Tre domande a Roberto Garaventa su Bibbia e violenza

Inizia con questo articolo il percorso di avvicinamento al XIII Convegno nazionale GBU (7–9 dicembre 2018) che avrà come tema proprio il tema della violenza: “Il Dio della Bibbia è un Dio violento?“.
Abbiamo posto queste domande al prof. Garaventa quale esponente informato e appassionato di una visione filosofica che si interroga continuamente su temi del genere (leggi qui il suo curriculum). La sua analisi, esterna alle convizioni che come GBU abbiamo sulla Bibbia e su Dio (Basi di fede) ci è utile, quale sfida lanciataci con gentilezza e rispetto, per comprendere la posta in gioco del dibattito sulla violenza ma anche per stimolarci affinché ci studiamo di comprendere in che modo la nostra fede nella Bibbia quale Parola ispirata di Dio debba prendere seriamente in carico le domande che ci vengono dai nostri contemporanei.

Ringraziamo dunque il prof. Garaventa per averci offerto questo straordinario spaccato e auspichiamo un dibattito aperto tra i lettori di questo post (anche tramite i commenti) e degli altri che verranno, in attesa di porci poi tutti quanti all’ascolto della Bibbia nel Convegno di dicembre.

Giacomo Carlo Di Gaetano (giacomocarlodigaetano@gbu.it)

 

 

  1.  Prof. Garaventa, la Bibbia contiene pagine in cui sono descritte e presentate diverse forme di violenza. Che cosa pensa di quelle pagine?

Il fatto che la Bibbia non solo descriva e presenti forme di violenza, ma sopratutto sia piena di morti ammazzati nel nome di Jahvé (come è noto, spesso è lo stesso Jahvé a condurre in battaglia il suo popolo e a ordinare lo sterminio dei nemici di Israele, mentre molte importanti figure della storia ebraica non hanno avuto scrupoli a spargere sangue umano in nome del “signore degli eserciti”), mostrando così un’arcaica tendenza alla violenza e alla crudeltà sia contro popoli stranieri seguaci di altre fedi, sia contro i membri del popolo d’Israele sostenitori di concezioni di fede e di norme di comportamento divergenti da quelle dominanti, dimostra a) che la Bibbia nel suo complesso non può essere addotta a sostegno del principio della sacralità e quindi della inviolabilità della vita, visto che in tali passi Dio non sembra affatto curarsi di ciò; b) che la guerra santa non è stata sempre e solo appannaggio della tradizione islamica; c) che è impossibile considerare la Bibbia (che per altro contiene molteplici e diverse immagini di Dio) quale unica istanza interpretativa di ciò che è bene o male, giusto o ingiusto, come invece sostengono, dal versante cattolico, la costituzione dogmatica Dei verbum sulla divina rivelazione del 1965 (per cui tutto quanto è contenuto ed è presente nelle Sacre Scritture è stato scritto “sotto l’ispirazione dello Spirito Santo” e ha “Dio come autore”; i testi biblici contengono “tutto ciò e solo ciò” che Dio voleva fosse scritto e insegnano “sicuramente, fedelmente e senza errore” la verità e quindi devono valere come sacri e canonici “nella loro totalità e con tutte le loro parti”) e, dal versante luterano-evangelico, la Formula di Concordia del 1580, per cui la Sacra Scrittura è l’unico criterio (“unico giudice, regola e istanza”) in base a cui giudicare la bontà o meno di tutte le dottrine (Allein die heilige Schrift bleibt der einige Richter, Regel und Richtschnur, nach welcher als dem einigen Probierstein sollen und müssen alle Lehren erkannt und geurteilt werden, ob sie gut oder bös, recht oder unrecht sein). C’è invece sempre bisogno di ermeneutica.

 

