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Non respiro

di Giacomo Carlo Di Gaetano

Il respiro, il prodotto dell’alternarsi dei movimenti che il nostro corpo compie per inspirare ed espirare l’aria da cui traiamo l’ossigeno, è stato al centro di vicende che hanno segnato un tratto fondamentale della storia dell’umanità. Un movimento impercettibile che compiamo continuamente senza farci caso ha attirato potentemente la nostra attenzione e legando al suo impercettible flusso la stessa esistenza del mondo degli uomini.

 

Polmonite interstiziale!

Il primo fenomeno che ha portato all’attenzione il respiro è quello dell’infezione provocata dal nuovo coronavirus, il COVID–19; l’infezione non causa solo lo stato patologico che negli ultimi mesi, quando diagnosticato, suonava come una sorta di condanna a morte, la “polmonite interstiziale” appunto, ma provoca anche un’insufficienza respiratoria che necessita del ricorso, nei casi più seri, a cure mediche raffinate.
Molte, tante volte, medici e operatori sanitari hanno udito il grido, o il sussurro “non respiro”, nel mentre erano indaffarati intorno a una postazione dove giaceva un corpo in cerca di aria, e prima che il paziente scomparisse nel sonno della terapia, quando non, in centinaia di migliaia di casi, nel vuoto della morte! L’ultimo grammo di aria era utilizzato per segnalare la perdita dell’aria, del fiato, del respiro.

Tutti questi termini (respiro, fiato, etc.) da un lato richiamano gli scenari asettici di un reparto di terapia intensiva, dove si concentra il meglio della teconologia medica, e dall’altro lato richiamano ancestrali credenze relative a ciò che si accompagna al fiato al respiro: l’anima, lo spirito, la vita (neshama).
Il virus ci ha rivelato che laggiù, nella profondità delle cavità polmonari, là dove avviene lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica, gli uomini ricevono un “insulto” (è questo il termine tecnico) che inquina la fonte del loro respiro. Un qualcosa di estraneo si è parassitariamente annidato nelle nostre fibre e noi … “non respiriamo”. I corpi reclini sui lettini dei reparti covid sono una plasica rappresentazione di membra alla ricerca del soffio vitale.

L’espressione “Non respiro”, sussurrata a un infermiere o in collegamento con un cellulare con all’altro capo un parente, è una previsione sull’imminente perdita del legame tra la propria identità e il posto che occupa questa identità, tra l’anima e il corpo.

I polmoni infettati dal virus e che estinguono il respiro sono allora una potente metafora dell’esistenza che si confronta e che lotta con l’imponderabile, con la sua fragilità e finitezza («la vita è un soffio», esclamava il sofferente Giobbe). Chi sta intorno fa di tutto affinché il respiro non si spenga. Possiamo sussurrare “non respiro”. Qualcuno interverrà.

La brutta esperienza dell’epidemia che stiamo vivendo ci fa pensare al nostro respiro come un qualcosa da proteggere, tutelare. E allora la mascherina è divenuta la nuova icona di un’umanità che tiene a se stessa, a ciò che espira e a ciò che inspira.

 

George Floyd: “Non respiro”!

Un’altra catastrofe ha investito il respiro degli umani; il suo epicentro non era nelle profondita oscure delle cavità polmonari; non aveva a che fare con il microscopico ma era ben evidente, tanto da occupare per alcuni minuti un video adatto alla trasmissione sui social. La si è intravista, questa catastrofe, a terra, in una strada di Minneapolis. A essere in difficoltà era la parte alta del sistema respiratorio, addirittura quella esterna, il collo, perché su di esso premeva un ginocchio, per ben nove, lunghi minuti. Non era una patologia ma una efferatezza; non una condanna a morte passibile di essere rinviata ma un’esecuzione vera e propria.
Lì non c’era il male naturale; non c’er finitezza. Quell’episodio è un’icona del male morale, del male compiuto, operato, messo in atto, in maniera schiacciante da un essere umano su un altro essere umano. Il respiro è stato tolto. In maniera ancor più brutale del modus operandi di un virus. In quelle circostanze, con quella pigmentazione della pelle, puoi anche gridare “non respiro” … non ti aiuterà nessuno.

Quel respiro che si è arrestato a Minnepolis ha innescato un’onda d’urto tremenda, cha fa trattenere il fiato alle fondamenta delle società occidentali: il respiro di alcune vite non importa! Può essere strozzato, chiuso, impedito, soffocato, fermato in gola.
Troppe volte è accaduto; adesso basta! La stessa storia sembra non respirare più per i sussulti dell’iconoclastia.

Anche questa vicenda “respiratoria” assume una portata metaforica universale: gli uomini non sono solo alle prese con l’imponderabile che “insulta” la propria condizione interiore; sono anche alla mercè, schiavi, messi sotto dalla violenza che li strozza, reciprocamente; qualcuno più degli altri, ma poi tutti insieme: abbiamo tutti le mani intorno alla gola di qualcuno, il collo schiacciato da qualcun altro, il ginocchio che preme su un altro ancora.

Il respiro è divenuto una sorta di cifra antropologica capace di illuminare una condizione umana universale fatta di fragilità e prevaricazione; ma forse anche qualcosa in più.

Nel primo caso si è detto da parte di alcuni filosofi (Agamben su tutti) che la reazione al respiro messo in pericolo dal virus consiste nella rivalsa della parte biologica dell’essere umano. Vogliamo sopravvivere. Ma proviamo a incrociare questo dato con il secondo “non respiro”: dov’è la biologia in tutta la pressione del ginocchio sul collo di un essere umano? Affinché una parte dell’umanità, decida che un’altra parte, magari dal colore della pelle diverso, non abbia diritto al respiro è necessario molto di più della semplice biologia. È necessaria la cultura perversa (ahimé fomentata anche da stupide e insulse teologie cristiane) di un essere che pensa di superare e gestire i limiti del bios; i quali già in sé, probabilmente, avrebbero l’antidoto contro il soffocamento di un altro essere umano.

