernardi).

[Il testo è stato infatti scritto e diffuso nell’imminenza delle elezioni presidenziali americane del 2012, che valsero il secondo mandato a Barak Obama. Nella traduzione si sono fatti alcuni aggiustamenti per adattare il testo alla condizione continentale.]

 

(Miroslav Volf)

In questo anno di elezioni presidenziali (2012), ho deciso di riassumere i valori chiave che mi guidano nel momento in cui esprimo il mio voto. Ci sono tre elementi di fondo che valgono nella scelta responsabile di un candidato a una carica pubblica:

 

 

  1. I valori che speriamo il candidato sosterrà e l’ordine di priorità tra di essi (il che richiede da parte nostra la conoscenza della fede nel suo insieme, e non solo di alcuni temi preferiti, e di come la fede si applichi alla vita contemporanea);
  2. i modi in cui e mezzi con i quali questi valori sono meglio implementati in ogni determinata situazione (il che richiede da parte nostra una grande quantità di conoscenza sul funzionamento del nostro mondo e quali politiche portano a quali risultati; per esempio se sia economicamente una saggia decisione provare a reintrodurre il sistema aureo);
  3. Capacità, vale a dire abilità e determinazione, a contribuire alla realizzazione di questi valori (il che richiede da parte nostra la conoscenza del curriculum dei candidati).

L’elemento più importante dei tre è costituito dai valori. Nell’identificare ognuno di essi: (1) do un nome al suo contenuto di base, (2) fornisco una spiegazione logica per appoggiarlo (motivazione), (3) suggerisco alcuni parametri relativi a un legittimo dibattito che lo concerne e (4) individuo una domanda–chiave da porre ai candidati.

Scrivo da teologo cristiano, dal punto di vista della mia comprensione della fede cristiana. Molti libri sono stati scritti su ognuno di questi valori, sviluppando e dirimendo dibattiti complessi. Nel dare un fondamento logico a ogni valore prendo uno o due versetti della Bibbia per sostenere la mia posizione, li prendo più per segnare la direzione in cui un fondamento dovrebbe procedere che per offrire un fondamento indiscusso a un tale valore.

 

  1. Cristo come misura di tutti i valori

Valore: la fedeltà finale di un cristiano è a Gesù Cristo, la Parola creatrice (diventata carne), che illumina ogni uomo, e all’Agnello di Dio redentore, che porta il peccato del mondo intero. Un cristiano non dovrebbe abbracciare qualsiasi pratica, non importa quanto possa sembrare prudente e importante dal punto di vista della sicurezza nazionale o favorevole al vantaggio della nazione, quando una tale pratica risulta in conflitto con la sua fedeltà a Cristo.

Motivazione: “Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre” (Fil 2:11)

Dibattito: per i cristiani la discussione relativa a questo valore non dovrebbe affrontare il problema se la propria fedeltà a Cristo debba trionfare sulla propria fedeltà alla nazione. Il dibattito dovrebbe concernere quali sono i valori chiave della vita della nazione che discendono dalla fedeltà a Gesù Cristo e quale sia la corretta relazione tra le rivendicazioni universali di Cristo e le richieste particolari della nazione.

Domanda da porre: in che misura i candidati stanno cercando semplicemente di servire la “divinità nazione” e in che misura le loro idee sono compatibili con la convinzione cristiana che Cristo è la chiave per la prosperità umana?

 

  1. Libertà di religione (e irreligione)

Valore: tutte le persone sono responsabili della propria vita e hanno il diritto di abbracciare una fede o un modo di vita che ritengono significativo, abbandonando quello con cui non si identificano più, senza subire discriminazioni.

Motivazione: “Se con la bocca avrai confessato che Gesù è il Signore e avrai creduto con il  cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato” (Rom 10:9). “Perciò, molti dei suoi discepoli dopo averlo udito, dissero: ‘Questo parlare è duro, chi può ascoltarlo?’ … Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Perciò Gesù disse ai Dodici, ‘Non volete andarvene anche voi?’ “(Gv 6:60, 66–67).

Dibattito: il problema non concerne se le persone siano libere di scegliere e di esercitare la propria religione (o l’irreligione), senza alcuna discriminazione, cosa che è un dato di fatto. Il dibattito pubblico dovrebbe concernere quale stile di vita, incluso le dimensioni o implicazioni pubbliche, sia più salutare per il fiorire della vita umana; e se ci sono modi di vita tanto ostili al comune progresso tali che la loro esclusione non rappresenti un atto di discriminazione, ma una condizione necessaria per la vita associata degli uomini. Dobbiamo anche discutere il fondamento morale di uno stato che si vuole “neutrale” nei confronti delle diverse fedi e interpretazioni secolari della vita così come della precisa natura che devono avere gli accordi politici necessari per mantenere “neutrale” un tale stato.

Domande da porre: i candidati rispettano il diritto di tutti, cristiani e musulmani, fondamentalisti e laici, conservatori e progressisti, per citare solo alcuni dei gruppi che spesso sono in contrasto tra di loro, invitandoli ad assumersi la responsabilità personale per la loro vita affinché la conducano come meglio ritengono? Pensano alla propria nazione come a una nazione cristiana (in una maniera tale che, in un modo o nell’altro, tutti gli altri devono inserirsi all’interno di una tale matrice cristiana) oppure la pensano come una nazione pluralista (in cui uno stile di vita non è imposto a nessuno senza che sia approvato)?

 

  1. Educazione

Valore: è importante per tutti i cittadini comprendere il mondo in cui vivono, imparare a riflettere in modo critico su ciò che rende la vita degna di essere vissuta e acquisire qualifiche per occupazioni che richiedano competenze sempre più complesse. Dobbiamo lottare per una formazione eccellente e conveniente per tutti i cittadini.

Motivazione: “Poi Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra, e su tutti i rettili che strisciano sulla terra ‘”(Gen 1:26).  “Chiamo voi, o uomini nobili, la mia voce si rivolge ai figli del popolo. Imparate, o semplici, l’accorgimento e voi, stolti, l’intelligenza … Ricevi la mia istruzione anziché l’argento, e la scienza anziché l’oro scelto; poiché la saggezza vale più delle perle, e tutti gli oggetti preziosi non la equivalgono” (Pr 8:4–5, 10–11).

Dibattito: il dibattito dovrebbe concernere ciò che le famiglie e il governo devono fare per migliorare il sistema educativo, quali i miglioramenti e quale percentuale del bilancio dovrebbe essere assegnato all’istruzione (rispetto, ad esempio, a quello destinato alla difesa). Il dibattito non dovrebbe appuntarsi sul fatto che si dovrebbe avere un sistema educativo che sia eccellente e alla portata di tutti.

Domande da porre: cosa faranno i candidati per garantire che tutti i cittadini, i poveri non meno dei ricchi, imparino, tramite l’istruzione, a formulare valutazioni intelligenti relativamente a ciò che rende la vita degna di essere vissuta, acquisiscano le competenze necessarie per il funzionamento delle società moderne e abbiano una conoscenza adeguata del mondo?

 

  1. Crescita economica

Valore: la crescita economica non è un valore in sé perché non lo sono neanche la ricchezza crescente e il denaro. Sono mezzi indispensabili, ma hanno senso solo con lo sviluppo dell’uomo, che ha a che fare più con la giustizia che con il possesso.

Motivazione: “Nessuno può servire due padroni, perché odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona. … Cercate prima il regno di  e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più”(Mt 6:24, 33).

Dibattito: possiamo abbandonare il vecchio dibattito se sia più importante l’efficiente creazione di ricchezza o semplicemente la sua distribuzione; entrambe sono importanti, perché non possiamo distribuire ciò che non abbiamo e non dovremmo possedere ciò che ci è stato dato per essere trasmesso ad altri. Al contrario, dovremmo discutere che cosa sia moralmente irresponsabile (il gioco d’azzardo di Wall Street!), disumano (il lavoro minorile!) e insostenibile (la deforestazione!) tra alcune delle maniere di creare ricchezza e di come dovremmo creare ricchezza in modo umanamente ed ecologicamente sostenibile; dovremmo discutere di quale sia il tipo di ricchezza che contribuisce allo sviluppo umano, come è possibile produrre ricchezza che ci serve, invece di servire noi la ricchezza.

Domande da porre: quale candidato ci sta ricordando che sminuiamo noi stessi quando ci dedichiamo solo a fare denaro e a essere creature ossessionate dal consumo e che al contrario prosperiamo invece quando perseguiamo la verità, la bontà e la bellezza e che siamo autenticamente noi stessi quando ci volgiamo agli altri con solidarietà e godiamo reciprocamente amorevolmente gli uni degli altri?

 

  1. Lavoro e occupazione

Valore: ogni persona dovrebbe avere un buon lavoro e, se impiegato per guadagnare, dovrebbe essere adeguatamente remunerato. Tutti i cittadini dovrebbero lavorare ed essere in grado di prendersi cura dei loro bisogni e di contribuire al benessere degli altri e del pianeta.

Motivazione: “Se qualcuno non vuole lavorare, non deve neppure mangiare” (2 Ts 3:10). Il profeta Isaia prevede un tempo in cui tutto i credenti in Dio “costruiranno case e le abiteranno; pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65:21). Gesù disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20:35).

Dibattito: il dibattito dovrebbe vertere su quali siano le necessarie condizioni economiche, culturali e politiche affinché le persone abbiano un lavoro significativo, e chi sia il principale responsabile nel creare e mantenere queste condizioni. Come possiamo combattere la disoccupazione e la sottoccupazione? Dato lo stato attuale dell’economia e i futuri sviluppi economici, come possiamo stimolare la creazione di posti di lavoro che paghino salari adeguati?

Domande da porre: quali politiche i candidati propongono per contribuire a promuovere l’occupazione significativa e una retribuzione adeguata per tutti gli uomini? Quale sarà il candidato che incoraggia le persone a lavorare non solo per il guadagno personale ma anche per il bene comune?

 

  1. Debito

Valore: Come individui e come nazione, dobbiamo vivere dei nostri mezzi e non prendere in prestito al di là di quello che si può ragionevolmente aspettare di poter restituire; non dobbiamo scaricare sugli altri, siano essi i nostri contemporanei o le generazioni future, il prezzo del nostro aver superato i limiti e della nostra assunzione di rischi; al contrario, si dovrebbe risparmiare in modo da essere in grado di dare agli altri che sono meno fortunati di noi.

Motivazione: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20:35). “Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Ef 4:28).

Dibattito: Dovremmo discutere su quali siano i livelli responsabili di debito per le famiglie, per le imprese, o per una nazione; cosa costituisce pratiche di prestito predatorio e come prevenirle; fino a che punto, se non del tutto, la spesa per beni di consumo dovrebbe essere promossa come cura per un’economia vacillante, e cosa potrebbe essere significativamente appagante per tutti.

Domande da porsi: Che cosa un candidato farà per portare e mantenere il debito pubblico sotto controllo? Quale sarà il candidato che incoraggerà il risparmio individuale e una vita al livello dei propri mezzi?

 

  1. I poveri

Valore: i poveri, soprattutto quelli senza niente da mangiare o senza un riparo, meritano la nostra particolare attenzione. (“La prova morale di un governo è il modo in cui tratta le persone all’alba della vita, i bambini, al suo crepuscolo, gli anziani, e quelle che vivono negli spazi di ombra della vita, i malati, i bisognosi e portatori di handicap” [Hubert Humphrey]).

Motivazione: “Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino ai margini del tuo campo, e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta. Lo lascerai per il povero e per lo straniero. Io sono il Signore tuo Dio”(Lv 23:22). “Così, non vi sarà nessun povero in mezzo a voi, perché il Signore senza dubbio ti benedirà nel paese che il Signore, il tuo Dio, ti dà in eredità, perché tu lo possegga” (Dt 15:4).

Dibattito: non ci dovrebbe essere discussione sul fatto che la lotta alla povertà estrema debba essere una priorità assoluta di un governo. Questo è un dato di fatto. Dovremmo discutere le seguenti questioni: come generare un senso di solidarietà verso i poveri tra i cittadini? Nella lotta contro la povertà, qual è il giusto ruolo dei governi e quale quello degli individui, delle comunità religiose e delle organizzazioni civili? Quali sono le condizioni macroeconomiche più favorevoli per far uscire dalla povertà le persone? Quale dovrebbe essere il salario minimo?

Domande da porre: il superamento della povertà estrema (invece della promozione del benessere della classe media) è una priorità per i candidati? Fino a che punto sono disposti a combattere a favore delle politiche di riduzione della povertà?

 

  1. Gli anziani

Valore: coloro che sono fragili a causa della loro età avanzata meritano il nostro speciale aiuto. Hanno bisogno di un’adeguata assistenza medica, di interazione sociale e di attività significative. (L’umanità di una società si misura forse soprattutto da come tratta quelli che non più in grado di svolgere un lavoro “utile”.)

