Tre domande a Roberto Frache sui cambiamenti climatici

Perché i cambiamenti climatici rappresentano oggi un problema che preoccupa la coscienza di una parte di popolazione mondiale?

E’ indubbio che l’ iniziativa di Greta Thunberg ha suscitato un grandissimo interesse, in particolare nei giovani. Non sono un sociologo e, quindi, non mi addentro in ipotesi interpretative ma credo sia legittimo chiedersi come mai, fino ad oggi, tutto questo interesse sia rimasto sopito o, perlomeno, nascosto. Gli allarmi sono stati numerosi e documentati – vedi l’ enciclica papale “Laudato si” del maggio 2015 – ma sembra che non abbiano scosso la maggioranza delle persone. In ogni caso è evidente che la preoccupazione – laddove esiste – è tipicamente egoistica. Infatti non ci si preoccupa tanto dei danni che subisce il nostro pianeta ma del fatto che questi danni perturbano la nostra esistenza in termini di vivibilità, salute, nutrimento. Anche le insegne che abbiamo visto innalzate nei cortei dei giovani erano in genere riferite al diritto di vivere bene  – oggi e domani- su questa nostra terra piuttosto che al rimprovero per le lacerazioni inflitte alla natura. Spero che il seguito di questo movimento possa farmi ricredere da queste  mie posizioni e porti da una responsabile consapevolezza.

 

  1. Che responsabilità ha l’ uomo in questo scenario?

Le variazioni climatiche si sono verificate da sempre sul nostro pianeta. Ci ricordiamo che la Groenlandia deve il suo nome al fatto che nel medioevo si presentava, almeno nella sua parte meridionale, coperta di vegetazione. Ci ricordiamo ancora che, sempre nel medioevo, popolazioni intere – i walser – varcavano le Alpi attraverso, ad esempio, il Colle del Lyss senza grossi problemi.   Il ruolo dell’ uomo oggi, con le emissioni dei gas serra,  ha contribuito ad accelerare i processi fino ad un vicino punto di non ritorno. Occorre purtroppo anche sottolineare il grado di inquinamento – le “isole” di plastica negli oceani ne sono una testimonianza evidente – che l’ uomo ha immesso nel pianeta. Senza dubbio, anche qui, le pulsioni  egoistiche che mirano alla nostra soddisfazione hanno accresciuto il fabbisogno energetico e, conseguentemente, lo sfruttamento delle risorse naturali. A fronte di una necessità energetica per la sopravvivenza calcolata in circa 2500 kcal/giorno, nell’ occidente consumistico ci si aggira su un fabbisogno energetico di circa 80 – 100.000 kcal/giorno. E’ chiaro che questo modello di sviluppo ci porterà alla lunga alla distruzione del pianeta. Mi chiedo, e forse sono anche qui un po’ pessimista, se i giovani siano coscienti di questi fatti e se siano disponibili alle rinunce dolorose ma necessarie. Saremo in grado, ad esempio, di limitare il numero e gli sviluppi di tutti i “marchingeni” elettronici che sembrano ormai delle appendici naturali del nostro corpo?

 