Fragilità e prevaricazione: queste due espressioni del “respiro” che si dilegua rammentano la condizione generale dell’essere umano. C’è un qualcosa nel profondo delle nostre fibre che rende insufficiente il nostro respiro e minaccia la nostra esistenza. E come se questo non bastasse, viviamo in un contesto in cui spesso siamo schiacciati dalle circostanze e dai nostri simili.

Ci manca il respiro e ci tolgono il respiro.

Ci sentiamo infettati e siamo strangolati.

Chi ci salverà?
La dimensione sociale è importante. Dobbiamo rafforzare i sistemi sanitari e dobbiamo approdare alla giustizia sociale. Ma non è detto che le due cose si incrocino e si sviluppino armoniosamente, … senza un’assicurazione! O forse, anche una raccomandazione per un posto in terapia intensiva!

I due scenari che abbiamo evocato non si allontanano dalla nostra testa, anche quando cerchiamo di porvi riparo sul piano sociale.
Il respiro flebile, quintessenza della nostra esistenza, non sarà mai al sicuro: siamo un fiato.

 

Il cristianesimo è una via di vita in cui ogni respiro ha il suo valore; lo si potrebbe dedurre anche dal controfattuale secondo il quale a Uno solo è permesso di richiamare lo spirito, perché è a lui che esso deve tornare in quanto è lui che lo ha dato (Qo 12:9), che lo insuffla (Gen 1).
Il cristianesimo recepisce l’insegnamento della Bibbia che ricorda che a tutti noi, in ragione di una visione precisa dell’inizio della vita umana (creata), è fatto obbligo di «essere i guardiani di nostro fratello» (Gen 4). Anche di colui (Caino) che, per aver rifiutato questa vocazione, è giunto all’estremo opposto di distruggere l’immagine di Dio in un altro uomo (Abele). Siamo infatti guardiani anche di chi porta il segno dell’assassino.
Figuriamoci poi per chi ha usato trenta dollari di buoni spesa falsi!

 

Il cristianesimo è messo a dura prova da queste due forme di sofferenza del respiro.
Nel primo caso, l’insulto portato ai polmoni non risparmia i cristiani e spinge, coloro che portano il nome di cristiani, a interrogarsi e chiedersi quale sia il vero, autentico, unico conforto che essi hanno nella vita e nella morte. A fare chiarezza con se stessi.

Nel secondo caso, il respiro soffocato in gola a un altro essere umano tradisce che di cristianesimo lì non si tratta. Il messaggio cristiano è lontano, tradito, soffocato prima nelle proprie coscienze.

 

Il cristianesimo si propone però di farci percorrere le vicende di Dio per condurci al loro centro, al vangelo, dove troviamo un’altra vicenda drammatica concernente il “respiro”. Gesù di Nazaret è un altro esempio di uomo che ci viene presentato nell’atto di “rendere lo spirito”.
È morto per asfissia, il crocifisso!
E in quella morte vediamo la passione di Dio per tutte le morti, la passione di Dio per tutti i respiri che svaniscono; e vediamo anche la madre di tutti i soffocamenti: quello di chi volontariamente si lascia crocifiggere e soffocare. Ma perché?

Il canto del Servo sofferente (Isaia 53) ci suggerisce una traccia per trovare una risposta:

«Disprezzato e abbandonato dagli uomini,
uomo di dolore, familiare con la sofferenza,
pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,
era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.
Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,
erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;
ma noi lo ritenevamo colpito,
percosso da Dio e umiliato!
Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,
stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui
e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti».

 

 

 

La maledizione di Cam

Nelle ultime settimane sono apparsi numerosi pronunciamenti a fronte dell’ennesimo e tragico rigurgito della tematica razziale negli Stati Uniti; questa volta l’eco della morte di Gerge Floyd ha avuto un riverbero mondiale e non ancora accenna ad assopirsi l’onda sonora che si è propagata da Minneapolis. Ci sembra opportuno richiamare a un senso di realismo e di coraggio tutti coloro che parlano di questo triste fenomeno. La famosa e lugbre “malediazione di Cam” è una macchia nella storia delle teologia evangelica e atlantica. Essa poi trova la sua peculiare collocazione in precisi filoni della riflessione teologica dell’ortodossia protestante e attraversa, restando indenne, anche la stagione dei risvegli, infettando tutto. Dobbiamo essere coraggiosi e compiere questa operazione verità. Anche quando ci appelliamo agli esempi di lotta allo schiavismo, non dimentichiamo che spesso queste donne e questi uomini avevano dall’altra parte i propri “fratelli” in fede. Praticamente uno scandalo.
Questi pochi accenni di Alister McGrath nel suo affresco della storia protestante ed evangelica che va dalla Riforma
ai giorni nostri sono secondo noi sufficienti a tenere alta la guardia contro letture storiche infondate che rendono ipocriti gli appelli contro il dramma del razzismo (Giacomo Carlo Di Gaetano).

di A.E. McGrath
(tratto da La Riforma protestante e le sue idee sovversive)

Il tema della schiavitù è stato al cuore di uno dei più im­portanti e difficili dibattiti interni al protestantesimo ameri­cano nel XIX secolo. Si rivelò enormemente divisivo, provo­cò tensioni politiche e portò alcune denominazioni sull’or­lo dello scisma. Al cuore del dibattito si pone un fondamen­tale problema d’interpretazione biblica. La Bibbia legittima va la schiavitù? La maggior parte dei protestanti nell’Ameri­ca dell’anteguerra presumeva di sì. La maledizione pronun­ciata da Noè su Cam (Gen 9:25) non giustificava forse tale pratica?[1] La Bibbia non condannava la schiavitù; si limita­va a regolamentarla. Desta poca sorpresa che Jefferson Da­vis (1808–1889), presidente degli Stati Confederati d’Ame­rica, potesse dichiarare che la schiavitù era «sancita nella Bib­bia, sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, dalla Genesi fino all’Apocalisse».