Motivazione: “Dio è Padre degli orfani e difensore delle vedove nella sua santa dimora” (Sal 68:5). (Nel mondo di oggi, i “vecchi”, probabilmente, appartengono alle categorie dei “poveri” e delle “vedove”.)

Dibattito: il dibattito concerne l’estensione delle responsabilità in vista del benessere degli anziani. Quante risorse dovrebbe mettere da parte una società per la cura degli anziani, e quali sono i modi migliori per gestire tali risorse?

Domande da porre: cosa fare per aiutare ad onorare gli anziani e a partecipare alle loro specifiche esigenze?

 

  1. I nascituri

Valore: la vita umana non ancora venuta alla luce, proprio come la vita umana pienamente sviluppata, merita il nostro rispetto, la nostra protezione e la nostra cura.

Motivazione: “Sei tu che ha formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre” (Sal 139:13), “Non uccidere” (Es 20:13).

Dibattito: c’è un legittimo dibattito sul punto in cui cominci la vita che possa essere plausibilmente considerata umana, e se il modo migliore per ridurre gli aborti sia quello di rendere l’aborto un crimine o migliorare le condizioni di vita dei poveri (ad esempio, con la lotta contro la povertà nei quartieri disagiati delle città, con l’incremento dell’istruzione per le donne e la messa a disposizione a prezzi accessibili dell’assistenza all’infanzia).

Domande da porre: i candidati sono fermamente impegnati a ridurre il numero di aborti praticati, a renderli non soltanto sicuri quando sono legali, ma anche meno frequenti?

 

  1. Sanità

Valore: tutte le persone, poveri o ricchi, dovrebbero avere accesso a cure sanitarie di base a prezzi accessibili, così come tutti sono responsabili di vivere in maniera da favorire la propria salute fisica e mentale.

Motivazione: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità” (Mt 9:35).

Dibattito: esiste un legittimo dibattito sul modo migliore per garantire che tutte le persone abbiano accesso a cure sanitarie a prezzi accessibili – e non certamente se gli indigenti dovrebbero o non dovrebbero essere lasciati a se stessi quando sono confrontati con malattie gravi o croniche. Grosso modo sappiamo quello che serve per condurre una vita sana (esercizio fisico, assunzione minima di zuccheri, evitare l’abuso di sostanze nocive, etc.), ma si può e si deve discutere su modi più efficaci di aiutare le persone a condurre uno stile di vita sano (ad esempio, il modo in cui dovrebbe essere fortemente regolamentata l’industria alimentare).

Domande da porre: quali sono i candidati che è più probabile favoriscano l’accesso a cure sanitarie efficaci per gli indigenti? Quali candidati sono più in grado di ridurre il numero di persone che hanno bisogno di consultare un medico?

 

  1. Cura del creato

Valore: siamo parte della creazione di Dio, e dobbiamo cercare di preservare la sua integrità come un ecosistema interdipendente e, se possibile, trasmetterla alle generazioni future migliorata. Soprattutto, non dobbiamo danneggiare la creazione con stili di vita di prevaricazione, segnati da avidità e sprechi.

Motivazione: “Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” (Gen 1:31). “Dio il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo lavorasse e lo custodisse” (Gen 2:15).

Dibattito: il dibattito dovrebbe qui concernere l’entità del danno ecologico attuale (per esempio, se stiamo o no precipitando verso un’apocalisse climatica) e sui mezzi e i sacrifici necessari e più idonei per preservare il creato.

Domande da porre: Quali candidati mostreranno una migliore comprensione dello stato di salute ecologico del pianeta e saranno in grado di tracciare una pista migliore per prevenire la devastazione di ciò che Dio ha creato e ben ordinato?

 

  1. Pena di morte

Valore: la morte non dovrebbe mai essere una punizione per un crimine. Dal momento che, per amore, Cristo è morto per ogni essere umano (per “il mondo”), non si deve privare un essere umano della possibilità di essere trasformato dall’amore di Dio, e nessuno dovrebbe mettere a morte un essere umano che è stato trasformato dall’amore di Dio.

Motivazione: “Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più»”(Gv 8:10–11). “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Gv 3:16).

Dibattito: Nonostante l’Antico Testamento approvi la pena di morte, per i cristiani non esiste al contrario alcuna possibilità di dibattito su questo  punto.

Domande da porre: quali candidati si impegneranno a favore dell’abolizione della pena di morte, e se sì, quanto sarà difficile? [Quali candidati, nel panorama europeo attuale paventano il ricorso alla pena capitale?, ndc].

 

  1. Criminalità

Valore: la semplice punizione retributiva è un modo inadeguato e sbagliato di trattare i delinquenti. Abbiamo bisogno di trovare modi creativi per conciliare i trasgressori e le loro vittime e reintegrarli nella società.

Motivazione: “E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione” (2 Cor 5:18). “Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia” (Ef 2: 14).

Dibattito: dovremmo discutere valide alternative alla carcerazione e il modo migliore per ottenere il reinserimento dei detenuti nella società. Dobbiamo anche discutere la misura in cui i pregiudizi etnici e razziali stanno influenzando la nostra prassi, in particolare chiederci il perché gli ispanici e gli afro–americani costituiscono la maggior parte della popolazione carceraria e come mai l’effetto della privatizzazione delle carceri ha portato a un aumento della popolazione carceraria (gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di popolazione carceraria di qualsiasi altro paese del mondo!).

Domande da porre: che cosa propongono i candidati per ridurre il numero di persone incarcerate?

 

  1. Fame nel mondo

Valore: date le risorse presenti al mondo, dobbiamo dire che nessun essere umano dovrebbe soffrire la fame: come individui e come nazione dovremmo essere impegnati a sradicare la fame.

Motivazione: “[Il Signore] rende giustizia agli oppressi … dà il cibo agli affamati” (Sal 146:7), “Allora  [Il figlio dell’uomo] dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!  Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere”(Mt 25:41–42).

Dibattito: la discussione non dovrebbe concernere la questione se l’eliminazione della fame nel mondo debba essere una delle nostre priorità, ma su quali siano i modi più efficaci per raggiungere tale obiettivo e su quale sia il modo migliore per combattere la corruzione nei paesi in cui la fame è diffusa.

Domande da porre: sono impegnati, i candidati, a sradicare la fame nel mondo, e se sì, quali mezzi useranno? Sono disposti a sacrificare una percentuale del prodotto interno lordo per l’eliminazione della fame?

 

  1. Uguaglianza tra le nazioni

Valore: nessuna nazione è un’eccezione nei confronti delle esigenze della giustizia che devono regolare i rapporti tra di esse. L’America [o la Cina, o l’Europa] dovrebbe esercitare il suo potere internazionale facendo ciò che è giusto e dovrebbe perseguire i propri interessi di concerto con le altre nazioni del mondo.

Motivazione: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti.” (Mt 7:12).

Dibattito: la discussione non dovrebbe essere se l’America o un’altra nazione sia in qualche modo eccezionale (e quindi abbia il permesso di fare ciò che le altre nazioni non possono fare come, per esempio, fare incursioni in terre straniere alla ricerca di terroristi). Il dibattito dovrebbe, piuttosto, vertere su ciò che significa per le superpotenze agire in modo responsabile nella comunità delle nazioni.

Domande da porre: sono disposti, i candidati, a livello internazionale, a rinunciare a un doppio standard morale: uno per la propria nazione o al limite per i propri alleati e un altro per il resto del mondo? Anche quando i candidati giungono a considerare moralmente superiore un punto di vista della propria nazione, cercheranno di convincere le altre nazioni della giustezza morale di questi valori piuttosto che imporli?

 

  1. Guerra

Valore: la guerra non è quasi mai giustificabile, e qualsiasi giustificazione che voglia essere efficace deve mostrare come una guerra particolare sia un’istanza caritsatevole per il prossimo e per i propri nemici.

Motivazione: Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? (Mt 5:43-46).

Dibattito: Esiste un legittimo dibattito sul fatto se gli atti di guerra possano mai essere una forma di amore verso il prossimo e verso i nemici e se si possano giustificare quelle che sono considerate le cause della guerra (il governo di un tiranno?) e su quale sia la giusta condotta bellica (uso dei droni?).

Domande da porre: i candidati hanno mai sostenuto e dichiarato nel passato che avrebbero operato per far cessare guerre ingiuste? Hanno condannato forme di comportamento ingiusto in guerra?

 

  1. Torture

Valore: La tortra non dovrebbe mai essere praticata. La tortura disumanizza sia il detenuto sia linquirente, violando la dignità dell’uno e degradando l’integrità dell’altro ed erode il carattere morale della nazione che l’approva. (Per una definizione di tortura, si veda http://www.hrweb.org/legal/cat.html.)

Motivazione: “Amate i vostri nemici” (Mt 5: 44). “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.” (Rom 12: 21).

Dibattito: Non esiste alcun dibattito su questo punto, almeno non un dibattito che, a partire dalla mia lettura degli obblighi morali cristiani, possa essere considerato legittimo. Anche se le torture sono state efficaci (il che, secondo le fonti più attendibili, non è vero), sarebbe moralmente inaccettabile.

Domande da porre: i candidati hanno inequivocabilmente condannato l’uso della tortura?

 

  1. Onorare tutti

Valore: Dobbiamo onorare ogni essere umano e rispettare tutte le fedi (senza necessariamente ritenerle tutte vere). Come cittadini, abbiamo il diritto di denigrare un’altra religione, ma come seguaci di Cristo, abbiamo l’obbligo morale di non farlo.

Motivazione: “Onorate tutti” (1 Pt 2:17).

Dibattito: il dibattito sulla relazione con le altre religioni non dovrebbe concernere l’avere il diritto di denigrare ciò che gli altri ritengono essere sacro: abbiamo questo diritto. Contestualmente, la discussione non dovrebbe concernere la questione se abbiamo l’obbligo morale di non avvalerci di tale diritto; non dovremo prendere in giro quello che gli altri ritengono sacro. Il dibattito, invece, dovrebbe concernere la natura degli autentici insegnamenti e pratiche delle singole religioni, fino a che punto le loro rivendicazioni siano vere (o false), e in che modo ogni religione promuova (o ostacoli) la prosperità umana.

Domande da porre: i candidati promuoveranno il rispetto per tutte le religioni, incluso l’Islam, e al tempo stesso affermeranno la necessità di un dibattito onesto su quanto siano vere e salutari?

 

  1. Ruolo pubblico della religione

Valore: ogni cittadino, religioso o meno, cristiano, ebreo o musulmano, ha il diritto di suggerire le proprie proprie prospettive sullo sviluppo umano e sul bene comune nella vita pubblica e di farlo in condizioni di parità con tutti gli altri.

Motivazione: “Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il SIGNORE per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene” (Ger 29:7). “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti” (Mt 7:12).

Dibattito: il dibattito non dovrebbe concernere la questione se le voci religiose debbano essere escluse o meno. Dovrebbe essere su che tipo di accordi politici garantiscono la parità di accesso di tutti alla partecipazione al processo politico a parità di condizioni e quali potrebbero essere i limiti di un legittimo pluralismo.

Domande da porre: i candidati sostengono la partecipazione di ogni persona alla vita pubblica, incoraggiandole sulla base delle proprie specifiche motivazioni e ragioni? Cercano, i candidati, di proteggere le voci della gente comune dall’essere soffocate da potenti gruppi di interesse (come lobby e  comitati di affari pubblici)?

 

  1. Veracità

Valore: coloro che aspirano a cariche pubbliche dovrebbero cercare di bandire la calunnia e il dispregio, dovrebbero essere sinceri con il pubblico e civili l’uno con l’altro. Si può “fare campagna elettorale”, ma non inventare, si può criticare, ma non avere mancanza di rispetto.

Motivazione: Dovremmo tutti “[seguire] la verità nell’amore” (Ef. 4:15) e cercare di “onorare tutti” (1 Pt 2:17).

Dibattito: mentre la linea di separsazione tra pubblicità e calunnia non è sempre chiara, il dibattito principale in questo caso dovrebbe vertere su quale sia il mezzo efficace per diminuire la calunnia e il disprezzo che sono entrati a far parte del nostro sistema democratico delle elezioni.

Domande da porre: i fatti relativi alle proposte dei candidati così come quelli dei loro avversari corrispondono alle parole pronunciate? I candidati stanno cercando di correggere piuttosto che cercare di beneficiare delle calunnie che gli altri esprimono, senza dare loro il proprio sostegno?

 

  1. Carattere

Valore: la competenza (competenze tecniche, tra cui l’intelligenza emotiva), benché fondamentale, conta meno del carattere, perché la conoscenza, anche se fondamentale, conta meno dell’amore.

Motivazione: “Se … conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza … ma non avessi amore, non sarei nulla” (1 Cor 13:2).

Dibattito: il dibattito dovrebbe essere su quanto contino gli aspetti del carattere e quale miscela di virtù e di competenze sia maggiormente necessaria in questo momento.

