Il fine vita ai tempi di COVID–19

di Giacomo Carlo Di Gaetano

Sul sito dell’UAAR viene riportata la percezione della popolazione italiana in merito a un tema caldo della bioetica, l’eutanasia:
Tutti i sondaggi condotti negli ultimi anni attestano che la maggioranza degli italiani è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia. Secondo un sondaggio Swg del 2019, i cittadini favorevoli a una legge sarebbero ormai il 93%.

Si tratta di un’affermazione che risente in modo particolare delle ultime mosse nel campo della bioetica del fine vita nell’arco del 2019, poco prima che scoppiasse la pandemia. Anzi, si potrebbe dire che per poche settimane non si è verificata una vera e propria sovrapposizione estremamente significativa nel campo della bioetica.
Infatti, mentre in Cina si cominciava a parlare di un virus sconosciuto che si agitava dalle parti di Whuan, la Corte Costituzionale depositava il 22 novembre le motivazioni della sentenza del 25 settembre dello stesso anno relativa alla depenalizzazione del reato di assistenza al suicidio (art. 580 del c.p.) ritenendo una parte di quell’articolo incostituzionale.

La Corte così concludeva il percorso iniziato un anno prima con l’Ordinanza del 25 settembre 2018 con la quale segnalava il vulnus legislativo relativo alla questione del suicidio assistito, da molti ritenuto il primo passo verso forme di eutanasia.
Il caso che aveva scatenato questa produzione di giurisprudenza era quello di DJ Fabo, recatosi in Svizzera, accompagnato dall’eponente radicale Marco Cappato per essere aiutato nel suo proponimento di togliersi la vita. Marco Cappato al ritorno dalla Svizzera si era autodenunciato e aveva avviato l’iter delle sentenze che arrivava a conclusione nel novembre dello scorso anno.

In maniera quasi fatidica due vicende relative al fine vita stavano per incrociarsi per ritrovarsi travolte dallo tzunami della pandemia che portava prepotentmente all’attenzione degli italiani la conclusione dell’esistenza di migliaia di connazionali (con una media dell’età secondo l’ISS superiore agli ottant’anni) immortalata dalle terribili immagini dei camion dell’esercito pieni di bare.

Da un lato una dimensione sofferente che a “certe condizioni” può portare legittimamente un soggetto a chiedere di essere aiutato, assistito a interrompere la propria vita:

Il riferimento è, più in particolare, alle ipotesi in cui il soggetto agevolato si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Dall’altro lato una dimensione sofferente come quella delle migliaia di vite che si ritenvano custodite e protette nelle RSA e che contro la volontà dei soggetti implicati in esse, in primis i familiari, viene brutalmente messa a confronto con il virus e, nella maggior parte dei casi, strappata via. Dopo che, peraltro, nel momento dell’emergenza più acuta, aveva fatto nascere un altro problema bioetico quello opportunamente messo in luce dalla Commissione bioetica delle Chiese Battiste, Metodiste e Valdesi d’Italia con il documento dal titolo: “Emergenza Covid–19 e criteri di accesso alle terapie. Una riflessione protestante”: come prendere decisioni corrette di fronte alla mancanza di risorse sufficienti per rispondere alle esigenze di tutti in un momento di emergenza.

La morte cercata, la morte esorcizzata e combattuta si sono quasi incrociate sul suolo della nostra nazione, mostrando forse in maniera provvidenziale, per la prima volta, l’aspetto relativo e non assoluto delle acquisizioni bioetiche più avanzate. Quello che sembrava un trend quasi inarrestabile e che ci voleva convincere che il modo più avanzato e confacente alla raggiunta matura età dell’uomo occidentale nei confronti della morte fosse quello di venirci a patti, invitarla e prepararle la strada “a certe condizioni” ora deve fare i conti con lo sconforto nazionale nei confronti della generazione che volevamo proteggere dalla morte, che credevamo protetta fino al suo approssimarsi naturale, e che invece se n’è andata via mestamente, senza conforto e nella solitudine, su un camion grigioverde.

E a questo si aggiunge forse, speriamo, il senso di colpa collettivo di una nazione che ha abbassato la guardia nei confronti dell’uso e dell’allocamento delle risorse da dedicare al Sistema Sanitario Nazionale; Sistema ridotto a terra di conquista della corruzione degli apparati corrotti dello stato nonché campo di produzione di ricchezza del malaffare.

Anche questo, un altro classico tema della bioetica contemporanea.

La speranza, in questo incrocio di pulsioni sociali di segno contrario che si sono quasi scontrate in questo scorcio della nostra storia, è che quel 93% del gradimento per qualche forma di eutanasia scenda, si riduca, prendendo atto che è insopportabile lo spettacolo del piano inclinato del destino che quando comincia a farvi scivolare le vite degli esseri umani sembra non più controllabile e arrestabile.

Quale riflessione per i cristiani? Qualcuno diceva che il fine vita è uno dei contesti privilegiati in cui si manifesta la tensione tutta biblica e teologica tra la provvidenza divina – i cristiani credono che sia Dio a detenere la vita e la morte – e la solerte azione dell’uomo tesa a curare e ritardare non solo in vista della guarigione ma anche come rimedio palliativo per la sofferenza con cui la morte spesso si fa annunciare:

Questa tensione teologica fornisce le prospettive e i limiti nel campo della morte e del morire per il fatto che essa preclude le risposte radicali alla questione. Per esempio, essa sembra proibire l’eutanasia attiva che accentua la responsabilità della cura ma nega la provvidenza [eutanasia pietosa]. Allo stesso modo, la stessa tensione mette in discussione il rifiuto di porre fine in alcuni, garantiti casi ai trattamenti medici, una posizione questa che accentua la provvidenza ma nega il prendersi cura. La tensione creativa tra la provvidenza divina e il prendersi cura ci aiuta “a trovare un’equilibrata via di mezzo tra il vitalismo medico (che preserva la vita a tutti i costi) e il pessimismo medico (che uccide quando la vita sembra frustrata, ai limiti e senza alcuna utilità” (Hollingher, 2001).

Fotografia di Gabriele Magnano

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