Alla fine del XVIII secolo l’abolizionismo aveva guada­gnato terreno in Inghilterra, supportato in non piccola mi­sura dalla crescente opposizione protestante a tale pratica. William Wilberforce fu una voce particolarmente significa­tiva e influente nel dibattito[2]. Non era forse vero che tut­ti gli individui sono stati creati a immagine di Dio? L’idea che qualcuno potesse essere trattato alla stregua di un “og­getto”, nei primi decenni del XIX secolo, risultava sempre più inaccettabile.

Negli Stati Uniti emerse un’importante contrapposizio­ne. Negli anni che seguirono la rivoluzione americana gli Sta­ti del nord fecero dei passi per abolire la schiavitù, mentre nu­meri sempre maggiori di proprietari di schiavi, come Benja­min Franklin, cambiarono le loro posizioni in proposito. Il se­condo grande risveglio, che riaccese il fervore religioso in gran parte della nazione vide una nuova pressione religiosa per l’a­bolizione. L’Oberlin College, nell’Ohio, fu fondato come isti­tuzione abolizionista. Nel sud gli abolizionisti si separaro­no dal metodismo canonico per costituire la Free Methodi­st Church. I cristiani afroamericani erano una voce partico­larmente significativa, che sollecitava le chiese a leggere l’An­tico Testamento alla luce del Nuovo e ad abolire la schiavitù.
La posizione dominante nel sud, però, era fortemente in favore della schiavitù e si usava la Bibbia per difendere que­sta posizione su cui ci si era arroccati. Teologicamente le argo­mentazioni utilizzate dai gruppi favorevoli alla schiavitù co­stituiscono un’accattivante esemplificazione (e una condan­na) di come sia possibile utilizzare la Bibbia per sostenere una certa tesi, leggendo il testo entro una rigida griglia interpreta­tiva che impone al testo delle conclusioni predefinite[3].

La sconfitta della Confederazione nella guerra civile portò inevitabilmente all’abolizione della schiavitù in tutta l’Unio­ne. Continua però inesorabilmente a sussistere una domanda, che incombe cupamente sul protestantesimo. Molti accredi­tati intellettuali e statisti protestanti del XIX secolo, compreso il rispettato teologo di Princeton Charles B. Hodge, si espres­sero in favore della schiavitù su basi bibliche, spesso bollando gli abolizionisti come progressisti liberali che non prendevano la Bibbia sul serio. Non potrebbero gli stessi errori essere nuo­vamente commessi, stavolta su altri temi?[4]

 

A.E McGrath,
La Riforma protestante e le sue idee sovversive. Una storia dal XVI al XXI secolo
Edizioni GBU, 2017

Alister E. McGrath è professore di Teologia storica presso l’Università di Oxford. È autore di numerosi volumi che
affrontano temi di teologia storica e di apologetica. Molti dei suoi libri sono pubblicati in italiano. Le Edizioni
GBU hanno pubblicato di McGrath Gesù chi è e perché è importante saperlo (1997).

 

[1] Sull’interpretazione del testo, specie nell’America del XIX secolo, vedi S.R. Haynes, Noah’s Curse: The Biblical Justification of American Slavery, Oxford University Press, Oxford, 2004.

[2] E. Metaxas, Amazing Grace: William Wilberforce and the Heroic Cam­paign to End Slavery, Harper San Francisco, San Francisco, 2007.

[3] W.M. Swartley, Slavery, Sabbath, War, and Women: Case Issues in Bib­lical Interpretation, Herald Press, Scottdale, 1983.

[4] Per un’ottima analisi del problema vedi K.W. Giles: “The Biblical Ar­gument for Slavery: Can the Bible Mislead? A Case Study in Hermeneu­tics”, Evangelical Quarterly 66 (1994), pp. 3–17.

Il razzismo da Robinson Crusoe ad Atticus. Percorso storico letterario

di Filippo Falcone

Nella sua bozza iniziale della Dichiarazione di Indipendenza, Thomas Jefferson aveva incluso un formidabile attacco frontale all’istituto della schiavitù. Dopo un intenso dibattito tra i delegati radunati a Philadelphia nella primavera e inizio estate del 1776, il passaggio venne stralciato. Non così, però, il principio da cui quel passaggio discendeva: “I hold this truth to be self-evident, that all men are created equal” (“Considero questa verità in sé ovvia – che tutti gli uomini sono creati uguali”). Si dovette attendere, tuttavia, quasi un secolo e una Guerra Civile (1861-65) perché quel seme germogliasse – la schiavitù fu abolita dal tredicesimo emendamento alla Costituzione ratificato sotto gli auspici del presidente Lincoln il 6 dicembre del 1865. La legislazione non pose immediatamente fine a tutte le forme di schiavitù, specie negli stati del sud, dove ragioni economiche si sommavano alla discriminazione razziale quali fattori di preservazione di fenomeni schiavistici. Ciononostante, il paese aveva posto le basi per un cambiamento di rotta. Lo stesso non può dirsi per la discriminazione e la segregazione razziale. Fenomeni di discriminazione e segregazione segnarono l’intero secolo successivo in un inesorabile crescendo che conduce idealmente al Movimento per i Diritti Civili degli anni ’50 e ’60 del Novecento. La battaglia non violenta di Martin Luther King Jr. fu tutta tesa ad ottenere pari dignità e diritti di cittadinanza per gli afro-americani. L’elezione di Barack Obama alla presidenza del paese nel 2008 pare segnare simbolicamente la fine di un percorso, un punto d’arrivo, la presa di coscienza definitiva di quel principio creazionale enunciato più di due secoli prima. I fatti recenti di Minneapolis paiono smentire questa conclusione e ci riportano drammaticamente alle pagine più buie della storia americana. Culturalmente questa pagina di storia risale a un tempo antecedente la Dichiarazione di Indipendenza in Inghilterra.