Domande da porre: Cosa si sforzano di essere i candidati? A chi vogliono assomigliare nel carattere? La paura di perdere il potere li corromperà?

La ricerca del mistero e i buchi neri

(Rafael Lima)

Recentemente il mondo si è fermato per godersi la prima foto di un Buco Nero. Nei social, sui giornali, in televisione, ovunque abbiamo visto tutti la strana immagine: un anello di fuoco che circonda uno spazio scuro. Che cos’è un buco neo? Qual è la sua importanza per la scienza? Che cosa implica per l’uomo comune? E cosa cambia per l’uomo di fede? Probabilmente queste sono state le domande più ripetute in quei giorni. Cercheremo di dare una risposta, per quanto essa sia imperfetta.

Le equazioni di Einstein
Nel 1783, John Michell, un filosofo naturale inglese previde qualcosa che chiamò “stella scura” (dark star). L’idea è semplice. Ogni corpo di massa elevata come la terra, il sole o la luna hanno una propria velocità di fuga, vale a dire una velocità minima necessaria a un corpo (per esempio un missile) per sfuggire al proprio campo gravitazionale. Per esempio, la velocità di fuga della terra è di 11 chilometri per secondo. Un missile dunque deve avere velocità iniziale uguale a, oppure più grande di quella per raggiungere lo spazio. Dall’altro lato un corpo, per sfuggire al sole, deve avere una velocità di 617 chilometri al secondo poiché il sole ha molta più massa rispetto alla terra. Mitchell ragionò sull’idea che la stessa luce sarebbe composta di particelle con massa (una cosa che noi oggi sappiamo non essere vera) e usando le Leggi di Newton sul movimento teorizzò che se una stella avesse abbastanza massa, tale che la sua velocità di fuga fosse uguale a 299.792 Km/s (la velocità della luce) allora anche la luce sarebbe stata capace di sfuggire alla stella e dunque la stella sarebbe stata scura.

Tuttavia, le leggi di Newton non avrebbero rappresentato l’ultima parola sul funzionamento della gravità. Nel 1915 Einstein pubblicò la sua Teoria della relatività in una serie di quattro articoli che avrebbero cambiato tutta la nostra comprensione non solo in ordine a che cosa sia la gravità ma anche su ciò che sono lo spazio e il tempo. In sintesi, Einstein sostituì l’ottica newtoniana in cui la gravità è una forza che agisce a distanza tra oggetti aventi una massa, con una visione geometrica dello stesso spazio. Per Newton lo spazio non era altro che l’ambito in cui le particelle, i pianeti e le persone agiscono e si muovono. Per lui il tempo non sarebbe stata una costante che andava dal passato al futuro sempre alla stessa velocità. Il mondo di Einstein non è così. Lo spazio e il tempo non sono dimensioni indipendenti per i loro attori e non possono neanche essere deinterlacciati l’uno dall’altro. Si è sostenuto che fu Hermann Minkowski, fisico e professore di Einstein, che coniò il termine “spazio–tempo” per designare il nuovo concetto fisico. Per Einstein la gravità nasce dalla deformazione geometrica nello spazio–tempo dovuta alla presenza di corpi con massa notevole. Sebbene non sia possibile immaginare come funzionino le cose nello spazio quadri–dimensionale (le tre dimensioni dello spazio + il tempo) è possibile quanto meno usare una metafora bi–dimensionale per fornire un’idea grossolana. Immaginate un trampolino. Mettete una palla da bowling nel suo centro. La palla deformerà il trampolino. Adesso, prendete una pallina da ping–pong e lasciatela libera sul trampolino. È certo che la pallina sarà “attratta” dalla palla da bowling. Nella relatività accade qualcosa del genere tra le stelle e i pianeti. Il nostro sole distorce enormemente lo spazio che lo circonda e questo è ciò che i pianeti “avvertono”.

Le equazioni di Einstein sono molto complesse e la loro prima applicazione fu fatta per approssimazione. Ma anche così, esse furono capaci di grandi risultati, impossibili per le Leggi di Newton. Uno dei primi successi della relatività fu quello di dimostrare l’origine della precessione nell’orbita di Mercurio. Fin dal XVII secolo gli astronomi avevano osservato che l’orbita ellittica di questo pianeta non è immutabile ma ruota costantemente intorno al suo perielio (il punto più vicino al sole). Le Leggi di Newton non poterono mai spiegare questo fenomeno, se non includendo un nuovo pianeta sconosciuto, chiamato Vulcano. Vulcano non fu mai osservato e l’idea fu completamente abbandonata quando Einstein fu capace di spiegare precisamente le osservazioni grazie alla sua nuova teoria. Un altro grande punto in favore della relatività. Un’altra predizione fatta con la teoria fu quella secondo la quale le masse rilevanti potevano alterare la traiettoria della stessa luce.

Questa predizione fu confermata il 29 Maggio del 1919 durante l’ecclissi solare totale, osservata nelle città di Sobral in Brasile e di Sao Tame e Principe sulla costa africana. Fu posibile vedere come il sole cambiava il percorso della luce dalle stelle più lontane. La conferma lanciò Einstein nella categoria delle celebrità mondiali.

C’è un certo numero di predizioni fatte sulla base delle Equazioni di Einstein che sono state confermate. Per esempio, il 14 Settembre 2015 furono osservate per la prima volta le onde gravitazionali. E l’ultima prova a favore della relatività di Einstein, in ordine di tempo, fin dalla data di pubblicazione del suo saggio è costituita proprio dall’immagine dell’ombra di un Buco Nero.

Pochi mesi dopo che Einstein pubblicò il suo articolo, l’astrofisico e matematico tedesco Karl Schwarzschild pubblicò la prima, accurata soluzione delle Equazioni di Einstein. Questo colpì Einstein per due ragioni. Primo, come commentò, non si aspettava che un’esatta soluzione fosse rinvenuta in così breve tempo. Egli stesso aveva usato le sue equazioni per approssimazione. La seconda ragione che può averlo colpito sta nella stessa soluzione, poiché essa prefigurava un Buco Nero.

 

Il Buco Nero
La soluzione di Schwarzschild fa riferimento fondamentalmente a un oggetto centrale, sferico, non rotante. Gli astrofici lo usano costantemente per studiare alcuni tipi di stelle. In sostanza lo usiamo per studiare una stella dall’esterno. Questo significa che tale soluzione ci dice molto bene come funziona la gravità intorno a una stella o a qualsiasi oggetto sferico. Ma com’è l’intera soluzione? Bene è qui che cominciano le cose strane. Essa prevede una singolarità, vale a dire un punto centrale che non ha alcun senso matematico. La soluzione prevede anche una zona di non ritorno, chiamata Evento Orizzonte, una regione dalla quale neanche la luce è capace di sfuggire.

Una stella vive a partire dalla combustione del suo combustibile nucleare, per esempio mutando idrogeno in elio. Questo processo è definito fusione nucleare, e il calore e le radiazioni sprigionate è ciò che protegge la stella contro la compressione causata dalla sua propria gravità. Ma quando una stella ha consumato tutta la sua energia ci sono alcuni possibili esiti. Uno di essi è definita la morte della stella, quando non ha più energia al suo interno per contrastare la forza gravitazionale e tutta la materia della stella collassa verso il suo centro. Questa è la nascita di un Buco Nero. Si consideri questo: dall’esterno, a distanza, un Buco Nero si comporta come qualsiasi altro corpo dotato di massa. Se il nostro sole fosse sostituito da un Buco Nero della stessa dimensione, le orbite dei circostanti pianeti resterebbero le stesse.

Ma la soluzione di Schwarzschild mostra che c’è un limite, una regione di sicurezza massima di approssimazione. Si tratterebbe, per fare l’esempio, un punto in cui, sul nostro trampolino, la pendenza sarebbe così accentuata che la pallina non avrebbe forza per sfuggire alla caduta nella singolarità. Infatti, neanche la luce è così veloce da sfuggire all’evento orizzonte.

E qui torniamo all’importanza della foto rilasciata dal team di EHT (Event Horizon Telescope). Il fatto rientra nella grande lista di prove della Relatività Generale di Einstein e personalmente ritengo che sia una delle più impressionanti. In primo luogo, come è possibile avere un’immagine di qualcosa che non emette luce e che inoltre inghiotte la luce che attraversa la sua strada? Come è stato detto, a parte l’orizzonte degli eventi, i Buchi Neri sono esseri abbastanza normali, considerando anche che quello in questione, al centro della galassia M87 è un vero mostro i suoi 6.5 miliardi di massa solare. Quello che noi vediamo nella foto come un anello di fuoco è l’immagine di materia surriscaldata che orbita intorno al Buco Nero. Questa materia ruota in un enorme campo gravitazionale con una tale violenza da surriscaldarsi ed emettere onde radio. Sono state proprio queste onde radio a essere catturate dal telescopio EHT. Ma ciò che impressiona veramente non è tanto ciò che si vede nella foto ma ciò che non si vede, vale a dire, l’ombra del Buco Nero. A scapito di tutti i test che la Teoria generale della Relatività ha superato (e ha vinto!) nessuno ma ha saputo quale sarebbe stata la sembianza di un Buco Nero. Siamo riusciti ad avere simulazioni via computer? Sì. Abbiamo avuto prefigurazioni? Molte. Ma nessuno ha mai potuto dire con certezza che la teoria non avrebbe a un certo punto fallito.

Infatti, molti scienziati pensano che la Teoria Generale della Relatività a un certo punto fallirà, e non rappresenta l’ultima parola. Comunque, non è questa la volta in cui è fallita, in quanto adesso abbiamo l’immagine della bocca del mostro, lo stesso orizzonte degli eventi come un’ombra circolare. Questa foto è indubbiamente uno dei più grandi successi della razza umana.

 

Ma che cosa sta cercando l’uomo?
Ma che cosa sta cercando veramente la nostra razza con queste grandi imprese? Non sto parlando di successi che generano benessere ma di ciò che genera cose che chiameremmo “terene”. Io sostengo che gli esseri umani cercano il “mistero”. È ironico che la foto di EHT mostra la cosa più misteriosa esistente nell’universo fisico. Poiché che cosa c’è di più misterioso di una regione dalla quale è strettamente impossibile ricevere luce e, dunque, impossibile per noi da esplorare?

Nessuno sanno di mente direbbe che l’importanza della Nona sinfonia di Beethoven stia nel profitto che ha portato al suo autore. Nello stesso modo che cosa spinge la nostra specie a voler cercare eventi che accadono in un’altra galassia, 54 milioni di anni luce distante da noi?

L’essere umano ha in sé un desiderio smisurato, un desiderio che non può essere espresso ma che tuttavia lo muove. Agostino sosteneva che questo insaziabile desiderio nasce dal potenziale rapporto che gli uomini hanno con Dio. Un desiderio che non potrebbe essere saziato altro che dall’incontro con l’infinito. E infatti il grande scrittore cristiano C.S. Lewis ha giustamente definito questo sentimento “desiderio dell’infinito”. A proposito di questo desiderio innominabile nel suo libro A viso scoperto, uno dei personaggi dice: “Era nel momento in cui ero massimamente felice che io desideravo di più. Era un giorno felice, quando eravamo sulla sommità della collina, … con il vento e il sole … E poiché era così bello, mi sentivo di cercare, e cercare ancora. Ci sarebbe stato qualcosa di ancora più bello”. Cioè, non abbiamo questo desiderio nonostante le più pure gioie terrene, ma lo abbiamo proprio in ragione di queste. Anche la più profonda delle felicità sembra puntare a qualcosa di più grande, qualcosa che sta oltre. Non è inusuale ascoltare da persone di successo una nota di tristezza, come se tutti i loro successi non fossero abbastanza. Detto in altro modo, è impossibile per gli esseri umani essere dei materialisti allo stato puro, al 100%. Su questo punto il giornalista e scrittore G.K. Chesterton ha scritto: “Il materialismo storico, quello secondo il quale tutta la politica e tutta l’etica sono espressione dell’economia è di fatto una semplice fallacia (…) è come dire che poiché un uomo può camminare unicamente con due gambe, non camminerà mai eccetto se non acquisti delle scarpe e dei calzini”.

È possibile che questo sentimento che va oltre l’ordinario e il mondano stia al cuore dell’impresa scientifica. Certo, molta della scienza moderna ha a che fare con ciò che è terreno e mondano. In altre parole, ci sono molti settori della ricerca scientifica che hanno al proprio centro dei problemi comuni, come per esempio lo stesso benessere dell’essere umano. Ma è un fatto che nelle scienze esiste un’altra faccia della medaglia. Einstein stesso una volta disse: “Non sono interessato in questo o in quest’altro fenomeno, voglio conoscere i pensieri di Dio – il resto non sono altro che dettagli”.