  1. Crede che la violenza sia insita nella natura di Dio così come è presentata nella Bibbia?

Ogni religione storico-positiva, nella misura in cui ritiene di fondarsi su una «rivelazione» divina indiscutibile e quindi rivendica per sé il possesso (esclusivo o inclusivo) della verità, si trova a dover fare i conti con altre religioni storiche che sollevano la stessa pretesa. Nasce così il problema di come una fede religiosa «assolutisticamente» intesa debba rapportarsi alle altre fedi religiose «assolutisticamente» intese: missione o dialogo? Ora, che la fede in un unico Dio (tratto che accomuna ebrei, cristiani e musulmani) abbia prodotto storicamente forme di «suprematismo zelotico e fanatico» (P. Sloterdijk), ovvero sia stata storicamente fonte d’intolleranza e di violenza inter-religiosa e intra-religiosa, è un dato storico difficilmente contestabile. È vero che la violenza è stata ed è presente anche nelle religioni non-monoteistiche (basti pensare alla centralità del sacrificio cruento in tutte le grandi tradizioni religiose dell’umanità). Tuttavia si può legittimamente sostenere, come ha fatto Jan Assmann, che la «distinzione» (operata per la prima volta da Mosè all’interno di un mondo fondamentalmente politeista, ma fatta propria anche da cristianesimo e islamismo) «tra vero e falso in religione», ovvero «tra il vero Dio e i falsi dèi, tra ortodossia ed eresia, tra scienza e ignoranza, tra fede e miscredenza», contenga in sé i germi di una «strutturale intolleranza» e sia quindi foriera di violenza religiosa. Infatti, ciò che adesso viene bollato come «falsità», «idolatria», non viene più considerato il frutto di mera ignoranza (errore involontario, semplice abbaglio), bensì, alla luce della rivelazione «assolutisticamente» intesa, viene visto come la conseguenza di un atto di voluta disubbidienza (miscredenza, caduta, peccato), se non addirittura di un rigetto da parte di Dio. Il che porta la comunità religiosa interessata ad assumere un atteggiamento intransigente e intollerante nei confronti di chi la pensa in modo diverso e, quindi, a respingere, escludere, cacciare, ostracizzare, se non addirittura a uccidere l’infedele, il miscredente, l’eretico. L’episodio del vitello d’oro (Gn 32) e le orge di violenza di Elia (1Re, 17-19) mostrano paradigmaticamente in che modo l’ebraismo, per difendere la retta dottrina e il retto comportamento e distinguersi rispetto al mondo religioso esterno, abbia proceduto alla discriminazione, all’espulsione e all’eliminazione dei dissidenti interni. E in effetti la violenza è stata spesso utilizzata con l’esplicita e consapevole intenzione di difendere le proprie verità di fede e di proteggere il proprio sistema di valori da qualsiasi avversario o nemico che vi si opponga o non vi si attenga o, semplicemente, professi altre verità e altri valori. Per conservare puro e intatto il proprio bagaglio religioso-culturale da ogni forma di contaminazione, le religioni rivelate hanno utilizzano anzitutto il disprezzo, la scomunica, la prescrizione e il bando, ma spesso (anzi fin troppo spesso) esse hanno fatto ricorso alla violenza armata (guerre missionarie, guerre sante, crociate), senza farsi alcuno scrupolo di utilizzare tutte le possibili varianti della crudeltà umana pur di eliminare e distruggere fisicamente il nemico (mago, strega, seduttore, eretico, miscredente). E alla violenza annientatrice hanno ripetutamente fatto ricorso non solo per difendere, ma anche per diffondere e imporre la propria fede quale unica verità e unica via di salvezza. Oggi la violenza contro i miscredenti, in nome e per la gloria di Dio, viene usata soprattutto dal fondamentalismo islamico, ma, se confrontiamo le motivazioni teologiche un tempo addotte per legittimare le crociate, possiamo notare molte affinità con quelle addotte oggigiorno in favore del jihad.

 

  1. Crede che il cristianesimo sia una religione violenta o che contenga in sé i germi della violenza, al punto tale da essere una religione pericolosa per la convivenza tra i popoli, ma anche per lo sviluppo dell’individuo?

Tutte le religioni (compresa quella cristiana) sono realtà ambigue e pericolose, nella misura in cui pretendono di disporre dell’unica, vera manifestazione di Dio. Inoltre, per quanto concerne il cristianesimo, ciò che è realmente decisivo e rilevante per la fede cristiana sembra essere non tanto il Gesù storico, quanto il Cristo testimoniato e annunciato dalla chiesa, che ha raccolto e selezionato le testimonianze su Gesù e ha fissato il canone dei testi sacri. La chiesa però è un’istanza terrena che pretende di avere l’autorità di imporre la giusta interpretazione e a cui i credenti devono ossequio ed obbedienza. Quindi ciò con cui abbiamo a che fare è in realtà soltanto un’istanza umana (spesso maschile), che pretende di parlare a nome di Dio. La parola della chiesa non è però la parola di Dio come tale, bensì soltanto la parola di un’istanza mondana che rivendica per sé il potere di parlare in nome di Dio. Se però già il kérygma è un’interpretazione umana, non è facile fissare un confine netto tra ciò che bisogna accettare per obbedienza e ciò che si può discutere criticamente. D’altra parte, ogni tentativo di comprendere il kérygma depositato nelle Sacre Scritture, non ha fatto che produrre nuove e diverse interpretazioni del messaggio originario (Hans Küng conta almeno cinque o sei macro-paradigmi nella storia del cristianesimo), producendo una serie infinita di discussioni, conflitti e guerre tra le differenti confessioni cristiane, nonché favorendo la nascita delle più diverse forme di fondamentalismo. I fanatici che pretendono di sapere con certezza ciò che Dio dice e vuole (in quanto non avvertono l’ambiguità presente in tutte le esperienze della voce di Dio) non riescono più a parlare tra loro e con noi da uomini. Se sono impotenti, sono gentili con noi. Se sono potenti, ci uccidono. Solo un ritorno al Gesù storico ci può salvare.