 

Siamo a Londra, nel 1719, quando viene pubblicato Robinson Crusoe, primo romanzo di Daniel Defoe, da molti considerato il primo romanzo della letteratura inglese (alcuni ravvisano in Oroonoko di Aphra Behn il precursore del romanzo moderno). Robinson incarna la classe media puritana inglese in grado, con pragmatismo, ragione e fiducia nella provvidenza, di controllare e governare una realtà avversa e apparentemente irreversibile. Quando avviene l’incontro tra Robinson e Friday, il primo soccorre il secondo da morte certa. Subito il rapporto tra i due si delinea come relazione tra salvatore e salvato. Subito Robinson dà un nome al nativo, ridefinendone l’identità in relazione a se stesso. Ogni identità precedente viene obliterata. L’uomo ora è Friday, giorno in cui Robinson l’ha soccorso. E Friday si rivolgerà a Robinson chiamandolo “master” (padrone). Il ruolo di subordinazione dell’indigeno all’uomo inglese viene così immediatamente sancito, ma si completa soltanto con la totale ridefinizione culturale di Friday. Robinson dà a Friday vestiti lisi e strappati, ma pur sempre europei, con cui coprirsi e Friday è ben lieto di riscoprirsi vestito come il suo padrone. Robinson non si cura poi di apprendere la lingua di Friday, ma gli insegna la sua. Solo i rudimenti, però, soltanto quanto basti a comprendere gli ordini del padrone ed eseguirli. Robinson ha delle armi, ma non permette a Friday di usarle, così come ha utensili e una conoscenza tecnico-pratica che segnano uno scarto ulteriore rispetto al suo sottoposto. I giudizi estetici di Robinson confermano un’intera visione del mondo: se Friday è bello, è perché i suoi tratti non sono grossolani come quelli di un africano, ma fini, come quelli di un europeo. Infine, la religione. Robinson istruisce Friday negli elementi della vera religione, la religione cristiana e riformata, in contrapposizione con le credenze pagane e primitive di Friday. Si scorge qui un movimento di affermazione ideologica e identitaria, che poco ha a che fare con la testimonianza evangelica. Se in Robinson non c’è in nessun caso malevolenza, né volontà di sopraffazione, dall’inizio alla fine il nativo è percepito come una tabula rasa su cui scrivere la propria storia. Da un lato Friday è parte di quella realtà irregolare che Robinson deve dominare o porre sotto il proprio controllo, dall’altro si definiscono già i contorni di quella volontà civilizzatrice che, nelle parole di Kipling, è il fardello dell’uomo bianco – una sorta di dovere morale di trasmissione di valori, conoscenze, costumi e strumenti propri di una civiltà, quella inglese, considerata superiore.

 

Sono queste e altre le dinamiche di una mentalità coloniale che non si configura come meramente culturale. Esiste un dettaglio spesso trascurato in quella che può essere considerata cornice narrativa, che rimanda drammaticamente al contesto storico che fa da sfondo alla vicenda. Robinson possiede una piantagione in Brasile e, quando la sua nave fa naufragio, è diretto alla volta del continente africano verosimilmente con l’intento di fare incetta di schiavi che coltivino le sue terre. È il secolo della tratta degli schiavi. Ce ne dà massimamente conto Olaudah Equiano (Gustavus Vassa), abolizionista originario dell’allora Regno del Benin. Venduto due volte come schiavo, Equiano si convertì al cristianesimo, battezzandosi nel 1759, e riuscì ad acquistare la libertà nel 1766. Le sue memorie (The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano, or Augustus Vassa, the African, 1789) forniscono uno spaccato dei disumani orrori della tratta – in particolare di quello che era conosciuto come il “middle passage”, il viaggio verso l’America – che tanta parte avrà nello smuovere le coscienze in funzione dell’approvazione dello Slave Trade Act americano (1794), ratificato da George Washington, e quindi di quello inglese (1807), frutto dell’infaticabile sforzo di un gruppo di pressione di evangelici e quaccheri, che godeva di una nutrita rappresentanza in parlamento e di una voce incisiva come quella di William Wilberforce.

 

Le memorie di Olaudah Equiano stanno all’abolizione della tratta degli schiavi come l’autobiografia del metodista-episcopale Frederick Douglass (A Narrative of the Life of Frederick Douglass, an American Slave, 1845) all’abolizione della schiavitù in America. La descrizione delle brutalità e ingiustizie subite da Douglass, schiavo dalla nascita, per mano dei padroni, sedicenti cristiani, e dei tentativi di fuga verso una libertà negata e repressa ancora e ancora, contribuirono alla formazione di una coscienza nuova, di cui si sarebbe fatta interprete, tra gli altri, Harriet Beecher Stowe, figlia di un ministro calvinista congregazionalista, con il romanzo abolizionista Uncle Tom’s Cabin (1852; tr. it. La Capanna dello zio Tom). Vi si denunciava, tra le altre cose, l’assurdità che un essere umano, venuto a Gesù ed entrato nella compagnia dei santi, fosse venduto come merce a un’asta. Lo scontro tra questa nuova coscienza e la vecchia avrebbe prodotto le sanguinose pagine della Guerra Civile.