È improbabile che Einstein si riferisse al Dio cristiano, ma che usasse la parola Dio come sinonimo per i misteri più profondi dell’universo. Spesso la scienza può apparire fredda con le sue leggi ed equazioni, ma la scienza è fatta dagli uomini, e nel cuore umano pulsa una volontà per l’infinito. Per questo diamo importanza a cose che possono non portare beneficio economico come la musica, l’arte la filosofia e la fisica pura. Ma può essere vero che sono proprio queste cose “inutili” che ci definiscono come esseri umani. Per Tommaso d’Aquino tutto ciò che è bello, vero e buono punta alla sua origine divina in Dio. Tutti i cristiani dovrebbero dunque cercare scientemente queste cose poiché, dopotutto, è Dio che dà la bellezza, la verità e la bontà di ciò che esiste. Conoscere l’artista significa conoscere la sua opera. Ma c’è un ulteriore fattore da considerare. Perché dovremmo aspettarci che i nostri scarabocchi matematici abbiano qualcosa a che fare con il mondo naturale?

 

Il cuore dell’uomo è pronto per l’infinito?
Il fisico Eugene Wigner ha scritto un interessante articolo il cui titolo suona come una domanda disperata: “The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in the Natural Sciences”. Fondamentalmente, non abbiamo motivo di pensare che la matematica abbia a che fare con il mondo reale. In un senso, sarebbe come sperare che le regole degli scacchi ci aiutassero nelle politiche di una monarchia. È chiaramente un non senso. Ma nel caso della matematica si tratta di una realtà. In ingegneria, meteorologia o medicina. La matematica è usata non solo come uno strumento di lavoro ma anche come un oracolo per predire il futuro. Esattamente; per predire gli esiti di alcuni eventi quali i solstizi, le ecclissi, i lanci di missi, e i buchi neri. Una prefetessa greca sarebbe stupefatta nel vedere il potere di previsione che noi oggi diamo per scontato.

Infatti è qualcosa di sorprendente che oggi possiamo scoprire le leggi con cui funzionano le stelle e scoprire le regole con le quali muoiono. E dunque nel cuore dell’uomo non c’era semplicemente un insormontabile volontà di semplificare il mondo. Se fosse solo questo, non sarebbe un dono ma una maledizione. Ma si tratta di un dono poiché l’essere umano in qualche modo è dotato della capacità di portare avanti questo compito. Sappiamo che se avvertiamo fame, la plachiamo con il cibo. Se sete, possiamo placarla con l’acqua. Se abbiamo il desiderio di conoscere la natura, abbiamo la capacità di creare strumenti matematici per svolgere questo compito. Ma che ne è del desiderio dell’infinito? Lewis sostenne che questa potrebbe essere l’unica aspirazione che non ha un modo di essere soddisfatta. Anche le rivelazioni delle bellezze naturali e matematiche, anche la musica e tutte le arti del mondo non possono spegnerla.

Non sappiamo cos’altro sarà scoperto di questi buchi neri nello spazio in quanto abbiamo appena ricevuto la prima immagine di uno di essi. Ma assumiamo il presente stato di fatto come una metafora della ricerca dell’essere umano di saziare la sua curiosità. Dopo la matematica, dopo questa incredibile impresa umana, abbiamo ricevuto la conferma che nei fatti ci sono regioni dell’universo che sono inaccessibili ai nostri occhi. Un vero mistero. In un senso, la nostra fame di sapere non è mai saziata e continuiamo a correre verso l’orizzonte in cerca di un arcobaleno che continua a spostarsi in avanti. L’infinito è sempre un passo più in là. Come hanno detto in molti, ciò che l’essere umano desidera ardentemente non è questo Universo, ma ciò che sta oltre, e non mi sto riferendo a ciò che si trova al di là dell’orizzonte degli eventi dei buchi neri.

Rafael Lima, PhD in Fisica, è professore di Fisica presso l’Università Statale di Santa Catarina in Brasile e si è specializzato in Astrofisica Relativistica presso  l’Università La Sapienza di Roma.

 

 

 

Michael Green mi ha insegnato l’importanza dell’evangelizzazione

Un tributo al teologo che ha insegnato a un’intera generazione come evangelizzare mediante la chiesa locale.
(Alister McGrath)

Quando John Stott e J.I. Packer ebbero bisogno di un oratore per un importante incontro di leader evangelici degli anni ‘60, invitarono un trentenne che si chiamava Michael Green (1930–2019). Il teologo britannico morto a Oxford il 6 febbraio divenne da quel momento uno dei più dotati evangelisti della sua generazione.

Green, studente accademicamente talentuoso, si convertì al cristianesimo quando era adolescente. In rapida successione conseguì la laurea con lode negli studi classici a Oxford e la laurea con lode in teologia a Cambridge.

Il senso che avvertì della sua chiamata al ministero nella Chiesa d’Inghilterra fu un riflesso della sua passione di una vita per l’evangelizzazione. Mentre era membro dello staff del London College of Divinity, un college teologico della chiesa anglicana, Green pubblicò due opere che avevano in vista il pubblico degli studenti e che contribuirono alla crescita della sua reputazione come apologeta ed evangelista: Man Alive (1967) – pubblicato in italiano da Edizioni GBU nel 1977 con il titolo Gesù il contemporaneo – e Runaway World (1968) – sempre pubblicato da Edizioni GBU nel 1976 con il titolo Mondo in fuga.

Questi libri furono ampiamente letti e diffusi tra gli studenti cristiani e gli valsero inviti come oratore nelle maggiori chiese e negli incontri studenteschi in tutto il Regno Unito. Io li lessi entrambi mentre ero studente a Oxford nei primi anni ‘70, e ricordo vividamente un suo sermone su Giovanni 3 che mi aiutò a cogliere il nucleo dei temi del vangelo.

 

Primo impatto
Green ora era una stella in ascesa nella Chiesa d’Inghilterra. Fu il più giovane oratore al National Evangelical Anglican Congress nel 1967, evento organizzato da John Stott e J.I Pcker che fu ampiamente considerato, all’epoca, come una conferenza che avviò un corso nuovo e più fiducioso per l’evangelismo (evangelicalism) interno alla Chiesa d’Inghilterra. Nel 1967 fu eletto principal del London College of Divinity mentre era ancora trentenne e supervisionò lo spostamento del college nella città di Nottingham nelle East Midlands dell’Inghilterra. Il contagioso entusiasmo di Green per la sua fede, legato alle sue eccezionali doti di insegnante, fecero crescere significativamente il profilo del collegio.

Nel 1975 Green divenne rettore di St Aldate Church, a Oxford. All’epoca io ero uno studente in quella città e mi ricordo bene l’entusiasmo e le aspettative all’interno della comunità studentesca cristiana di Oxford nell’apprendere la notizia di questo incarico. Molti erano elettrizzati al pensiero di mettersi ai piedi di un predicatore ed evangelista così dotato e famoso. Erano tutt’altro che scontenti.

La predicazione di Green intrecciava insieme il suo amore per il Nuovo Testamento e la sua passione per l’evangelizzazione oltre a un profondo sentimento di cura e di compassione per la sua comunità locale. La notevole capacità di Green di incoraggiare gli altri nella loro fede e nel valutare la loro vocazione spinse molti a considerare l’ordinazione ecclesiastica, il lavoro missionario o i modi di assicurarsi che la propria fede e la propria vocazione professionale fossero interconnessi.

In qualche modo Green riusciva anche a trovare il tempo per scrivere. Le opere di questo periodo includono il suo I Believe in the Spirit il cui tono caldo e seducente riuscì a dare valore al nuovo interesse per lo Spirito Santo che stava crescendo nei circoli studenteschi e oltre.

Nel 1977 John Hick e un gruppo di accademici produsse un’opera revisionista intitolata The Mith of God incarnate (in it. Il mito del Dio incarnato, Bastogi, Foggia 1982). Green si rese conto che ci voleva una risposta teologicamente ortodossa e in un tempo straordinariamente breve mise insieme una coalizione di scrittori per produrre il libro The Truth of God Incarnate, in cui c’erano saggi di accademici di rilievo come John Macquarrie e Stephen Neil così come due ben elaborati pezzi di Green stesso.

 

Uno scenario più ampio
Dopo 10 anni a St Aldate Green annunciò la sua intenzione di spostarsi in altri campi del ministero, chiedendo preghiere mentre lui e sua moglie Rosemary consideravano il loro futuro.  Dopo attenta riflessione Green annunciò che avrebbe assunto il posto di professore di evangelizzazione al Regent College di Vancouver, a partire dal settembre del 1987. Green vi aveva insegnato nei corsi estivi alla fine degli anni 70 e all’inizio degli anni 80 e si era reso conto che lui e Rosemary si sarebbero trovati bene.

Questa nuova posizione permetteva a Green di sviluppare su ampia scala la sua passione per l’evangelizzazione. Oltre alle principali missioni con gli studenti di Regent nelle città della Columbia britannica e dello stato di Washington, Green fu capace di incitare all’impegno tutto il Nord America, creando e consolidando legami con i leader di chiese dell’area. Gli interessi del suo insegnamento si appuntavano sui temi dell’evangelizzazione, dell’apologetica, della teologia applicata e del Nuovo Testamento. Come studioso, così come praticante, Green divenne un modello per gli studenti, in particolare grazie alle sue lezioni informali note con il titolo di Green on the Grass, lezioni che si tenevano sotto un albero nel parco di Regent e nelle quali esplorava le domande e i quesiti che gli studenti ponevano in merito all’evangelizzazione, l’apologetica e la spiritualità.

Nel 1988 la Conferenza di Lambeth che radunò i vescovi anglicani di tutto il mondo dichiarò che gli anni 90 dovevano essere una «Decade d’evangelizzazione» segnata da una «rinnovata importanza della diffusione di Gesù Cristo ai popoli di questo mondo».

Nel 1991 George Carey fu eletto Arcivescovo di Canterbury. Carey era convinto che il futuro della Chiesa d’Inghilterra dipendesse da una riscoperta del ministero dell’evangelizzazione.

Come antico studente del college del London College of Divinity conosceva la competenza e la passione di Green in questo campo. Lo invitò allora a ritornare in Inghilterra come responsabile aggiunto, insieme al vescovo Michael Marshall, della iniziativa evangelistica della Chiesa d’Inghilterra, nota con il nome di «Springboard». Green servì in questo ruolo dal 1992 al 1996, coordinando le sessioni di formazione evangelistica e sviluppando la visione dell’evangelizzazione della Chiesa, a partire dal suo centro base che si trovava a Nottingham. Alla fine del 1996, all’età di 65 anni, Green si ritirò da questa posizione.

 

Oxford
Fu a questo punto che io irruppi nella vita di Green. Nel 1995 divenni Principal di Wycliffe Hall ad Oxford, un college teologico evangelico della Chiesa d’Inghilterra, e fui subito consapevole di avere bisogno nello staff del team di una figura senior rispettata e saggia, tale che potesse incoraggiare e fare da mentore agli studenti. Dopo aver parlato a uno degli ultimi eventi di formazione all’evangelizzazione organizzato da Green a Nottingham, nel 1996, mi resi conto che lui e Rosemary sembrava non avessero più un ruolo una volta che l’iniziativa di Sprinboard si fosse conclusa.

Dopo essermi consultato con i colleghi invitai Michael e Rosemary a unirsi allo staff di Wycliffe. Sarebbe divenuto un senior research fellow, una posizione che gli avrebbe permesso di insegnare nelle aree di sua competenza, soprattutto evangelizzazione e apologetica, pur lasciandogli lo spazio necessario per scrivere libri e parlare in tutto il mondo. Michael e Rosemary poterono così ricongiungersi con la chiesa di St Aldane e tornare a Oxford, la città in cui si erano incontrati e si erano innamorati.

Per la gioia di tutti, accettarono l’invito e si spostarono ad Oxford. Non c’è spazio per documentare le tante cose fatte da Green nella sua fase finale di Oxford così come per esempio il suo coinvolgimento nella fondazione dell’Oxford Center for Christian Apologetics agli inizi degli anni 2000; la sua leadership entusiasta e impegnata nei gruppi di studenti di Wycliffe, nelle missioni nelle chiese britanniche e nelle università; e il suo ricco insegnamento nel campo dell’evangelizzazione, dell’apologetica e del Nuovo Testamento; e forse, ancor più memorabile, il calore dell’ospitalità che egli e Rosemary offrivano gli studenti e ai colleghi nella loro casa in Old Marston alla periferia di Oxford.

Green è rimasto nello staff di cui Wycliffe Hall fino alla sua morte, per più di vent’anni. La sua lezione al college, tenuta poche settimane prima della morte, è stata su un tema che restava molto vicino al suo cuore: l’evangelizzazione mediante la chiesa locale.