  1. Quale può essere il contributo dei cristiani affinchè il pianeta e le sue risorse vengano tutelate e valorizzate?

Un punto importante penso sia il sottolineare che il pianeta ci è stato dato dal Creatore in qualità di gestori e non di sfruttatori. Tutta la tematica della salvaguardia ambientale andrebbe vista quindi con una  prospettiva teocentrica e non egocentrica. L’ enciclica già citata, molto corretta sia dal punto di vista scientifico che biblico, sottolinea che “… non si può proporre una relazione con l’ ambiente a prescindere da quella con le altre persone e con Dio. Sarebbe un individualismo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’ immanente” . E’ una direzione corretta ma mi chiedo se il nostro mondo “cristiano” conosca e persegua queste affermazioni. Senza dubbio, come cristiani, portiamo delle responsabilità non avendo insegnato e vissuto sufficientemente il rispetto per il creato. La storia mostra come, ad iniziare dagli scritti dei “padri” della chiesa, il pensiero cristiano si sia rifatto a quello greco più che a quello biblico. Così la teologia cristiana del medioevo è stata debitrice alla filosofia greca: sistemi di ascendenza platonica-agostiniana vedevano nella realtà fisica più un impaccio per lo spirito che un dono dell’ amore di Dio; pensieri di ispirazione aristotelica-tomistica sono stati risucchiati da una deriva metafisica che li allontanò sempre di più dai problemi storici in nome di una salvezza astratta. Ancora, la teologia cristiana è stata debole e silenziosa quando, dall’ umanesimo in poi, la cultura occidentale ha ridotto la natura a puro strumento di cui l’uomo è diventato «maitre et  possesseur» come afferma Cartesio alla fine del suo Discours de la Methode. Eppure i testi biblici, dai più antichi (ad esempio: Esodo 13/9; Levitico 25/1-7) sottolineano il rispetto per la terra, i raccolti, gli animali. I Salmi cantano spesso la gioia e la bellezza della natura (Salmo 95 e 98); Gesù ha mostrato in diverse occasioni di essere un appassionato osservatore dei fiori e degli uccelli del cielo (Matteo 6; Luca 12). Abbiamo quindi, come cristiani, delle responsabilità. Oggi, consapevoli di questo, dovremmo essere in prima linea per esprimere e vivere  il rispetto del creato, dono del Creatore, e muoverci in tutte le direzioni  che portano ad una responsabile gestione dell’ ambiente.

Roberto Frache – già Professore Ordinario di Chimica Analitica presso l’ Università di Genova. L’ attività di ricerca ha riguardato la messa a punto di metodiche analitiche per la determinazione e la speciazione di metalli presenti in tracce in matrici complesse come acqua di mare, sedimenti e organismi. Ha inoltre svolto ricerche sull’ ambiente marino con particolare riguardo al Mare di Ross in Antartide. Ha partecipato, spesso come Responsabile scientifico,  a programmi di cooperazione interuniversitaria in Cile. E’ autore di circa 200 pubblicazioni su riviste internazionali  e di numerose Comunicazioni a Congressi nazionali ed internazionali. E’ stato responsabile del Settore Oceanografia Chimica presso il Consorzio CONISMA e Presidente dell’ Associazione Italiana di Oceanologia e Limnologia. Presso l’ Università di Genova è stato Direttore del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale.

Roberto Frache è anche autore per i tipi di Edizioni GBU di Bibbia e scienza, alla ricerca di un equilibrio (1996)

1 commento
  1. Gianluca
    Gianluca dice:

    Mi sorge spontanea la domanda: i tempi sono quindi maturi per una teologia dell’ambiente? Forse la prospettiva aristotelico-tomistica offre spunti utili in questa direzione; la sensibilità naturalistica di Aristotele è innegabile, e soprattutto in Tommaso il creato è presente proprio all’inizio della Summa Teologica, come portatore di evidenze dell’esistenza di un solo Dio, per esempio. Forse oggi il mondo evangelico teme la Natura perché apparentemente divenuta dominio esclusivo della biologia, e dunque della lettura darwiniana (leggi ateo-deterministica) della storia della vita; ma mi fa riflettere il fatto che solo cinquant’anni prima dell’Origine delle specie, nella terza Critica Kant parlava della natura come del “regno dei fini”, e conciliava la prospettiva teleologica con quella meccanicistica per fondare la scienza.
    Molto umilmente, propongo quindi di rileggere Tommaso e il suo approccio alla natura come mediatrice della rivelazione, ripensare la scienza (o meglio la filosofia) biologica odierna integrando la prospettiva teleologica di cui è carente fin dalla sua nascita, e ultimo ma non meno importante tornare al primo capitolo della Genesi, e leggerlo alla luce di questa “nuova scienza biologica” e tenendo a mente la funzione sacramentale del creato così ben espressa dal salmista: “I cieli narrano la gloria di Dio, e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani” (19, 1).

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