 

In seguito, la battaglia per l’anima dell’America si sarebbe progressivamente spostata sul terreno dei diritti civili. Il Movimento per i Diritti Civili, che a circa un secolo dall’abolizione della schiavitù ha lasciato un segno indelebile nella coscienza americana, non è stato il prodotto dell’azione di un singolo uomo, ma è forse più corretto dire che l’uomo Martin Luther King Jr. sia stato il prodotto di un movimento che affonda le sue radici nella storia e nella cultura cristiana afro-americana e che ha trovato in lui un portavoce capace di raccogliere un popolo attorno a una visione comune. Formidabile espressione letteraria di quella visione è To Kill a Mockingbird (1960; tr. it. Il buio oltre la siepe). Harper Lee ambienta il suo romanzo nell’Alabama degli anni ’30, gli anni della Grande Depressione, ma è da subito chiaro il suo intento di parlare a un presente così fortemente scosso da tensioni razziali. La vicenda è narrata dal punto di vista di due bambini, Scout e Jem, intuizione narrativa, questa, che consente all’autrice di porre in ancor maggiore risalto la perniciosità e l’assurdità del razzismo che permea il mondo degli adulti. La vita di Maycomb, tranquilla cittadina immaginaria – e che pertanto potrebbe essere Montgomery come Minneapolis –, è scossa dalla notizia di una violenza sessuale su una ragazza bianca, Mayella Ewell. Tom Robinson, un afro-americano, viene ingiustamente accusato del crimine. Incaricato di difenderlo è Atticus, padre di Scout e Jem. L’avvocato bianco riesce a dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che responsabile delle percosse e della violenza sessuale di cui è stata vittima la ragazza è il padre Bob. Per tutto il tempo Atticus è solo nella sua battaglia, che si consuma tra l’ostilità diffusa della comunità bianca nei suoi confronti. Per tutti è “l’amico dei negri”, ma lo sguardo dei bambini lo trasfigura in un eroe. La sua identificazione con la causa di Tom e della comunità nera diventa anche integrazione in quella comunità. Questa si esprime non soltanto in termini emotivi, ma anche fisici, quando Scout e Jem assistono al processo dalla balconata del tribunale riservata agli afro-americani. Nonostante la solidità dell’impianto difensivo, Tom viene ugualmente condannato e, colto dallo sconforto e dalla sfiducia nella possibilità che il verdetto venga ribaltato in appello, tenta la fuga dal carcere e viene ucciso a fucilate. Bob Ewell, divorato dall’odio per chi si è schierato dalla parte dei neri contro un bianco, tenta di uccidere Scout e Jem, ma viene a sua volta ucciso da un vicino di casa di Atticus, il misterioso Boo, figura che incarna a sua volta l’emarginazione sociale, ora redenta da Harper Lee.

In termini di coscienza collettiva, il cammino che porta da Robinson ad Atticus è lungo e tortuoso. Il percorso inverso, quello che da Atticus riconduce a Robinson, pare significativamente più breve. Se tutti gli uomini sono creati liberi e uguali, libertà e uguaglianza necessitano del sostegno continuo della memoria storica e di un’incisiva elaborazione culturale contro una visione retriva che continua ad affiorare. Memoria storica ed elaborazione culturale non sono, tuttavia, sufficienti a estirpare prevaricazione, oppressione e odio, perché hanno capacità di rapportarsi unicamente con gli effetti di un problema che affonda le sue radici in profondità e necessitano a loro volta di essere continuamente liberate da sovrastrutture e manipolazioni identitarie. Le radici del problema sono da ricercare nel cuore dell’uomo, in una natura caduta che costitutivamente distorce il principio creazionale di uguaglianza e libertà. Quale che sia il grado di coscienza storica e culturale individuale o collettiva, l’io continua a esigere il sacrificio dell’altro sul proprio altare, annientandolo, sottomettendolo o assimilandolo a se stesso. Il messaggio cristiano addita il bisogno di un intervento radicale. È necessario un cuore nuovo, capace di cercare il bene dell’altro e di interpretare il mondo, con la sua storia e cultura, in funzione di quel bene. Ecco, allora, l’invito rivolto a ogni uomo a sperimentare, in Cristo, una nuova nascita, e con essa il dono di un cuore nuovo in cui abita lo Spirito e che declina l’intera legge di Dio in amore (Ez. 36:26-7; 2 Cor. 15:17). A questo invito si affianca la chiamata rivolta al credente a resistere agli effetti del male nella società, riflettendo i tratti della giustizia, della pace e dell’amore propri del regno di Dio e della nuova creazione inaugurata in Cristo (vd. Mt. 5–7).

 

Se Robinson e Atticus rappresentano due fermalibri, gli opposti letterari di questa vicenda di creazione, caduta e redenzione, con Jefferson, Equiano, Wilberforce, Douglass, Stowe, King e molti altri ancora, essa si fa largo nella storia e la comprende e ridefinisce nel segno di una nuova creazione.

Filippo Falcone è Dottore di ricerca in Letteratura inglese e si è specializzato presso la Oklahoma State University. E’ stato professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano; ha pubblicato una monografia sul concetto di libertà in John Milton e saggi sul poeta inglese; collabora con la Società Biblica di Ginevra e con le Edizioni GBU, cone le quali ha curato l’opera di George Herbert, Il cielo nell’ordinario. Antologia ragionata e lettura critica (2020).