L’eredità di Green si situa principalmente nelle vite delle molte persone che egli ha discepolato e incoraggiato e che hanno trovsto in lui un misericordioso e sapiente cristiano con una passione per la sua fede e un amore per il suo Signore. Nel mondo ci sono molti come me, sia nel Regno Unito sia in Nordamerica che si considerano più saggi e più ricchi in virtù della conoscenza che hanno avuto di Michael Green e che lo considerano come una rilevante influenza nelle proprie vite e nel proprio pensiero. Green stesso notava molte volte che egli era un Barnaba, un incoraggiatore. Nel duro e scoraggiante mondo in cui viviamo abbiamo sicuramente bisogno di più leader come Michael Green.

 

Alister McGrath è Andreas Idreos Professor of Science and Religion presso l’Università di Oxford.
L’articolo, apparso sul giornale online Christianity Today, viene qui tradotto e pubblicato con il personale permesso dell’autore.

Traduzione a cura di Edizioni GBU.

 

Di Michael Green le Edizioni GBU hanno pubblicato, in italiano (www.edizionigbu.it):

Mondo in fuga, 1976;
Gesù il contemporaneo, 1977
Dire Gesù è dire libertà, 1978
I 30 anni che cambiarono il mondo. Un nuovo approccio al libro degli Atti, 2010;
Vorrei credere ma …, 2015.

 

Di Alister McGrath,

Gesù chi è e perché è importante saperlo, 1997
La Riforma protestante e le sue idee sovversive. Una storia dal XVI al XXI secolo

Tre domande a Gary Thomas sul fenomeno #meToo

  1. Che cosa hai pensato quando la stampa e i media hanno iniziato a prestare attenzione al fenomeno delle proteste per gli abusi di uomini nei confronti di donne in molti campi?

Sentire quante donne hanno dovuto sopportare una cosa del genere è stata per me un’esperienza straziante, e ho pensato che si trattasse per tutti noi di un invito assolutamente opportuno e necessario a simpatizzare con le vittime e a fare qualcosa.
Per esempio, alcuni anni fa, predicando a giovani uomini, qui nella chiesa di Houston, sostenevo che sarebbero state le persone più “affidabili” di tutta la città, questo almeno fino ad oggi. Ora nelle mie prediche inserisco sempre più esempi di relazioni tra capi e sottoposti.
La chiesa ha bisogno di dare l’esempio.

 

Mio figlio frequenta la business school di Harvard, e questo mi ha dato la possibilità di frequentare un corso con lui in cui il professore mi ha aperto gli occhi su quelli che definisco i capricci del “consenso”. Il cinquanta percento delle persone negli Stati Uniti, dal punto di vista economico, ha più debiti di quanto ha risparmiato, e se capitasse loro di perdere il proprio reddito per due o tre mesi si troverebbero di fronte a una situazione finanziaria devastante. Con dinamiche di questo genere accade che se un capo chiede a un sottoposto di fare qualcosa, e nell’ipotesi in cui il capo non venisse accontentato, potrebbe accadere che la famiglia del subordinato verrebbe rovinata economicamente, e ciò potrebbe spingere i sottoposti a essere inclini a fare cose che detestano, per necessità economiche.

Il “consenso” che ne verrebbe fuori non sarebbe un vero consenso.

Credo che almeno il novanta per cento delle donne che denunciano abusi dicano la verità e hanno bisogno di essere ascoltate; ma conosco almeno un caso in cui un pastore è stato trattato ingiustamente. Ecco perché penso che le chiese debbano avere strategie adeguate per gestire le situazioni, allorquando si levano accuse del genere. C’è bisogno di qualcuno che sia esterno all’organizzazione implicata, addestrato ad affrontare il problema in un modo in cui non può esserlo la chiesa stessa e la cui priorità è quella di cercare la verità, senza difendere o attaccare nessuno. Dato che anche le chiese sono state compromesse e hanno comprensibilmente perso la fiducia di tanti, potrebbe essere il momento in cui esse si sottopongano umilmente a verifiche oggettive esterne, allorquando sopraggiungono problemi del genere. Le chiese che hanno cercato di affrontare questi casi internamente hanno dato di se stesse una pessima immagine.

 

  1. Il fenomeno ha indubbiamente a che fare con il rapporto tra uomo e donna, un campo in cui hai scritto molto; il quadro che ne esce, a parte quello della violenza, è quello di uno scontro tra generi, maschile e femminile, senza capire quale potrebbe essere il punto d’incontro nelle diverse aree dell’esistenza, dal matrimonio, al lavoro, all’educazione.

Il Vangelo di Gesù Cristo è interamente basato sulla riconciliazione e si oppone sia all’oppressione sia alla marginalizzazione, incluso tutto ciò che ha a che fare con il genere. Uno dei modi migliori per affrontare questo problema è quello di costruire matrimoni solidi, soddisfacenti e pieni di amore (cherishing). Quando io amo mia moglie, mi sento molto meno incline a molestare o sollecitare sessualmente un’altra donna. Un matrimonio solido ci protegge dal sessualizzare l’altro genere e ci dispone ad apprezzare a godere delle competenze, dell’intuizione, della collaborazione e persino dell’amicizia di persone dell’altro sesso, senza trasformare tutto ciò in qualcosa di inappropriato. Se fossimo concentrati sui nostri matrimoni, saremmo meno propensi a diventare dei carnefici. Ciò non impedisce alle donne (e in qualche occasione agli uomini) di essere vittimizzate e dunque non sto incolpando le vittime di avere matrimoni al di sotto di certi standard. Sto parlando a coloro che si fanno del male da se stessi.

 

  1. Ci hai insegnato che le relazioni con l’altro fanno parte della formazione spirituale dell’individuo (maschio o femmina); cosa puoi dirci, alla luce di tutto ciò che sta accadendo e alla luce delle Scritture?

Ho scoperto che quando in particolare rispetto mia moglie, imparo in generale a rispettare le altre donne. Le situazioni rivelano qual è il carattere di una persona (cattivo e buono) e il carattere può essere cesellato per perseguire intenzionalmente Dio e la santità nel matrimonio. L’intera premessa del matrimonio sacro: che cosa sarebbe se Dio avesse ideato il matrimonio per renderci santi più che per renderci felici? – potrebbe applicarsi altrettanto facilmente ai rapporti di lavoro. Potremo non essere d’accordo fra di noi, potremo essere gelosi, ma dobbiamo perdonarci e continuare a lavorare insieme. Possiamo aspettarci, a causa della nostra natura caduta nel peccato, che ci sarà conflitto e che a volte sarà tutto davvero difficile. Ma quando il nostro obiettivo è la ricerca dell’identità di Cristo possiamo imparare a perdonare invece che a fare pettegolezzi; servire invece di gongolare su noi stessi o vivere nel risentimento; onorare invece che disprezzare; e incoraggiare invece di abusare o perseguitare sessualmente.

Gary Thomas è pastore di una chiesa evangelica di Houston ed è uno scrittore molto prolifico nel campo della “foremazione spirituale”. Edizioni GBU (www.edizionigbu.it) ha pubblicato tre libri di Gary Thomas:
Vincolo santo. E se Dio avesse ideato il matrimonio non tanto per farci felici quanto per renderci santi? (2009)
Educazione santa. E se Dio avesse voluto l’educazione non tanto per crescere bene i nostri figli quanto per rendere santi i genitori? (2014)
Ricerca santa. E se il problema non fosse tanto chi sposare quanto perché sposarsi? (2013)

Gary Thomas è stato il relatore del IX Convegno Nazionale GBU (2014), “Amore cercato, amore vissuto, amore donato

I media, gli evangelici e l’uso della violenza

Anticipiamo qui il contenuto del seminario che Valerio Bernardi terrà nell’ambito del XIII Convegno Nazionale GBU

 

Riflettere su cosa sia la violenza e su come essa sia usata oggi dai mezzi di comunicazione di massa è cosa seria e meriterebbe sicuramente un’ampia discussione. Per questo motivo si è deciso di circoscrivere l’ambito dell’intervento, per evitare di discutere di sommi sistemi e per cercare di dare delle risposte concrete rispetto a quanto si afferma e fare una serie di esempi pratici.

Sicuramente nel mondo odierno tra i media che maggiormente influenzano l’immaginario ci sono i film e le serie televisive (la cui perfezione tecnica li rende paragonabili alle pellicole che si vedono sul grande schermo). Come dobbiamo comportarci di fronte a questi mezzi che sicuramente influenzano la visione del mondo delle persone e che, nel corso degli ultimi decenni, sono diventati sempre più espliciti nelle scene che presentano al pubblico, soprattutto nella esplicita manifestazione della violenza?

L’atteggiamento che possiamo avere può essere essenzialmente di tre tipi.

Possiamo respingere qualsiasi forma di violenza presentata dai film e dai telefilm e possiamo consigliare i nostri amici di non vederli, di boicottare un mondo che è totalmente estraneo al cristianesimo, di costruire una “controcultura” totalmente altra rispetto a quello che ci viene proposto. E’ questa la scelta di credenti “radicali” che sconsigliano di vedere qualsiasi forma di spettacolo “mondano”. Una scelta assolutamente rispettabile e che merita tutto il nostro interesse per il suo coraggio e per il tentativo di creazione di  una vera controcultura. L’obiezione che si potrebbe muovere a questa tendenza è quella che, per evangelizzare il mondo, bisogna conoscerlo. Sicuramente l’Apostolo Paolo dà un esempio nel discorso agli Ateniesi all’Aeropago di come fosse a conoscenza della cultura dell’epoca e di come essa poteva fungere da mezzo di comunicazione per incontrare l’Altro.

L’altro atteggiamento è quello di diventare degli spettatori passivi, pronti a farci manipolare l’immaginario da scene gratuite di violenza e di iniziare a pensare che, tutto sommato, la violenza, dai tempi di Caino ed Abele, fa parte integrante della vita dell’uomo. Anzi, qualche volta, possiamo tranquillamente proporle per rafforzare il nostro messaggio. Secondo alcuni studiosi il mondo evangelico ha subito questa svolta (sicuramente minoritaria) dopo l’uscita di The Passion di Mel Gibson. Accolto trionfalisticamente dal pubblico evangelico americano, proprio per la sua crudezza, è diventato un veicolo di apertura verso la violenza nel mondo delle immagini. La domanda è: possiamo ammettere una tale crudezza ed  una visione di un film del genere, perché riteniamo che sia piuttosto realistico nella descrizione della crocifissione? Anche qui alcune obiezioni potrebbero essere mosse: dobbiamo assuefarci del tutto ad un mondo violento? Quanto le immagini che vediamo possono influenzarci? Siamo sicuri che film come The Passion siano realistici e non propongano, invece, una Via Crucis in cui il dolore umano viene quasi esaltato? Chiaramente, a seconda dell’interpretazione che daremo al film, avremo una risposta diversa. Rimane il dubbio se bisognava indulgere a tale violenza.

Esistono, rispetto a queste due posizioni opposte e radicali, delle vie “mediane” che il credente forse dovrebbe prendere. La domanda che ci dovremo fare è: “quanto il lavoro proposto può essere utile ad aprire una comunicazione? Quanto ci descrive una situazione reale? Quanto c’era bisogno della descrizione violenta per arrivare al messaggio’”

Per riflettere su questo faremo tre esempi su cui si è discusso e su cui si possono avere opinioni diverse.

Il primo è la serie Il trono di spade: basato sul racconto fantasy di George Martin. Al contrario della saga di Tolkien e di quella di C.S. Lewis, dove il messaggio cristiano è abbastanza chiaro, nella sontuosa trasposizione televisiva dei racconti di Martin la violenza è molto pronunciato (insieme a molte scene di sesso, scomparse gradualmente con l’evolversi della serie). Molti scrittori evangelici si sono chiesti l’opportunità di vedere una serie del genere (vi è stato anche un interessante intervento di John Piper a proposito). Sicuramente si tratta di una serie di libri che possono essere discussi nella loro concezione “filosofica” del mondo ma, senza ombra di dubbio, descrivono un mondo grigio, in cui l’unica ambizione è il potere, che rischia di essere iperrealistico. La sua visione potrebbe essere sicuramente cautelata, ma non impedita ed alcuni degli episodi potrebbero essere un ottimo spunto per la discussione sull’orgoglio dell’uomo e le sue ambizioni.

Il secondo esempio viene da un altro film di Mel Gibson (più recente di The Passion): La battaglia di Hacksaw Ridge. In questo film viene raccontata la storia di un Avventista che, obbligato alla leva, va in battaglia senza mai usare le armi. Desmond Doss (il film è basato su una storia vera) vive tutti gli attimi della battaglia e correndo per il campo dove continuano a morire diversi uomini, riesce a salvare diversi commilitoni. In questo caso la violenza della battaglia (come può anche accadere nelle scene della sbarco in Normandia di Salvate il Soldato Ryan) ha un suo scopo: quello di mostrare la crudezza della guerra e l’eroismo dell’uomo non violento di fronte ad un evento catastrofico e portatore di morte. Il film in questione può essere un ottimo messaggio di come colui che crede possa dare un contributo assolutamente originale della testimonianza della propria fede in un momento di crisi.

