Tre domande a Valerio Bernardi su razze, etnie e culture

  1. Qualche giorno fa tutte le associazioni di antropologi italiani (sia fisici che culturali) hanno pubblicato un breve documento intitolato Razza e dintorni (consultabile a http://pikaia.eu/razza-e-dintorni-la-voce-unita-degli-antropologi-italiani/), in cui ribadiscono, in maniera sintetica qual è lo stato dell’arte sulla questione della razza e delle differenze etniche e culturali in antropologia. Cosa puoi dirci di questo documento da esperto del settore?

 

Al contrario di quello che pensa la opinio communis il concetto di razza è stato, almeno a partire dagli anni 1960 del secolo scorso, superato dalle scoperte della genetica. Oggi sappiamo che, a livello di DNA, le differenze sono molto minori tra quelle che una volta erano considerate le razze, rispetto a quelle che ci possono essere tra singoli individui. Un “bianco” potrebbe avere più caratteristiche genetiche in comune con un “nero” rispetto al suo vicino bianco. Questa “scoperta” di tipo scientifico non ha risolto la questione delle differenze culturali. Il documento infatti spiega che gli antropologi si occupano proprio di queste differenze culturali e ammettono che queste esistono, pur partendo da livelli iniziali dell’individuo che sono uguali. L’antropologia culturale riconosce che gli “strumenti” che l’uomo ha a disposizione per formare il proprio bagaglio culturale è identico (lo ribadiva alla fine degli anni 1950 Claude Lévi-Strauss nel Pensiero selvaggio), ma la società in cui si vive porta a differenze che vanno riconosciute. Nelle società si formano, anche per rassicurare il proprio essere umani, sensi di appartenenza che possono diventare veicolo anche di discriminazione da ciò che ritengo sia i l mio patrimonio rispetto a quello che ritengo sia quello degli altri, che vengono vissuti come “estranei”. La “discriminazione”, pertanto, non è un fatto razziale, bensì culturale, formatasi per ragioni storiche e sociali. Qualsiasi tentativo di difesa della razza, come quelli avvenuti nel secolo scorso, non ha fondamento scientifico. Esiste però, soprattutto in persone nate e cresciute in ambienti diversi, una forte differenziazione culturale e sociale che è quella che poi porta a vedere lo straniero che vive nelle nostre città come un estraneo, un diverso,  una persona da cui ci sentiamo minacciati. Gli antropologi portano all’attenzione del lettore un’altra questione: il fatto che le culture, benché possano essere diverse, non possono essere considerate “pure”; in quanto anche da un punto di vista culturale noi siamo frutto di  una perenne contaminazione che deriva dal fatto che scambi e migrazioni sono costanti nella storia dell’homo sapiens, a iniziare dall’era delle glaciazioni.

 

  1. Il 2018 è un anno di celebrazioni che hanno a che fare con il razzismo e con i problemi che tale atteggiamento ha causato alla società occidentale, in quanto ricordiamo sia gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia che i cinquant’anni dall’assassinio di Martin Luther King jr. Ritieni che il razzismo sia un problema superato per la nostra società oggi?

 

Ritengo che nel mondo occidentale, anche a causa dei processi innescati dalla globalizzazione (un maggiore movimento di persone provenienti dai paesi poveri e da culture differenti), dopo un momento di “pausa” iniziato negli anni Settanta del secolo scorso, si sia tornati, soprattutto a partire dagli inizi del XXI secolo, ad avere atteggiamenti discriminatori che sfociano in comportamenti razzisti e nella “rivalutazione” della identità (nazionale, culturale e razziale). L’etnocentrismo (ritenere la propria etnia o cultura al centro e migliore di quelle degli altri) è un atteggiamento comune a qualsiasi cultura o nazione, che ha bisogno di potersi identificare in alcune certezze per creare una comunità coerente. Molto spesso le identità sono totalmente inventate (non a caso alcuni studiosi parlano di “imbroglio etnico”, si pensi all’idea che in Italia si è diffusa di una “cultura padana” o di un meridione come eldorado durante il periodo borbonico, idee assolutamente non fondate né da un punto di vista storico né sociale). La verità è che noi siamo il frutto di  un perenne “meticciato” che ha permesso la formazione della nostra cultura, anche in alcune maniere di vestire e persino in alcuni cibi, che non esisterebbero se non ci fosse stato il cosiddetto “scambio ecologico”. Si pensi alla pizza che è oggi considerata un cibo identitario per un italiano e che non esisterebbe senza i pomodori che provengono dall’America. In un anno come questo, fatto di commemorazioni che hanno a che fare con il razzismo (sia  italiano che estero) bisogna tornare ad avere un allarme alto nei confronti di qualsiasi forma discriminatoria che derivi o dalla paura dei migranti o da un rigurgito di antisemitismo di cui l’Europa non sembra essere esente. La ricerca di una propria identità e il voler escludere gli altri è un problema che difficilmente viene superato e su cui bisogna vigilare. L’antropologia ha un grande compito nel suo ruolo pubblico: convincere le persone che la differenza razziale sorge da pregiudizi e può portare a derive pericolose, come sono state quelle dell’Italia del 1938, quando furono promulgate leggi in cui si discriminava sulla base della presunta esistenza di una razza ariana e si dava di tutto questo motivazioni scientifiche (come quelle che apparvero nella rivista la Difesa della Razza) o dell’Apartheid in Sud Africa.

 

  1. Da un punto di vista teologico-biblico cosa possiamo dire a proposito di atteggiamenti razzisti o etnocentrici?

Il testo biblico, nonostante le discussioni che vi sono state nel XIX secolo negli USA e nel XX in Sud Africa soprattutto (ma non solo) da parte di alcune chiese riformate, è abbastanza chiaro: per Dio non vi sono distinzioni dal punto vista razziale e le uniche differenze possono essere causate dalla caduta dell’uomo nel peccato. Il racconto biblico della Creazione è chiaro: Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza e la differenziazione culturale che porta anche all’idolatria, è causa del peccato e dell’orgoglio umano, come è chiaro nel racconto di Babele, dove le diverse lingue (e culture) nascono a causa del peccato: prima di Babele avevamo una sola umanità, senza alcuna distinzione di razza, lingua o cultura. Dopo l’esclusivismo ebraico che, come etnia (anche qui si può parlare di stirpe e non di razza) ha avuto come suo scopo la venuta del Salvatore del mondo, il cristianesimo è pronto ad aprirsi al mondo ed ha una vocazione ecumenica in cui le culture, pur se rimangono tali, non contano nel piano di salvezza. Il messaggio del Vangelo pertanto è chiaramente antirazzista e antinazionalista, perché il mondo di quaggiù è un qualcosa di provvisorio e nella restaurazione del Creato non vi è posto per differenziazioni all’interno della specie umana. L’apostolo Paolo lo dice chiaramente ai Galati che la differenza etnica in Cristo non ha più ragion d’essere. Ecco perché il credente dovrebbe essere schierato (per dirla con l’antropologo Remotti) contro l’identità etnica e particolaristica e a favore di un’identità universale che coincida con il Vangelo.

 

Valerio Bernardi è docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari e presso l’UNiversità degli Studi della Basilicata. E’ membro del Comitato Editoriale di Edizioni GBU e del DiRS-GBU

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