Dalla terra al cielo, volente o nolente

di Claudio Pasquale Monopoli

Non è più un segreto che in America ci sia un problema di razzismo che giunge a livelli tali da riuscire ad eliminare fisicamente altre persone, chiamate afroamericane, cioè persone con la pelle scura. È tristemente nota la notizia dell’ultima vittima di un atteggiamento errato da parte della polizia statunitense nei confronti di un uomo dalla pelle più scura della mia.

E mentre una parte dell’America si indigna, piange e manifesta in modalità più o (molto) meno pacifiche, l’altra esulta, e torna a guardare il cielo sognante, e ritorna a riempirsi di sano spirito patriottico. Infatti ieri, 30 maggio 2020, è stato lanciato nello spazio il razzo della SpaceX, che per la prima volta dal 2011 ha lanciato degli astronauti da suolo americano dopo che le missioni Shuttle furono cancellate in quell’anno. L’obiettivo della SpaceX, che può intraprendere grazie all’esito felice del lancio di ieri, essendosi guadagnata in tal modo l’approvazione dalla NASA per i suoi programmi spaziali, prevede entro pochi anni di tornare sulla luna per soste mediamente più lunghe delle precedenti, e iniziare chissà quando una colonizzazione spaziale.

Al di là delle discussioni scientifiche ed ingegneristiche che possiamo instaurare sulla plausibilità di abitare altri posti oltre la terra, è indubbiamente paradossale che una parte del paese sogni i viaggi su altri pianeti mentre l’altra lotti per rendere l’attuale un posto abitabile da tutti, bianchi o neri. Da una parte c’è chi pensa alla possibilità di ricominciare altrove, dall’altra chi, meno sognante, vive gli incubi di non riuscire a sopravvivere un altro giorno sulla terra. Ed è impossibile, anche per chi non è americano, non immedesimarsi in entrambi questi sentimenti, la gioia e il dolore, per due fatti altrettanto importanti, con implicazioni tanto diverse.

Forse in Italia non riusciamo veramente a capire la portata criminosa di un atteggiamento razzista che fa parte del sostrato culturale intessuto inconsciamente nell’anima della società statunitense. Un uomo di colore nero ogni 1000 muore ucciso dalla polizia. Per cercare di capire meglio, già venire ucciso durante un arresto in America non è così raro, ma il rischio aumenta di 2,5 volte se si è afroamericani. Ovvero, se siete neri e venite fermati dalla polizia e arrestati, la possibilità che perdiate la vita per qualsiasi motivo è 2,5 volte maggiore di chi invece ha la pelle più chiara. Ce ne sono tante di inchieste accurate e dati precisi reperibili in rete, mi soffermo solo sull’ultimo, più vicino a noi da un punto di vista cronologico e contestuale, da cui emerge che le persone afroamericani fossero state 4 volte di più a rischio incriminazione per la violazione del lockdown rispetto al resto della nazione.
Considerando che gli afroamericani in America sono poco più del 14% della popolazione totale, è interessante e triste pensare che il 14% dell’America è più in pericolo di morte rispetto alla popolazione restante. È indubbio che ci sia un problema di quello che semplificando chiamiamo razzismo. D’altra parte è impossibile non avere la pelle d’oca nel guardare il razzo della SpaceX staccarsi dal corpus della navicella e tornare sulla terra e parcheggiarsi da solo su una minuscola piattaforma nell’oceano, in quanto riutilizzabile, per la prima volta nella storia spaziale, in altre missioni.

Ed è proprio qui la contraddizione, il paradosso dell’anima degli USA, e dell’uomo in generale, tanto potente e intelligente da creare futuristiche navicelle spaziali che si guidano da sole e che ci porteranno alla colonizzazione di altri pianeti, troppo cieco per non riuscire a comprendere quanto grande sia il problema razziale, per debellarlo una volta per sempre.

Un cristiano non dovrebbe pensare che schierarsi in favore della vita umana sia fare politica, o che difendere la vita umana di qualsiasi genere, sesso e razza, sia necessariamente schierarsi con un orientamento partitico che non gli piace, che non lo rappresenta. Un cristiano dovrebbe solo fare sue le parole di Gesù di “amarci gli uni e gli altri” di “porre l’altra guancia” e di praticare la giustizia. Non può esistere una politica che si intrometta a garantire il diritto alla vita di un uomo. Troviamo nella genesi come Dio confuse gli uomini, e di fatto terminò il progetto più simile ad un razzo spaziale nell’antichità, la torre di Babele, perché questi si erano insuperbiti e volevano raggiungere il cielo per divenire immortali nella fama. Non credo che oggi la torre di Babele si possa identificare con i razzi spaziali, credo piuttosto che la superbia che riscontriamo negli uomini che volevano arrivare in cielo la ritroviamo in coloro che minimizzano il problema razziale, che si rendono superbi e svalorizzano una vita che Dio ha creato, magari giustificando un atto di violenza ingiustificabile, per la presunta colpevolezza di un uomo, senza peraltro ammettere che se fosse stato bianco, quell’uomo, avrebbe avuto 2,5 volte possibilità in più di continuare a vivere.

Per Dio ogni vita è importante, perché per noi non dovrebbe esserlo?

Dovremmo schierarci come cristiani contro ogni forma di violenza, razziale e non, ma in questo caso, in questi giorni specifici, lottiamo per terminare il razzismo, conscio o inconscio, dai nostri cuori e di conseguenza dalla nostra società. Prima di pensare di ricominciare una nuova vita, per non commettere gli errori e le atrocità di questa terra, pensiamo magari a rendere il nostro pianeta un posto vivibile da chiunque, in cui chiunque possa avere il tempo di ricevere l’annuncio del Vangelo senza che qualcuno spezzi la sua vita prematuramente. Posto che non vivremo mai in un luogo perfetto per via del peccato, e della nostra natura, credo fermamente che noi cristiani dobbiamo lottare perché comunque ciò possa potenzialmente accadere:

“Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose, e ricerca la giustizia, la pietà, la fede, l’amore, la costanza e la mansuetudine” (1 Timoteo 6:11-12), dove sarebbe dunque il nostro amore se non ci prodighiamo a terminare le ingiustizie commesse di fronte a noi?