 

Prof. Roberto Garaventa
Ordinario di Storia della filosofia contemporanea
Dipartimento di Scienze Filosofiche, Pedagogiche ed Economico-Quantitative
Università di Chieti

7 commenti
  1. Marcello Favareto
    Marcello Favareto dice:

    Commento a Garaventa
    La prima reazione che ho avuto leggendo l’intervista al prof. Garaventa è stata di totale, drammatica condivisione. La sua posizione mi sembra molto simile, anche se più articolata e competente, a quelle di Christopher Hitchens e Richard Dawkins. Ma qualche distinzione forse va fatta. Mi pare si possano distinguere tre ambiti in cui si può sviluppare violenza: rapporto tra popolo/nazione e altri popoli, disciplina interna, proselitismo. Partendo da quest’ultimo mi pare che il popolo d’Israele non abbia mai avuto una vocazione a fare proseliti, contrariamente al cristianesimo e all’islam. Quindi, a differenza di Garaventa, non mi pare ci sia sempre una relazione diretta tra monoteismo “assolutistico” e guerre di religione (ma è evidente che cristiani e musulmani le hanno fatte). L’espansione territoriale ebraica, con le relative violenze dei tempi, si è conclusa con l’occupazione della “terra promessa” non ci sono mai state, mi pare, spinte ideologiche alla conquista di altri territori. Per secoli, invece, cristianesimo e islam hanno mescolato religione e politica giustificando guerre di conquista/difesa, con le violenze relative ad ogni epoca. La violenza della disciplina interna, come evidenzia Garaventa, è stata, invece, feroce nell’AT ed è finita con la diaspora, mentre nel cristianesimo, cattolico o protestante, ha avuto spazio fino a pochi secoli fa e nell’islam ha ampio spazio ancora oggi.
    Garaventa ammette, secondo me, senza la necessaria attenzione che “la violenza è stata ed è anche presente nelle religioni non-monoteistiche”. Ma è proprio qui il problema. Di che religione erano, per restare in tempi recenti, Hitler, Stalin, Mao e le guardie rosse, Pol Pot, o, nel loro piccolo, le nostre brigate rosse?
    Il problema non sta nelle religioni ma nell’uomo, nella sua morale e nelle sue ideologie.
    E se il fondatore di una religione monoteista dà due soli comandamenti ai suoi seguaci: “ama il tuo Dio con tutto il tuo cuore” e “ama il tuo prossimo come te stesso” come si può affermare che quella religione monoteista sia intrinsecamente assolutista, intollerante e violenta?
    Purtroppo i seguaci di Gesù nel corso della storia hanno sommerso la fede in lui e la sua sequela sotto una coltre di ideologia dottrinaria e fondamentalista e, quando al potere, hanno usato strumenti violenti per imporre le proprie idee. Perciò concordo con la conclusione di Garaventa: “I fanatici che pretendono di sapere con certezza ciò che Dio dice e vuole (in quanto non avvertono l’ambiguità presente in tutte le esperienze della voce di Dio) non riescono più a parlare tra loro e con noi da uomini. Se sono impotenti, sono gentili con noi. Se sono potenti, ci uccidono. Solo un ritorno al Gesù storico ci può salvare.”

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  2. Vincenzo Lioce
    Vincenzo Lioce dice:

    Buongiorno,
    chiedo scusa se solo adesso porto il mio contributo; la mancanza di tempo è stata la causa primaria.
    ” Il Dio della Bibbia è un Dio violento?”
    Tutte le citazioni sono prese dalla “vecchia” Riveduta Giovanni Luzzi LSS Roma 1990

    Parlando del tema della vioelenza nella Bibbia, considerando La persona di Dio é di certo un ottimo punto di partenza; ciò per vari motivi; uno di questi è la necessità di porre la base che segue.
    Quando parliamo di Dio, l’ente supremo, Lui è il creatore, l’uomo come controparte è la creatura, e non ” l’altro ” o il suo pari; ciò è chiaramente corretto non solo da un punto di vista teologico, ma anche filosofico per le filosofie che ne ammettono o ne ipotizzano l’esistenza o la possibilità della Sua esistenza.
    Ora procediamo per piccole argomentazioni-