Il terzo esempio è tratto dall’Universo Marvel. Ricordando che gli autori come Stan Lee ed altri hanno dovuto almeno sino agli anni Ottanta rispettare un codice di condotta, mi voglio soffermare sul personaggio di Daredevil. Nella serie di Netflix adesso disponibile vi sono scene piuttosto violente, ma il contrasto tra Bene e Male, tra Giustizia ed Ingiustizia è ben tracciato. L’accettazione/non accettazione del Divino è uno dei temi principali: la lotta contro il crimine può diventare violento, nonostante il nostro credere ci porta ad altre scelte. I conflitti che contrappongono valori sono ancora oggi di attualità e possono essere ottimi spunti per riflessioni e per discussione.

La rapida rassegna che abbiamo fatto ci porta alla conclusione che i media, come ogni cosa prodotta dal mondo, vanno conosciuti e vanno vagliati. Essi possono diventare oggetto e spunto di discussione. Accettare di vivere in un mondo violento, quindi, significa anche accettare che oggi le produzioni filmiche vadano sempre più verso l’iper-realismo e di questo bisogna dare una valutazione critica, senza né respingerle totalmente né totalmente assuefarsi, ma valutandone l’utilità.

“Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio.” I Cor. 10,31.

(Valerio Bernardi)

Un “Padre nostro” a misura d’uomo? (2)

Ha fatto scalpore, in questo mese di Novembre 2019, la notizia della volontà di Papa Francesco di modificare la sesta richiesta del Padre Nostro: da “non indurci in tentazione” a “non lasciarci cadere in tentazione” (tra i tanti, si veda queto articolo di Famiglia Cristiana). Abbiamo riportato la lettura di Pablo e José Martinez, nel libro Abba Padre. Teologia e psicologia della preghiera,

Ecco di seguito la lettura che ne dà John Stott

Il messaggio del Sermone sul monte. Una controcultura cristiana
Edizioni GBU, 2017
ISBN: 978-88-96441-90-9
pp. 296, € 16,00

(pp. 183–186)

 

 

 

 

 

Le ultime due richieste vanno probabilmente intese come l’aspetto negativo e quello positivo della stessa richiesta: Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno. Il peccatore il cui errore passato è stato perdonato desidera essere liberato dalla sua tirannia nel futuro. Il senso generale della preghiera è chiaro, ma ci troviamo di fronte a due problemi. Primo, la Bibbia dice che Dio non ci tenta (e non può tentarci) con il male (Giacomo 1:13). Dunque qual è il senso del pregare che non faccia una cosa che ha promesso di non fare mai? Taluni rispondono a questa domanda interpretando la “tentazione” come “prova”(Cfr. la New English Bible, la quale riporta «Non metterci alla prova»), spiegando che Dio, sebbene non ci induce a peccare, mette alla prova la nostra fede e il nostro carattere. Questo è possibile. Una spiegazione migliore mi pare sia che «non ci esporre» vada compreso alla luce della controparte «ma liberaci», e che “maligno” vada reso come una persona (come in 13:19). In altre parole, ci si riferisce al diavolo che tenta il popolo di Dio a peccare e dal quale dobbiamo essere “liberati” (rusai).
Il secondo problema concerne il fatto che la Bibbia dice che la tentazione e la prova ci fanno del bene: «Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate» o «tentazioni svariate» (Giacomo 1:2). Se dunque sono a nostro beneficio, perché dovremmo pregare di non esservi esposti? La probabile risposta è che la preghiera è piuttosto riferita all’essere in grado di superare la tentazione, che non a evitarla. Forse possiamo riformulare l’intera richiesta così: «Non permetterci di essere talmente esposti alla tentazione da esserne sopraffatti, ma liberaci dal maligno». Dietro queste parole che

(P. 183)

Gesù ci ha dato per pregare ci sono allora le implicazioni secondo le quali il diavolo è troppo potente per noi, che noi siamo troppo deboli per respingerlo, ma che il nostro Padre celeste ci libererà se lo invochiamo.
Le tre richieste che Gesù mette sulle nostre labbra sono meravigliosamente esaurienti. Coprono, in linea di massima, tutti i nostri bisogni umani: materiali (pane quotidiano), spirituali (perdono dei peccati) e morali (liberazione dal maligno). Perciò, quando eleviamo questa preghiera, stiamo esprimendo la nostra dipendenza da Dio in ogni area della nostra vita umana. Inoltre il cristiano trinitario vedrà in queste tre petizioni una velata allusione alla trinità, poiché è tramite il creato del Padre e la sua provvidenza che riceviamo il nostro pane quotidiano, è per la morte espiatoria del Figlio che possiamo essere perdonati ed è per la potenza dello Spirito che dimora in noi che siamo liberati dal maligno. Non c’è da stupirsi se alcuni antichi manoscritti (sebbene non i migliori) concludano questa dossologia attribuendo «il regno e la potenza e la gloria» a questo Dio trino al quale appartengono, e soltanto a lui.
Gesù dunque pare aver offerto il Padre Nostro come modello per la preghiera vera, la preghiera cristiana, a differenza delle preghiere dei farisei e dei pagani. Certamente si potrebbe recitare la preghiera del Padre Nostro in modo ipocrita o meccanico o entrambe le cose. Ma se crediamo a quello che diciamo allora questa preghiera è l’alternativa divina a entrambe le forme di falsa preghiera. E non credo sia eccentrico vedere una tale alternativa in entrambe le parti della preghiera.
L’errore dell’ipocrita è l’egoismo. Persino nelle sue preghiere egli è ossessionato dalla propria immagine e dal come appare agli occhi dell’osservatore. Ma nella preghiera del Padre Nostro i cristiani sono ossessionati da Dio, dal suo nome, dal suo regno e dalla sua volontà, non dalla propria. La preghiera del vero cristiano ruota sempre intorno a Dio e alla sua gloria. È dunque l’esatto contrario dell’esibizionismo degli ipocriti che usano la preghiera come veicolo per la propria gloria.

(p. 184)

L’errore del pagano è l’incuranza. Continua a blaterare dando voce alla sua liturgia senza senso. Non pensa a ciò che dice, perché la sua preoccupazione è il volume, non il contenuto. Ma Dio non è colpito dalla prolissità. Di fronte a questa follia Gesù ci invita a rendere noti i nostri bisogni al nostro Padre celeste con umile raccoglimento, esprimendo così la nostra quotidiana dipendenza da lui.
La preghiera cristiana, dunque, è vista in contrasto alle sue alternative non cristiane. È Dio–centrica (interessata alla gloria di Dio) al contrario di quella egocentrica dei farisei (preoccupati della propria gloria). Ed è intelligente (cioè esprime una dipendenza ponderata) al contrario degli scongiuri meccanici dei pagani. Quando andiamo a Dio in preghiera non lo facciamo in modo ipocrita come attori che cercano l’applauso degli uomini né in modo meccanico come pagani chiacchieroni la cui mente non è nei loro borbottii, ma in modo ponderato, umile e fiducioso come dei bambini che vanno al padre.
Si vedrà che la differenza fondamentale tra i vari tipi di preghiera è nelle immagini di Dio fondamentalmente diverse che si celano dietro a esse. Il tragico errore dei farisei e dei pagani, degli ipocriti e degli idolatri, giace nella loro falsa immagine di Dio. Infatti nessuno appartenente alle due categorie pensa affatto a Dio, poiché l’ipocrita pensa soltanto a se stesso mentre il pagano pensa ad altre cose. Che tipo di Dio potrebbe essere interessato a tali preghiere egoistiche e distratte? Dio è forse un prodotto che possiamo usare per promuovere il nostro status o un computer in cui possiamo introdurre dati in modo meccanico?
Ci allontaniamo da queste nozioni indegne e ci rivolgiamo con sollievo all’insegnamento di Gesù che Dio è il Padre nostro nei cieli. Dobbiamo ricordare che egli ama i suoi figli con l’affetto più tenero, che vede i suoi figli anche nel segreto, che conosce i suoi figli e tutti i loro bisogni prima che glieli chiedano e che agisce in favore dei suoi figli con la sua potenza celeste e regale. Se dunque permettiamo alla Scrittura di modellare la nostra immagine di Dio, se rammentiamo il suo carattere ed esercitiamo la sua presenza, non pregheremo mai

(P. 185)

con ipocrisia ma sempre con integrità, mai meccanicamente ma sempre in modo riflettuto, da figli di Dio quali siamo.

(P. 186)

Chi è John Stott?

Un “Padre Nostro” a misura d’uomo? (1)

Ha fatto scalpore, in questo mese di Novembre 2019, la notizia della volontà di Papa Francesco di modificare la sesta richiesta del Padre Nostro: da “non indurci in tentazione” a “non lasciarci cadere in tentazione” (tra i tanti, si veda queto articolo di Famiglia Cristiana).

Ecco di seguito la lettura che ne danno Pablo e José Martinez
Leggi anche l’opinione di John Stott

Abba Padre. Teologia e psicologia della preghiera,
Edizioni
GBU 1998,
ISBN: 888827006X,
p. 304,
€ 13,43

 

 

 

 

(pp. 296–310)
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SESTA RICHIESTA
“E NON INDURCI IN TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALE”

Il perdono divino, sollecitato nella richiesta precedente, non basta per risolvere totalmente il problema spirituale causato dal peccato. A che cosa servirebbe che Dio ci per­donasse una, cento, mille volte, se dovessimo sempre ine­vitabilmente soccombere all’impulso delle nostre ten­denze peccaminose? Al perdono di Dio si deve unire la sua protezione affinché non siamo costantemente vittime delle forze del male. A questa necessità risponde la sesta e ultima richiesta, articolata in due parti, che troviamo nel Padre Nostro. Se la precedente ci dà pace dopo le cadute della giornata, quest’ultima ci infonde incoraggiamento per affrontare i rischi morali del nuovo giorno. Ogni cre­dente può dire con Lutero: “Con la quinta richiesta vado a letto, con la sesta mi alzo”. (p. 296)

 

Non indurci in tentazione
Il verbo “tentare”, nell’Antico Testamento (ebraico nasah) e nel Nuovo Testamento (greco peirazo), significa, in generale, mettere alla prova. Questa azione poteva — e può — avere un fine salutare: irrobustire la fede e dimostrare la sua au­tenticità. Fu quello il caso di Abramo, che Dio “tentò” o mise alla prova chiedendogli di offrire suo figlio Isacco in sacrificio (Gen 22). Analogo era il fine delle difficoltà che Israele dovette affrontare nel periodo in cui errò nel de­serto (Dt 8,2) o il problema della convivenza con po­poli pagani in Palestina (Gdc 2,22; 3,1.4). Anche quando mise Giobbe alla prova, l’intenzione di Dio era per il bene.

Lo stesso significato positivo ha la tentazione in alcuni testi del Nuovo Testamento (I Pt 1,6; 4,12), perché l’e­sperienza della prova, in fondo, deve essere motivo di gioia (Gc 1,2.3.12). Mettere alla prova entra nel pro­gramma di Dio. Il suo Figlio unigenito “fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato” (Mt 4,1), e la stessa via devono seguire oggi i figli di Dio in Cristo, poi­ché “un discepolo non è superiore al maestro, né un servo superiore al suo signore” (Mt. 10,24). Come affermava Tertulliano, “nessuno che non sia passato per la tenta­zione può entrare nel regno dei cieli”.1

Questo elemento di prova nell’esperienza cristiana non è dovuto al fatto che Dio si compiace per la sofferenza dei suoi figli. “Non è volentieri che egli umilia e affligge i figli dell’uomo” (Lam 3,33). Ma sa che non ci sono succedanei che permettano di prescindere da quell’elemento, essen­ziale per il rafforzamento spirituale. L’albero si radica tanto più solidamente quanto più forte è il vento che lo sferza. Il nostro organismo fisico accresce la sua capacità immunolo­gica quando soffre l’attacco di virus o di altri agenti pato­geni. Qualcosa di simile succede nella vita spirituale. Come abbiamo già detto, la prova ha effetti vivificanti.

  1. Tertulliano, De baptismo, 20, a cura di B. Luiselli, Torino, Paravia 1968. (p. 297)

 

Su questo Giacomo si esprime con parole molto significative quando, riferendosi all’uomo che sopporta la prova, di­chiara: “Riceverà la corona della vita” (Giac. 1,12). La frase non deve farci pensare unicamente a una bene­dizione escatologica, ma a una vita di pienezza spirituale risultante dalla prova, beneficio che segue immediata­mente al trionfo sulla tentazione.

Anche Paolo era cosciente di questa realtà, e se Gia­como considerava “beato” o fortunato chi subisce e vince la tentazione (Gc 1,12), Paolo vedeva nelle tri­bolazioni — sempre causa di prova — un motivo per gloriarsi (Rom 5,3-5; 2 Cor 12,9.10). Con più ragione di Nietzsche, il credente può dire: “Tutto quello che non mi distrugge mi rafforza”, con la particolarità che nessuna prova è abbastanza forte per distruggerlo (1 Cor 10,13).