Non riusciremo mai a costruire un nuovo mondo migliore, che sia Marte o la luna, se prima non miglioriamo il nostro, se non diveniamo servi della luce, e della giustizia alla luce dell’amore del Signore Gesù. A volte è bene spostare gli occhi dal cielo, e puntarli sulla terra, dove si piegano tra la polvere e il sangue i più deboli. “In ogni cosa vi ho mostrato che bisogna venire in aiuto ai deboli lavorando così, e ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse egli stesso: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere»” (Atti 20:35).

Claudio Pasquale Monopoli si è laureato in Filologia Moderna alla Sapienza di Roma, specializzandosi nel campo della critica letteraria. È stato coordinatore del GBU di Roma e attualmente è impegnato nella chiesa evangelica”La Via”  di Ciampino.

Il razzismo velenoso di un’America sgradevole

di Darrell L. Bock

Quello che è accaduto a Floyd è qualcosa che negli Stati Uniti ha una lunga, triste storia, una storia che degenera ogni pochi anni. Questa volta la differenza sta nel fatto che ci sono le registrazioni a mostrare ciò che è accaduto così che diventa difficile costruire una difesa con un controracconto che nega i fatti. In realtà, nelle ultime settimane si sono verificati tre incidenti del genere, tutti registrati. Questo ha colpito una corda che ha fatto venire a galla una profonda frustrazione nelle minoranze.

La violenza razziale è un attacco alla persona fatta all’immagine di Dio.

Non c’è posto per una cosa del genere in una fede che raccoglie molte tribù, lingue e nazioni.

E’ uno sfregio per la croce che mostra l’amore che Dio ha per gli uomini del mondo.

Viola l’appello di Gesù ad amare perfino i nostri nemici.

E’ un’offesa per le vie di Dio.

La saga di George Floyd non è nuova. Si tratta di un incidente che questa volta è stato documentato. Uno di tre solo nelle ultime settimane, come ho detto sopra. Se avete amici afro–americani allora sicuramente avrete saputo da loro che incidenti del genere non sono né rari né isolati ma piuttosto comuni.

Questo significa che qualcosa è veramente sbagliato e va avanti così da tanto tempo.

L’unica cosa è che nell’ambiente ostile in cui viviamo oggi la cosa si sta accelerando. Negare tutto ciò significa sopprimere l’ovvio e farlo ina maniera violenta. Possiamo e dobbiamo fare meglio e ciò significa agire, non semplicemente proferire parole e mostrare simpatia, poiché senza l’azione vedremo cose del genere che si ripeteranno di nuovo e ancora di nuovo. Non è una Teoria critica che stravolge ciò che ognuno dovrebbe essere in grado di vedere, al punto da non agire.

Si tratta di razzismo velenoso che percorre parti della nostra società e rende l’America sgradevole. Definire le cose con il loro nome significa rispettare le persone, la gente. Dobbiamo assolutamente fare meglio. Dire una cosa del genere è facile, fare qualcosa per questa situazione significherà per molti di noi essere chiari nelle nostre puntuali risposte affermando che tutto ciò è sbagliato e intollerabile.

 

Darrell L. Bock è Executive Director for Cultural Engagement, Howard G. Hendricks Center for Christian Leadership and Cultural Engagement e Senior Research Professor di New Testament Studies, presso il Dallas Theological Semminary.

Darrell L. Bock
è stato ospite nel 2017 del XII Convegno di Studi del GBU.
Qui trovi anche i link alle sue conferenze
Le Edizioni GBU hanno pubblicato il suo
Alla riscoperta del vero vangelo

 

 

Tre domande a Valerio Bernardi su razze, etnie e culture

  1. Qualche giorno fa tutte le associazioni di antropologi italiani (sia fisici che culturali) hanno pubblicato un breve documento intitolato Razza e dintorni (consultabile a http://pikaia.eu/razza-e-dintorni-la-voce-unita-degli-antropologi-italiani/), in cui ribadiscono, in maniera sintetica qual è lo stato dell’arte sulla questione della razza e delle differenze etniche e culturali in antropologia. Cosa puoi dirci di questo documento da esperto del settore?

 