    I ] Un attributo fondamentale per l’Ente supremo è la sua immutabilità Giacomo 1:17.
    Questo Dio ” è un giusto giudice, un Dio che si adira ogni giorno. Se il malvagio non si converte egli aguzzerà la sua spada” Salmo 7:11-12a ; questo medesimo Dio ” ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio affinchè chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna ” … ” ma chi rifiuta di credere al figlio di Dio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra di lui ” Giovanni 3:16,36.
    a) lo stesso Dio si conduce nel medesimo modo nel V.T. e nel N.T. ; è paziente, giudica con giustizia ed ama. Ma non rinuncia alla sua giustizia, altrimenti che dio sarebbe?
    b) Ira e giustizia sono di pari passo; la sua ira si ben intende che è diversa dall’ira umana, la quale si esprime spesso nella violenza fisica.
    c) per Dio la vita umana ha un valore straordinario: ha dato suo Figlio.
    d) sia nel V.T. che nel N.T. la retribuzione del peccatore è personale – Ezechiele cap. 18 – , ciò è la stessa cosa per la vocazione; o si tratta di una nazione ( Israele ) o di un idividuo. Questo esclude ogni tipo di guerra santa in ogni epoca.
    La conquista di Canaan non fu propriamente una guerra di conquista, ne una guerra santa, ma una guerra in un progetto di Dio dove Pazienza di Dio, Giustizia di Dio, Promesse di Dio, etc. insieme vanno considerati.
    L’unica effettiva guerra di conquista attribuita ad Israele fu ordinata da Salomone II Cronache 8:3-4, infatti Salomone si spinse un poco oltre Hamat, fino ad Tadmor.

    II ] Come associare ira e violenza, violenza più che cruenta?
    a) quando pensiamo al giudizio di Dio tramite il diluvio, riteniamo che Dio, più che paziente, alla fine agì con giustizia, dato che ” la malvagità degli uomini era grande ” genesi 6.5.
    b) quando pensiamo alla punizione di Israele tramite la spada, considerando che la loro iniquità era giunta al colmo – Ezechiele 21:30,34, 35:5 – , riteniamo che Israele, che era giunta a sacrificare bambini, ricevette un giusto giudizio dopo secoli di pazienza da parte di Dio.
    c) quando pensiamo alla conquista di Canaan e la proscrizione dei suoi abitanti rimaniamo inorriditi. Ma, ma,..quando leggiamo Genesi 15:16 ” … essi torneranno qua; perchè l’iniquità degli Amorei non è giunta al colmo” ; vedremo che anche in questo caso , dopo secoli di pasienza Dio giudicò nazioni che erano giunte a sacrificare bambini, lo fece con la spada di Israele.
    d) perchè la spada e non il diluvio, o il fuoco dal cielo? Tanti motivi, ed uno di questi è che Lui è il Creatore, poi si aggiungano gli altri.

    III ] La severità della Legge.
    a) era equa
    b) era nazionale, v’era una nazione da formare.
    c) era territoriale, per il bestemmiatore che agiva così nel suo paese non v’era comandamento a riguardo-
    d) la severità per l’apostasia era anche dovuta anche all’aspetto pratico, comprovato – vedi libro dei giudici -, che l’uomo che si allontanava da Dio si allontanava immediatamente dal prossimo.
    e) il primo comandamento è: ama il tuo dio, il secondo è ama il tuo prossimo Matteo 22:36-39, ma nella pratica ” l’uomo secondo Dio ” ama il suo prossimo ed ama il suo Dio , proprio in questo ordine; vedei Salmo 1

    IV ] Salmo 137 :9 ” Beato chi piglierà i tuoi piccoli bambini e li sbatterà contro la roccia”
    a) v’era una reale reminescenza storica Osea 13:16 ” .. i loro bambini saranno schiacciati .. ” Nahum 3.10 etc.
    b) v’era il reale desiderio di rivalsa contro Babilonia, o usando altre parole : ” ..l’Eterno ha dato quest’ordine: che non vi sia più posterità del suo nome. … ”

    V ] Conclusione
    Ringrazio per l’opportunità offerta; ho apprezzato l’intervento del professore Roberto Garaventa, ho letto la risposta di Marcello Favareto ed il suo riferimento a due illustri autori, che io non conosco. Mi rendo conto di quanto sia complesso il tema.
    Io sono un semplice, ma costante lettore delle Scritture che più semplicemente ritengo quanto segue.
    Così come dio è grande ed immutabile, la bibbia ha una sua unità; a) la sua unità , come assioma, si accetta per fede;
    b) alla comprensione e conoscenza di questa unità si giunge nel tempo con la fede e la costante lettura.
    Mi sono mantenuto nei miei limiti, non ho citato altri autori e probabilmente sarò rusultato noioso o ripetitivo, altri forse hanno già detto lo stesso; ma spero che questo contributo risulti utile-

    Ps
    Per ogni comunicazione utilizzate la mia email. grazie

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