Ma la prova porta sempre con sé un rischio, una possi­bilità di fallimento. Adamo non ne uscì vittorioso; e nep­pure Israele, in molte occasioni. È innumerevole il nu­mero dei credenti, prima e dopo Cristo, che sono stati sconfitti dalla tentazione. È dunque ovvio che ogni volta che siamo tentati corriamo il pericolo di soffrire un grave danno morale. Per questo è necessario chiedere: “Non in­durci in tentazione”.

Ma la richiesta porta con sé una difficoltà teologica. È Dio che cí pone in situazioni che minacciano la nostra in­tegrità spirituale? È lui, in ultima istanza, il “tentatore”? Spesso nell’Antico Testamento si attribuisce a Dio la causa di tutto quello che avviene (p.es. Is 45,7; Am 3,6): il fine è quello dí esaltare la sua sovranità. Per quello, probabil­mente, furono redatte delle preghiere in cui si invoca Dio come se fosse lui l’autore dell’incitazione al peccato. Joa­chim Jeremias cita un’antichissima preghiera vespertina ri­tenuta ben nota al tempo di Gesù:

“Non condurre il mio passo in potere del peccato e non portarmi in potere della colpa e non in potere della tentazione, e non in potere dello scandalo.” (p. 298)

 

Subito dopo dà la sua spiegazione esegetica: “Tanto l’accostamento di peccato–colpa–tentazione–scandalo quanto l’espressione ‘portare in potere’ mostrano che la preghiera serale ebraica non pensa ad un’azione personale di Dio, bensì ad una sua volontà permissiva (per usare l’espressione tecnica grammaticale: il causativo ha qui una sfumatura permissiva)”.2 Si può dire la stessa cosa della richiesta del Padre Nostro.

Nel considerare questo problema dobbiamo tener pre­sente l’insieme dei riferimenti biblici. Da lì si deduce che in alcuni casi è Dio stesso che, con fini sommamente profi­cui, dispone qualche tipo di prova per i suoi figli. È il suo Spirito che ci porta al “deserto” della tentazione. Ma non è sempre così. Indipendentemente dalla occasionale inizia­tiva di Dio, la maggior parte delle nostre tentazioni deriva dalla nostra propria concupiscenza (epithymía — Gc 1,13.14), o da incitazione satanica nata dall’impegno di­struttivo del maligno. Queste sono le più pericolose, poi­ché non corrispondono a un proposito positivo, ma al­l’esatto opposto.

In ogni caso, dobbiamo chiedere la protezione del Padre celeste, senza la quale difficilmente potremmo evi­tare la caduta. Non chiederemo di essere liberati dall’espe­rienza — inevitabile — della tentazione, ma di non soc­combere al suo potere. Questa era l’interpretazione data da Origene alla sesta richiesta del Padre Nostro, alla quale aggiungeva questa osservazione: “Chi cade in tentazione vi rimane dentro, perché, secondo me, rimane prigioniero nella sua trappola”.3 La cosa grave è che molte volte chi cade in quel modo si trova bene nella sua situazione. È en­trato nei domini del male e vi si installa. Come si può en­trare nel regno di Dio (Mt 19,23) e si può entrare nella vita (Mt. 19,17), così, coscientemente e deliberatamente, sí

  1. Jeremias, Il messaggio centrale del Nuovo Testamento, pp. 137-138.
  2. Origene, De oratione, 29, 9, in Migne, Patrologia graeca, volli, pp. 413-562. (p. 299)

 

può entrare nel feudo del diavolo e della morte che sog­giace alla tentazione. Santos Sabugal ha ampliato questo pensiero con grande saggezza: “`Entrare nella tentazione’ è dunque un’espressione del tutto analoga a entrare nel regno… o ‘entrare nella vita’…poiché in tutti e tre i casi in­dica l’entrata all’interno dello spazio metaforico della ‘ten­tazione’ e del ‘regno’ o della ‘vita’. Ebbene, entrare in que­sti ultimi equivale a prendere definitivamente possesso di questa realtà salvifica; ‘entrare nella tentazione’ significa, a rigore, penetrare al suo interno per parteciparvi personal­mente o entrare in comunione con essa appropriandosene e possedendola; in altre parole: insediarsi temporanea­mente o definitivamente nella tentazione o rimanerne vit­tima”.4 Terribile tragedia! È urgente che invochiamo il Padre sollecitando il suo aiuto per liberarcene.

Sono molte le situazioni in cui dobbiamo rivolgerci a Dio con la sesta richiesta del Padre Nostro. Nel Nuovo Te­stamento ci sono indicazioni di un’ora escatologica di par­ticolare tribolazione (Mt 24,21) e tentazione (Ap 3,10). Caratteristiche di questa ora saranno la persecuzione del popolo di Dio e l’apostasia. Non staremo già vivendo ciò che precede quell’epoca drammatica? Mai prima tante e così potenti forze si erano unite contro Dio e il suo regno. Il mondo, soprattutto quello occidentale, diventa sempre più ateo e anticristiano. La fede e la morale cristiana sono oggetto di attacchi rinnovati, frontali o mascherati, o di spregio, calunnia e scherno.

Ma la tentazione non si limita a un momento determi­nato della storia né ad alcune forme concrete di opposi­zione alla testimonianza evangelica. È un’esperienza co­mune a tutti i tempi con una grandissima diversità di ma­nifestazioni. Lutero divideva le tentazioni in due grandi gruppi: quelle che ci vengono da sinistra e quelle che ci attaccano da destra. Il primo “ci spinge all’ira, all’odio, alla durezza, al disgusto, all’impazienza, quando ci troviamo

  1. S. Sabugal, Abba, p. 710. (p. 300)

 

nella malattia, nella povertà, nell’onta e ín tutto ciò che ci ferisce… L’altra prova è quella di destra, che spinge all’impurità, alla libidine, all’orgoglio, all’avarizia e alla vanagloria e a tutto ciò che ci piace, specie se si fanno delle concessioni alla propria volontà, si loda la sua pa¬rola, il suo consiglio e la sua opera, la si onora tenendola in alta considerazione. È la prova più rovinosa…”.5

Tra queste ultime forme di tentazione potremmo anche collocarne alcune in cui perfino i più “santi” possono facilmente cadere: l’orgoglio, l’invidia, l’intolleranza, la mancanza di amore, le smanie di potere e di autorità, l’ipocri¬sia che copre con l’apparenza esterna una grande miseria interiore. Questi peccati possono apparire — e spesso ap¬paiono — nell’ambito della comunità cristiana, nel campo del servizio del Signore. Per questo sono stati chiamati “peccati del santuario”. Chi rimane preso nella loro rete non solo soffre personalmente le conseguenze, ma causa dolore e grave danno intorno a sé.

Più importante tuttavia delle forme di peccato cui può spingerci la tentazione, è la natura stessa di quest’ultima. Equivale sempre a un confronto tremendo. Da un lato, si erge il nostro io, avido di autonomia, di benessere e pia¬cere. Dall’altro, c’è Dio con le richieste morali della sua santa legge, che esigono fiducia e la nostra obbedienza, qualunque ne sia il prezzo.

In quel confronto possiamo arrivare all’audacia, ridi¬cola quanto impertinente, di “tentare Dio”, di pretendere che la sua volontà e la sua azione si sottomettano ai nostri desideri, in generale peccaminosi. Dio cessa di essere sog¬getto per trasformarsi in oggetto di prova malevola. Paz¬zia! Così dovettero riconoscere gli israeliti che in varie occasioni tentarono Dio nel deserto assediandolo con le loro lamentele e le loro richieste capricciose (Es 17,7; Nm 14,22.23; Sal. 78,18.41 e 56; Sal 95,9). Ma questa pretesa fallisce sempre. Non potrebbe essere diversamente.

  1. M. Lutero, Il Padre Nostro…, pp. 72,73. (p. 301)

 

Dío non può cessare di essere Dio. Davanti al Creatore, la creatura può adottare solo una posizione: quella della sot­tomissione. Ma non la sottomissione forzata dí uno schiavo, bensì quella di un figlio che con fiducia e con gioia si mette nelle mani del Padre saggio, giusto e miseri­cordioso.

Allontanare l’uomo da quella sottomissione è la finalità di ogni tentazione satanica. Così apparve evidente nel­l’Eden, e nel deserto della Giudea dove fu portato Gesù. In tutti e due gli esempi si mette in rilievo la sottigliezza della tentazione. Nel primo osserviamo una deformazione della verità che poteva far pensare a un’arbítrio da parte di Dio. Perché doveva riservare esclusivamente per sé, senza condividerla con le sue creature umane, fatte a sua immagine, la conoscenza del bene e del male? Non è per­ché Dio non voleva rivali simili a sé? E non minore fu la sottigliezza nella triplice tentazione di Gesù, anche se i modi di questa furono notevolmente diversi. Il diavolo in­cita il Figlio di Dio a compiere azioni che di per sé erano assolutamente lecite: soddisfare la sua fame col pane, ac­creditare la sua filialità divina con un miracolo spettaco­lare e conquistare il mondo servendosi della via più breve e meno costosa. Ma le tre proposte sataniche erano con­trarie ai piani di Dio.

La verità è che non sempre quel che è lecito è conve­niente (1 Cor 6,12). Le cose buone in sé, come il pane, di­ventano peccaminose se ci portano a non essere leali verso Dio. Questo ancora una volta riporta alla nostra mente la pericolosità di certe benedizioni. Per esempio, la facilità con cui un successo, dovuto alla grazia divina, ci gonfia di vanagloria; lo zelo per la verità ci rende eccessi­vamente intolleranti; l’onorevole posizione di ministri di Dio ci solleva a detestabili livelli di autoritarismo; il pos­sesso della verità inculca in noi la falsa idea che il nostro dogmatismo è fedeltà e che non ci sono interpretazioni valide della verità oltre la nostra (da quel dogmatismo alla pretesa — più o meno inconscia — di infallibilità c’è solo un passo). In tutti questi casi si è caduti in una tentazione  (p. 302)

 

sottile nata proprio nell’ambito dell’esperienza della fede. L’aforisma “la corruzione del meglio è il peggio” esprime una verità tanto evidente quanto triste.

Nessuno è al sicuro dalle tentazioni, né da quelle più evidenti e violente né da quelle più soavi e mascherate. Paolo conosceva molto bene il motivo della sua parola am­monitrice: “Chi pensa di stare in piedi, guardi di non ca­dere” (I Cor. 10,12). Di fronte a un avvertimento così so­lenne, non sarà di troppo fare nostra la supplica del salmi­sta: “Chi conosce i suoi errori? Purificami da quelli che mi sono occulti. Trattieni inoltre il tuo servo dai peccati volon­tari e fa’ che non prendano il sopravvento su di me; allora sarò integro e puro da grandi trasgressioni” (Sal 19,12.13).

Non solo dalla superbia insolente dobbiamo essere preservati, ma da ogni zoppicamento e caduta nel male. Per questo qualche volta dobbiamo chiedere: “Non in­durci in tentazione”.

Questa richiesta però non deve essere ispirata solo dalla gravità del pericolo. Deve nascere dal cuore con ac­centi di fiducia trionfale. A un santo timore si deve unire la certezza che Dio risponderà favorevolmente a chi in­voca il suo aiuto. La sua risposta è garantita dal ministero di intercessione di Cristo, che, davanti alle tentazioni dei suol, prega per loro perché la loro fede non venga a man­care (Lc 22,32; Rom 8,34). L’efficacia della sua interces­sione è assicurata non solo per la suprema autorità che le è stata data nel cielo e sulla terra (Mt 28,18), ma anche per la comprensione e la compassione di colui che fu ten­tato come noi in ogni cosa (Eb 4,15). “Poiché egli stesso ha sofferto la tentazione… può venire in aiuto di quelli che sono tentati” (Eb 2,18).

Il suo aiuto ci giunge attraverso l’azione dello Spirito Santo, suo vicario, al quale Gesù stesso diede il nome di Paracleto (Gv 14,16sg.; 16,13-15), cioè colui che sta a fianco per aiutare guidando, consigliando e rafforzando. Dalla sua azione lo spirito del credente riceve forza (2 Tm 1,7) per riuscire a essere “più che vincitore” in tutte le prove “in virtù di colui che ci ha amati” (Rom 8,37) (p. 303)

 

In questo modo si compie l’incoraggiante promessa fatta co­noscere da Paolo: “Nessuna tentazione vi ha colti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate soppor­tare” (1 Cor 10,13).

Se dovessimo riassumere quanto esposto, diremmo che la nostra esperienza della tentazione presenta un duplice aspetto, con un contrasto tanto vivo quanto quello offerto dal paragone tra Adamo e Cristo. In Adamo — siamo suoi discendenti — e come Adamo, siamo tentati e ca­diamo. In Cristo, attraverso Cristo e come Cristo siamo tentati e vinceremo. Sempre? Sempre che Cristo ci riem­pia del suo Spirito.