Al contrario di quello che pensa la opinio communis il concetto di razza è stato, almeno a partire dagli anni 1960 del secolo scorso, superato dalle scoperte della genetica. Oggi sappiamo che, a livello di DNA, le differenze sono molto minori tra quelle che una volta erano considerate le razze, rispetto a quelle che ci possono essere tra singoli individui. Un “bianco” potrebbe avere più caratteristiche genetiche in comune con un “nero” rispetto al suo vicino bianco. Questa “scoperta” di tipo scientifico non ha risolto la questione delle differenze culturali. Il documento infatti spiega che gli antropologi si occupano proprio di queste differenze culturali e ammettono che queste esistono, pur partendo da livelli iniziali dell’individuo che sono uguali. L’antropologia culturale riconosce che gli “strumenti” che l’uomo ha a disposizione per formare il proprio bagaglio culturale è identico (lo ribadiva alla fine degli anni 1950 Claude Lévi-Strauss nel Pensiero selvaggio), ma la società in cui si vive porta a differenze che vanno riconosciute. Nelle società si formano, anche per rassicurare il proprio essere umani, sensi di appartenenza che possono diventare veicolo anche di discriminazione da ciò che ritengo sia i l mio patrimonio rispetto a quello che ritengo sia quello degli altri, che vengono vissuti come “estranei”. La “discriminazione”, pertanto, non è un fatto razziale, bensì culturale, formatasi per ragioni storiche e sociali. Qualsiasi tentativo di difesa della razza, come quelli avvenuti nel secolo scorso, non ha fondamento scientifico. Esiste però, soprattutto in persone nate e cresciute in ambienti diversi, una forte differenziazione culturale e sociale che è quella che poi porta a vedere lo straniero che vive nelle nostre città come un estraneo, un diverso,  una persona da cui ci sentiamo minacciati. Gli antropologi portano all’attenzione del lettore un’altra questione: il fatto che le culture, benché possano essere diverse, non possono essere considerate “pure”; in quanto anche da un punto di vista culturale noi siamo frutto di  una perenne contaminazione che deriva dal fatto che scambi e migrazioni sono costanti nella storia dell’homo sapiens, a iniziare dall’era delle glaciazioni.

 

  1. Il 2018 è un anno di celebrazioni che hanno a che fare con il razzismo e con i problemi che tale atteggiamento ha causato alla società occidentale, in quanto ricordiamo sia gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia che i cinquant’anni dall’assassinio di Martin Luther King jr. Ritieni che il razzismo sia un problema superato per la nostra società oggi?

 

Ritengo che nel mondo occidentale, anche a causa dei processi innescati dalla globalizzazione (un maggiore movimento di persone provenienti dai paesi poveri e da culture differenti), dopo un momento di “pausa” iniziato negli anni Settanta del secolo scorso, si sia tornati, soprattutto a partire dagli inizi del XXI secolo, ad avere atteggiamenti discriminatori che sfociano in comportamenti razzisti e nella “rivalutazione” della identità (nazionale, culturale e razziale). L’etnocentrismo (ritenere la propria etnia o cultura al centro e migliore di quelle degli altri) è un atteggiamento comune a qualsiasi cultura o nazione, che ha bisogno di potersi identificare in alcune certezze per creare una comunità coerente. Molto spesso le identità sono totalmente inventate (non a caso alcuni studiosi parlano di “imbroglio etnico”, si pensi all’idea che in Italia si è diffusa di una “cultura padana” o di un meridione come eldorado durante il periodo borbonico, idee assolutamente non fondate né da un punto di vista storico né sociale). La verità è che noi siamo il frutto di  un perenne “meticciato” che ha permesso la formazione della nostra cultura, anche in alcune maniere di vestire e persino in alcuni cibi, che non esisterebbero se non ci fosse stato il cosiddetto “scambio ecologico”. Si pensi alla pizza che è oggi considerata un cibo identitario per un italiano e che non esisterebbe senza i pomodori che provengono dall’America. In un anno come questo, fatto di commemorazioni che hanno a che fare con il razzismo (sia  italiano che estero) bisogna tornare ad avere un allarme alto nei confronti di qualsiasi forma discriminatoria che derivi o dalla paura dei migranti o da un rigurgito di antisemitismo di cui l’Europa non sembra essere esente. La ricerca di una propria identità e il voler escludere gli altri è un problema che difficilmente viene superato e su cui bisogna vigilare. L’antropologia ha un grande compito nel suo ruolo pubblico: convincere le persone che la differenza razziale sorge da pregiudizi e può portare a derive pericolose, come sono state quelle dell’Italia del 1938, quando furono promulgate leggi in cui si discriminava sulla base della presunta esistenza di una razza ariana e si dava di tutto questo motivazioni scientifiche (come quelle che apparvero nella rivista la Difesa della Razza) o dell’Apartheid in Sud Africa.

 

  1. Da un punto di vista teologico-biblico cosa possiamo dire a proposito di atteggiamenti razzisti o etnocentrici?

Il testo biblico, nonostante le discussioni che vi sono state nel XIX secolo negli USA e nel XX in Sud Africa soprattutto (ma non solo) da parte di alcune chiese riformate, è abbastanza chiaro: per Dio non vi sono distinzioni dal punto vista razziale e le uniche differenze possono essere causate dalla caduta dell’uomo nel peccato. Il racconto biblico della Creazione è chiaro: Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza e la differenziazione culturale che porta anche all’idolatria, è causa del peccato e dell’orgoglio umano, come è chiaro nel racconto di Babele, dove le diverse lingue (e culture) nascono a causa del peccato: prima di Babele avevamo una sola umanità, senza alcuna distinzione di razza, lingua o cultura. Dopo l’esclusivismo ebraico che, come etnia (anche qui si può parlare di stirpe e non di razza) ha avuto come suo scopo la venuta del Salvatore del mondo, il cristianesimo è pronto ad aprirsi al mondo ed ha una vocazione ecumenica in cui le culture, pur se rimangono tali, non contano nel piano di salvezza. Il messaggio del Vangelo pertanto è chiaramente antirazzista e antinazionalista, perché il mondo di quaggiù è un qualcosa di provvisorio e nella restaurazione del Creato non vi è posto per differenziazioni all’interno della specie umana. L’apostolo Paolo lo dice chiaramente ai Galati che la differenza etnica in Cristo non ha più ragion d’essere. Ecco perché il credente dovrebbe essere schierato (per dirla con l’antropologo Remotti) contro l’identità etnica e particolaristica e a favore di un’identità universale che coincida con il Vangelo.

 

Valerio Bernardi è docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari e presso l’UNiversità degli Studi della Basilicata. E’ membro del Comitato Editoriale di Edizioni GBU e del DiRS-GBU