Ma liberaci dal male

Il termine “male” (greco ponerós) può avere due signifi­catí: il male o il diavolo e il malvagio, il maligno. En­trambi compaiono spesso nel Nuovo Testamento. Alcune volte ponerós equivale a male morale, ad azione ingiusta, colpa, delitto. La parola ha questo significato nella do­manda di Pilato: “Che male ha fatto?” (con riferimendo a Gesù) (Mt 27,23). Altre volte il termine è un aggettivo unito a qualche nome. Così leggiamo di uomini malvagi (2 Tm 3,13), di tempi malvagi (Ef 5,16) di un mondo [o se­colo] malvagio (Gal 1,4). Dal punto di vista morale, tutto quello che ci sta intorno è malvagio. Tutto esercita un’in­fluenza dannosa della quale dobbiàmo essere liberati.

Ma nella Bibbia si menziona anche un cuore malvagio (Ebr. 3,12). È per natura il cuore di ogni essere umano. Il male non si trova solo all’esterno; sta anche dentro di noi. Se mi dispongo a parlare di uomini malvagi, devo comin­ciare parlando di quell’uomo malvagio che sono io. È inu­tile che cerchiamo di nascondere o di dissimulare la no­stra vera identità. Juan Ramón Jiménez iniziava una delle sue poesie con questa frase. “Io non sono io…”. È ovvio che le sue parole non devono essere interpretate alla lettera. (p. 304)

 

Quel che segue, di contenuto profondo, fa vedere quanto sia problematica l’anima umana, dolorosamente divisa. Ma sono molte le persone che, nella loro ansia di discolparsi delle loro azioni e inclinazioni cattive, negano di essere quello che realmente sono. Vana chimera! Io sono io con tutto il mio carico di umanità caduta, con le mie passioni e debolezze, con il mio egoismo e il mio or­goglio, le mie arrabbiature e i miei risentimenti, con la mia tendenza a ciò che è terreno e non a ciò che è celeste. La verità è che Dio ha messo in me una natura nuova, un nuovo io; ma sopravvive il vecchio io, causa di gran parte dei miei mali. Per questo devo pregare: “Da questo io, che aborrisco, liberami, Signore”.

Esaminiamo ora la seconda parte della richiesta, tradu­cendo ponerós con “il maligno”, cioè Satana. Questa era la traduzione preferita dai padri orientali della chiesa a partire da Origene.

Fu il diavolo che tentò Gesù, che chiese potere per va­gliare gli apostoli come grano (Lc 22,31), che spinse Giuda al tradimento (Lc 22,3) e che indusse Anania e Saffira a mentire (At 5,3), è il diavolo che cerca di se­durre il credente per portarlo fuori strada (2 Cor 11,3), che “va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare” (1 Pt 5,8). Egli è il grande avversario, causa di innumerevoli tentazioni.

Quando calpestiamo il terreno della demonologia dob­biamo essere prudenti. Non possiamo ravvivare le fantasie medioevali con le loro stravaganti immagini del diavolo. Non è neppure sensato vedere demoni da tutte le parti e attribuire all’intervento di Satana fatti (per esempio ma­lattie) che hanno cause puramente naturali. La puerilità e l’esagerazione favoriscono lo scetticismo di coloro che tacciano di ridicolo qualsiasi idea di un diavolo reale.

D’altra parte sarebbe un errore interpretare tutti i testi biblici che si riferiscono al diavolo e ai suoi accoliti come pura mitologia. Anche prescindendo dall’interpretazione letterale che, in buona esegesi, deve essere data a molti racconti biblici, particolarmente a quelli riguardanti esorcismi (p. 305)

 

sembrano innegabili molti fenomeni difficili da spiegare se si respinge totalmente l’esistenza dí poteri spi­rituali invisibili che intervengono nella vita degli umani. Il successo di diverse forme di occultismo nei paesi occiden­tali, con adepti di tutte le classi sociali e culturali, non può essere etichettato come “snobismo”. Il fatto che non solo l’occultismo, ma anche il satanismo, con i suol riti e i suoi orripilanti sacrifici (alcuni con vittime umane) si diffondano in modo incredibile in paesi civili, fa pensare che tali fenomeni siano causati da radici profonde che pe­netrano in terreni misteriosi al di là della persona stessa e del gruppo sociale al quale appartiene.

Il mistero è chiarito dalla Sacra Scrittura e il sommario di quello che essa insegna ce lo offre Paolo quando scrive: “Il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, avversari umani, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luo­ghi celesti” (Ef 6,12), sottomessi al “principe della po­tenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uo­mini ribelli” (Ef 2,2), “il principe di questo mondo” (Gv 16,11).

Nessuno dovrebbe ignorare sprezzantemente la rivela­zione biblica. Mai come nel nostro secolo l’umanità è ap­parsa con tratti demoniaci così sorprendenti. L’ingiustizia, la brutalità e la violenza sono giunti a tali estremi che è difficile vedervi solo l’orribile capacità dell’uomo per il male. In certi momenti sembrano sovrumane le forze che lottano per la distruzione umana, sia nell’ambito fisico sia in quello morale. L’unica spiegazione plausibile, malgrado le negazioni e le beffe degli scettici, è che dietro a tutti í mali che tormentano il mondo ci sia “il maligno”.

L’influenza di un avversario così sinistro non colpisce solo il mondo, separato da Dio. Arriva anche al popolo di Dio. Si manifesta nell’esperienza di ogni cristiano. L’es­sere figli di Dio non impedisce al diavolo di assediarci. Ri­cordiamo le parole di Gesù raccolte da Luca (Lc 22,31). I suoi discepoli possono essere violentemente vagliati dal maligno.  (p. 306)

 

Come Lutero ci ha insegnato a cantare, Satana “armato di furor e inique frodi, mai cessa di tramar”.

La furia di Satana appare evidente nella persecuzione, nelle grandi perdite, in tribolazioni dure, ín malattie dolo­rose, nella morte di persone molto amate, nell’angoscia dell’abbandono o della solitudine. Di fronte all’assalto di queste afflizioni, quanto bisogno abbiamo di gridare a Dio perché la nostra fede non venga meno! Ma la fede, rafforzata nella prova, resiste vittoriosamente alle mag­giori avversità. Helmut Sauter, nel suo commento illu­strato del Padre Nostro, riferisce l’esperienza di un gio­vane rabbino che fuggiva su un canotto, con la moglie e il figlioletto, dall’inquisizione spagnola. Nella traversata morirono il bambino e sua madre. Alzando le mani al cielo, l’ebreo si rivolge a Dio con una preghiera patetica: “Dio d’Israele, sono qui, fuggendo per poterti servire senza essere molestato, per obbedire ai tuoi comanda­menti e santificare il tuo nome. Ma tu hai fatto tutto per­ché io non creda in te. Se pensi di ottenere di allonta­narmi dalla tua via, ti dico, Dio e Padre mio, che non ci riuscirai. Puoi uccidermi, togliermi quanto ho di meglio e di più caro al mondo. Puoi tormentarmi fino alla morte, ma io crederò sempre in te, ti amerò [anche tuo mal­grado!]”.6 Possiamo criticare la teologia di quest’uomo, ma dobbiamo ammirare la vittoria della sua fede in una esperienza di tentazione in cui probabilmente molti di noi sarebbero naufragati.

Ma non sempre il diavolo attacca con la ferocia del leone. A volte lo fa come lupo travestito da pecora o come astuto serpente che sa adattarsi a tutti i terreni, a tutte le situazioni, usando in ciascun caso la tattica più conve­niente. La mente demoniaca sa combinare magistralmente tutti i fattori e tutte le circostanze che nella vita di una persona concorrono a farne la sua presa. Un dispiacere, un disinganno, un’esperienza molto frustrante, un’ora dí

  1. H. Sauter, Vater Unser, Innsbruck—Wien, Tyrolia Verlag p. 77. (p. 307)

 

scoraggiamento, di solitudine o depressione, un momento di perplessità davanti ai problemi teologici posti dalla sof­ferenza con l’apparente assenza di Dio, il fatto che i mal­vagi prosperino e che molti credenti siano penalizzati, sono tutti materiali eccellenti di cui il diavolo si serve per aumentare la carica esplosiva al momento dell’attacco. Giunto il momento opportuno, sussurra all’orecchio del­l’anima: “Vivi la tua vita; non essere ingenuo. Hai il di­ritto di goderne con tutto quello che essa ti offre e ti da­rebbe se tu non fossi accecato dai tuoi pregiudizi morali e religiosi, per i tuoi puerili ideali romantici sulla giustizia, l’amore, la lealtà, la coscienza… È ora che tu smetta di re­primerti. Hai perso gli anni migliori della tua vita; ma ne rimane ancora molta davanti a te. Deciditi prima che sia troppo tardi”. Chi non ha sentito qualche volta questa voce? Voce soave, con accenti di logica, ma è la voce del “padre della menzogna”, di quello che è “omicida fin dal principio” (Giov. 8,44). Quanto è importante che in quei momenti di maggior vulnerabilità, seguendo l’ammoni­mento del Maestro, vegliamo e preghiamo per non cadere in tentazione (Mt 26,41)!

Probabilmente il grande Nemico conosce i suoi limiti. Nel libro di Giobbe ci vengono mostrati i limiti ai quali si vede sottoposto dalla sovranità di Dio. Ma, se non può farci affondare, farà tutto il possibile per annullarci spiri­tualmente. Può rassegnarsi all’idea che continuiamo a es­sere cristiani, ma cercherà con tutti i mezzi di fare di noi dei credenti tiepidi, letargici, dominati dall’autocompiaci­mento, quando non da uno spirito genuinamente fari­saico, lontani da qualsiasi atteggiamento serio di impegno al servizio di Cristo; se possibile inattivi, ma in ogni caso privi di intensità spirituale.

Il “maligno” è terribilmente sagace quanto instanca­bile. Certamente è temibile. Anche nel suo famoso inno della Riforma, Lutero fa riferimento al potere demoniaco e dichiara: “Nessun quaggiù lo può domar”. Ma questa realtà, oscura e scoraggiante, non dovrebbe oscurarne un’altra, superiore, splendida. Se il diavolo è potente, Dio, nostro Padre, è onnipotente.  (p. 308)

 

È Signore sovrano nei cieli e sulla terra. Inoltre, Dio ha fatto irruzione nella sto­ria. Incarnato in Cristo, venne al mondo “per distruggere le opere del diavolo” (I Giov. 3,8). Satana è il “forte”, ma Cristo è “il più forte” che lo vince e lo spoglia (Mt. 12,24-29). Qualcosa di questa sconfitta si intravede nella visione descritta da Gesù ai suoi discepoli. “Io vedevo Sa­tana cadere dal cielo come folgore” (Lc 10,18). Ma il trionfo di Gesù si sarebbe consumato gloriosamente nella sua morte e nella sua risurrezione. La croce, che sembrava il trionfo definitivo di Satana, fu l’arma che ferì grave­mente il suo capo, come simbolicamente era stato antici­pato poco dopo la caduta di Adamo (Gen 3,15). La glo­ria di questa vittoria su Satana sarebbe stata accresciuta la domenica di Pasqua quando Cristo risorse vincitore della morte. Questo è l’ultimo grande nemico (1 Cor 15,26) che dipende dal potere del diavolo (Eb 2,14), ma è un nemico sconfitto come lo stesso diavolo. Per questo, quando nel Padre Nostro chiediamo “liberaci dal mali­gno”, noi invochiamo un beneficio garantito dalla grande vittoria di Gesù. Di conseguenza la nostra richiesta deve essere impregnata di fiducia. Il vecchio “serpente” seb­bene irrimediabilmente ferito al capo, continuerà a pic­chiare i santi del Signore con i suoi colpi dí coda; ma il suo potere e il tempo della sua azione sono limitati. Si av­vicina il giorno ín cui si compirà la promessa apostolica: “Il Dio della pace stritolerà presto Satana sotto í vostri piedi” (Rom 16,20).

Nel frattempo, dovremo lottare per non essere sconfitti da lui. Dovremo “vegliare e pregare” per non cadere in tentazione. Spesso il segreto della vittoria sarà la fuga dalle situazioni propizie alla sconfitta (1 Tm 6,11 e con­testo). E sempre pericolosa la presunzione di chi si ritiene al sicuro da qualsiasi caduta. Anche il più santo può ca­dere (1 Cor 10,12). Ma una fede umile, che si nutre delle promesse di Dio e che è radicata nei trionfi della croce e nella risurrezione di Cristo, può vincere il maligno e i suoi alleati (I Gv 2,14b; 5,4). (p. 309)

 

Con questa fede il credente, quando prega: “Liberaci dal male” (o dal maligno), può aggiungere, con speranza e con gioia: “Ci libererai!”. (p. 310)

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